La vita di una supporting band dev’essere dura. Significa salire sul palco ogni sera sapendo che la gente che hai davanti non vuole altro che tu ti levi di torno per poter sentire il gruppo vero, quelli sulla locandina, quelli bravi. Molte supporting band reagiscono chiudendosi nel loro piccolo mondo, inchinandosi e ringraziando un immaginaria platea plaudente, ma gli Orange no. Pur con tutti i loro difetti questi due poveracci (batterista e chitarra cantante) paiono aver raggiunto un buon equilibrio tra la consapevolezza di non essere desiderati e la determinazione a farsi conoscere. Una delle loro canzoni è anche quasi orecchiabile, ma non importa. Noi siamo qui per gli Wombats, tre mezzi cessi di Liverpool che fanno un indie-rock brioso, ironico, a volte ripetitivo e un po’ tonto, e che hanno un dono per caricare il pubblico. Dalla prima canzone, Lost in the Post, il tizio davanti a me inizia a contorcersi come una lontra in calore, e dopo meno di un minuto mi trovo a saltare come un cretino urlando i ritornelli e pogando. Le cose si fanno violente sotto il palco, perdo di vista gli amici e mi scopro pallina in un flipper umano, mentre la frenesia raggiunge il suo apice con Kill the Director, “another song about a gender I’ll never understand”, un’altra canzone su un sesso che non capirò mai, le donne. E non fatico a crederlo: il cantante, mai stato bello, è pesantemente ingrassato dall’ultima volta che l’ho visto. Mi arriva una gomitata in faccia, e cado su una ragazza col nasone. Non mi divertivo tanto da mesi! Mi rialzo pronto a rituffarmi nella mischia, ma grazie al cielo parte Patricia the Stripper, tragicomica serenata, e pezzo più lento dell’album. Per tre minuti l’intero locale si ferma, tira il fiato e conta i lividi, prima dell’ultima carica. Alle prime note di Let’s Dance to Joy Division l’adrenalina esplode vengo lanciato di peso al centro del pogo. Spingo, salto, urlo canto e sgomito, mentre il cantante sembra godersela da matti. Sbilanciato, mi afferro alla felpa di qualcuno e faccio perno, finendo di faccia contro un pilastro. “Everything is going wrong but we’re so happy…” tutto sta andando male ma siamo così felici… Mi rialzo, e trascino il mio amico verso il banco. Siamo ammaccati e fradici di sudore. C’è ancora una canzone, lo sappiamo per certo, dato che gli Wombats sono al primo disco (A Guide to Love, Loss and Desperation), e tutte le altre le hanno già fatte. Ma non ce la sentiamo di tornare nella bolgia. Una sigaretta fuori, qualcosa da bere e qualche pigro apprezzamento sulle ragazze intorno a noi è tutto quello che riusciamo a mettere insieme prima di tornare a casa, profondamente soddisfatti.

Luca Nicolai

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