Gorizia. Venerdì 4 aprile, presso la Fondazione Carigo, Giuliana Sgrena ha presentato il suo  ultimo libro Il prezzo del velo.

Alla conferenza, promossa dall’assessorato alla Pace della Provincia di Gorizia, in collaborazione con l’organizzazione non governativa “Un ponte per Baghdad”, hanno partecipato anche, come relatrici, Anna Mazzolini e Fulvia Raimo e, come coordinatore, Andrea Bellavite.

Il libro rappresenta un po’, o vuole per lo meno rappresentare, il ritorno alla normalità della Sgrena a quello che ha sempre fatto, superando la parentesi di ciò che le è successo in Iraq.

Il suo primo libro pubblicato nel ‘94 si chiamava “La schiavitù del velo” e trattava la questione dell’integralismo islamico visto però direttamente dalle donne, da donne egiziane, marocchine, algerine. Aveva raccolto degli scritti,li aveva messi insieme e aveva introdotto questo argomento che ancora era sconosciuto in Italia.

Questo libro, invece, è il frutto di una lunga permanenza della Sgrena in alcuni tra i principali paesi fortemente caratterizzati dalla presenza della religione e della cultura islamica.

La scrittrice ci presenta la sua posizione. Secondo l’autrice è in corso in questi paesi un processo di re-islamizzazione da parte soprattutto di gruppi islamisti che utilizzano la religione a fini politici per prendere il potere e che fanno leva sul fallimento di alcuni movimenti nazionalisti di alcuni progetti di società laici per imporre una loro nuova visione dell’Islam che comporta dei cambiamenti nei costumi a partire proprio da una maggiore repressione delle donne.

In alcuni paesi, come l’Arabia Saudita, in effetti, le donne non avevano mai conquistato una loro libertà di diritti. In altri paesi avevano conquistato dei diritti, ma negli ultimi anni sono andati perdendosi.

C’è un’imposizione del velo, ad esempio, che non è il velo della tradizione, ammesso che la tradizione possa essere una cosa che non si cambia.  Ma addirittura in questi paesi quello che si pone adesso non ha nulla a che vedere con la loro tradizione. È un velo ideologico, è un velo che risponde ad alcuni dettami più della politica che della religione.

Il chador che si impone, il chador che viene e che ha come spinta ideologica la rivoluzione islamica in Iran.

Quindi, non si tratta tanto di un recupero delle tradizioni, di una cultura o di una identità. È un altro processo, è un processo ideologico di re-islamizzazione, ancor più pericoloso rispetto al recupero di una tradizione o di una cultura. È un processo molto pericoloso che rischia di annullare i diritti della donna per molto tempo.

Con l’imposizione del velo si vuole imporre il controllo sulla sessualità della donna.
La donna viene considerata all’origine di tutti i mali e soprattutto all’origine della provocazione dell’uomo.

L’uomo deve far valere il proprio onore ma non respingendo la provocazione bensì evitandola. Quindi, la donna velata, con gli occhi bassi, che parla a voce bassa, che non si fa sentire quando si muove, è la garanzia dell’onore del maschio. Il problema è che questo onore il maschio lo fa valere sul corpo delle donne. Non è mai lui che si fa protagonista in prima persona, ma è la donna che deve subire queste imposizioni per poter garantire al maschio il proprio onore, la propria virilità.

È quindi questo, continua l’autrice, il fatto inaccettabile: che la donna debba annullare il proprio corpo per permettere all’uomo una propria identità, un proprio onore.

Secondo l’autrice, l’Occidente non conoscendo, non volendo conoscere, queste realtà adesso spesso chiude gli occhi.

C’è una doppia posizione: c’è chi continua a vedere questi mondi come mondi popolati dai selvaggi, e quindi “che stiano a casa loro che noi non li vogliamo neanche vedere”, e c’è un’altra parte, che riguarda soprattutto la sinistra, che è afflitta da un relativismo culturale per cui, considerando tutto bene, considera bene anche le forme più arcaiche che prevalgono in questi momenti in quei paesi quindi tutto viene giustificato in nome della cultura, della loro identità, senza vedere che ci sono dei movimenti che si oppongono a questi nuovi processi. Non vedendo questi nuovi processi e ignorandoli, facendosi conniventi con chi vuole imporre questa visione arretrata della società, non solo della religione, ma proprio della società, si rende complice. E si rende complice del fatto che i movimenti progressisti, i movimenti delle donne per conquistare i loro diritti vengono drasticamente repressi, conclude l’autrice.

Onestamente mi aspettavo di più, sia dalla Sgrena scrittrice sia da quella giornalista, da una che è stata rapita che ha seguito i conflitti in Iraq, in Somalia, in Palestina, in Afghanistan uno s’aspetta un po’ di carisma, di verve, di partecipazione. E invece, un’infinita dolcezza e flemma, sia nell’argomentare che nell’esprimersi. Mi aspettavo qualche aspetto curioso, diverso di quelli che il mondo continua a tacere. E invece, abbastanza banale e scontata.

Valentina Tresoldi