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ZIMBABWE, ancora sconosciuti i risultati del voto

Non so figurarmi Nadine Gordimer e kofi Annan, premi Nobel per la Letteratura e per la Pace, seduti in un salotto di Pordenone a parlare del loro continente. Una delle crisi africane più “fresche di stampa” è quella dello Zimbabwe. Mentre scrivo si è aperto a Lusaka il vertice di emergenza della Sadec (Southern African Development Community, riunisce 14 Paesi dell’Africa del Sud) per decidere sulla messa in accusa del padre padrone dell’ex Rodesia del Sud, Robert Mugabe. Il presidente, eroe dell’indipendenza e oggi spietato dittatore, non partecipa all’incontro e prende tempo dopo le elezioni del 29 marzo. Il suo partito – lo Zanu-PF, di ispirazione marxista – leninista – ha certamente perso la maggioranza parlamentare in favore del Movement for Democratic Change fondato nel 1999 da Morgan Tsvangirai. Quest’ultimo, leader dell’opposizione, reclama da giorni di aver ottenuto pure la maggioranza assoluta alle presidenziali; tuttavia i risultati ufficiali non sono ancora stati resi noti dal presidente, che intende indire un ballottaggio sostenendo che nessun candidato abbia ottenuto il 50 per cento delle preferenze.

Mugabe non è riuscito a condizionare il risultato del voto nonostante la minacciosa presenza presso i seggi dei suoi uomini armati e una riforma elettorale che attribuisce un peso maggiore alle circoscrizioni a lui più favorevoli. Il popolo è stanco del dittatore.

Salito al potere nel 1980 appena raggiunta l’indipendenza si era impegnato in un’opera di redistribuzione delle ricchezze perché migliorasse la qualità della vita della popolazione nera, garantendo assistenza sanitaria e scolastica a tutti; si guadagnò rispetto e appoggio internazionali. Il graduale accentramento di poteri, le quotidiane violazioni dei diritti umani e le politiche autoritarie hanno tuttavia portato allo stremo il Paese. L’economia va a rotoli, l’inflazione è al 164 mila per cento, la disoccupazione rasenta l’80 per cento, l’aspettativa di vita è crollata.

Oggi, mentre le manifestazioni di protesta sono state vietate, Tsvangirai intende scendere in piazza. La polizia pattuglia le città, si rischiano repressione e guerra civile.

F. M.

Chi dedica un po’ di tempo alla stampa internazionale, sicuramente ha una idea di come l’Italia ora sarà oggetto di attenzione. Tutti attenti a seguire le ultime affermazioni del premier (e le necessarie smentite).

Ricomincia l’era de “Italia – lo zimbello d’Europa”: una nuova gestione politica all’Italiana.

Andatevi a leggere questo articolo di Peter Popham, inviato dell’Independent a Roma.

http://www.independent.co.uk/news/europe/antiislamic-prankster-set-to-be-berlusconis-deputy-813334.html

A Cracovia non si vota. Qui, non votare è un po’ come farsi beffa della storia: solo sessant’anni fa, il “sistema” si era così ben organizzato che il totale dei voti bianchi o negativi e delle astensioni rappresentava sempre meno del 5%. Ma, questa volta, i cracoviani non eleggono. Leggono e basta. Sfogliano le Mani Sporche (2001-2007 così destra e sinistra si sono mangiate la II Repubblica, Barbacetto, Gomez e Travaglio, edizioni chiarelettere, dicembre 2007). Un malloppo di 930 pagine dettagliate, minuziose e attente per raccontare, fatto per fatto, gli ultimi 7 anni di politica all’italiana. Partendo dal 2001, da ‘Il ritorno del Cavaliere’ con al seguito un cumulo impressionante di carichi pendenti, nonché un intero capitolo di una sentenza denominato ‘I contatti tra Salvatore Riina e gli on.li Dell’Utri e Berlusconi’, quella con cui la Corte d’assise d’appello di Caltanissetta condanna 39 boss di Cosa nostra per la strage di via d’Amelio, l’eccidio che costò la vita a Paolo Borsellino. Mani e conversazioni sporche. A destra e a sinistra. Come quelle delle intercettazioni telefoniche, poco politically correct e molto scurrili, tra il pio Fassino e il falco Consorte, sul tema della scalata “rossa” alla Bnl. Fino ad arrivare, nella seconda parte, al 2006, al ritorno del Professore con le sue ‘promesse da marinaio’, con un illuminante capitolo denominato ‘Clemenza ed Ingiustizia’, dimostratosi, a posteriori, profetico per la caduta del governo sotto i colpi del partito-famiglia accas(t)ato a Ceppaloni.

Il libro è dedicato, tra le altre, alla memoria di Enzo Biagi. In una recente intervista ad Omnibus (del 10 aprile) il Presidente dell’editto bulgaro ha condannato, ancora una volta, l’uso criminoso dell’attività giornalistica fatto oggi da Travaglio e, ieri, da altri (tra cui Santoro e lo stesso Biagi), non scordandosi, subito dopo, di specchiarsi come l’editore più liberale della storia Repubblicana. A Cracovia, all’epoca della cosiddetta “Democrazia Popolare” le principali libertà, di stampa, di riunione e religiosa erano garantite per via costituzionale. Tuttavia nei paesi sovietici tra teoria e prassi, c’era una grande differenza: il Partito. Oggi un altro spettro, quello della censura “democratica”, s’aggira per l’Italia. Per quanto ancora noi italiani ci specchieremo nella nostra immagine di democrazia? Per quanto saremo allodole, popolo della (presunta) libertà?

Davide Lessi

Cari sconfinati, sconfinanti, sconfinantissimi… (meglio fermarsi qui)

il numero di aprile 2008 è stato pubblicato e stampato! E’ disponibile già ovunque!!

Gli argomenti di questo numero sono tantissimi, ecco qui l’indice per una più facile consultazione:

Politica Internazionale: responsabile: Diego Pinna

  • Olimpiadi in Cina (Giovanni Collot)
  • Indice di Sviluppo Umano (Giovanni Armenio)
  • Articolo fulminante (Francesco Marchesano)

Politica Nazionale : responsabile: Davide Caregari

  • Anniversario sequestro Moro (Lisa Cuccato)
  • Anniversario Impastato (Michela Francescutto)
  • Dopo-elettorale (Matteo Lucatello)
  • 2 artt “Papa e La Sapienza” (Athena Tomasini e Francesco Marchesano)
  • Risposta art. aborto (Antonio Del Fiacco)

Politica e Cultura Glocale : Responsabile Marco Brandolin

  • Articolo elezioni regionali (Federico Filipuzzi)
  • Allargamento Polo Goriziano (Marco Brandolin)

Università: responsabile Edoardo Buonerba

  • Fasana – poesia ex collega
  • Art. di “denuncia istituzionale” (Valentina Collazzo)
  • Nota biografica su Fasana di Abenante
  • Intervista al Preside Coccopalmerio (Federica Salvo)
  • Articolo-intervista a Gabassi sull’istituzione del Comitato Scientifico del Polo del Negoziato (Edoardo Buonerba).

Musica: responsabile Isabella Ius

  • Articolo su Allevi (Marta Landoni)
  • The Wombats in concert (Luca Nicolai)
  • Articolo di archivio di Rodo le Parisien

Cinema: responsabili Federico Permutti e Francesco Gallio

  • Il Cacciatore di aquiloni (Elisa Calliari)
  • Tutta la vita davanti (Federico Nastasi)
  • Il Lato grottesco della vita (Francesco Bruno)

Libri : Giulia Cragnolini responsabile ad interim

  • MFE Pougala (Federica Salvo) /
  • Presentazione libro di Sgrena a Gorizia (Valentina Tresoldi)

Stile Libero: responsabile Luca Nicolai

  • Recensione serie TV (Luca Nicolai)/
  • Sistemi di sicurezza aerei (Edoardo Buonerba)
  • Incontro col ministro (ex) Damiano (Federico Vidic)

In questi mesi, mentre nel panorama nazionale si consumava la lotta elettorale tra Silvio Berlusconi e Walter Veltroni per la Presidenza del Consiglio, in Friuli Venezia Giulia assistevamo alla sfida tra il governatore uscente Riccardo Illy e Renzo Tondo che ha visto prevalere quest’ultimo. L’imprenditore triestino a capo della coalizione di centro-sinistra (Pd, IdV, Sinistra Arcobaleno, Slovenska skupnost, Cittadini per il Presidente, partito socialista) e l’albergatore di Tolmezzo sostenuto dello schieramento di centro-destra (PdL, Lega Nord, Unione di Centro, Pensionati ) hanno dato vita ad un’interessantissima sfida per la giuda della regione. Per quello che riguarda i programmi c’è da dire che i due candidati hanno deciso di intraprendere due diverse strade. Gli elettori friulani si sono così trovati di fronte a due proposte molto competitive, che promettevano di mettere mano a questioni delicate ed importanti:

Illy, nel suo programma, affermava la necessità di valorizzare prodotti e servizi per il turismo; salvaguardare le produzioni alimentari; nell’ambito sociale: migliorare la rete ospedaliera regionale, incrementare l’occupazione femminile e sostenere le famiglie che hanno in casa diversamente abili o anziani; produrre energia tratta da fonti rinnovabili, ridurre le emissioni dei gas ad effetto serra; rafforzare il sostegno alla ricerca ed infine, nel campo delle infrastrutture completare la copertura della banda larga e costruire la nuova linea ferroviaria transpadana.

Renzo Tondo puntava sul valore della famiglia; le pari opportunità tra uomo e donna; la sicurezza come diritto inviolabile; la diminuzione delle spese della politica; il miglioramento della collaborazione tra il porto di Trieste e quello di Venezia; l’apertura verso i nuovi paesi emergenti come Serbia, Bulgaria, Kosovo, Albania, Macedonia e Bosnia Erzegovina; la diminuzione dell’Irap alle piccole imprese; la salvaguardia del piccolo commercio che negli ultimi anni era stato messo in disparte per dar spazio ai grandi centri commerciali.

Alla fine, lo scorso weekend, i cittadini friulani e giuliani si sono trovati a decidere e, ribaltando le previsioni della vigilia che vedevano Illy favorito, Renzo tondo è risultato vincitore, distaccando di quasi sette punti il proprio avversario. Una sorpresa? NO! Infatti se controlliamo la lista di Tondo ci accorgiamo che il carnico ha potuto godere non solo dell’ appoggio della lega ma anche di quello dell’UdC. Tale aiuto si è rivelato determinante dal momento che ha portato quei sei punti che costituiscono il divario tra le due coalizioni. Certo è che la campagna elettorale del neo eletto governatore non è stata tra le più brillanti considerato che, al primo contraddittorio con Illy, l’esponente del PdL ha abbandonato dopo pochi minuti lo studio televisivo, rifiutando di avere altri faccia a faccia in assenza di spiegazioni sul bilancio regionale.

Bisogna comunque riconoscere che negli ultimi anni la regione si è trovata ad avere un debito maggiore di quello di Sicilia e Calabria, tristemente note per lo sperpero di denaro pubblico. Inoltre, Tondo ha ricordato come la tanto citata crescita del Pil di 2,53 punti negli ultimi 4 anni sia valsa a ben poco dato che le spese di amministrazione sotto la precedente giunta sono arrivate alla metà del Pil regionale. Un’ altra questione di risalto che ha reso impopolare il precedente governatore è quella delle sue apparizioni troppo sporadiche nelle province di Pordenone e Udine, senz’altro ha pesato molto sull’elettorato portando dei voti importanti allo schieramento di centrodestra.

Possiamo dunque dire che la discutibile campagna elettorale di Tondo non è stata influente sulla decisione dei cittadini, ma piuttosto, alcuni errori commessi dalla precedente amministrazione hanno fatto spostare molti voti facilitando così la vittoria dell’albergatore di Tolmezzo.

Infine va segnalato che l’affluenza alle urne ha registrato una notevole impennata: sui 1.092.901 aventi diritto al voto in Friuli Venezia Giulia i cittadini che sono andati alle urne sono stati 790.492, poco più del 72%, un’affluenza superiore di quasi l’8% dalle scorse elezioni del 2003(64,24%).

Ora al neo-eletto presidente spetterà l’arduo compito di guidare la regione in un periodo in cui l’economia non solo italiana ma anche europea fatica a rialzarsi. Non ci resta che augurare a Renzo Tondo un “buon lavoro!” per questi 5 anni che lo vedranno al timone della regione.

Federico Filipuzzi

La commovente storia di un uomo vittima delle discriminazioni e dell’ignoranza

“The forces that unite us are far greater than the difficulties that divide us at present, and our goal must be the establishment of Africa’s dignity, progress and prosperity” – Dr. Kwame Nkrumah.
Si apre così il bollettino d’informazione del Movimento Federalista Africano, nato sulla scorta del Movimento Federalista Europeo che ha visto la luce nel 1941, anno in cui Altiero Spinelli ha redatto il Manifesto di Ventotene- o Manifesto per un’Europa Libera e Unita-.
Esponente di spicco del Movimento Federalista Africano è Jean-Paul Pougala, originario del Camerun e ora piccolo imprenditore che lavora tra l’Africa, Torino e la Cina. Il suo percorso verso la realizzazione personale e professionale è stato tortuoso, a causa delle sue origini, del colore della sua pelle e della “razza” cui appartiene. Tutte le difficoltà che egli ha incontrato per diventare ciò che è adesso- un uomo che ha vinto- sono perfettamente illustrate nel suo libro “In fuga dalle tenebre” (edito da Einaudi), un titolo emblematico, simbolo di una sofferenza tuttavia non ancora finita. Perché l’autore sta ancora scappando dalle tenebre dell’ignoranza, della discriminazione e della lotta per la realizzazione. Perché la voce dell’Africa non è ancora ascoltata. Perché lo sfruttamento selvaggio del suo continente d’origine è ancora presente. Il libro rappresenta il cammino di Pougala verso la “libertà”. E’ la sua biografia, che parte proprio dai primi anni della sua vita. I primi vent’anni infatti li trascorre in Africa, in una piccola comunità patriarcale, poco sviluppata culturalmente, politicamente ed economicamente. Sono anni difficili, caratterizzati da violenze e sofferenze di ogni sorta e, soprattutto dalla presenza del padre rigido che ha sempre frenato la voglia d’indipendenza e di libertà di Jean-Paul. La situazione si evolve negli anni Ottanta, quando Pougala lascia l’Africa per recarsi in Italia, dove studia Economia e Commercio a Perugia. Il soggiorno non è dei migliori, ma l’autore riesce a laurearsi brillantemente. All’interno della sua facoltà, era considerato un genio, ma lui, modestamente, non si reputa tale. Se brillava era perchè molti lo giudicavano inferiore, e quando ti trovi in condizione d’inferiorità, quest’ultima diventa lo sprone per dare il massimo. I suoi sforzi sono stati ricompensati e adesso ha un lavoro che lo soddisfa e lo gratifica, sebbene le discriminazioni non sono ancora finite.
Questo libro, comunque, oltre a voler essere una biografia, è anche un messaggio che Pougala sta mandando all’Europa, affinchè questa adotti delle misure più efficaci riguardo al continente africano, troppo spesso abbandonato e vittima dell’indifferenza delle “grandi potenze”.

Federica Salvo

Lunedì 17 marzo si è spento, a Milano, il professor Enrico Fasana, Ordinario di Storia e istituzioni dei paesi afro-asiatici presso la nostra Facoltà.
Nato a Robecco sul Naviglio il 28 agosto del 1940, Enrico Fasana si era formato all’Università Cattolica del Sacro Cuore  di Milano, laureandosi nell’anno accademico 1964-65 in Scienze Politiche, con una tesi sul problema tribale in India, sotto la guida del professor Luigi Prosdoscimi, già titolare degli insegnamenti di Storia della Chiesa e di Storia della colonizzazione e della decolonizzazione.
Successivamente, il professor Fasana ha conseguito un MA all’Università di Chicago nel 1970, e ha frequentato, nel 1974,  i corsi di dottorato all’Università dell’Arizona a Tucson. Negli stessi anni ha intrapreso la carriera accademica alla Cattolica di Milano, prima quale assistente volontario, presso la stessa Facoltà di Scienze Politiche, quindi come assistente ordinario dal 1973.

L’interesse scientifico di Enrico Fasana per la storia e la società del subcontinente indiano, come si è visto, deriva dal contatto con l’insegnamento del professor Prosdocimi. Dunque la sua matrice si distingueva da quella dell’indologia pura, per avvicinarsi agli studi storico-religiosi. Al contempo, il suo approccio si teneva distante da un’interpretazione storica incentrata sulle relazioni di potere, mostrando invece una predilezione per lo studio delle istituzioni sociali e religiose.ì
Non vi è dubbio che la sua personale fede religiosa abbia avuto un peso rilevante nel formarne l’approccio di studioso. Il suo interesse originario per la storia della Chiesa, infatti, lo ha spinto, sin dall’inizio, a esplorare le radici del sacro nella cultura indiana, sottolineando il significato religioso delle istituzioni sociali che erano oggetto della sua ricerca. A tal proposito, Enrico ebbe spesso a confessare che, proprio in ragione della percezione di una costante presenza del sacro, egli si era diretto verso lo studio delle società afro-asiatiche, e dell’India in particolare, in cui tale dimensione continua ad avere un peso rilevante.
Da questo punto di vista, l’esperienza negli Stati Uniti ha avuto un’importanza centrale. Nel suo soggiorno a Chicago, infatti, Enrico Fasana è entrato in contatto con idee e concetti che avrebbero caratterizzato la sua interpretazione. In particolare, fu influenzato dell’antropologo Louis Dumont, autore del volume “Homo hierarchicus” che rivoluzionò l’interpretazione europea del sistema castale. È alla teoria dumontiana della casta e, più in generale, all’idea dell’antinomia tra l'”individualismo occidentale” e la “società tradizionale” indiana, che Enrico Fasana si è ispirato profondamente. Nella società indiana, infatti, Enrico intravedeva un modello che, nella sua visione, poteva costituire una chiave di lettura per una più generale analisi del passaggio dalla tradizione alla modernità.

Dopo il ritorno in Italia, verso la metà degli anni Settanta, Enrico Fasana ha proseguito nella carriera accademica, divenendo Professore Incaricato di Storia Moderna e Contemporanea del Subcontinente Indiano presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli, dal 1974 al 1979. Quindi, dall’anno accademico 1979-80,  è stato Professore Incaricato di Storia e Istituzioni dell’Asia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Trieste. Dal 1991-92 è stato Professore Straordinario della stessa disciplina, prima chiamato all’Istituto Universitario Orientale e poi a Trieste. Infine, dal 1995-96, Professore Ordinario della stessa materia a Gorizia, con supplenza a Trieste, presso la Facoltà di Scienze Politiche. Dal 1992 fino al ‘97, nella sede di Gorizia, ha tenuto per affidamento l’insegnamento di Storia e Istituzioni del Mondo Arabo.
La ricerca di Enrico Fasana si è sviluppata in diverse direzioni. Tuttavia si può affermare che il suo contributo più fecondo riguardi la storia sociale dell’India centro-settentrionale – in particolar modo la regione del Maharashtra, della quale ha sviluppato una conoscenza specialistica riconosciuta a livello internazionale. Da questo filone di indagine sono maturati alcuni tra i suoi saggi più rilevanti, tra cui “Samarth Ramdas e il dharma” e quelli sui principati indiani in epoca coloniale. Nella sua visione, Enrico Fasana era indubbiamente influenzato dalla concezione gandhiana, che considerava con particolare attenzione il mondo dei principati indiani – definito, dallo stesso Mahatma, “Indian India” – rifiutando l’ostilità del movimento nazionalista indiano verso quelle dinastie.

Alla figura del Mahatma Gandhi, Enrico Fasana ha dedicato una parte importante della propria ricerca, approfondendone il profilo morale e religioso, e rifiutando un’interpretazione – di derivazione anglosassone – che ne enfatizzava gli aspetti in prevalenza politici.

L’interesse scientifico che il professor Fasana aveva sviluppato verso l'”invenzione della tradizione” lo portava altresì ad approfondire il fenomeno della rivisitazione riformista e, in seguito, nazionalista, delle istituzioni castali e religiose. Da ciò derivarono alcuni dei suoi studi più originali, quali quelli dedicati al pensatore nazionalista V. D. Savarkar, e quelli sui rapporti tra Risorgimento e nazionalismo indiano. Nello stesso ambito di ricerca, Enrico Fasana sviluppò altresì una linea d’indagine che identificava nella cultura coloniale la matrice di un’invenzione del concetto stesso di casta. Avvicinandosi in tal modo all’idea dello “Stato etnografico” – sviluppata da autori quali Nicholas Dirks e Bernard Cohn – Enrico Fasana ha evidenziato il potere di trasformazione delle istituzioni coloniali, in particolar modo l’effetto divisivo dei Censimenti.

Tra le sue pubblicazioni più significative ricordiamo:
– Introduzione. In E. Fasana (a cura di), Le Confraternite cristiane e musulmane: storia, devozione, politica. Quaderni storici della Facoltà di scienze politiche dell’Università degli Studi di Trieste, 2, pp. 9-31,2001.
– Gandhi e Vinoba. Atti del Convegno dell’ASSEFA Italia, Genova, 17-18 Marzo 2000, pp. 13-23.

– Deshabhakta: the leaders of the Italian independence movement in the eyes of Marathi nationalists. In N. K. Wagle (a cura di), Writers, Editors and Reformers, Manohar, Delhi, 1999, pp. 42-63.
– Luigi Pio Tessitori: his historical research and the Rajasthan of his time. Tessitori and Rajasthan. Proceedings of the International Conference. Bikaner, 21-23 February 1996 (eds. D. Dolcini & F. Freschi) Società Indologica “Luigi Pio Tessitori”, 1999, 129-64.

– Samarth Ramdas e il Dharma : un ‘santo’ indiano nella vita, nella storia e nell’immagine, in AA.VV., “La realizzazione spirituale nell’uomo”, Istituto di propaganda libraria, Milano, 1987, pp.75-122.

Diego Abenante, 14 aprile 2008

Il 9 maggio prossimo (dichiarato ufficialmente come “Giorno della Memoria” il 4 maggio 2007) si celebrano, purtroppo, i 30 anni dell’assassinio di Aldo Moro, avvenuto ad opera delle Brigate Rosse dopo 55 giorni di prigionia. Il 16 marzo del 1978 infatti il massacro della scorta diede inizio al sequestro che fini’ poi in tragedia: cio’ avveniva in un clima di tensione politica altissimo nonostante i numerosi ma inutili tentativi di appianare la situazione. E’ un periodo buio della storia italiana e che prorpio per questo viene ricordato con celebrazioni ufficiali e non. D’altra parte la politica ha sempre avuto le sue vittime, indipendentemente dall’appartenenza ad una o ad un’altra corrente.  L’omicidio di dicembre scorso di Benhazir Bhutto, sopravvissuta precedentemente a numerosi attentati, e’ solo l’ultimo di una lunga catena nella storia. Il suo partito di stampo populista voleva tentare di creare una “democrazia islamica”, un concetto del tutto nuovo sia per il Pakistan, che vive sotto una dittatura militare, ma anche per gran parte del mondo. Se l’attentato sia stato opera di Al Qaeda o del governo del generale Musharraf, probabilmente non si saprà mai, ma ormai ha poca importanza. Resta il fatto che per l’ennesima volta un personaggio politico è stato stroncato per le sue idee. Per quanto mi riguarda, la paura del cambiamento e la volonta’ di eliminare persone scomode stanno alla base di  cosiddetti omicidi politici, e gli avvenimenti del secolo scorso ne sono la prova. A mio parere, nell’età contemporanea l’omicidio che ha suscitato piu’ scalpore e sdegno può essere considerato quello di Mahatma Gandhi, anche se egli stesso teneva sempre a precisare che la politica non era parte della sua persona. Ma il 30 gennaio 1948 Nathiram Vinayak Goodse lo uccise con tre colpi di pistola: Gandhi avrebbe infatti tradito la causa indù e favorito il Pakistan. “Se qualcuno mi uccidesse e io morissi con una preghiera per il mio assassino sulle labbra, allora soltanto si potrebbe dire che ho posseduto la non-violenza del coraggio” aveva detto Gandhi qualche mese prima di morire e così accadde: paradossalmente il profeta della non violenza fu ucciso proprio da essa invocando il nome di Dio. Come d’altra parte, anche se in anni ed in un contesto completamente diverso, avvenne per Martin Luther King, il più giovane vincitore del Premio Nobel alla Pace, anch’egli spesso riconosciuto quale divulgatore della non violenza. “Ho un sogno, che un giorno i discendenti degli schiavi e dei proprietari di schiavi si siederanno assieme davanti al tavolo della fratellanza […], che il Mississippi sia trasformato in un’oasi di libertà e di giustizia, […] che un giorno i miei figli potranno vivere in una nazione in cui non saranno giudicati in base al colore della pelle ma in base al loro carattere […]” queste le sue parole, pronunciate il 28 agosto del 1963 davanti al Lincoln Memorial di Washington dopo una marcia di protesta per i diritti civili. Più volte incarcerato e nel mirino dell’FBI per i presunti legami con il Partito Comunista degli Stati Uniti, King fu assassinato il 4 aprile 1968 prima dell’ennesima marcia da James Earl Ray: egli dichiarò di aver agito da solo senza uno scopo preciso, ma c’e sempre stato il sospetto (per alcuni la certezza) che dietro a tutto ci fosse un piano del governo statunitense. Quarantasei morti furono il risultato degli scontri che avvennero all’indomani della scomparsa dell’attivista politico. Cosa dire infine dell’assassinio di Yitschak Rabin? Egli non si può ovviamente annoverare tra i fautori della non violenza o del pacifismo: in effetti, fu tra i fondatori dei Palmach (acronimo di Pelugot Machaz, vale a dire “squadre d’assalto”), base per la costituzione dell’esercito dello Stato d’Israele, e in qualità di comandante militò nell’esercito fino al 1968. Tuttavia, proprio per le sue successive azioni politiche, nel 1994 gli fu attribuito il Premo Nobel alla Pace (congiuntamente ad  Arafat e  Peres ) dopo la sigla degli Accordi di Oslo del 1993, in cui si stabiliva il riconoscimento reciproco tra OLP e Stato d’Israele ed il ritiro da Gaza e Gerico. Proprio tale situazione provocò il risentimento di molti coloni: uno di loro, Ygal Amir, uccise Rabin il 4 novembre 1995. Non dunque un musulmano fu l’autore dell’attentato, bensì un ebreo di stampo estremista che non riconosceva la validità degli Accordi e che riapriva la frattura sia all’interno della società israeliana che con la parte palestinese. In tutti i casi citati, compreso quindi quello relativo a Moro, alla fine lo scopo è stato raggiunto: creare un clima di tensione ed incertezza.In molti casi semplicemente si cerca un capro espiatorio con la sparizione del quale si pensa che i problemi vengano risolti, anche se spesso il risultato è solo un inasprimento delle proprie convinzioni e posizioni. E questo purtroppo non cambierà mai.

Lisa Cuccato

La vita di una supporting band dev’essere dura. Significa salire sul palco ogni sera sapendo che la gente che hai davanti non vuole altro che tu ti levi di torno per poter sentire il gruppo vero, quelli sulla locandina, quelli bravi. Molte supporting band reagiscono chiudendosi nel loro piccolo mondo, inchinandosi e ringraziando un immaginaria platea plaudente, ma gli Orange no. Pur con tutti i loro difetti questi due poveracci (batterista e chitarra cantante) paiono aver raggiunto un buon equilibrio tra la consapevolezza di non essere desiderati e la determinazione a farsi conoscere. Una delle loro canzoni è anche quasi orecchiabile, ma non importa. Noi siamo qui per gli Wombats, tre mezzi cessi di Liverpool che fanno un indie-rock brioso, ironico, a volte ripetitivo e un po’ tonto, e che hanno un dono per caricare il pubblico. Dalla prima canzone, Lost in the Post, il tizio davanti a me inizia a contorcersi come una lontra in calore, e dopo meno di un minuto mi trovo a saltare come un cretino urlando i ritornelli e pogando. Le cose si fanno violente sotto il palco, perdo di vista gli amici e mi scopro pallina in un flipper umano, mentre la frenesia raggiunge il suo apice con Kill the Director, “another song about a gender I’ll never understand”, un’altra canzone su un sesso che non capirò mai, le donne. E non fatico a crederlo: il cantante, mai stato bello, è pesantemente ingrassato dall’ultima volta che l’ho visto. Mi arriva una gomitata in faccia, e cado su una ragazza col nasone. Non mi divertivo tanto da mesi! Mi rialzo pronto a rituffarmi nella mischia, ma grazie al cielo parte Patricia the Stripper, tragicomica serenata, e pezzo più lento dell’album. Per tre minuti l’intero locale si ferma, tira il fiato e conta i lividi, prima dell’ultima carica. Alle prime note di Let’s Dance to Joy Division l’adrenalina esplode vengo lanciato di peso al centro del pogo. Spingo, salto, urlo canto e sgomito, mentre il cantante sembra godersela da matti. Sbilanciato, mi afferro alla felpa di qualcuno e faccio perno, finendo di faccia contro un pilastro. “Everything is going wrong but we’re so happy…” tutto sta andando male ma siamo così felici… Mi rialzo, e trascino il mio amico verso il banco. Siamo ammaccati e fradici di sudore. C’è ancora una canzone, lo sappiamo per certo, dato che gli Wombats sono al primo disco (A Guide to Love, Loss and Desperation), e tutte le altre le hanno già fatte. Ma non ce la sentiamo di tornare nella bolgia. Una sigaretta fuori, qualcosa da bere e qualche pigro apprezzamento sulle ragazze intorno a noi è tutto quello che riusciamo a mettere insieme prima di tornare a casa, profondamente soddisfatti.

Luca Nicolai

In un suo illuminante discorso al Collège de France,  Sartre analizzò il concetto di potere giungendo  alla conclusione che il potere è un discorso. Il potere può essere definito come ” far fare qualcosa a qualcuno che normalmente non farebbe”, definizione molto in voga tra sociologi e politologi. Da questa definizione si evince un grado “cooptativo” del potere, ovvero un certo grado di persuasione dell’uditore il quale tenderà a credere o a contestare, le parole dell’interlocutore. A questo punto si determinerebbe una situazione per la quale l’oratore dice una tal cosa (chiamiamola x), l’uditore pensa che x sia vera, falsa o verosimile. In quel momento l’uditore prenderà in considerazione solo le tre opzioni di cui sopra, ovvero che x sia vera, falsa o verosimile tralasciando l’ipotesi che magari x non esista. Mentre la mente dell’uditore è fossilizzata su questo dubbio amletico, un altro oratore gli apporta delle dimostrazioni per la non esistenza di x (non-x), e così via sino all’infinito. Morale della favola, l’uditore non prenderà mai in considerazione l’esistenza di altre variabili, dando x per scontato. Esempio pratico può essere dato dall’uovo di Colombo, oppure dai cigni di Popper (un nome, un perché), e per essere ancora più pragmatici pensiamo alle carte geografiche; chi l’ha mai detto che l’Europa deve essere in alto e al centro?

Da ciò si deduce che se non abbiamo alternative è perché non siamo stati abituati a vederle, d’altro canto se non abbiamo alternative si può pensare che non esistano.

Altro punto focale di questo articolo è il concetto di verità o meglio, parafrasando Cox, dell’utilità della verità, poiché la verità è funzionale a qualcosa o qualcuno. Unendo i discorsi fin qui fatti la verità è funzionale a chi ha “il” potere. Spiegando meglio, nel momento in cui si fa credere a qualcuno qualcosa, esso rimane imbrigliato in questa “sovrastruttura”, credendo che sia l’unica possibile (quella vera).

Dopo questa doverosa premessa, prendiamo in considerazione il mito dello “sviluppo economico”.

Quando si parla di “sviluppo” o “crescita” economica si pensa alla quantità di industrie, ed alle relativa produzione di un determinato paese. In un certo senso i due termini sopra citati prendono le mosse da quello più generico di’”industrializzazione” e ciò porta alla logica conseguenza che per calcolare la crescita o lo sviluppo di un paese, dobbiamo vedere quanto producono le sue industrie. L’indicatore usato dagli economisti per determinare il prodotto di una nazione è il PIL; ed è questo (o meglio la sua comparazione) che viene usato per calcolare lo sviluppo (la comparazione nello stesso periodo dei PIL di diversi paesi) e la crescita (la comparazione dei PIL di periodi diversi dello stesso paese). Ma addentriamoci nei tecnicismi. Il PIL (prodotto interno lordo) è il valore complessivo dei beni e servizi finali prodotti da un paese, in un determinato periodo di tempo al lordo degli “ammortamenti”. Negli anni ‘70 però, con l’aiuto dei sociologi sviluppisti, si è iniziato a mettere in discussione la valenza formale del PIL. Esattamente l’uguaglianza sviluppo = industrializzazione, iniziò a perdere di significato, considerando anche quanto accade nelle ex-colonie e le varie crisi petrolifere. Sembrava che l’era dell’abbondanza fosse finita e dunque si passò dalla preoccupazione della crescita intensa alla ricerca di un percorso di sviluppo che potesse quanto meno preservare nel tempo il livello di benessere acquisito.  Il PIL non era più così utile come indicatore e si passo al MEW di Nordhaus e Tobin (Premio Nobel per l’economia nel 1981). Tale indicatore è uguale al PIL meno le giacenze di mercato e spese negative. In altre parole il MEW è calcolato sottraendo al PIL tutto ciò che non poteva essere considerato consumo corrente: il deprezzamento dei beni capitali, gli investimenti e le cosiddette spese non discrezionali (il costo di spostamento verso il lavoro e i costi che si devono sostenere per vivere nelle grandi città). Altri indicatori si sono susseguiti (è il caso di ricordare persino l’Indice di Felicità) promossi da università, studiosi, capi di stato (l’indice appena citato è stato promosso dal Dalai Lama) e persino dalla Comunità Europea. Inutile dire che questi indicatori partivano sempre dal medesimo presupposto, ovvero che c’era sviluppo se  “giravano soldi”. Tutto ciò è andato in frantumi con la comparsa di un economista indiano, Amartya Kumar Sen (Premio Nobel per l‘economia nel 1998), il quale, tornando alle origini, ha dimostrato come efficienza ed equità (i due parametri di cui l’economia si occupa) non fossero considerati congiuntamente dagli indicatori. Egli sosteneva che gli indicatori usati, davano peso esclusivo all’efficienza economica, e non all’equità. In altre parole Sen propone di studiare la povertà, la qualità della vita e l’uguaglianza non solo attraverso i tradizionali indicatori di disponibilità di beni materiali, ma anche attraverso delle esperienze “positive”. Il merito di Sen è dunque quello di aver portato il concetto di sviluppo dalla vecchia concezione di accumulazione (chi produce di più sta meglio), ad una nuova centrata sulla qualità della vita. Il nuovo indicatore, proposto dallo stesso Sen  è l’ISU (Indice di Sviluppo Umano o Human Development Index) ed esso è composto da tre indicatori principali: il PIL (è innegabile che se i soldi non fanno la felicità, figuriamoci la miseria), l’aspettativa di vita, ed il grado di istruzione. Il suddetto indice, è usato sin dal 1993 dalle Nazioni Unite e in un recente discorso

persino Nicolas Sarkozy, ha dichiarato di voler incaricare Sen e Stiglitz (altro Nobel) di trovare degli indicatori ancora più precisi dell’ISU per avere una migliore immagine della situazione economica reale della Francia.

In conclusione possiamo dire che l’ISU cambia il punto di vista con il quale l’economia vede la realtà, e fino a quando non verremo a conoscenza di altri punti di vista in tutti i campi delle scienze sociali, continueremo ad essere convinti che quello che vediamo sia l’unico punto di vista possibile. Un altro mondo è possibile solo se lo si pensa.

Giovanni Armenio

PECHINO, LE OLIMPIADI E L’OCCIDENTE: BOICOTTAGGIO SÍ, BOICOTTAGGIO NO?

Si rimane sempre sorpresi e divertiti dai paradossi della vita: ad esempio, quando un uomo di 71 anni, candidato alle elezioni per la quinta volta di seguito, dice che il suo avversario, che di anni ne ha 52, rappresenta il vecchio della politica italiana. O, ancora meglio, quando, a pochi giorni dalla repressione sanguinaria di una rivolta in Tibet sotto gli occhi del mondo, il rappresentante del governo cinese si presenta agli stessi occhi auspicando uno sviluppo della pace e della fratellanza. Certo, l’occasione era speciale: l’accensione della fiaccola olimpica. E un po’ di retorica, in tali occasioni, serve sempre. Ma l’impressione di un paradosso rimane. O, forse, di una faccia tosta ai limiti dell’accettabile. Forse è per questo genere di episodi che, quest’anno, le Olimpiadi hanno perso buona parte del loro fascino, della loro epicità. Sia chiaro: non che io sia un romanticone, convinto del fatto  che esse siano mai state qualcosa di diverso da uno spettacolo teatrale multimilionario. Ma le Olimpiadi hanno sempre avuto un certo richiamo, una certa simbologia che le rendeva speciali; attorno alla fiaccola si riunivano molte speranze, molti messaggi di fratellanza. Tutto questo, visti gli eventi del Tibet e molti altri comportamenti che hanno calpestato questa simbologia da parte della città che dovrebbe essere “luce del mondo” quest’estate, è stato spazzato via; e, tolta la maschera, è rimasto solo il grigio sfondo: uno sfondo fatto di interessi, di geopolitica, di economia. Per questo io personalmente non ho visto come un attentato alla sacralità dell’evento le varie manifestazioni di protesta che da Olimpia hanno seguito giorno per giorno la fiaccola. Se il sacro non c’è più, grazie proprio a quelli che ne dovrebbero essere promotori, non vedo perché dovrebbe essere trattato come tale.

Detto ciò, va aggiunto che le contestazioni , per quanto legittime, sbagliano oggetto. La fiaccola in sé è neutra; anzi, per i più nostalgici, è anche portatrice di quei valori che ricordavo prima. Capisco però che il suo passaggio offra una grande visibilità a chi si oppone alla “desacralizzazione”. O, in altri termini, all’atteggiamento autoritario e intollerante della Cina. E proprio a questo riguardo è nato un dibattito in questi giorni, soprattutto dopo gli eventi del Tibet: boicottare o non boicottare le Olimpiadi? Il problema, visto dal punto di vista dei vari governi, è spinoso; essi hanno le mani legate dal fatto che la Cina è un partner fondamentale per l’Occidente, dal punto di vista economico e politico. Chiaro dunque che molti governanti occidentali chinino la testa di fronte al gigante. Molti, non tutti: Sarkozy ha proposto il boicottaggio, Brown, dopo un’ iniziale partecipazione, ha fatto marcia indietro e ha detto che non sarà presente alla cerimonia di apertura. L’Europa, nonostante tutto, si sta svegliando: l’intenzione del presidente francese è quella di partecipare solo se ci sarà un dialogo di Pechino con il Dalai Lama. Novità di queste ultime ore è che anche il Congresso Americano, in occasione della visita negli Usa del Dalai Lama, ha votato una risoluzione che condanna la repressione cinese e invita, anch’esso, al dialogo. Questo è quanto può fare la diplomazia occidentale; ma è giusto non essere acquiescenti di fronte a tutto, e imporre almeno il dialogo a Pechino, se vogliamo che la Cina non diventi veramente l’unica potenza, se vogliamo ancora avere qualcosa da dire.

Per i privati, e per gli atleti in particolare, la scelta è più facile. Si tratta di un fatto personale; ma per quanto mi riguarda, penso che sia un errore da parte dei vari comitati olimpici nazionali non presentare i propri atleti alla manifestazione. Questo perché, oltre al fatto che sarebbe l’unica possibilità ancora rimasta per le Olimpiadi di essere comunque, almeno per qualche aspetto, una festa di sport, c’è anche un’altra questione, più inerente a quanto detto finora: non partecipare non porterebbe nessun vantaggio alla protesta. Anzi, al governo cinese tale situazione potrebbe  far piacere: avrebbe meno gatte da pelare, senza atleti che manifestino davanti a miliardi di spettatori. E questo è proprio quello che, secondo me, andrebbe fatto: occorre che coloro che parteciperanno rappresentando i Paesi occidentali protestino; occorre che ogni sportivo europeo o americano che dovesse salire sul podio innalzi uno striscione, una bandiera, a favore del Tibet o, più in generale, contro la repressione cinese. Bisogna sfruttare la grande vetrina offerta dalle Olimpiadi, tenendo conto anche del fatto che la Cina non potrà censurare TUTTE le immagini della gare; così, la protesta sarà veramente visibile, e coglierà più nel segno di quanto non faccia ora con la fiaccola olimpica. In questo modo, la sacralità potrà venire in parte ritrovata; le Olimpiadi riacquisteranno il loro messaggio di fratellanza se, e solo se, ci sarà un’affermazione da parte degli alfieri di quel messaggio in tale occasione, gli atleti. Se nessuno di loro farà sentire la propria voce, queste Olimpiadi saranno state un fallimento, e noi Occidentali non potremo più esigere di essere visti come “difensori della libertà”. Certi titoli vanno meritati e conquistati sulla pista, non derivano per nascita. E’ una semplice regola democratica.

Giovanni Collot

PECHINO, LE OLIMPIADI E L’OCCIDENTE: BOICOTTAGGIO SÍ, BOICOTTAGGIO NO?

Si rimane sempre sorpresi e divertiti dai paradossi della vita: ad esempio, quando un uomo di 71 anni, candidato alle elezioni per la quinta volta di seguito, dice che il suo avversario, che di anni ne ha 52, rappresenta il vecchio della politica italiana. O, ancora meglio, quando, a pochi giorni dalla repressione sanguinaria di una rivolta in Tibet sotto gli occhi del mondo, il rappresentante del governo cinese si presenta agli stessi occhi auspicando uno sviluppo della pace e della fratellanza. Certo, l’occasione era speciale: l’accensione della fiaccola olimpica. E un po’ di retorica, in tali occasioni, serve sempre. Ma l’impressione di un paradosso rimane. O, forse, di una faccia tosta ai limiti dell’accettabile. Forse è per questo genere di episodi che, quest’anno, le Olimpiadi hanno perso buona parte del loro fascino, della loro epicità. Sia chiaro: non che io sia un romanticone, convinto del fatto  che esse siano mai state qualcosa di diverso da uno spettacolo teatrale multimilionario. Ma le Olimpiadi hanno sempre avuto un certo richiamo, una certa simbologia che le rendeva speciali; attorno alla fiaccola si riunivano molte speranze, molti messaggi di fratellanza. Tutto questo, visti gli eventi del Tibet e molti altri comportamenti che hanno calpestato questa simbologia da parte della città che dovrebbe essere “luce del mondo” quest’estate, è stato spazzato via; e, tolta la maschera, è rimasto solo il grigio sfondo: uno sfondo fatto di interessi, di geopolitica, di economia. Per questo io personalmente non ho visto come un attentato alla sacralità dell’evento le varie manifestazioni di protesta che da Olimpia hanno seguito giorno per giorno la fiaccola. Se il sacro non c’è più, grazie proprio a quelli che ne dovrebbero essere promotori, non vedo perché dovrebbe essere trattato come tale.

Detto ciò, va aggiunto che le contestazioni , per quanto legittime, sbagliano oggetto. La fiaccola in sé è neutra; anzi, per i più nostalgici, è anche portatrice di quei valori che ricordavo prima. Capisco però che il suo passaggio offra una grande visibilità a chi si oppone alla “desacralizzazione”. O, in altri termini, all’atteggiamento autoritario e intollerante della Cina. E proprio a questo riguardo è nato un dibattito in questi giorni, soprattutto dopo gli eventi del Tibet: boicottare o non boicottare le Olimpiadi? Il problema, visto dal punto di vista dei vari governi, è spinoso; essi hanno le mani legate dal fatto che la Cina è un partner fondamentale per l’Occidente, dal punto di vista economico e politico. Chiaro dunque che molti governanti occidentali chinino la testa di fronte al gigante. Molti, non tutti: Sarkozy ha proposto il boicottaggio, Brown, dopo un’ iniziale partecipazione, ha fatto marcia indietro e ha detto che non sarà presente alla cerimonia di apertura. L’Europa, nonostante tutto, si sta svegliando: l’intenzione del presidente francese è quella di partecipare solo se ci sarà un dialogo di Pechino con il Dalai Lama. Novità di queste ultime ore è che anche il Congresso Americano, in occasione della visita negli Usa del Dalai Lama, ha votato una risoluzione che condanna la repressione cinese e invita, anch’esso, al dialogo. Questo è quanto può fare la diplomazia occidentale; ma è giusto non essere acquiescenti di fronte a tutto, e imporre almeno il dialogo a Pechino, se vogliamo che la Cina non diventi veramente l’unica potenza, se vogliamo ancora avere qualcosa da dire.

Per i privati, e per gli atleti in particolare, la scelta è più facile. Si tratta di un fatto personale; ma per quanto mi riguarda, penso che sia un errore da parte dei vari comitati olimpici nazionali non presentare i propri atleti alla manifestazione. Questo perché, oltre al fatto che sarebbe l’unica possibilità ancora rimasta per le Olimpiadi di essere comunque, almeno per qualche aspetto, una festa di sport, c’è anche un’altra questione, più inerente a quanto detto finora: non partecipare non porterebbe nessun vantaggio alla protesta. Anzi, al governo cinese tale situazione potrebbe  far piacere: avrebbe meno gatte da pelare, senza atleti che manifestino davanti a miliardi di spettatori. E questo è proprio quello che, secondo me, andrebbe fatto: occorre che coloro che parteciperanno rappresentando i Paesi occidentali protestino; occorre che ogni sportivo europeo o americano che dovesse salire sul podio innalzi uno striscione, una bandiera, a favore del Tibet o, più in generale, contro la repressione cinese. Bisogna sfruttare la grande vetrina offerta dalle Olimpiadi, tenendo conto anche del fatto che la Cina non potrà censurare TUTTE le immagini della gare; così, la protesta sarà veramente visibile, e coglierà più nel segno di quanto non faccia ora con la fiaccola olimpica. In questo modo, la sacralità potrà venire in parte ritrovata; le Olimpiadi riacquisteranno il loro messaggio di fratellanza se, e solo se, ci sarà un’affermazione da parte degli alfieri di quel messaggio in tale occasione, gli atleti. Se nessuno di loro farà sentire la propria voce, queste Olimpiadi saranno state un fallimento, e noi Occidentali non potremo più esigere di essere visti come “difensori della libertà”. Certi titoli vanno meritati e conquistati sulla pista, non derivano per nascita. E’ una semplice regola democratica.

Giovanni Collot

PECHINO, LE OLIMPIADI E L’OCCIDENTE: BOICOTTAGGIO SÍ, BOICOTTAGGIO NO?

Si rimane sempre sorpresi e divertiti dai paradossi della vita: ad esempio, quando un uomo di 71 anni, candidato alle elezioni per la quinta volta di seguito, dice che il suo avversario, che di anni ne ha 52, rappresenta il vecchio della politica italiana. O, ancora meglio, quando, a pochi giorni dalla repressione sanguinaria di una rivolta in Tibet sotto gli occhi del mondo, il rappresentante del governo cinese si presenta agli stessi occhi auspicando uno sviluppo della pace e della fratellanza. Certo, l’occasione era speciale: l’accensione della fiaccola olimpica. E un po’ di retorica, in tali occasioni, serve sempre. Ma l’impressione di un paradosso rimane. O, forse, di una faccia tosta ai limiti dell’accettabile. Forse è per questo genere di episodi che, quest’anno, le Olimpiadi hanno perso buona parte del loro fascino, della loro epicità. Sia chiaro: non che io sia un romanticone, convinto del fatto  che esse siano mai state qualcosa di diverso da uno spettacolo teatrale multimilionario. Ma le Olimpiadi hanno sempre avuto un certo richiamo, una certa simbologia che le rendeva speciali; attorno alla fiaccola si riunivano molte speranze, molti messaggi di fratellanza. Tutto questo, visti gli eventi del Tibet e molti altri comportamenti che hanno calpestato questa simbologia da parte della città che dovrebbe essere “luce del mondo” quest’estate, è stato spazzato via; e, tolta la maschera, è rimasto solo il grigio sfondo: uno sfondo fatto di interessi, di geopolitica, di economia. Per questo io personalmente non ho visto come un attentato alla sacralità dell’evento le varie manifestazioni di protesta che da Olimpia hanno seguito giorno per giorno la fiaccola. Se il sacro non c’è più, grazie proprio a quelli che ne dovrebbero essere promotori, non vedo perché dovrebbe essere trattato come tale.

Detto ciò, va aggiunto che le contestazioni , per quanto legittime, sbagliano oggetto. La fiaccola in sé è neutra; anzi, per i più nostalgici, è anche portatrice di quei valori che ricordavo prima. Capisco però che il suo passaggio offra una grande visibilità a chi si oppone alla “desacralizzazione”. O, in altri termini, all’atteggiamento autoritario e intollerante della Cina. E proprio a questo riguardo è nato un dibattito in questi giorni, soprattutto dopo gli eventi del Tibet: boicottare o non boicottare le Olimpiadi? Il problema, visto dal punto di vista dei vari governi, è spinoso; essi hanno le mani legate dal fatto che la Cina è un partner fondamentale per l’Occidente, dal punto di vista economico e politico. Chiaro dunque che molti governanti occidentali chinino la testa di fronte al gigante. Molti, non tutti: Sarkozy ha proposto il boicottaggio, Brown, dopo un’ iniziale partecipazione, ha fatto marcia indietro e ha detto che non sarà presente alla cerimonia di apertura. L’Europa, nonostante tutto, si sta svegliando: l’intenzione del presidente francese è quella di partecipare solo se ci sarà un dialogo di Pechino con il Dalai Lama. Novità di queste ultime ore è che anche il Congresso Americano, in occasione della visita negli Usa del Dalai Lama, ha votato una risoluzione che condanna la repressione cinese e invita, anch’esso, al dialogo. Questo è quanto può fare la diplomazia occidentale; ma è giusto non essere acquiescenti di fronte a tutto, e imporre almeno il dialogo a Pechino, se vogliamo che la Cina non diventi veramente l’unica potenza, se vogliamo ancora avere qualcosa da dire.

Per i privati, e per gli atleti in particolare, la scelta è più facile. Si tratta di un fatto personale; ma per quanto mi riguarda, penso che sia un errore da parte dei vari comitati olimpici nazionali non presentare i propri atleti alla manifestazione. Questo perché, oltre al fatto che sarebbe l’unica possibilità ancora rimasta per le Olimpiadi di essere comunque, almeno per qualche aspetto, una festa di sport, c’è anche un’altra questione, più inerente a quanto detto finora: non partecipare non porterebbe nessun vantaggio alla protesta. Anzi, al governo cinese tale situazione potrebbe  far piacere: avrebbe meno gatte da pelare, senza atleti che manifestino davanti a miliardi di spettatori. E questo è proprio quello che, secondo me, andrebbe fatto: occorre che coloro che parteciperanno rappresentando i Paesi occidentali protestino; occorre che ogni sportivo europeo o americano che dovesse salire sul podio innalzi uno striscione, una bandiera, a favore del Tibet o, più in generale, contro la repressione cinese. Bisogna sfruttare la grande vetrina offerta dalle Olimpiadi, tenendo conto anche del fatto che la Cina non potrà censurare TUTTE le immagini della gare; così, la protesta sarà veramente visibile, e coglierà più nel segno di quanto non faccia ora con la fiaccola olimpica. In questo modo, la sacralità potrà venire in parte ritrovata; le Olimpiadi riacquisteranno il loro messaggio di fratellanza se, e solo se, ci sarà un’affermazione da parte degli alfieri di quel messaggio in tale occasione, gli atleti. Se nessuno di loro farà sentire la propria voce, queste Olimpiadi saranno state un fallimento, e noi Occidentali non potremo più esigere di essere visti come “difensori della libertà”. Certi titoli vanno meritati e conquistati sulla pista, non derivano per nascita. E’ una semplice regola democratica.

Giovanni Collot

PECHINO, LE OLIMPIADI E L’OCCIDENTE: BOICOTTAGGIO SÍ, BOICOTTAGGIO NO?

Si rimane sempre sorpresi e divertiti dai paradossi della vita: ad esempio, quando un uomo di 71 anni, candidato alle elezioni per la quinta volta di seguito, dice che il suo avversario, che di anni ne ha 52, rappresenta il vecchio della politica italiana. O, ancora meglio, quando, a pochi giorni dalla repressione sanguinaria di una rivolta in Tibet sotto gli occhi del mondo, il rappresentante del governo cinese si presenta agli stessi occhi auspicando uno sviluppo della pace e della fratellanza. Certo, l’occasione era speciale: l’accensione della fiaccola olimpica. E un po’ di retorica, in tali occasioni, serve sempre. Ma l’impressione di un paradosso rimane. O, forse, di una faccia tosta ai limiti dell’accettabile. Forse è per questo genere di episodi che, quest’anno, le Olimpiadi hanno perso buona parte del loro fascino, della loro epicità. Sia chiaro: non che io sia un romanticone, convinto del fatto  che esse siano mai state qualcosa di diverso da uno spettacolo teatrale multimilionario. Ma le Olimpiadi hanno sempre avuto un certo richiamo, una certa simbologia che le rendeva speciali; attorno alla fiaccola si riunivano molte speranze, molti messaggi di fratellanza. Tutto questo, visti gli eventi del Tibet e molti altri comportamenti che hanno calpestato questa simbologia da parte della città che dovrebbe essere “luce del mondo” quest’estate, è stato spazzato via; e, tolta la maschera, è rimasto solo il grigio sfondo: uno sfondo fatto di interessi, di geopolitica, di economia. Per questo io personalmente non ho visto come un attentato alla sacralità dell’evento le varie manifestazioni di protesta che da Olimpia hanno seguito giorno per giorno la fiaccola. Se il sacro non c’è più, grazie proprio a quelli che ne dovrebbero essere promotori, non vedo perché dovrebbe essere trattato come tale.

Detto ciò, va aggiunto che le contestazioni , per quanto legittime, sbagliano oggetto. La fiaccola in sé è neutra; anzi, per i più nostalgici, è anche portatrice di quei valori che ricordavo prima. Capisco però che il suo passaggio offra una grande visibilità a chi si oppone alla “desacralizzazione”. O, in altri termini, all’atteggiamento autoritario e intollerante della Cina. E proprio a questo riguardo è nato un dibattito in questi giorni, soprattutto dopo gli eventi del Tibet: boicottare o non boicottare le Olimpiadi? Il problema, visto dal punto di vista dei vari governi, è spinoso; essi hanno le mani legate dal fatto che la Cina è un partner fondamentale per l’Occidente, dal punto di vista economico e politico. Chiaro dunque che molti governanti occidentali chinino la testa di fronte al gigante. Molti, non tutti: Sarkozy ha proposto il boicottaggio, Brown, dopo un’ iniziale partecipazione, ha fatto marcia indietro e ha detto che non sarà presente alla cerimonia di apertura. L’Europa, nonostante tutto, si sta svegliando: l’intenzione del presidente francese è quella di partecipare solo se ci sarà un dialogo di Pechino con il Dalai Lama. Novità di queste ultime ore è che anche il Congresso Americano, in occasione della visita negli Usa del Dalai Lama, ha votato una risoluzione che condanna la repressione cinese e invita, anch’esso, al dialogo. Questo è quanto può fare la diplomazia occidentale; ma è giusto non essere acquiescenti di fronte a tutto, e imporre almeno il dialogo a Pechino, se vogliamo che la Cina non diventi veramente l’unica potenza, se vogliamo ancora avere qualcosa da dire.

Per i privati, e per gli atleti in particolare, la scelta è più facile. Si tratta di un fatto personale; ma per quanto mi riguarda, penso che sia un errore da parte dei vari comitati olimpici nazionali non presentare i propri atleti alla manifestazione. Questo perché, oltre al fatto che sarebbe l’unica possibilità ancora rimasta per le Olimpiadi di essere comunque, almeno per qualche aspetto, una festa di sport, c’è anche un’altra questione, più inerente a quanto detto finora: non partecipare non porterebbe nessun vantaggio alla protesta. Anzi, al governo cinese tale situazione potrebbe  far piacere: avrebbe meno gatte da pelare, senza atleti che manifestino davanti a miliardi di spettatori. E questo è proprio quello che, secondo me, andrebbe fatto: occorre che coloro che parteciperanno rappresentando i Paesi occidentali protestino; occorre che ogni sportivo europeo o americano che dovesse salire sul podio innalzi uno striscione, una bandiera, a favore del Tibet o, più in generale, contro la repressione cinese. Bisogna sfruttare la grande vetrina offerta dalle Olimpiadi, tenendo conto anche del fatto che la Cina non potrà censurare TUTTE le immagini della gare; così, la protesta sarà veramente visibile, e coglierà più nel segno di quanto non faccia ora con la fiaccola olimpica. In questo modo, la sacralità potrà venire in parte ritrovata; le Olimpiadi riacquisteranno il loro messaggio di fratellanza se, e solo se, ci sarà un’affermazione da parte degli alfieri di quel messaggio in tale occasione, gli atleti. Se nessuno di loro farà sentire la propria voce, queste Olimpiadi saranno state un fallimento, e noi Occidentali non potremo più esigere di essere visti come “difensori della libertà”. Certi titoli vanno meritati e conquistati sulla pista, non derivano per nascita. E’ una semplice regola democratica.

Giovanni Collot

Gorizia. Venerdì 4 aprile, presso la Fondazione Carigo, Giuliana Sgrena ha presentato il suo  ultimo libro Il prezzo del velo.

Alla conferenza, promossa dall’assessorato alla Pace della Provincia di Gorizia, in collaborazione con l’organizzazione non governativa “Un ponte per Baghdad”, hanno partecipato anche, come relatrici, Anna Mazzolini e Fulvia Raimo e, come coordinatore, Andrea Bellavite.

Il libro rappresenta un po’, o vuole per lo meno rappresentare, il ritorno alla normalità della Sgrena a quello che ha sempre fatto, superando la parentesi di ciò che le è successo in Iraq.

Il suo primo libro pubblicato nel ‘94 si chiamava “La schiavitù del velo” e trattava la questione dell’integralismo islamico visto però direttamente dalle donne, da donne egiziane, marocchine, algerine. Aveva raccolto degli scritti,li aveva messi insieme e aveva introdotto questo argomento che ancora era sconosciuto in Italia.

Questo libro, invece, è il frutto di una lunga permanenza della Sgrena in alcuni tra i principali paesi fortemente caratterizzati dalla presenza della religione e della cultura islamica.

La scrittrice ci presenta la sua posizione. Secondo l’autrice è in corso in questi paesi un processo di re-islamizzazione da parte soprattutto di gruppi islamisti che utilizzano la religione a fini politici per prendere il potere e che fanno leva sul fallimento di alcuni movimenti nazionalisti di alcuni progetti di società laici per imporre una loro nuova visione dell’Islam che comporta dei cambiamenti nei costumi a partire proprio da una maggiore repressione delle donne.

In alcuni paesi, come l’Arabia Saudita, in effetti, le donne non avevano mai conquistato una loro libertà di diritti. In altri paesi avevano conquistato dei diritti, ma negli ultimi anni sono andati perdendosi.

C’è un’imposizione del velo, ad esempio, che non è il velo della tradizione, ammesso che la tradizione possa essere una cosa che non si cambia.  Ma addirittura in questi paesi quello che si pone adesso non ha nulla a che vedere con la loro tradizione. È un velo ideologico, è un velo che risponde ad alcuni dettami più della politica che della religione.

Il chador che si impone, il chador che viene e che ha come spinta ideologica la rivoluzione islamica in Iran.

Quindi, non si tratta tanto di un recupero delle tradizioni, di una cultura o di una identità. È un altro processo, è un processo ideologico di re-islamizzazione, ancor più pericoloso rispetto al recupero di una tradizione o di una cultura. È un processo molto pericoloso che rischia di annullare i diritti della donna per molto tempo.

Con l’imposizione del velo si vuole imporre il controllo sulla sessualità della donna.
La donna viene considerata all’origine di tutti i mali e soprattutto all’origine della provocazione dell’uomo.

L’uomo deve far valere il proprio onore ma non respingendo la provocazione bensì evitandola. Quindi, la donna velata, con gli occhi bassi, che parla a voce bassa, che non si fa sentire quando si muove, è la garanzia dell’onore del maschio. Il problema è che questo onore il maschio lo fa valere sul corpo delle donne. Non è mai lui che si fa protagonista in prima persona, ma è la donna che deve subire queste imposizioni per poter garantire al maschio il proprio onore, la propria virilità.

È quindi questo, continua l’autrice, il fatto inaccettabile: che la donna debba annullare il proprio corpo per permettere all’uomo una propria identità, un proprio onore.

Secondo l’autrice, l’Occidente non conoscendo, non volendo conoscere, queste realtà adesso spesso chiude gli occhi.

C’è una doppia posizione: c’è chi continua a vedere questi mondi come mondi popolati dai selvaggi, e quindi “che stiano a casa loro che noi non li vogliamo neanche vedere”, e c’è un’altra parte, che riguarda soprattutto la sinistra, che è afflitta da un relativismo culturale per cui, considerando tutto bene, considera bene anche le forme più arcaiche che prevalgono in questi momenti in quei paesi quindi tutto viene giustificato in nome della cultura, della loro identità, senza vedere che ci sono dei movimenti che si oppongono a questi nuovi processi. Non vedendo questi nuovi processi e ignorandoli, facendosi conniventi con chi vuole imporre questa visione arretrata della società, non solo della religione, ma proprio della società, si rende complice. E si rende complice del fatto che i movimenti progressisti, i movimenti delle donne per conquistare i loro diritti vengono drasticamente repressi, conclude l’autrice.

Onestamente mi aspettavo di più, sia dalla Sgrena scrittrice sia da quella giornalista, da una che è stata rapita che ha seguito i conflitti in Iraq, in Somalia, in Palestina, in Afghanistan uno s’aspetta un po’ di carisma, di verve, di partecipazione. E invece, un’infinita dolcezza e flemma, sia nell’argomentare che nell’esprimersi. Mi aspettavo qualche aspetto curioso, diverso di quelli che il mondo continua a tacere. E invece, abbastanza banale e scontata.

Valentina Tresoldi

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