L’8 e il 9 novembre 1987 gli italiani furono chiamati a decidere con un referendum sul piano nazionale di localizzazione delle centrali nucleari: su quasi 30 milioni di votanti l’80,6% espresse parere contrario, bloccando lo sfruttamento dell’energia nucleare sul suolo nazionale. Secondo alcuni, il gran rifiuto fu determinato incisivamente dall’ondata di paura seguita all’esplosione della centrale russa di Chernobyl nell’aprile 1986, ed è tempo di rivedere su basi più obiettive la decisione presa. Il prezzo del petrolio è alle stelle, i combustibili fossili in generale si stanno rapidamente esaurendo, e l’inquinamento da CO2 sta arrecando gravi danni al pianeta: per questi motivi, diversi politici e scienziati italiani si dichiarano a favore dello sviluppo di un programma nucleare per il Paese. Inoltre, l’energia atomica potrebbe essere decisiva per sganciare l’Italia dalla dipendenza energetica da altri Paesi come Russia e Algeria, rendendola meno condizionabile ed impedendo il ripetersi di emergenze e blackout. Anche a livello dell’Unione Europea si riscontrano importanti passi in questa direzione: ad ottobre, il Parlamento europeo ha approvato a larga maggioranza una risoluzione non vincolante in cui si afferma che “l’energia nucleare è indispensabile per coprire il fabbisogno dell’Unione europea nel medio termine” e che la rinuncia al nucleare renderebbe impossibile raggiungere gli obiettivi di riduzione di CO2 di Kyoto. Ma per molti le suddette argomentazioni non bastano. Nonostante i progressi nella ricerca scientifica, le attuali centrali nucleari non sono ancora abbastanza sicure da garantire che non avvengano perdite e incidenti gravi: secondo Jeremy Rifkin, teorico dell’economia all’idrogeno e consulente dell’Unione europea per le strategie energetiche, reattori nettamente più sicuri rispetto a quelli attuali potrebbero essere pronti al massimo fra vent’anni, mentre per rallentare il riscaldamento globale servono soluzioni da mettere immediatamente in pratica. Inoltre, per ridurre significativamente le emissioni di CO2, si dovrebbero costruire migliaia di centrali, innescando una proliferazione molto difficile da controllare. Problema gravissimo è poi quello delle scorie: il rischio sismico molto diffuso e l’alta densità abitativa rendono pressoché impossibile l’individuazione di siti idonei allo stoccaggio in Italia, e i costi di tali operazioni sono naturalmente faraonici. Mettere in sicurezza le scorie prodotte dai reattori italiani prima del referendum costerà allo Stato diversi miliardi di euro. Ai costi economici vanno aggiunti quelli in termini di salute, e i problemi che i depositi radioattivi creeranno alle generazioni future.
E’ importante precisare che per il momento l’impegno dell’Italia si concretizza solo nei programmi internazionali di ricerca sull’atomo di quarta generazione; riguardo ad un programma di sfruttamento nazionale si registrano per ora solo aperture a tale possibilità. In ogni caso, soprattutto in un Paese come il nostro, che presenta condizioni naturali favorevoli per lo sfruttamento delle energie rinnovabili, secondo molti sarebbe più utile destinare maggiori investimenti di ricerca in tale settore, soprattutto in una prospettiva a lungo termine. Inoltre, non bisogna dimenticare che la soluzione più diretta e immediata è un comportamento più razionale nel consumo energetico a partire dalle abitazioni. Essenziale è il miglioramento dell’efficienza energetica delle costruzioni: la nuova legge finanziaria del governo Prodi prevede contributi destinati ai cittadini per l’impiego di materiali isolanti e dispositivi di risparmio energetico. Tuttavia, neppure la strada delle energie rinnovabili e del risparmio è così semplice da percorrere: sfruttare impianti eolici, solari e geotermici presenta ancora costi maggiori rispetto all’utilizzo del gas (ma secondo il Dipartimento dell’Energia americano, anche in termini di costi puramente economici il nucleare è ancora più caro). Inoltre bisognerebbe procedere alla sostituzione di un intero apparato di produzione ed approvvigionamento energetico, con tutte le complicazioni economiche e non che una tale operazione comporta, dilatando ulteriormente i tempi. Soprattutto a livello mondiale, non sarà facile scardinare un intero sistema basato sui combustibili fossili. Sono in gioco troppi interessi economici e di potere, e chi li manovra si opporrà senz’altro ai cambiamenti necessari. Secondo quanto affermato provocatoriamente da Rifkin in un’intervista per Repubblica, “il vero obiettivo dei politici che parlano di nucleare è mantenere congelata la situazione attuale sfruttando il petrolio fino all’ultima goccia”. Quali che siano le reali intenzioni di chi la propone, vista la situazione attuale, non è da escludere che l’energia nucleare venga utilizzata in combinazione con altre fonti pulite, almeno per far fronte alle necessità più immediate del paese. In ogni caso, per dare una risposta efficace al problema energetico-ambientale, è necessario un cambiamento profondo nella mentalità dei cittadini e nelle politiche dei singoli Paesi, i quali devono ponderare attentamente interesse nazionale e globale. E’ di fondamentale importanza creare strumenti di governance a livello internazionale: senza strategie di largo respiro e cooperazione fra i governi mondiali è impossibile incidere realmente su un modello di sfruttamento delle risorse che si sta rivelando assolutamente insostenibile.

Athena Tomasini con la collaborazione di Edoardo Buonerba