La storia si ripete. All’inizio del secolo, Kipling parlava, nei suoi romanzi, del Grande Gioco. Oggi, più o meno nella stessa zona, c’è un Paese fondamentale nello scacchiere internazionale, sul cui futuro si concentrano in questi mesi gli interessi di tutte le potenze: il Pakistan.  La sua importanza è dovuta alla sua posizione, al confine con l’Afghanistan, e al suo status di Paese islamico moderato, nonché unico Paese islamico dotato di atomica. Condizione che ha spinto gli Stati Uniti ad allearsi con Musharraf, come aiuto nella lotta al terrorismo. Ma questo Paese così importante è in una situazione critica da quando, il 27 dicembre, è stata uccisa in un attentato l’ex premier Benazir Bhutto, leader del partito di opposizione PPP e considerata paladina della libertà e della democrazia. E questo ha complicato orrendamente le cose, tanto che questo Paese è stato dichiarato, dall’Economist, il “Paese più pericoloso del mondo”. Ma andiamo con ordine, cercando di sbrogliare questa matassa intricatissima.
I mandanti
Prima di tutto, c’è il problema di chi abbia ucciso Benazir Bhutto, e perché. A questo proposito, pochi giorni dopo l’attentato Musharraf ha accusato Al Qaeda, che non ha smentito. I gruppi estremisti in Pakistan sono molto forti, in particolare al confine con l’Afghanistan; questo era un motivo per cui Bush finanziava il governo di Islamabad, perché mettesse fine a questo tipo di movimenti. L’attentato a Bhutto, allora, andrebbe interpretato come un’azione contro l’Occidente: Benazir, donna, occidentalizzata e soprattutto convinta alleata degli Usa, era molto scomoda per degli estremisti. Allora, risolto il problema? No. I parenti della vittima si sono scagliati contro Musharraf, accusandolo di non aver protetto a sufficienza Benazir. Soprattutto tenendo conto del fatto che si era già verificato un attentato, il 17 ottobre a Karachi, e che quindi Bhutto era un obiettivo “caldo”. Inoltre, la stessa vittima aveva rilasciato, poco prima di morire, un’intervista in cui diceva che, se fosse stata uccisa, sarebbe stato da ricercare il colpevole nel governo. Insomma, in qualche modo, potrebbe Musharraf essere mandante dell’omicidio? C’è da dire, per prima cosa, che, nonostante l’accordo stretto pochi mesi prima tra i due, comunque Bhutto era all’opposizione, ed era un’opposizione scomoda, vista la sua influenza. Inoltre, i rapporti, dopo un iniziale avvicinamento, si erano di nuovo inaspriti. Infine, Musharraf ha già dimostrato di essere un doppiogiochista. Quindi, potrebbe esserci un accordo tra governo ed estremisti? La matassa si imbroglia ancora di più.
La vittima
In tutto ciò, non bisogna credere che Benazir Bhutto fosse la santa che ci dicono. Bisogna separare il simbolo dalla persona. Se come simbolo era (e rimane) giustamente ritenuta da molti sostenitrice della democrazia, liberale, moderna, e la migliore soluzione per il Pakistan, la persona si rivela con un po’ di macchie. Ad esempio, non bisogna dimenticare che le accuse di corruzione che le furono rivolte non erano proprio false. Inoltre, anche lei ha dato più volte prova di opportunismo politico. Non ha aspettato tanto, una volta tornata in Pakistan, a rompere l’accordo con Musharraf; l’ha fatto per vera vocazione democratica, o perché ha percepito da che parte soffiava il vento, e ha voluto approfittare dello scontento della popolazione? Non lo sappiamo. Ma sappiamo che, nelle sue due volte da premier, non fu così esaltante al governo, anzi; commise molti errori.
I problemi
A tutto ciò, bisogna aggiungere la visione privata del potere. La politica è ancora a livello feudale in Pakistan; e a questa idea di dominio familiare non si sottraeva nemmeno Bhutto, figlia del fondatore del Partito Popolare. Questo è un problema tipico del Pakistan, consistente nell’idea di un potere gestito tra pochi, senza grande partecipazione della popolazione. Ed è anche grazie a questi comportamenti che il Pakistan è sull’orlo del disastro: il popolo, che vedeva lontani i governanti, ha cominciato ad avvicinarsi a chi lo aiutava di più, a chi lo ascoltava; e così ha cominciato a legarsi ai fondamentalisti islamici, che oggi, Musharraf o no, sono sempre più potenti. E questo è gravissimo; l’incubo orribile che tiene svegli i governanti di mezzo mondo è quello che fondamentalisti islamici prendano il potere in uno Stato atomico. Allora sì sarebbe grave. Questa situazione è stata causata dai politici pakistani, nessuno escluso, dai loro giochi di potere e di interessi a scapito della popolazione, come mostra Rushdie in “Shame”. E così, oggi, la situazione è sfuggita di mano.
La soluzione
Nonostante tutto, però, tra tutti Benazir Bhutto sarebbe stata ancora la scelta migliore, in vista delle elezioni. Benazir avrebbe potuto comunque mantenere un certo livello di democrazia, magari minimale, ma sicuramente maggiore rispetto a quella garantita da Musharraf. E, cosa ancora più importante, avrebbe assicurato un maggiore appoggio all’Occidente. Inoltre (e qui il simbolo riaffiora; ma la storia è fatta soprattutto di simboli importanti), era comunque una donna libera in un Paese musulmano. Non sarebbe stata la soluzione di tutti i mali del Pakistan, ma sicuramente avrebbe potuto porre un freno a quei problemi che, in ogni caso, ha dato una mano a creare. Non so cosa farà il PPP; certo che però è privato di un leader importante, nel bene e nel male. La matassa è imbrogliata; non si vede una soluzione efficace, per ora. Bisogna aspettare, e sperare che le parole e le idee di Benazir Bhutto, più che la sua effettiva azione politica, trovino terreno per germogliare.

Giovanni Collot

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