I fucili riportano la calma a Rangoon, ex-capitale della Birmania e teatro, da ormai quasi due mesi, di impressionanti manifestazioni di massa contro la giunta militare. Le proteste sono iniziate il 18 agosto, quando il governo del generale Than Shwe ha aumentato il costo della benzina del 500% ( causando un vertiginoso aumento dei prezzi di alcuni generi di prima necessità come il riso e le uova) al fine di coprire il buco in bilancio provocato dall’impinguamento delle buste paga degli impiegati statali. L’ ondata di contestazioni-non violente che si è levata in quei giorni è stata guidata da alcuni dissidenti storici come Min Ko Naing o Su Su Nway, ma è stata la nuova linfa apportata al movimento dalla partecipazione dei monaci buddisti che ha fatto rimbalzare gli accadimenti birmani all’attenzione della comunità internazionale. Migliaia e migliaia di monaci hanno sfilato silenziosamente per le vie di Rangoon, e di altre città del paese, sfidando i coprifuochi ed i divieti di assembramento tuonati dalla giunta. La feroce repressione del governo non si è fatta attendere: l’esercito è stato dispiegato contro i manifestanti e dagli spari in aria si è presto passati a quelli diretti verso i manifestanti stessi. Dieci i morti ammessi dal governo. Molti di più secondo l’opposizione, versione che sembra essere confermata dalle frammentate notizie giunte dai reporter internazionali che ancora operano in Birmania, seppur con grande difficoltà. Internet, infatti, è stato oscurato da un paio di settimane rendendo molto difficili i collegamenti con l’esterno; l’impresa di stato Myanmar Post&Telecoms si è scusata per l’”imprevisto”dovuto ad un guasto tecnico…

Tuttavia alcune notizie riescono a filtrare e a far conoscere i crimini perpetrati dal regime. Le più recenti parlano di arresti di massa nei confronti dei monaci, 2000 dei quali sarebbero detenuti nel complesso del Rangoon Institute of Technology e dovrebbero essere presto trasferiti in campi di detenzione nel nord del paese, descritti come veri e propri lager.

La domanda che ci si pone, ora, è se la recente visita del rappresentante dell’ONU Gambari riuscirà a spalancare la porta a prospettive davvero nuove che possano far evolvere positivamente la situazione drammatica in cui versa il paese. Le proteste popolari, per quanto ingenti e coraggiose, non appaiono sufficienti a strappare il paese dalla dittatura, a meno che non si coordino con una parallela pressione sulla giunta militare esercitata esternamente dalle potenze mondiali.

Certo è che ogni linea d’azione che verrà intrapresa non potrà lasciare indifferenti Cina ed India, che hanno tutti gli interessi a dirigere gli eventi nel modo che può essere loro più conveniente. La posta in gioco è infatti altissima per la Cina. Il suo commercio con la Birmania supera il miliardo di dollari l’anno ed in più ha forti partecipazioni nelle aziende petrolifere e di gas di cui è ricco il paese. Vi è, inoltre, da parte sua un forte interesse strategico, ovvero quello di far rientrare il Myanmar nella cosiddetta “politica del filo di perle”che mira a costruire una serie di basi navali nell’Oceano indiano. Infine la Cina spera che i monaci buddisti non riescano a rovesciare il regime, perché potrebbero essere d’esempio per i loro confratelli in Tibet.

 L’India condivide alcuni di questi interessi ed in particolare ha investito pesantemente nei giacimenti metaniferi del Paese. Al contrario della Cina, però, avrebbe molto da guadagnare dalla caduta dei generali perché un’erosione dell’influenza cinese nell’area allenterebbe la sfida alla sua egemonia sull’Oceano Indiano.

L’importante è che la comunità internazionale non lasci ancora solo e prigioniero il popolo birmano. E’ un’agonia che dura da 45 anni quando nel ’62 il generale Ne Win realizzò un colpo di stato e governò ininterrottamente per 26 anni perseguendo la via birmana al socialismo e mandando in frantumi l’esperienza democratica post-coloniale realizzata da Aung San, padre dell’attuale leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi. Nel 1988 un’insurrezione popolare, in cui persero la vita 3000 persone, spinse la giunta ad indire delle elezioni legislative che avrebbero avuto luogo due anni dopo. La Lega Nazionale per la Democrazia, capeggiata da Aung San Suu Kyi, vinse 392 dei 489 seggi dell’assemblea nazionale, ma la giunta dei generali invalidò i risultati confinando la Suu Kyi agli arresti domiciliari. La leader, vincitrice del nobel per la pace nel 1991, dopo il giro di vite autoritario seguito alle elezioni si è ritrovata più volte agli arresti, situazione che perdura anche attualmente.

 E’ necessario che gli appelli che questa donna coraggiosa ha rivolto al mondo in tutti questi anni non restino più inascoltati e sia loro attribuito il peso che meritano. Il timore è quello che una volta esauritasi la “notiziabilità” della crisi birmana, questo popolo sia ancora una volta lasciato solo al proprio destino. Quando i fucili non sparano più e il sangue non scorre nelle strade è difficile che i media internazionali si interessino ancora alla faccenda. Certo, si continua morire, ma silenziosamente. Si muore di fame, di malattie curabilissime. Si muore in prigione come dissidenti o nella giungla da guerriglieri, sognando l’indipendenza per la propria etnia. Ma a chi interessano queste morti? Cosa le rende diverse da quelle di altri miserabili della terra?  Si tratta soltanto della terribile quotidianità di 47 milioni di persone. Ma il popolo birmano ha un disperato bisogno della nostra attenzione affinché l’incredibile gesto che ha compiuto abbia dei frutti e si traduca nel cambiamento tanto anelato. Questa volta, per favore, non spegniamo i riflettori.

Elisa Calliari

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