Gherardo Colombo e Bruno Tinti a Pordenonelegge.it.

 Il sistema giudiziario italiano non può funzionare se non cambia la cultura generale del Paese. E’ questo il messaggio che Gherardo Colombo ribadisce a Pordenonelegge.it durante la presentazione di “Toghe rotte, la giustizia raccontata da chi la fa”,  libro scritto dal procuratore aggiunto di Torino Bruno Tinti. I due denunciano il pessimo stato della giustizia italiana con la stessa forza, ma da prospettive differenti: mentre Tinti continua la sua lunga carriera da magistrato, Colombo l’ha abbandonata pochi mesi fa per dedicarsi attivamente a cambiare la mentalità che funge da base per l’ordinamento giuridico, rivolgendosi ai giovani con le sue lezioni di legalità. Magistrato per 33 anni e 3 mesi, attivo nelle più importanti inchieste della storia italiana, dalla loggia P2 a Mani Pulite, Colombo rileva come sia il modello culturale improntato all’individualismo ad impedire che il potere legittimo faccia il suo dovere: il sistema giuridico originato dalla Costituzione, che ha come pietra angolare l’uguaglianza di tutti i cittadini e cerca di organizzare una società armonica, spesso non è altro che un sistema di regole apparenti, cui è possibile derogare tramite un sistema di regole reali che sfuggono al controllo di quelle ufficiali. Questo sistema reale permette a chi lo rispetta di raggiungere il privilegio, concetto antisociale perché porta al conflitto e alla prevaricazione. In Italia manca dunque la consapevolezza dell’importanza delle regole, intese come modo di organizzazione di una società che serva gli uomini nel suo complesso senza escludere nessuno. Manca il concetto di legalità come mezzo per perseguire l’armonia sociale, mentre è diffuso il principio di affermazione del singolo anche a discapito degli altri, come se il patto sociale non fosse altro che una copertura.

Bruno Tinti, a contatto con il sistema giudiziario italiano da più di 40 anni, nel libro raccoglie le testimonianze dei colleghi ed illustra i problemi concreti che affronta ogni giorno chi amministra la giustizia, come quello dell’organizzazione delle Procure, sommerse da documenti e paralizzate da procedure farraginose. Ma la crepa più grande è quella che si può ricondurre al discorso di Colombo: nella legislazione penale italiana esistono due binari paralleli, quello della penalizzazione apparente e quello della depenalizzazione effettiva. Tinti fa riferimento alla procedura penale che si avvia a seguito di una multa per guida in stato d’ebbrezza, per cui si spreca tempo e denaro inutilmente dato che nella stragrande maggioranza dei casi, proprio grazie alla complessità dell’iter, l’imputato troverà una scappatoia per non pagare neppure la sanzione di 700 euro. Mentre altri reati che hanno ripercussioni molto importanti come quelli finanziari vengono effettivamente depenalizzati grazie a leggi apposite, come le celebre legge sul falso in bilancio. Il procuratore individua dunque nell’attività del Parlamento e dei ministri della Giustizia degli ultimi vent’anni una sostanziale tendenza a diminuire l’efficienza dell’amministrazione giudiziaria anziché ad aumentarla. E tale tendenza non può essere che alimentata dall’atteggiamento della stessa magistratura, divisa e monopolizzata dalle correnti dell’Associazione nazionale magistrati (Anm), diventate ormai una sorta di sistema partitico. E’ impossibile essere eletti al Consiglio superiore della magistratura (Csm) senza appartenere ad una corrente, e gli obiettivi di tali strutture finiscono col prevalere sugli interessi dei magistrati nella gestione della giustizia.

Il quadro delineato dai due ex colleghi è quello di una situazione molto grave, ma che ormai non stupisce più: grazie a personaggi come loro, che si impegnano a denunciare le situazioni più incresciose, e a ciò che prova sulla propria pelle, l’opinione pubblica è sufficientemente consapevole delle patologie del sistema giudiziario italiano. Il problema diventa dunque capovolgere sul serio la mentalità spesso sotterranea ma anche palese che ostacola la cultura della legalità. L’interesse dimostrato dalla fila interminabile fuori dalla sala dove si svolgeva l’incontro fa ben sperare: forse non tutti cercano il privilegio. Ma in un Paese come l’Italia non si può mai essere certi che all’indignazione popolare seguano comportamenti coerenti e concreti. Spesso la forza e l’importanza del messaggio di Colombo e Tinti vengono banalizzate, privandolo della portata generale che può assumere: prima di cambiare qualsiasi cosa che riguardi la vita pubblica, è essenziale modificare le proprie convinzioni e il proprio atteggiamento nella vita di ogni giorno.

Athena Tomasini

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