“When the next President sneezes, will Europe catch a cold?”
L’opinione pubblica americana è ormai stanca dell’era Bush, ha voglia di voltare pagina, e in questo momento ci sentiamo tutti un po’ americani. Sono stati moltissimi gli eventi che hanno caratterizzato la sua presidenza, primi su tutti gli attentati dell’11 settembre. Non mi pare questo sia il luogo adatto per ricordarli tutti, ma sicuramente è il momento di discutere alcuni dei compiti che il nuovo presidente si troverà ad affrontare tra meno di un anno.
Con una campagna elettorale così lunga, così costosa, così spettacolare, le dichiarazioni fatte dai candidati sono innumerevoli e molto spesso contraddittorie. Così non viene premiato colui (o colei) che può vantare le più audaci promesse elettorali, ma colui (o colei) che sarà stato in grado, durante tutta la campagna, di aver sviluppato una politica realista e non contraddittoria. Ma non basta, sono anche i precedenti impegni politici del candidato a influire sulle possibilità di vittoria: così, ad esempio, tutti ricorderanno il voto a favore dell’intervento in Iraq della Clinton, al pari del repubblicano McCain, quasi sempre sostenitore delle politiche di Bush; così come tutti ricorderanno il voto contrario di Obama e la sua ostilità verso le “dumb wars”.
Nelle dichiarazioni riguardo le politiche economiche da intraprendere, in realtà, i candidati differiscono di poco: tutti riconoscono il pericolo di una recessione dell’economia americana, in parte causata da politiche poco responsabili dell’attuale amministrazione, in parte dalla recente crisi dei subprime, e dalla dipendenza del petrolio straniero, che in periodi come questo raggiunge i $100 al barile. Diviene così un “interesse nazionale” trovare vie alternative, per salvare l’America (e il mondo) da una pericolosa recessione.
Significativo è purtroppo il punto sulle politiche energetiche: il protocollo di Kyoto, firmato negli ultimi mesi di presidenza Clinton, è sempre stato visto dall’attuale amministrazione Bush, come un limite per l’espansione economica americana. Ciò che però prima era un ostacolo, può essere trasformato in una opportunità. E siccome proprio il petrolio è divenuto il grande freno per l’America, è divenuto interesse nazionale convertire l’economia dipendente da esso. Solo ora acquista veramente importanza una riduzione delle emissioni dei gas serra (riprendendo le volontarie iniziative già avviate localmente da alcuni grandi centri urbani, come Los Angeles, ecc.). È necessario così utilizzare i nuovissimi biocarburanti eco-sostenibili, che dovrebbero permettere la creazione ex-novo di almeno 5 milioni di posti di lavoro, secondo le stime della Clinton. Tutti i candidati si mostrano invece incerti riguardo un aumento di produzione di energia elettrica da centrali nucleari.
Indubbiamente i temi delle politiche energetiche impegnano buona parte dei discorsi dei candidati, ma sicuramente la politica internazionale resta il centro nevralgico della campagna. Le “minacce” per l’America dopo l’11 settembre sono ancora molte, e i candidati, almeno in questa fase elettorale, sembrano mantenere su alcuni temi una buona dose di neutralità e di disponibilità alla diplomazia.
In primo luogo, il programma nucleare Iraniano è ancora visto come una minaccia per gli Usa e per Israele. Ma non solo. L’Iran finanzierebbe e armerebbe le milizie che operano in Libano e a Gaza, Hezbollah e Hamas, per destabilizzare Israele e costringerlo a impopolari interventi militari. Inoltre gli Iraniani sono indicati come i responsabili degli attacchi contro le truppe americane presenti sul suolo iracheno. È dunque evidente che le politiche Mediorientali siano un argomento di rilevante importanza: tutti i candidati hanno espresso la loro volontà di continuare un dialogo diplomatico con l’Iran, attraverso le organizzazioni internazionali. Ma tutti mantengono come ultima risorsa, sul tavolo delle trattative, un’opzione militare contro il regime iraniano.
In secondo luogo, i Democratici sono inclini ad avviare una efficace exit strategy dal pantano Iraq, coinvolgendo sempre più truppe irachene. Il candidato repubblicano McCain è invece colui che mantiene una c.d. linea dura, ricordando quanto sia necessario l’impegno militare nell’area, per contrastare Al-Qaeda e prevenire nuovi attentati al suolo americano. “That’s fine with me. We’ve been in Japan for 60 years, we’ve been in South Korea for 50 years or so”.
Infine, i candidati si sono concentrati su diverse crisi internazionali, in base all’elettorato che vorrebbero coinvolgere: così Obama ha mostrato interesse riguardo la crisi in Darfur e il genocidio Armeno. Nel numero di Luglio-Agosto 2007 di Foreign Affairs, ha richiamato l’attenzione sulla necessità di una politica lungimirante, nel periodo dopo la guerra con l’Iraq, insieme con la necessità di un rinnovamento dell’apparato militare e diplomatico americano, per ristabilire gli Stati Uniti come “guida morale del mondo”.
Tra le dichiarazioni di politica internazionale di Hilary Clinton, quella che spicca per la sua componente innovativa, riguarda le Nazioni Unite. La candidata Democratica ha espresso il desiderio di vedere, sotto la sua presidenza, un’organizzazione riformata e potenziata nelle sue capacità, con una comunità internazionale (Stati Uniti compresi?) più rispettosa nei confronti dell’Onu.
Infine, rileggendo le dichiarazioni del candidato repubblicano McCain, sembra spesso di dimenticare l’epoca in cui ci troviamo, e ritornare indietro di una ventina d’anni, con il pericolo sovietico sempre incombente sulle democrazie occidentali: è sempre stato uno dei maggiori critici al Senato dell’ex presidente russo Vladimir Putin “I looked into his eyes and saw three letters: a K, a G and a B”.
McCain possiede però un buon vantaggio rispetto ai due giovani candidati democratici: in quanto prigioniero di guerra in Vietnam, ha particolarmente a cuore la legislazione circa la detenzione e la tortura di prigionieri di guerra e terroristi. Sostiene fortemente la chiusura della base americana di Guantanamo, e la sottoposizione dei detenuti a regolari procedimenti giudiziari, preservandoli dal rischio di subire torture.

Diego Pinna