Il nuovo libro di Roberto Covaz presentato all’Isontina – Storie e ritratti di sessant’anni di confine

La piccola sala della Biblioteca Isontina è gremita di gente impellicciata e ben profumata: presentano un libro sul confine! Qualche manifesto e un buon passaparola hanno convinto molti goriziani a uscire di casa, per andare a riascoltare qualche aneddoto frontaliero.
Secondo il suo editore, Roberto Covaz affronta ogni pagina con curiosità e umiltà. Il suo libro nasce da una paziente ricerca di soggetti e di situazioni, che l’autore ha trovato nei luoghi più insoliti: nel cimitero di Merna una tomba è stata “profanata” dal confine frettoloso che l’ha tagliata a metà; dal campo dei fratelli Zoff , passato alla Jugoslavia nel ’47, di notte proveniva il rumore degli spari dei graniciari contro chi voleva fuggire in Italia; nel “museo del confine” alla Transalpina, il pezzo forte è la grande stella rossa di lamiera, il simbolo socialista che Tito aveva «sbattuto in faccia ai goriziani» appendendolo alla stazione. È nata così una bella collezione di ritratti lucidi, dipinti lungo la frontiera, che sanno essere impietosi pur senza emettere giudizi. Mi ha colpito molto la vicenda di Rado, strillone del Piccolo accusato di essere un collaborazionista di Tito, uno dei responsabili delle deportazione di centinaia di goriziani morti nelle foibe. A questo proposito, Covaz scrive: «A Gorizia, forse per questo passato di spie, resiste purtroppo ed è diventata un’incrostazione della città la diffidenza verso tutto quello che non è goriziano».

L’incontro scorre via veloce. Paolo Rumiz, giornalista triestino di Repubblica, ripercorre i passaggi più curiosi. Sfoglia le pagine e segue la storia di Roberto – nel libro, Covaz racconta in terza persona alcuni episodi della sua vita –  il protagonista del libro che cresce con il confine e oggi lo ha visto sparire. Tra rievocazioni e aneddoti, “Niente da dichiarare” non dimentica di volgere lo sguardo a presente e futuro di questa terra. Gorizia e Nova Gorica: «perizoma e doppiopetto». Gli sloveni «si sono disfatti dei pesanti paltò dei graniciari e si sono trovati con i perizoma delle ballerine dei casinò». Di là si va in bicicletta. Ci sono giovani disposti a rinunciare a una domenica pomeriggio al mare per tenere aperto il museo del confine e raccontare la storia della loro città anche ai turisti italiani. «Gorizia, invece, li dimostra tutti i suoi anni. Si ostina a considerarsi un aristocratico al quale certi riguardi sono dovuti in onore di quel trapassato remoto che nessuno sa più coniugare, senza accorgersi che intorno a lui il mondo cambia, corre, si adatta».

Quando, comprato il libro, ho letto queste parole, ho ripensato a quel pomeriggio in biblioteca. La gran parte del pubblico era anziano, curioso di riscoprire qualche tratto comune della sua giovinezza. Immagino che abbia provato un po’ di sconforto quando, alla fine dell’incontro, l’attore goriziano Gianfranco Saletta lo ha salutato con queste parole: «Gorizia deve svegliarsi. Uscire dall’isolamento in cui continua a chiudersi, farsi più intraprendente. Comprare “Niente da dichiarare” significa sentire questa necessità. Siete voi giovani la forza che può portare al cambiamento! Voi che dovete arrabbiarvi, rovesciare le scrivanie!». Ma gli unici ragazzi presenti in quella sala piena eravamo noi, cinque o sei studenti del Sid, nessun goriziano.
Ci siamo scambiati un’occhiata perplessa.

Francesco Marchesano

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