Impressioni da un viaggio nei Balcani

“…Senza i serbi non potrei respirare; senza i croati non potrei scrivere; e senza essere me stesso non potrei vivere con loro…”. Con queste parole il poeta musulmano Abdullah Sidran, nella primavera del 1992, cercando di scongiurare la guerra in Bosnia-Erzegovina, dipinse lo spirito cosmopolita fino ad allora respirato a Sarajevo. Quello stesso spirito che si può cogliere leggendo, in un libro di Ivo Andric, le odierne discussioni tra un rabbino, un pope ed un imam su un sedile di pietra che esce a sbalzo da un magnifico ponte sul fiume Drina, nella località di Visegrad.
Visegrad è un paesino bosniaco di confine, un confine vissuto diversamente di epoca in epoca. Durante la dominazione Ottomana esso fu una pura divisione amministrativo tra province dello stesso impero: la Serbia e la Bosnia entrambe ricomprese sotto la tollerante ala dell’Impero. Quel confine, fisicamente segnato dalla Drina, ed il Ponte erano filtri osmotici all’interno dei quali si realizzava l’unione di popoli e religioni che segnano, nel bene e nel male l’intera storia della Penisola Balcanica.
Nel bene e nel male appunto. Il mito del cosmopolitismo balcanico non è da vedere in maniera acritica. La dominazione ottomana fu tollerante, ma non sempre pacifica. Quello che però si riuscì a realizzare fu l’intreccio policulturale tra persone comuni, la rete di coesistenze tra diversi universi culturali che rappresenta il vero miracolo della storia balcanica. Un miracolo che tuttavia non è durato intatto fino ai giorni nostri.
Il 7 giugno 1992, durante l’assedio di Sarajevo, il giornalista bosniaco Zlatko Dizdarević scrisse: “…Ci hanno distrutto tutto […] hanno spezzato in noi quel che c’era di meglio, ci hanno insegnato ad odiare […] La povera Bosnia farà fatica a restare com’era, con quello che siamo diventati. Ed era la sua sola maniera di essere…”. La guerra spezzò il cosmopolitismo che fino ad allora aveva abbracciato l’intera Bosnia. Ancora oggi essa è uno stato federale formato da due repubbliche, una croato-musulmana e una serba, ma qual è il clima che si respira nel Paese?
Il nostro non vuole essere un resoconto esaustivo, ma solo l’annotazione sincera di alcune impressioni che un viaggio estivo ci ha lasciato. Il risultato non è dei più ottimisti. Avvicinandoci al confine croato-serbo, sulla strada che congiunge Osjiek a Novi Sad, ci siamo fermati più volte a chiedere indicazioni per la frontiera, ottenendo solo molto raramente qualche risposta. Arrivati poi in sua prossimità, superata la mostruosa periferia di Vukovar (mostruosa perché ancora oggi reca i segni del pesantissimo assedio subito), abbiamo attraversato circa quindici chilometri di…nulla! Letteralmente nulla: niente segnali stradali, niente illuminazione, niente case, niente persone, niente animali, solo una strada in mezzo a campi, alcuni coltivati, altri abbandonati. Così fino alla frontiera croata, all’enorme terra di nessuno che le divide e poi alla dogana serba.
In Serbia ci siamo fermati a Belgrado. Qui ci siamo recati al museo militare, eccitati dalla prospettiva di vedere un pezzo dello Stealth abbattuto nel 1999. Invece dello Stealth però ci hanno colpito due enormi amnesie storiche: l’assoluta mancanza di riferimenti alla II Guerra Mondiale, alla liberazione ed in particolare al suo carattere di guerra civile tra Cetnici serbi, Ustacia croati e croati comunisti di Tito; la rimozione delle guerre del 1991-1995. All’interno del museo si passa dalla prima guerra mondiale alla guerra in Kosovo, entrambe ampiamente esaltate come esempi di eroismo serbo di fronte alle grandi potenze imperialiste.
Arriviamo a Sarajevo. Essa ci accoglie con i tornanti delle montagne che la circondano. Il centro, compresso e solcato da stradine sinuose, si srotola sotto i nostri piedi in un vociare di turisti e venditori. Subito rimaniamo abbagliati dall’energia brulicante che permea ogni angolo. La chiamavano la Gerusalemme europea e infatti abbiamo potuto visitare una maestosa cattedrale cattolica, un paio di chiese ortodosse, una sinagoga e molte molte moschee. Insomma Sarajevo ci è sembrata un ninin cattolica, un ninin ortodossa, un ninin ebraica e molto molto musulmana. Ci sono tornate in mente le parole di un nostro amico che aveva abitato a Sarajevo prima della guerra e allora la maggior mescolanza etnica si percepiva anche guardando sopra i tetti delle case. Così, in agenzia, mentre aspettiamo che ci trovino una sistemazione cominciamo a chiacchierare col commesso il quale ci confessa: “…si Sarajevo è una splendida città, per un turista…”. A quanto pare le diatribe tra serbi e croato-musulmani non sono terminate e i rischi di secessione sono ancora elevati.
Anche tra croati e musulmani, però, le cose non vanno per il meglio, almeno non a Mostar. Il capoluogo dell’Erzegovina è stato per secoli il simbolo di un’integrazione possibile fra il mondo musulmano e quello cristiano. Il simbolo di questa convivenza era lo Stari Most, il Ponte Vecchio. Un’opera meravigliosa, in pietra bianca, che sorvola da quasi trenta metri d’altezza un fiume tutt’altro che mansueto come la Neretva. Splendido, davvero. E i dintorni non sono da meno: alzi il naso e vedi un minareto. Lo giri, e scorgi un campanile. Un’atmosfera unica, difficile da rendere a parole. Bene, a Mostar le due comunità maggioritarie erano, e sono ancora, quella croato-cattolica, prevalentemente insediata sulla sponda occidentale del fiume, e quella bosniaco-musulmana, ben più numerosa ad est. La guerra ha spazzato via questo equilibrio.
I croati, negli anni del conflitto, hanno costretto i musulmani che vivevano ad occidente a lasciare le proprie case, per riparare nei quartieri orientali della città. Che sono diventati una sorta di ghetto gigante, sottoposto ad un bombardamento quotidiano, indiscriminato, rivolto senza dubbio alcuno su obiettivi civili.
La città, oggi, riproduce la stessa divisione di quindici anni fa. Il confine è una strada sulla sponda occidentale: di qua i cristiani, di là i musulmani, anche se è riduttivo adottare una chiave di lettura esclusivamente religiosa.
In una trasversale della via-confine, sorge uno dei simboli della Mostar del dopoguerra: si tratta di una chiesa a dir poco orribile, una sorta di blocco di cemento vivo, alla cui destra sorge il campanile più alto della città. Sarà pure brutto come il resto, squadrato, pesante e tetro ma, guarda caso, è di parecchi metri più alto di qualsiasi minareto. E sorge a una cinquantina di metri dal confine. Fa il paio con un altro colosso di vocazione religiosa, e cioè una croce gigante che domina una delle colline intorno a Mostar. Tirata su dopo la guerra, si capisce. Non c’è punto della città, di notte come di giorno, da cui non si possa scorgere. Secondo un reduce musulmano, la sua funzione sarebbe essenzialmente una: commemorare il posto da cui ci bombardavano. E non ha poi torto, se è vero che i mortai e i carri croati, proprio come quelli serbi a Sarajevo, strangolavano la città dalle colline.
C’è un aneddoto che può aiutarci a rendere l’atmosfera che si respira oggi a Mostar, e riguarda uno dei pochi momenti in cui le due comunità hanno trovato modo di collaborare.
Come non potrebbe essere altrimenti, la città ha due squadre. Quella croata, lo Srimski, e il Velez, che può contare su un sostegno davvero radicato nella comunità musulmana. A quanto pare, durante la guerra, l’amministrazione croata ha avuto la splendida idea di dare in amministrazione lo stadio del Velez allo Srimski per 99 anni. Inutile dire che i derby mostarini farebbero scappare a gambe levate anche il capoccia più coraggioso delle curve nostrane. Però, per una volta, le due tifoserie hanno saputo unirsi.
E’accaduto a fine luglio, quando il Partizan Belgrado è venuto a giocarsi la qualificazione alla Champions League proprio contro lo Srimski. I tifosi serbi hanno avuto la sensibilità di scandire slogan che recitavano cose del tipo: filo spinato, coltello e Srebrnica. Gli ultras dello Srimski, come comprensibile, non hanno gradito poi troppo, e all’uscita dello stadio hanno ramazzato per benino i colleghi-rivali. I quali, in evidente inferiorità numerica, hanno cercato riparo per le vie della città. Peccato che, nel frattempo, i tifosi del Velez si fossero tenuti aggiornati con la diretta televisiva. E quindi, giù con la seconda rata. Un chiaro esempio di collaborazione inter-culturale.
L’odio unisce, altrochè.

Andrea Luchetta
Emmanuel Dalle Mulle
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