L’articolo apparso sull’ultimo numero di “Sconfinare” riguardante la problematica dell’aborto e l’attuale clamore suscitato dal partito di Giuliano Ferrara, mi hanno spinto a dire la mia ed a contribuire con queste righe a creare un dibattito intorno all’argomento.

Vorrei inoltre far notare che questo articolo non è un “bastian contrario” rispetto a quello già pubblicato nell’uscita precedente, ma intende essere un complemento di quello…un’altra delle tante opinioni.

La fondazione del partito “Per la Vita” è stato sicuramente lo stimolo più pungente per riaccendere il dibattito su un tema che tocca la sfera più intima di ognuno, su cui tutti abbiamo una opinione che si forma come corollario di diverse esperienze sia empiriche che spirituali.

Un  partito politico,però, deve farsi portatore di interessi diffusi nella popolazione, e non può ridursi solo ad una battaglia monotematica, anche perchè, il governo di un Paese deve fronteggiare   un novero di problemi economici sociali e politici che non si posso riconoscere nell’anti-abortismo tout-court.. Tutto questo il fondatore e leader del partito lo sa bene, data anche la sua formazione politica di tutto rispetto, ma conoscendo il personaggio-Ferrara e la sua forte indole polemica non stenterei a credere che l’iniziativa sia una provocazione, volendo fuoriluogo,  ma di certo senza alcuna velleità di governo; proprio per questo il vuoto di programmi è stato cosi palese, si può dire che questa compagine si presenti alle elezioni con poche idee ma ben confuse.

E’ vero che il tema dell’aborto debba essere discusso in una “arena che coinvolga direttamente la società”, ma non si può evitare che una decisione finale passi per il Parlamento per due motivi: il Parlamento pur non essendo composto dallo stesso numero di uomini e di donne rappresenta tutti i cittadini Italiani che lo legittimano con il proprio voto, ed essendo in vigore un tipo di referendum solo abrogativo una eventuale nuova legislazione dovrà, per regola passare dalle due camere.

La legge 194/78, inoltre, a mio avviso è uno strumento completo ed equilibrato, quindi, ottimale per  regolare una problematica cosi spinosa sulla quale data la natura umana non può vigere un vuoto di regolamentazione: ogni caso di interruzione di gravidanza è previsto e regolato in maniera certa ed inequivocabile senza spazio per le interpretazioni.

Uscendo però dalla sfera giuridica, come è stato giustamente portato all’attenzione, l’interruzione di gravidanza tocca diversi aspetti dell’essere umano, fra cui la fede religiosa che sicuramente rende l’interpretazione più difficile, ma non è soltanto un orpello barocco da aggiungere alle argomentazioni: secondo Feuerbach infatti Dio è la proiezione del bene massimo cui l’uomo aspira, sotto questa lente si capisce che con la fede ci si pone nella posizione di: “cosa farebbe la mia migliore proiezione?…” creando un problema più articolato e non meno profondo.

La questione di coscienza tuttavia, si pone prescindendo dalla fede, quindi il discorso ci riporta a un etica delle responsabilità, in cui nel compiere determinati atti si deve essere ben coscienti dei rischi cui si va incontro, non sto predicando la castità monastica, ma una responsabilizzazione delle azioni utilizzando meglio e con maggiore informazione le forme di contraccezione citando De Andrè  direi: “forse ho confuso il piacere e l’amore ma non ho creato dolore!” Queste considerazioni non valgono solo per le donne che poi  si potrebbero trovare da sole a fronteggiare decisioni di questo tipo, ma anche per gli uomini per i quali è più facile scappare (mater certa est….) piuttosto che accollarsi le proprie responsabilità sia di padre che di partner. Mi viene in aiuto la frase di Calvino citata nell’articolo precedente “non solo per il casuale verificarsi di certe condizioni biologiche ma per un atto di volontà e di amore”. Proprio sulla volontà che non è quella di procreare vorrei soffermarmi, a prescindere dall’amore che cambierebbe molti comportamenti: un atto di volontà presuppone dei rischi, questi non possono essere sempre considerati marginali o rimediabili, quindi nell’utilizzo delle proprie libertà bisognerebbe tenerne conto. La libertà di disporre del proprio corpo non va confusa con la libertà di impedire ad una nuova vita di nascere, commettendo l’errore di dare più importanza ad altri fattori che a quella vita stessa. Molti hanno obbiettato a ciò prendendo in considerazione le gravidanze sorte da violenze che indubbiamente provocano una moltiplicazione del trauma, in quei casi la legge esiste e permette in tempo di interrompere la gravidanza (art.4 comma 1 L. 194/78 sulle circostanze del concepimento) , e questi casi non sono quelli per cui tale pratica viene richiesta più spesso quindi una giustificazione di questo genere non mi sembra opportuna. Se si pone il diritto di aborto come “un diritto inviolabile” quale valore ha il “diritto alla vita” sempre decantato se esso viene precluso ancora prima di poter essere esercitato a pieno? Essendo un ragazzo, potrei essere tacciato di non capire la situazione di una donna alle prese con questa scelta, tanto meno voglio porre le donne in posizione di inferiorità, mi rivolgo quindi ad ambo i sessi: anche se potrebbe sembrare difficile per via delle differenze strettamente biologiche, tenete sempre ben presente i rischi delle vostre azioni e  state sempre al fianco di chi porta in se una vita.

Antonio Del Fiacco