Non ho realizzato che sarei andato a vedere Neil Young finché non mi si è parato di fronte, sotto un riflettore bianco, con in mano la chitarra acustica – finché non si è seduto, ed ha cominciato a cantare. E so che può apparire una frase vuota, ma ho avuto brividi lungo la schiena per tutta la durata del concerto, una sola espressione sbigottita ed assente – l’espressione di chi ascolta Neil Young, la voce di un uomo che è passato attraverso tutto ciò che è la vita, d’un uomo ormai vecchio, ingobbito e calvo, con una chitarra e soprattutto un’armonica, avreste dovuto sentire l’armonica quando tiene quelle note lunghissime che strappano il tuo cuore da parte a parte – ed il teatro in silenzio, il teatro immobile, sospeso, che s’aggrappa con ogni forza ad un la minore e lì rimane, disperato, come se potesse farlo durare più a lungo. Neil canta e lo fa per il suo dolore, e quando dopo la pausa comincia la seconda parte e sul palco sale l’intero gruppo e lui scarica i suoi accordi elettrici e secchi e rabbiosi, allora diresti che niente si possa salvare, mai; perché lui è Neil Young, il solitario, the loner, e questa è la sua cavalcata, e sarebbe fantastico, oh sì, riuscire a sorridere, ma come puoi farlo con quest’uomo che da solo cerca disperatamente d’affrontare il silenzio, come puoi sorridere ascoltando Neil Young; Neil Young che suona la chitarra d’un giovane a cui molti anni addietro hanno sparato, mentre cantava in un locale, ed il primo colpo fu divertente, perché lo mancò e trapassò la cassa da parte a parte, ma al secondo non ci fu più niente da ridere, no davvero, perché lui finì a terra e non si rialzò più, e chissà cosa stava facendo Neil in quel momento e perché lo vuole raccontare stasera; Neil che aveva una nonna che suonava l’honky-tonky, lassù in Canada, il paesino era piccolo e lei era l’unica con uno strumento musicale e per questo la chiamavano a matrimoni e funerali (non come me, dice Neil divertito, ed il teatro ride) ma forse non la pagavano abbastanza o non la pagavano proprio, o semplicemente non c’erano così tanti innamorati o così tanti morti, perché il suo vero lavoro era un altro – nella miniera locale; lei consegnava una chiave ai lavoratori ed a fine giornata loro dovevano riportarla e se qualcuna per caso mancava allora evidentemente qualcosa era andato storto, quel giorno, laggiù nei pozzi. E Neil dimentica nella scaletta i suoi più grandi successi, perché è integro. E’ puro. Voi siete qui perché credete nella mia arte, non per fare di me un juke-box. Sarebbe solo ridicolo, da sessantenne, cantare “è meglio bruciare che appassire”. No, qui tu stasera non ascolti musica, tu stasera non sei qui per la musica, tornatene a casa e quella la troverai nei dischi; tu sei qui per qualcosa di più che io ti voglio dare e che con la musica non ha niente a che vedere – ed è per questo che siedi in quelle poltrone, per Neil ed i suoi ricordi d’infanzia in una piccola cittadina, un buco costruito nel nulla intorno ad una miniera.
Eccolo Neil, piegato sopra le sue corde, che salta, si contorce, e tu senti di conoscerlo bene, perché se mai hai davvero ascoltato Neil Young, allora per te lui è come un fratello. E poi, ad un tratto, mi viene in mente d’una volta, molto molto tempo fa, in cui mi rivolsi a lui, un giorno con più dolore del solito, un giorno in cui intristivo le pagine del mio diario e nemmeno Neil poteva salvarmi, però per lo meno avrebbe potuto capirmi, dannazione, quello lo poteva fare solo lui. E’ un ricordo che sopraggiunge all’improvviso, sorprendendomi. I miei occhi si fissano su questa figura bianca, e sul deserto alle sue spalle. E mi metto a piangere.

Rodolfo Toè

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