Commedia siciliana in tre atti

Prologo, la condanna
Nella tarda mattinata di sabato 26 gennaio si riunisce l’assemblea regionale siciliana, ordine del giorno: comunicazione urgente da parte del presidente della regione. Salvatore, Totò, Cuffaro prende la parola in un clima di grande nervosismo ed emozione e, in meno di dieci minuti comunica la decisione delle sue “dimissioni irrevocabili”. Il venerdì precedente il presidente era stato condannato a 5 anni di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici nel processo delle talpe nella DDA di Palermo. È stato riconosciuto colpevole di favoreggiamento e rivelazione di segreti d’ufficio. L’inchiesta era iniziata nel 2001, allora la DDA di Palermo stava indagando il boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro avendo installato in casa sua delle microspie. Queste vengono scoperte e il piano salta. Inizia cosi il processo alle “talpe” che hanno fatto partire la soffiata. Le indagini portano al coinvolgimento di Domenico Miceli(incarcerato nel dicembre 2006), medico ed ex assessore comunale Udc(il partito del presidente), habitué del salotto del boss e definito “anello di congiunzione” tra Cuffaro e Guttadauro. Il giorno precedente la sentenza si erano riuniti in preghiera i fedelissimi del presidente nella parrocchia di santa Lucia a Palermo, Agrigento e Caltanissetta. Condannato per favoreggiamento ai mafiosi e non alla mafia Cuffaro si sente soddisfatto, riceve la solidarietà di tutto il suo partito e buona parte dei politici nazionali, organizza un rinfresco a base di cannoli a palazzo D’Orleans. Le reazioni più immediate arrivano da Rita Borsellino e da Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia: “Non c’è l’aggravante della mafia, ma la sentenza prova il favoreggiamento di Salvatore Cuffaro di singoli mafiosi come Giuseppe Guttadauro, Salvatore Aragona, Vincenzo Greco, Michele Aiello (il “re della sanità privata siciliana”, accusato di essere socio del boss Bernardo Provenzano) e Domenico Miceli”.

Secondo atto, il terremoto
Ci si indigna in Sicilia in quei giorni, l’attenzione però si sposta rapidamente sul tonfo del governo per la piroetta di Mastella.“Si sono mangiati tutto, non cambieremo mai” fa la gente nei bar. Sconforto e rinuncia tra i bei palazzi di Palermo. Ed invece…ed invece a metà della terza settimana di gennaio Montezemolo fa una dichiarazione, suggerendo a Cuffaro le dimissioni. Contemporaneamente Prodi dimissionario riceve una sollecitazione dalla procura di Palermo che lo invita a rimuovere il condannato dal suo ruolo(rimuovendolo effettivamente il 30 gennaio). Il pomeriggio di venerdì 25 Cuffaro riceve la visita del presidente della provincia di Catania, Raffaele Lombardo leader degli autonomisti siciliani, ex Udc anche lui. Al termine dell’incontro telefona al presidente dell’assemblea dicendogli che ha da fare delle comunicazioni urgenti per il giorno successivo.

Ultimo atto, la caduta
Sabato 26 gennaio era stata organizzata una manifestazione da sindacati partiti ed associazioni di diverse passioni politiche, senza bandiere raccomandavano fino allo spasmo, per chiedere le dimissioni del presidente. Cuffaro si dimette e dopo poco a piazza Politeama la manifestazione diventa una festa. Le reazioni del mondo politico della Trinacria sono caute, si parla di atto dovuto, meglio tardi che mai. Nessuno si sbilancia sul dopo. Ed ecco il problema, la sfida che aspetta i siciliani da qui a tre mesi. Due anni fa una parte degli isolani, con gli studenti del Rita-express in testa, si era entusiasmata per la prospettiva che rappresentava la Borsellino. I risultati furono discreti ma non sufficienti per ostacolare Cuffaro che baldanzoso raccolse un milione e trecentomila preferenze personali. In questi anni il medico di Raffadali, avevo messo in piedi un sistema clientelare mescolando cattolicesimo e tradizioni siciliane coinvolgendo amici e parenti che rivedevano in lui l’immagine rassicurante del corpulento conservatore devoto alla Madonna che mette la coppola da Santoro, la cui porta dell’ufficio era sempre aperta per chi aveva bisogno di un favore o anche solo un consulto. Non granché per una regione che sembra, sentendo chi non c’è mai stato, solo e soltanto la culla della mafia, una regione che tenta di strapparsi dal viso la maschera di bigotta, superstiziosa e appunto mafiosa.

Dietro le quinte.
La situazione che si presenta adesso non è così entusiasmante. È sfumata la possibilità della candidatura di Ivan lo Bello, numero uno di Confindustria Sicilia. Il centrosinistra in questi anni, eccezion fatta per occasionali parentesi, ha badato di più a non farsi escludere, annullare dal sistema messo in piedi da Cuffaro o a sanare litigiosità interne, che a fare opposizione. Dopo un lungo braccio di ferro tra il Pd e la Sinistra ci si è intonati per il ticket Finocchiaro-Borsellino. Due donne ma, sopratutto due modi diversi di far politica. Gli amici di Beppe Grillo hanno presentato a sorpresa una loro lista con Sonia Alfano presidente, attivista e figlia di un giornalista siciliano vicino al Msi ucciso dalla mafia nel 1993. Inaspettata questa scelta, considerato che appena due anni prima la Alfano sosteneva Rita Borsellino. Adesso dice che destra e sinistra sono uguali e che bisogna cambiare.
Il centrodestra come un esercito senza il suo generale ha trovato ordine solo dopo l’intervento di Berlusconi. Dopo la tragicomica vicenda di Gianfranco Miccichè, che iniziò la campagna elettorale dal suo sito per poi ritirarsi, ci si è accordati sul nome del presidente della provincia di Catania. Raffaele Lombardo, l’amico di Totò, che condivide con lui la stessa storia politica, entrambi giovani rampanti nella vecchia Dc e figliocci dell’ex ministro Calogero Mannino, è il candidato unico del centrodestra. Sui giornali siciliani si legge di Lombardo come il gemello diverso di Cuffaro. Non una svolta insomma, un maquillage tutt’al più. D’altronde Cuffaro non lascia da perdente, sarà capolista al senato con l’Udc.
In palio per i vincitori delle elezioni c’è oltre la poltrona da governatore anche il ruolo di nuovo “padrone” di quell’ impero politico e di clientele che è stato costruito da Cuffaro in sette anni.
Oggi dopo decenni si raccolgono interamente i frutti delle gestioni personalistiche del potere e della gestione mafiosa della cosa pubblica. Sembra un meridione ancora più lontano dal resto d’Italia, come un’enclave che sente parlare della capitale solo dalla tv. Abbandonare la Sicilia vuol dire chiudere la porta più estrema dell’Italia nel mediterraneo, fallimentare anche in un’ottica di euroregione mediterranea. Quello siciliano è un processo di erosione interna che va avanti da decenni, si muove su due binari: limitare l’efficacia dello Stato e costringere gli abitanti a sudditanza o a scappare. Tra il 1997 e il 2004 sono partiti ogni anno 7000 persone tra studenti e lavoratori. In queste condizioni si va a votare per il ruolo più importante dell’isola. Stavolta, non è la prima, la Sicilia si trova ad un bivio: riconfermare lo stato attuale delle cose o cambiare, iniziare un nuovo corso, per quanto possa essere difficile anche solo da immaginare. Ma è necessario. L’alternativa è ricacciarsi sempre di più nel fosso scavato dai pregiudizi degli altri e dalla nostra(di noi siciliani) viltà.

Federico Nastasi