In un suo illuminante discorso al Collège de France,  Sartre analizzò il concetto di potere giungendo  alla conclusione che il potere è un discorso. Il potere può essere definito come ” far fare qualcosa a qualcuno che normalmente non farebbe”, definizione molto in voga tra sociologi e politologi. Da questa definizione si evince un grado “cooptativo” del potere, ovvero un certo grado di persuasione dell’uditore il quale tenderà a credere o a contestare, le parole dell’interlocutore. A questo punto si determinerebbe una situazione per la quale l’oratore dice una tal cosa (chiamiamola x), l’uditore pensa che x sia vera, falsa o verosimile. In quel momento l’uditore prenderà in considerazione solo le tre opzioni di cui sopra, ovvero che x sia vera, falsa o verosimile tralasciando l’ipotesi che magari x non esista. Mentre la mente dell’uditore è fossilizzata su questo dubbio amletico, un altro oratore gli apporta delle dimostrazioni per la non esistenza di x (non-x), e così via sino all’infinito. Morale della favola, l’uditore non prenderà mai in considerazione l’esistenza di altre variabili, dando x per scontato. Esempio pratico può essere dato dall’uovo di Colombo, oppure dai cigni di Popper (un nome, un perché), e per essere ancora più pragmatici pensiamo alle carte geografiche; chi l’ha mai detto che l’Europa deve essere in alto e al centro?

Da ciò si deduce che se non abbiamo alternative è perché non siamo stati abituati a vederle, d’altro canto se non abbiamo alternative si può pensare che non esistano.

Altro punto focale di questo articolo è il concetto di verità o meglio, parafrasando Cox, dell’utilità della verità, poiché la verità è funzionale a qualcosa o qualcuno. Unendo i discorsi fin qui fatti la verità è funzionale a chi ha “il” potere. Spiegando meglio, nel momento in cui si fa credere a qualcuno qualcosa, esso rimane imbrigliato in questa “sovrastruttura”, credendo che sia l’unica possibile (quella vera).

Dopo questa doverosa premessa, prendiamo in considerazione il mito dello “sviluppo economico”.

Quando si parla di “sviluppo” o “crescita” economica si pensa alla quantità di industrie, ed alle relativa produzione di un determinato paese. In un certo senso i due termini sopra citati prendono le mosse da quello più generico di’”industrializzazione” e ciò porta alla logica conseguenza che per calcolare la crescita o lo sviluppo di un paese, dobbiamo vedere quanto producono le sue industrie. L’indicatore usato dagli economisti per determinare il prodotto di una nazione è il PIL; ed è questo (o meglio la sua comparazione) che viene usato per calcolare lo sviluppo (la comparazione nello stesso periodo dei PIL di diversi paesi) e la crescita (la comparazione dei PIL di periodi diversi dello stesso paese). Ma addentriamoci nei tecnicismi. Il PIL (prodotto interno lordo) è il valore complessivo dei beni e servizi finali prodotti da un paese, in un determinato periodo di tempo al lordo degli “ammortamenti”. Negli anni ‘70 però, con l’aiuto dei sociologi sviluppisti, si è iniziato a mettere in discussione la valenza formale del PIL. Esattamente l’uguaglianza sviluppo = industrializzazione, iniziò a perdere di significato, considerando anche quanto accade nelle ex-colonie e le varie crisi petrolifere. Sembrava che l’era dell’abbondanza fosse finita e dunque si passò dalla preoccupazione della crescita intensa alla ricerca di un percorso di sviluppo che potesse quanto meno preservare nel tempo il livello di benessere acquisito.  Il PIL non era più così utile come indicatore e si passo al MEW di Nordhaus e Tobin (Premio Nobel per l’economia nel 1981). Tale indicatore è uguale al PIL meno le giacenze di mercato e spese negative. In altre parole il MEW è calcolato sottraendo al PIL tutto ciò che non poteva essere considerato consumo corrente: il deprezzamento dei beni capitali, gli investimenti e le cosiddette spese non discrezionali (il costo di spostamento verso il lavoro e i costi che si devono sostenere per vivere nelle grandi città). Altri indicatori si sono susseguiti (è il caso di ricordare persino l’Indice di Felicità) promossi da università, studiosi, capi di stato (l’indice appena citato è stato promosso dal Dalai Lama) e persino dalla Comunità Europea. Inutile dire che questi indicatori partivano sempre dal medesimo presupposto, ovvero che c’era sviluppo se  “giravano soldi”. Tutto ciò è andato in frantumi con la comparsa di un economista indiano, Amartya Kumar Sen (Premio Nobel per l‘economia nel 1998), il quale, tornando alle origini, ha dimostrato come efficienza ed equità (i due parametri di cui l’economia si occupa) non fossero considerati congiuntamente dagli indicatori. Egli sosteneva che gli indicatori usati, davano peso esclusivo all’efficienza economica, e non all’equità. In altre parole Sen propone di studiare la povertà, la qualità della vita e l’uguaglianza non solo attraverso i tradizionali indicatori di disponibilità di beni materiali, ma anche attraverso delle esperienze “positive”. Il merito di Sen è dunque quello di aver portato il concetto di sviluppo dalla vecchia concezione di accumulazione (chi produce di più sta meglio), ad una nuova centrata sulla qualità della vita. Il nuovo indicatore, proposto dallo stesso Sen  è l’ISU (Indice di Sviluppo Umano o Human Development Index) ed esso è composto da tre indicatori principali: il PIL (è innegabile che se i soldi non fanno la felicità, figuriamoci la miseria), l’aspettativa di vita, ed il grado di istruzione. Il suddetto indice, è usato sin dal 1993 dalle Nazioni Unite e in un recente discorso

persino Nicolas Sarkozy, ha dichiarato di voler incaricare Sen e Stiglitz (altro Nobel) di trovare degli indicatori ancora più precisi dell’ISU per avere una migliore immagine della situazione economica reale della Francia.

In conclusione possiamo dire che l’ISU cambia il punto di vista con il quale l’economia vede la realtà, e fino a quando non verremo a conoscenza di altri punti di vista in tutti i campi delle scienze sociali, continueremo ad essere convinti che quello che vediamo sia l’unico punto di vista possibile. Un altro mondo è possibile solo se lo si pensa.

Giovanni Armenio