Il dibattito sulla legge per l’aborto visto da una ragazza poco più che ventenne

Negli ultimi mesi molte pagine sono state dedicate dai giornali al dibattito iniziato da Giuliano Ferrara su una possibile moratoria sull’aborto, dibattito che ha diviso il Paese e che forse ha contribuito al crollo del già precario governo Prodi. Quel che è certo è che Ferrara è riuscito a costruire un partito su questa sua campagna ed ha trovato persone che hanno sposato la sua causa. A di là del fatto che la decisione di fondare un partito dall’oggi al domani su questioni così specifiche e delicate può essere opinabile, devo dire che è stato unanimemente riconosciuto che il pensiero di Ferrara e del Partito non è ancora stato ben definito e nemmeno a costoro è ancora chiaro che cosa vogliano: Ferrara ha infatti più volte ribadito che lui è contro l’aborto, ma che non vuole toccare la legge 194, e che è un diritto delle donne decidere del proprio corpo. Spero che sia solo un problema di comunicazione e non sia davvero così indeciso sulle sue posizioni, dato che è andato a toccare un tasto molto delicato sia per coloro che sono a favore sia per coloro che sono contro l’aborto.
Seguendo il dibattito in questi mesi ho riflettuto molto su questo diritto, sulle ragioni adite dagli uni e dagli altri e ho sentito il desiderio di esprimere il mio pensiero su questo tema sia in quanto giovane che è nata ben dopo l’entrata in vigore di tale legge che in quanto donna.
La questione dell’aborto è sempre stato un tema molto delicato da trattare perché chiama in gioco molte forze che pertengono alla sfera più intima e meno razionale della persona: da un lato l’interruzione di gravidanza, sia essa volontaria o naturale, è di per sé un evento sconvolgente e doloroso per una donna; dall’altro vengono chiamate in causa componenti come la fede che spesso rendono il dibattito complesso e non foriero di incomprensioni. Per questo credo che sia difficile parlare di ciò e soprattutto non sia il caso di utilizzarlo come vessillo durante una campagna elettorale: un tema come l’aborto dev’essere a mio parere discusso in un’arena che coinvolga direttamente la società e questa non è certo incarnata nel Parlamento che tanto per cominciare non rappresenta equamente uomini e donne e che credo abbia questioni più importanti su cui prendere decisioni che non quella di rivedere la legge sull’interruzione di gravidanza.
La legge oggi in vigore in Italia è una legge che tutela i diritti sia della madre che del feto, ed è ritenuta da molti esperti una legge competente e all’avanguardia per i tempi in cui è stata scritta: essa esprime il possibile esercizio di un diritto che risulta essere doloroso e difficile sia per chi lo esercita sia per chi preferisce non farlo. Quello che spesso viene dimenticato a mio parere quando questi politici o intellettuali parlano della pratica dell’aborto è il fatto che ciò non viene fatto a cuor leggero dalle donne, che la possibilità di abortire non implica che esse abbiano un comportamento più libertino o più irresponsabile: le motivazioni che solitamente portano all’interruzione volontaria di gravidanza trovano le proprie radici in realtà private dolorose, nella coscienza dell’impossibilità di poter garantire ad un figlio un qualsiasi tipo di futuro. Benché la legge formalmente dica che lo Stato si deve adoperare per appianare le difficoltà che portano una donna ad abortire, di fatto ciò non viene fatto, quindi la donna si trova a dover prendere da sola una decisione molto difficile che va a determinare il proprio futuro e quello di un possibile figlio.
Quando si parla di aborto, coloro che sono a sfavore spesso adducono come motivazione la necessità di affermare il diritto alla vita, quindi il diritto di ogni essere concepito a vivere. Ma forse sarebbe bene dedicarsi innanzitutto a tutelare il diritto alla vita della madre. Credo che siano nella mente di tutti le immagini del film “Quattro mesi, tre settimane, due giorni”, ritratto crudo delle pratiche abortive in Romania al tempo di Causescu, immagini che non credo si distanzino molto da quelle che prima del 1978 si verificavano quotidianamente anche in Italia. Il diritto ad essere operate in una struttura adeguata, da personale competente e in condizioni igieniche decenti, la possibilità di decidere del proprio corpo senza venir vista come colpevole agli occhi della legge, la possibilità di vedere tutelati i propri diritti fondamentali di salute e di libertà di decisione è il minimo che lo Stato possa garantire alle proprie cittadine.
Altra domanda a cui pare che Ferrara&Co. non abbiano cercato di dare risposta è che cosa si intende per diritto alla vita. Benché sia una domanda a cui non è possibile dare una risposta unanime nel mio piccolo credo che in questo contesto specifico oltre alla vita intesa come vita dell’organismo sia necessario tenere conto della qualità della vita che quest’essere umano avrà: quel che intendo dire è che per un essere umano la cosa fondamentale per crescere e divenire una persona è l’amore, e se questo manca proprio nei primi momenti della vita ciò si ripercuoterà su tutte le fasi successive della sua vita e sulla capacità di relazionarsi con gli altri. Come scrisse Calvino nel 1975, “un essere umano diventa tale non per il casuale verificarsi di certe condizioni biologiche, ma per un atto di volontà e d’amore da parte degli altri”.
Concludendo, credo che quello all’aborto sia un diritto inviolabile, dato che è l’unico modo per rendere meno crudele una decisione già di per sé lacerante, e che chiunque tenti di abrogarlo non pensi al bene delle donne, e anzi tenti di condannarle ad una condizione d’inferiorità e a dei patimenti inutili ed inumani, che nella nostra società sono inammissibili.

Leonetta Pajer

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