“Mi interessava il confine labile fra logica e creatività. Quando intorno non cambia niente da secoli, come nei Sassi di Matera, le persone tendono a crearsi i propri mondi, fatti di immaginazione e ossessioni. I personaggi del film vivono in una marginalità che diventa possibilità di creare, reinterpretare, dissacrare senza che importi più la distinzione tra il vero e il falso. Ho cercato uno sguardo ironico e astratto che potesse restituire il senso di eccentricità e solitudine dei personaggi ma anche la loro estrema vitalità”.

Federica Di Giacomo

I sassi di Matera sono meta turistica internazionale. Federica Di Giacomo ci racconta quei pochi abitanti rimasti in quel luogo. Il Lato Grottesco della Vita è un apologo sulla purezza dei sentimenti, è la descrizione di un “altro mondo” e di “un altro tempo”.

La macchina da presa segue passo passo due personaggi in particolare: Giuseppe, guida turistica e membro della comunità dei testimoni di Geova; e Paradiso, candidato politico al consiglio comunale. I due protagonisti sono presi come figure emblematiche della gente dei Sassi. In loro l’autrice vede soprattutto innocenza e ignoranza. Ma non semplicità e stupidità. Loro infatti ostentano il loro poco sapere come se fosse alta cultura e non hanno timore di esprimere qualunque idea. I loro discorsi sfiorano il ridicolo e l’incomprensibile. Ma il fatto che non se ne rendano conto, anzi che si sentano in grado di definirsi storico uno, politico l’altro, li rende non tanto assurdi ma, come suggerisce il titolo, grotteschi.

Il documentarismo di questa pellicola non è semplice ripresa della vita. Il film è costruito sapientemente al montaggio; e la pulizia delle inquadrature e il frequente uso del campo-controcampo nei dialoghi, cosa insolita in un documentario classico, denotano una minuziosa attenzione. Tale sapiente costruzione cadenza il racconto, ma nonostante ciò, emerge la verità del luogo, con un ritmo da film di finzione. Ed è per questo che lo spettatore riesce facilmente ad affezionarsi ai protagonisti. Inoltre, l’affascinante ambientazione fa da perfetta cornice agli eventi, in quanto è un perfetto contraltare dei personaggi. Matera infatti è intrisa di storia, di cultura, di arte, tanto da dimostrasi un set meraviglioso per cogliere la poesia del quotidiano vivere dei suoi abitanti.

La rappresentazione delle preghiere di gruppo a cui partecipa Giuseppe e dei comizi nelle piazze della città fa emergere, senza mai disprezzare, il lato grottesco presente nel mondo della politica. E Federica Di Giacomo, riuscendo ad attrarre così bene l’attenzione del pubblico, dimostra implicitamente come questo lato sia presente in ognuno di noi.

La pellicola mostra una realtà difficile sebbene i personaggi “non appaiono depressi o rassegnati alla loro condizione lavorativa, ma al contrario esprimono un’improbabile creatività. I 75 minuti del film documentano una serie di situazioni che nascondono squilibri sociali, politici ed economici che i personaggi denunciano con forza, sebbene in modo bizzarro. Questa “denuncia” passa attraverso la vena comica dei personaggi aggiungendo valore alla ricerca socio-antropologico che Federica Di Giacomo ha evidenziato nel film.

Dal proprio canto Federica Di Giacomo coglie il perpetuarsi del conflitto che intercorre tra soggetti di evidente interdizione mentale,come nel caso del Sig. Giuseppe e il Sig. Paradiso, e i parametri di ” normalità sociale ” che prevedono il rispetto generalizzato delle norme comportamentali e degli standards di vita, a loro volta causa propulsiva di un anonimato richiesto dalla società moderna e globalizzata.

I protagonisti, portatori di una sana anormalità, sono l’espressione genuina di una originalità e genialità che trasgredisce la norma ma che, contemporaneamente, può esprimere lo spirito umano in modo più spontaneo, al di fuori di ogni schematismo convenzionale che “intrappola” gli impulsi vitali dell’uomo. La stravaganza che accompagna questi malati mentali nelle innumerevoli peripezie quotidiane sono fonte del binomio ammirazione-gelosia da parte di coloro che, con occhio di rammarico, sono assoggettati ad un rigido potere etico-sociale.

Italo Svevo, autore del romanzo “La coscienza di Zeno”, avrebbe dal proprio canto evidenziato questo contrasto configurando un duplice visione societaria: da un lato la società dei “malati” e dall’altra la società dei presunti “giusti”, o meglio di malati mentali che non sanno di esserlo.

Le prime reali parole spese a difesa dei dissidenti mentali, cosi definiti coloro che soffrono di deficit mentale da parte dello psichiatra italiano Luca de Stefano, furono quelle formulate da Franco Basaglia, nei primi anni ’60, a supporto di una concezione antipsichiatrica e anti-manicomiale della malattia mentale: la follia veniva interpretata come una risposta disperata dell’individuo alla condizione umanamente insopportabile, cui è costretto dal sistema capitalista, basato sull’efficientismo,consumismo e privo totalmente di senso umano.

Tale concezione anti-psichiatrica della malattia mentale viene recepita nella legge n.180 del 1978 che di fatto abolisce i manicomi in quanto strumento di una società folle che cerca di reprimere le ragioni di coloro che si rivoltano contro essa.

Gli anni ’60 ha dunque rappresentato un decennio dall’ evidente sovraculturalizzazione da intendere come una nuova fase della modernità, le cui concezioni sono state soggette ad una serie di evoluzioni storico-culturali nel corse dei decenni successivi, fino ad approdare ad un XXI secolo, che se purché caratterizzato da una più ampia coscienza dei problemi che affiggono la nostra società, “ammira”
l’ inarrestabile avanzare del progresso e della modernità, così come le conseguenze che questi portano con sé.

Di tutto ciò però attori come il Sig. Giuseppe e il Sig. Paradiso non ne hanno la più lontana percezione perché troppo intenti nel sviluppare, nel proprio immaginario, mondi fantastici nei quali loro solo sono gli unici protagonisti e portatori di verità.

Francesco Bruno