Il 9 maggio prossimo (dichiarato ufficialmente come “Giorno della Memoria” il 4 maggio 2007) si celebrano, purtroppo, i 30 anni dell’assassinio di Aldo Moro, avvenuto ad opera delle Brigate Rosse dopo 55 giorni di prigionia. Il 16 marzo del 1978 infatti il massacro della scorta diede inizio al sequestro che fini’ poi in tragedia: cio’ avveniva in un clima di tensione politica altissimo nonostante i numerosi ma inutili tentativi di appianare la situazione. E’ un periodo buio della storia italiana e che prorpio per questo viene ricordato con celebrazioni ufficiali e non. D’altra parte la politica ha sempre avuto le sue vittime, indipendentemente dall’appartenenza ad una o ad un’altra corrente.  L’omicidio di dicembre scorso di Benhazir Bhutto, sopravvissuta precedentemente a numerosi attentati, e’ solo l’ultimo di una lunga catena nella storia. Il suo partito di stampo populista voleva tentare di creare una “democrazia islamica”, un concetto del tutto nuovo sia per il Pakistan, che vive sotto una dittatura militare, ma anche per gran parte del mondo. Se l’attentato sia stato opera di Al Qaeda o del governo del generale Musharraf, probabilmente non si saprà mai, ma ormai ha poca importanza. Resta il fatto che per l’ennesima volta un personaggio politico è stato stroncato per le sue idee. Per quanto mi riguarda, la paura del cambiamento e la volonta’ di eliminare persone scomode stanno alla base di  cosiddetti omicidi politici, e gli avvenimenti del secolo scorso ne sono la prova. A mio parere, nell’età contemporanea l’omicidio che ha suscitato piu’ scalpore e sdegno può essere considerato quello di Mahatma Gandhi, anche se egli stesso teneva sempre a precisare che la politica non era parte della sua persona. Ma il 30 gennaio 1948 Nathiram Vinayak Goodse lo uccise con tre colpi di pistola: Gandhi avrebbe infatti tradito la causa indù e favorito il Pakistan. “Se qualcuno mi uccidesse e io morissi con una preghiera per il mio assassino sulle labbra, allora soltanto si potrebbe dire che ho posseduto la non-violenza del coraggio” aveva detto Gandhi qualche mese prima di morire e così accadde: paradossalmente il profeta della non violenza fu ucciso proprio da essa invocando il nome di Dio. Come d’altra parte, anche se in anni ed in un contesto completamente diverso, avvenne per Martin Luther King, il più giovane vincitore del Premio Nobel alla Pace, anch’egli spesso riconosciuto quale divulgatore della non violenza. “Ho un sogno, che un giorno i discendenti degli schiavi e dei proprietari di schiavi si siederanno assieme davanti al tavolo della fratellanza […], che il Mississippi sia trasformato in un’oasi di libertà e di giustizia, […] che un giorno i miei figli potranno vivere in una nazione in cui non saranno giudicati in base al colore della pelle ma in base al loro carattere […]” queste le sue parole, pronunciate il 28 agosto del 1963 davanti al Lincoln Memorial di Washington dopo una marcia di protesta per i diritti civili. Più volte incarcerato e nel mirino dell’FBI per i presunti legami con il Partito Comunista degli Stati Uniti, King fu assassinato il 4 aprile 1968 prima dell’ennesima marcia da James Earl Ray: egli dichiarò di aver agito da solo senza uno scopo preciso, ma c’e sempre stato il sospetto (per alcuni la certezza) che dietro a tutto ci fosse un piano del governo statunitense. Quarantasei morti furono il risultato degli scontri che avvennero all’indomani della scomparsa dell’attivista politico. Cosa dire infine dell’assassinio di Yitschak Rabin? Egli non si può ovviamente annoverare tra i fautori della non violenza o del pacifismo: in effetti, fu tra i fondatori dei Palmach (acronimo di Pelugot Machaz, vale a dire “squadre d’assalto”), base per la costituzione dell’esercito dello Stato d’Israele, e in qualità di comandante militò nell’esercito fino al 1968. Tuttavia, proprio per le sue successive azioni politiche, nel 1994 gli fu attribuito il Premo Nobel alla Pace (congiuntamente ad  Arafat e  Peres ) dopo la sigla degli Accordi di Oslo del 1993, in cui si stabiliva il riconoscimento reciproco tra OLP e Stato d’Israele ed il ritiro da Gaza e Gerico. Proprio tale situazione provocò il risentimento di molti coloni: uno di loro, Ygal Amir, uccise Rabin il 4 novembre 1995. Non dunque un musulmano fu l’autore dell’attentato, bensì un ebreo di stampo estremista che non riconosceva la validità degli Accordi e che riapriva la frattura sia all’interno della società israeliana che con la parte palestinese. In tutti i casi citati, compreso quindi quello relativo a Moro, alla fine lo scopo è stato raggiunto: creare un clima di tensione ed incertezza.In molti casi semplicemente si cerca un capro espiatorio con la sparizione del quale si pensa che i problemi vengano risolti, anche se spesso il risultato è solo un inasprimento delle proprie convinzioni e posizioni. E questo purtroppo non cambierà mai.

Lisa Cuccato

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