Entra correndo Giovanni Allevi; corre vicino al pianoforte sul palcoscenico.

Anche noi spettatori siamo entrati un po’ correndo al Teatro “Giuseppe Verdi” di Gorizia, lunedì 31 marzo, per ascoltare Giovanni Allevi e la sua musica.

Siamo entrati tutti un po’ di fretta, ma forse, per una volta, non era perche si voleva fare qualcosa velocemente, ma perché si voleva “scappare” dalla frenesia di quel mondo che desideravamo, per una sera, chiuderci alle spalle.

Si percepisce emozione nella sala in attesa. Emozione che sfocia poi in caldi applausi.

E così entra correndo Giovanni Allevi, in felpa, jeans e All Stars. Anche lui è emozionato, forse più di noi. Sembra imbarazzato per tutti gli applausi. Si comprende che vuole iniziare a suonare; solamente quando si siede al pianoforte è a suo agio.

Con poche parole introduce i suoi brani, invitandoci a viaggiare nei momenti più importanti della sua vita e della sua carriera.

Così inizia a suonare, così iniziamo a lasciarci trasportare dalle sue note nei luoghi dei suoi brani:

e allora siamo tutti in una discoteca dove è stato catapultato Bach che immaginavamo frastornato nel tentativo di far sentire la sua musica; poi siamo nel centro di una grande città dove anche Heidegger si sente parte di “un’umanità dispersa”.

Subito dopo, con tanta serenità nel cuore, ci troviamo nel monolocale che la nostra “guida” Allevi ha affittato a Milano, nel momento in cui insieme a un raggio di sole che entra dalla finestra, si riscopre l’entusiasmo, e non solo la fatica, di inseguire i propri sogni.

Piano piano scopriamo che il musicista che abbiamo di fronte sa fermarsi ad osservare il mondo e a guardarlo con occhi pieni di stupore, con gli occhi di chi ama la vita, di chi, come Hegel vede “la realtà diventare specchio dell’infinito”; così voliamo con lui ad Harlem, mentre il cassiere di un supermercato lo incoraggia prima del suo primo concerto a New York.

Riscopriamo in una bellissima composizione il momento in cui Allevi prende coscienza del fatto che “la sua forza sta nella sua fragilità” ed anche noi ci scopriamo un po’ più forti insieme a lui.

Con un sorriso lo seguiamo nel suo esperimento di tornare nel 1500 per unire melodie moderne a quelle rinascimentali.

Con questo sorriso ci salutiamo reciprocamente grati per le emozioni trasmesse.

Giovanni Allevi è riuscito a portarci con sé viaggiando sulle sue note.

Da cosa lo capiamo? Bhé, tutti ci alziamo con calma per uscire e fuori, sui marciapiedi qualcuno si guarda attorno stupito domandandosi: dov’è la mia carrozza?

Landoni Marta

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