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Ho sempre odiato il metodo “santo subito”. Quel misto di senso di colpa e di buonismo cattolico che spinge le persone a ipocrite esaltazioni di un defunto che fino a poche ore prima a malapena salutavano.

Odio gli elogi sterili e impersonali, andare ai funerali con la lista delle presenze. In una specie di tensione per dimostrare che siamo persone migliori.

Non sono mai stata una discepola di Fasana. E lui avrebbe voluto ancor meno che lo fossi. Non credo di poter dare un’idea completa di quell’isterico genio, né voglio farlo. Perché credo che in questo caso ancor più che in altri, tutte le impressioni, purché sincere e schiette, gridate o silenziose, siano giuste.

Ho passato molto tempo in una sorta di stato rancoroso perenne nei suoi confronti. Spesso ho intavolato estenuanti discussioni, che poi terminavano nella solita apologia dell’assoggettamento al potere. Il tutto condito dalle classiche frecciatine lungo i corridoi.

Se avessi agito razionalmente, quindi, forse non ci sarei andata. Eppure giovedì 20 marzo ero là. Non so dire se sia stata la distanza che come un setaccio ha alleggerito dalle tensioni della quotidianità quel cumulo di emozioni e conoscenze che i tre anni goriziani mi hanno lasciato. So però che si sono imposte giorno per giorno nella forma di un costante termine di confronto. D’infinito richiamo allo “spirito critico fasaniano”.

In macchina sull’A4 pensavo a quanta gente ci sarebbe stata. Immaginavo uno di quei funerali multietnicamente colorati, anarchici e intellettuali. Formulavamo ipotesi sui numeri della rappresentanza universitaria. Discutevamo dell’opportunità che chi l’aveva da sempre considerato come una mina vagante da disinnescare fosse presente nella veste ufficiale che l’Ateneo gli conferisce. Immaginavamo.

Già, immaginavo. E sbagliavo.

Lo scontro con la realtà è stato una doccia gelata, un grido ovattato. Poca gente. Pochi colori. Pochi studenti. Pochi familiari. Nessun'”Alta Carica Triestina”. Un funerale silenzioso e ordinato. Composto. Un funerale normale. Niente di più diametralmente diverso da quell’irruenta e incontrollabile persona, strenuo difensore dell’importanza del contattato umano.

Poche notizie certe. Pochi che sapessero cosa gli fosse successo.

Il funerale di una persona sola. Questa la cruda sensazione. Il triste contrappasso per qualcuno che nonostante i tanti difetti, ha poi forse duramente pagato per troppo bisogno degli altri. Tanto da soffocarli. E da allontanarli. O da avvicinarli, accettando che spesso fossero spinti da semplice opportunismo.

Avrebbe veramente voluto ci fosse quell’ufficiale riconoscimento, quella solenne incoronazione del proprio ego? Forse no. Forse in fondo avrebbe voluto che andasse così. Niente presenze ipocrite o forzate. Niente onoranze in pompa magna. Niente sorrisi di circostanza o frasi di rito.

Solo un comune senso di spiazzamento e d’instabilità, da cui l’esigenza di essere presenti.

Per me è stato così. Per questo ero a Milano. Forse nemmeno tanto per lui, per l’ultimo saluto. Forse più per me. Per riconoscere ed accettare la traccia che questo scompaginato esempio di passione e irrazionalità ha irrimediabilmente lasciato.

Valentina Collazzo

Entra correndo Giovanni Allevi; corre vicino al pianoforte sul palcoscenico.

Anche noi spettatori siamo entrati un po’ correndo al Teatro “Giuseppe Verdi” di Gorizia, lunedì 31 marzo, per ascoltare Giovanni Allevi e la sua musica.

Siamo entrati tutti un po’ di fretta, ma forse, per una volta, non era perche si voleva fare qualcosa velocemente, ma perché si voleva “scappare” dalla frenesia di quel mondo che desideravamo, per una sera, chiuderci alle spalle.

Si percepisce emozione nella sala in attesa. Emozione che sfocia poi in caldi applausi.

E così entra correndo Giovanni Allevi, in felpa, jeans e All Stars. Anche lui è emozionato, forse più di noi. Sembra imbarazzato per tutti gli applausi. Si comprende che vuole iniziare a suonare; solamente quando si siede al pianoforte è a suo agio.

Con poche parole introduce i suoi brani, invitandoci a viaggiare nei momenti più importanti della sua vita e della sua carriera.

Così inizia a suonare, così iniziamo a lasciarci trasportare dalle sue note nei luoghi dei suoi brani:

e allora siamo tutti in una discoteca dove è stato catapultato Bach che immaginavamo frastornato nel tentativo di far sentire la sua musica; poi siamo nel centro di una grande città dove anche Heidegger si sente parte di “un’umanità dispersa”.

Subito dopo, con tanta serenità nel cuore, ci troviamo nel monolocale che la nostra “guida” Allevi ha affittato a Milano, nel momento in cui insieme a un raggio di sole che entra dalla finestra, si riscopre l’entusiasmo, e non solo la fatica, di inseguire i propri sogni.

Piano piano scopriamo che il musicista che abbiamo di fronte sa fermarsi ad osservare il mondo e a guardarlo con occhi pieni di stupore, con gli occhi di chi ama la vita, di chi, come Hegel vede “la realtà diventare specchio dell’infinito”; così voliamo con lui ad Harlem, mentre il cassiere di un supermercato lo incoraggia prima del suo primo concerto a New York.

Riscopriamo in una bellissima composizione il momento in cui Allevi prende coscienza del fatto che “la sua forza sta nella sua fragilità” ed anche noi ci scopriamo un po’ più forti insieme a lui.

Con un sorriso lo seguiamo nel suo esperimento di tornare nel 1500 per unire melodie moderne a quelle rinascimentali.

Con questo sorriso ci salutiamo reciprocamente grati per le emozioni trasmesse.

Giovanni Allevi è riuscito a portarci con sé viaggiando sulle sue note.

Da cosa lo capiamo? Bhé, tutti ci alziamo con calma per uscire e fuori, sui marciapiedi qualcuno si guarda attorno stupito domandandosi: dov’è la mia carrozza?

Landoni Marta

Un film di Marc Forster.  Khalid Abdalla, Homayoun Ershadi, Shaun Toub, Atossa Leoni, Saïd Taghmaoui, Zekiria Ebrahibi. Genere Drammatico, colore 131 minuti. – Produzione USA 2007.

Non bisognerebbe mai andare al cinema avendo già letto il libro da cui il film è tratto. Perché, pur non volendolo, si finisce per fare dei confronti che andrebbero forse evitati, trattandosi di due forme di comunicazione molto diverse. Insomma, ci si siede sulla poltroncina del cinema con il pressante timore che il film non sarà mai bello come il libro e, nella maggior parte dei casi, si esce dalla sala con una netta conferma dei propri sospetti.

E’ un po’ quello che mi è successo vedendo “Il cacciatore di aquiloni” di Marc Foster, tratto dall’omonimo best seller di Khaled Hosseini, anche se -devo ammettere- non nella misura in cui me lo aspettavo. In effetti, la pellicola è più che dignitosa, in molte sequenze intensa ed emozionante e decisamente fedele al romanzo di Hosseini (nonostante alcune parti siano state inevitabilmente tagliate).

Certo, gioca a suo favore il fatto di narrare una storia (attraverso un lungo flashback) di per sé molto originale e toccante. Si tratta dell’amicizia tra due bimbi afgani, Amir, figlio di un notabile pashtun, e Hassan, il suo piccolo servitore azara -etnia considerata inferiore nel paese-, sullo sfondo della florida Kabul degli anni settanta. I due formano una coppia eccezionale nei tornei cittadini di combattimenti tra aquiloni, ma è proprio in occasione di quello che li vede vincitori che la loro amicizia finisce per sfaldarsi. Al termine dell’evento Amir assiste (senza avere il coraggio di intervenire) alla sodomizzazione di Hassan da parte di tre ragazzini ricchi e razzisti. Da quel giorno il piccolo azara diventerà per Amir la denuncia vivente della propria vigliaccheria, un fardello che si porterà dietro fino a quando, ormai adulto ed emigrato negli USA in seguito all’occupazione sovietica dell’Afganistan, avrà l’occasione di tornare nel proprio paese d’origine per “redimersi” e combattere i fantasmi del proprio passato.

Racchiudere in due ore di film le intense sensazioni che il libro riesce a suscitare o rendere sul grande schermo la complessità psicologica dei suoi protagonisti in modo efficace era forse impossibile, ma rimane, tuttavia, la sensazione che Foster avrebbe potuto fare qualcosa di più. Non basta la fedeltà narrativa per far rivivere un libro sulla pellicola: trattandosi di due linguaggi comunicativi differenti, il regista ha l’arduo compito di dover rendere con immagini ciò che in un libro viene espresso più agevolmente con le parole, cercando di mantenerne l’intensità e la significatività. Compito molto difficile da svolgersi, soprattutto se non si è Visconti e si è Foster…

A mio avviso non sono stati inseriti, o non sono stati abbastanza rimarcati, alcuni episodi che avrebbero permesso di entrare meglio nella psiche dei personaggi, di donar loro maggiore spessore, e ciò soprattutto poiché il regista si è dilungato troppo sulla vita americana del protagonista quando avrebbe fatto meglio a ritagliare un po’ di minuti a favore delle vicende afgane e per trattare in modo meno frettoloso il difficile instaurarsi di un rapporto di fiducia tra Amir ed il figlio di Hassan (episodio quasi completamente tralasciato dal film!).

Tuttavia, non voglio sembrare troppo ingiusta nei confronti di questo regista e di un film che, tutto sommato, ha una propria dignità e una buona capacità di coinvolgere ed emozionare lo spettatore. Nonostante il finale un po’ troppo Holliwoodiano ed una visione dell’Afganistan leggermente di parte (è vero che Hosseini è afgano, ma è anche vero che vive negli Stati Uniti da 25 anni…) il film vale la pena di essere visto, sia per la bellezza della storia narrata, sia per la capacità di offrire, in modo non banale, spunti di riflessione importanti sulla guerra, il razzismo, il fanatismo religioso…

Un voto? Otto. Perché anche se la circostanza che “il libro sia sempre migliore del film” è oramai una legge di natura, “Il cacciatore di aquiloni” l’ha messa a dura prova.

Elisa Calliari

E’ il SID il fiore all’occhiello di Scienze Politiche.

Il 2008 è un anno d’incontri per la piccola comunità di Scienze Internazionali e Diplomatiche, che ha visto la presenza del Rettore nel mese di Marzo e quella del Preside di Facoltà Coccopalmerio in Aprile. Queste due personalità hanno voluto “conoscere” gli studenti goriziani, ascoltare i loro problemi e cercare assieme una soluzione. Sappiamo già che l’incontro col Rettore è stato caratterizzato da polemiche, lamentele e scontri; quello col Preside è avvenuto nella più totale calma e serenità anche per una serie di fattori da non trascurare quali la presenza non massiccia degli studenti- dovuta al ritorno di buona parte degli stessi nelle loro regioni di provenienza in occasione delle elezioni politiche- e nche perché il dialogo all’interno del Polo stesso si è fatto più costruttivo. Costruttivo vuol dire che gli studenti del SID stanno imparando a comunicare tra loro, in un continuo scambio di idee e di proposte che, si spera, continui ancora a lungo. Nell’incontro con il Preside Coccopalmerio sono emerse delle interessanti problematiche, talvolta difficili da risolvere anche in seno all’Ateneo stesso. Alcune di queste: il ripristino del ciclo unico nel nostro Corso di Laurea, l’introduzione di corsi-base di lingua inglese, la “creazione” di figure di collegamento tra il Polo Goriziano e la sede centrale. Il Preside ha preso atto di quanto detto dagli studenti e ha proposto, quando possibile, delle soluzioni adeguate. Nel corso dell’incontro è emerso anche il problema della scarsa rappresentanza degli studenti ai funerali del compianto prof. Fasana, al quale il Preside ha risposto con una lettera di ringraziamenti inviataci dal cugino del prof. Fasana, pubblicata in questo numero di Sconfinare. Ed è proprio al nostro giornale che il prof. Coccopalmerio, alla fine dell’incontro con gli studenti, ha gentilmente rilasciato un’intervista.

Signor Preside, La ringraziamo intanto per la sua presenza qui al Polo di Gorizia. Sappiamo che Lei è giunto alla fine del suo mandato e che a Ottobre ci saranno le elezioni per il nuovo Preside di Facoltà. Può dirci come ha trovato questa esperienza e cosa ha voluto dire per lei ricoprire questo incarico?

Essere Preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Trieste è stato per me un onore e so bene che il mio ruolo ha avuto, e ha tuttora, un’importanza fondamentale. Sono Preside dal 1987, cioè da ben 21 anni e ho visto una Facoltà in continua evoluzione. Ho visto una Facoltà rinomata ed accreditata agli occhi dell’Italia intera. Non dobbiamo dimenticare che secondo le statistiche del Censis, siamo la seconda Facoltà di Scienze Politiche a livello nazionale, preceduti soltanto da Forlì. E se possiamo vantare un tale primato è soprattutto grazie al Corso di Laurea di Scienze Internazionali e Diplomatiche, che è il nostro fiore all’occhiello.

Probabilmente l’Università dei giorni nostri non è più quella di una volta. Potrebbe aiutarci a individuare le cause di questo declino? In questo contesto cosa rappresenta l’Università di Trieste?

Ho constatato che effettivamente il livello generale di preparazione si è abbassato. Il sistema universitario si sta liceizzando per due motivi in particolare: in primis, vi è uno scadimento degli studi che precedono quelli universitari e le scuole medie superiori sono le maggiori colpevoli. In secondo luogo, la colpa l’attribuirei alla riforma dell’Università che ha moltiplicato la cattedre e i Corsi di Laurea dal 1999 in poi, causando un minor rigore dei criteri selettivi della classe docente. Fortunatamente, l’Ateneo di Trieste, la Facoltà di Scienze Politiche e, in seno a quest’ultimo, il SID, conservano il prestigio e l’alta qualità. Il SID è una nicchia d’eccellenza, ma che, nell’ambito di applicazione del decreto Mussi, deve ritrovare una propria specificità.

Cosa potrebbe dirci riguardo alla politica nazionale ed internazionale? La corruzione, la sete di denaro e di potere, il clientelismo sono sotto gli occhi di tutti. E’ questo l’esempio che noi studenti, in particolare noi amanti della politica, riceviamo. La prego, ci dia un buon motivo per credere ancora nelle “scienze politiche” e/o nelle ideologie…

Innanzitutto, con riferimento agli innumerevoli Corsi di Laurea che si sono venuti a creare, il “sapere” si è diviso: o gli studi sono troppo tecnici, o sono troppo ampi. Le scienze politiche, invece, sono scienze organiche, non sono né troppo tecniche, né troppo ampie, benché il loro campo di applicazione sia molto vasto. Un ragazzo che studia scienze politiche conosce l’economia, il diritto, la sociologia. Questa Facoltà potrebbe essere definita avocazionale, universalistica. Chi ha studiato politica si sa muovere su ogni terreno, perché lo contraddistingue la curiosità intellettuale, l’elasticità mentale e la capacità di adattamento. Sebbene la politica nazionale e internazionale spesso ci deludano, i grandi statisti non sono mancati e comunque non è un buon motivo per dissuadere i giovani dallo studiare le scienze politiche.

Federica Salvo

Nazione: USA

Cast: Hayden Christensen

Samuel L. Jackson

Diane Lane

Durata: 88′

Un ragazzo scopre di avere il potere di teletrasportarsi ovunque, impara a controllare i suoi poteri e vive una vita idilliaca tra viaggi e piaceri: colazione sulla Sfinge di Giza, un po’ di surf alle Fiji, pranzo a New York e poi serata in discoteca a Londra. Tutto meraviglioso, finché non scopre che qualcuno gli è alle costole, e che questo qualcuno vuole eliminarlo.

Fin qui nulla di nuovo, anzi, sembra quasi la trama di un episodio di “Heroes”. Ma il teletrasporto ha sempre il suo fascino, come i viaggi nel tempo: d’altra parte, chi non ha mai sognato di potersi spostare in questo modo, magari con un vezzoso schioccare delle dita? L’argomento, se ben sfruttato, può dare risultati senz’altro interessanti. Può, o potrebbe. Infatti, nonostante le promettenti premesse, “Jumper” non riesce a coinvolgere come avrebbe potuto.

Le scene d’azione e di teletrasporto, naturalmente, sono ben fatte come ormai ci si aspetta dalle produzioni di Hollywood, ma tutto il resto non convince: soprattutto, non c’è intesa fra David e Milly, protagonisti di un’improbabile relazione (dopo non essersi visti per 8 anni!) a margine della fuga dai cacciatori di Jumpers. Di questa guerra secolare, tra l’altro, non viene detto quasi nulla, ed è un peccato, perché qualche flashback storico ad hoc avrebbe reso il film notevolmente più interessante. Più in generale, si ha l’impressione che il film non scavi mai nella storia dei personaggi, restando sempre sul vago. Altro punto dolente sono i molti “buchi” nella trama: non sappiamo cosa succeda al padre di David, che fine faccia l’altro “Jumper”, Griffin, eccetera. Sono talmente tante le questioni lasciate in sospeso che viene da chiedersi se sia già previsto un sequel: pare quasi una moda, quella di confezionare i film sin dall’inizio in modo tale che sia necessario un seguito.

Riassumendo: ottimi effetti speciali, trama superficiale, personaggi poco convincenti (a parte il sempreverde Jackson, e Griffin, ovvero l’inglese Jamie Bell, senz’altro una spanna sopra Christensen) e molte domande senza risposta. Come mix non sembra essere dei migliori.

Tuttavia, il film non è del tutto senza merito: è da apprezzare il fatto che il protagonista non sia il tipico supereroe cauto e responsabile (tipo Spiderman, per intenderci), ma anzi, una volta scoperti i suoi poteri, si dia alla pazza gioia. È molto più veritiero e divertente dei classici ammonimenti sulle “grandi responsabilità” imposte dai “grandi poteri”, ed è il motivo principale per cui “Jumper” si merita la sufficienza.

VOTO: 6

Il Gruppo Giovani del Comitato Provinciale Unicef di Gorizia, vi
annuncia che tra qualche giorno riprenderà la rassegna cinematografica
dal tema DONNE E BAMBINI, PARITA DI GENERE E DI DIRITTI, iniziata lo
scorso inverno. Anche gli ultimi tre film saranno proiettati presso la
sede del Punto Giovani di Gorizia, in via Cappuccini 21, alle ora
20h30.
I film in programma sono:
– 28 aprile:  “OSAMA”
di S. Barmak, Afgahnistan/Giappone/Irlanda, 2003, (durata 82′).
Kabul, poco tempo fa. Una ragazzina di 12 anni, sua madre e sua nonna
sono sopravvissute alla repressione delle manifestazioni di protesta
organizzate dalle donne afgane all’inizio del regime talebano. L’unico
modo per lavorare e procurarsi da vivere è travestire la piccola da
maschio e fingere che si chiami Osama, purché i talebani non la
scoprano…
-12 maggio:  “ABC AFRICA”
di A. Kiarostami Iran, 2001 (durata 83′)
Uganda, marzo 2000. Su richiesta dell’Ifad, l’International Fund for
Agricultural Development delle Nazioni Unite, Abbas Kiarostami e il
suo assistente Seifollah Samadian arrivano a Kampala. Per dieci
giorni, le loro telecamere digitali catturano e accarezzano i volti di
un migliaio di bambini, tutti orfani, i cui genitori sono morti di
Aids.
-19 maggio:  “WATER”
di D. Mehta Canada/India, 2005, (durata 114′)
India. La storia parla di tre vedove Hindi, che dopo la morte dei loro
mariti vanno a vivere in una casa lungo il fiume dove vivono di
elemosina, ma alcune sono costrette a prostituirsi perchè il denaro
non basta. Tra le vedove, una bambina di soli otto anni, vittima dei
matrimoni infantili, che viene portata dal padre nella casa sul fiume,
ma che, essendo ancora piccola, non riesce a capire bene quello che le
sta accadendo…

Per qualsiasi informazione o curiosità ci trovate in via Santa Chiara
3/6 da martedì al venerdì dalle 10h00 alle 12h30, oppure potete
scriverci a comitatounicef.go@libero.it.
Vi aspettiamo numerosi!

A Gorizia l’incontro del 9 aprile

Mercoledì pomeriggio goriziano, nuvole, ma non piove. Sono le quattro e mezza, piccola folla di giovani davanti al Palace Hotel, aspetta il ministro del lavoro Cesare Damiano, invitato dai Giovani Democratici di Gorizia sull’onda di una provocazione, “giovani ed eventuali”, che dà il titolo all’incontro. «Siamo noi gli “eventuali”, quelli che non hanno granché voce nella politica e nell’economia», dice Valentina, sedicenne che prima ancora della maggiore età ha già votato due volte alle primarie del Pd. «Il problema – le fa eco Michele, al primo anno di Legge – è che vogliamo mettere il naso fuori casa, progettare un minimo di futuro». Già, questa, la parolina magica. Forse la molla che ha portato tanti ragazzi a discutere di politica con un ministro del lavoro oramai agli ultimi giorni del suo mandato. E quando arriva Cesare Damiano, sulle note di “Mi fido di te”, vero inno unofficial della campagna veltroniana, tutti in piedi, ad applaudire – un po’ forse con sollievo, dopo l’attesa dovuta ad una tappa imprevista in un’azienda vinicola…

Marco Fabozzi, visibilmente emozionato, festeggia i suoi 23 anni introducendo gli argomenti su cui Damiano dovrà rispondere. Da poco laureato in Tecniche della prevenzione degli infortuni sul lavoro, Marco tratteggia in breve le inquietudini di una generazione: lavoro, precarietà, salari, sicurezza, famiglia. Un giovane che oggi vuole entrare nel mondo produttivo – incalza – rimane quasi certamente “intrappolato”, spesso per lungo tempo, in rapporti di lavoro precari che non gli consentono di realizzare progetti a lungo termine, né di acquisire una certa indipendenza economica. «La scarsa sicurezza nei luoghi di lavoro – sottolinea ancora Marco -, unita alle forme contrattuali di assunzione, nasce in gran parte da un’illusoria strategia di mercato che si basa su una riduzione dei costi del lavoro. Tutto ciò incide, alla fine, a scapito della tutela della salute e dei diritti dei lavoratori».

Damiano non si sottrae ai problemi, e rileva subito l’eccessiva durata dei contratti di flessibilità: «Quando ho cominciato a lavorare in fabbrica, quarant’anni fa, dopo trenta giorni di prova avevo già un contratto a tempo indeterminato. Oggi non è più così. Le vecchie certezze non esistono più, e voi, i giovani, siete chiamati a riconquistare i vostri diritti giorno per giorno». Rivendica i risultati raggiunti in pochi mesi di governo, in particolare con la Legge 123 del 2007, una normativa sulla sicurezza – dice – tra le più avanzate in Europa. «Ma le migliori leggi, se rimangono sulla carta, non servono a nulla. Bisogna applicarle: a favorire ciò ci sono i 1411 nuovi ispettori del lavoro, c’è un dialogo con le imprese, per far crescere la consapevolezza che un luogo di lavoro sicuro è utile per tutti, anche per il datore di lavoro». Il nocciolo è questo: le regole non sono degli impedimenti, dei “lacciuoli” inutili e gravosi da evitare quanto più possibile, ma portano alla crescita del Paese in tutte le sue componenti.

Continua il botta e risposta: com’è possibile che la fascia d’età maggiormente coinvolta negli infortuni sia proprio quella compresa tra i 18 ed i 34 anni? «Non se ne può parlare solo dopo fatti eclatanti come quelli di Torino – ribadisce Marco, che ne ha viste già molte nei cantieri del monfalconese -. Il problema è innanzitutto culturale, e la formazione gioca un ruolo di primo piano». «Gli ambienti di lavoro – aggiunge Damiano – sono sempre più “internazionali”, data la forte presenza di immigrati. Occorre comunicare con lingue, culture, modi di pensare diversi dal nostro. E questi lavoratori, specie nel settore edilizio, sono i più esposti ai rischi. Sono migliaia le imprese edili che ho fatto chiudere per mancato rispetto delle norme: di queste, il 40% ha riaperto dopo essersi messa in regola, le altre hanno chiuso, perché dovevano la propria sopravvivenza al “nero”. Proprio in queste si concentra una grossa parte dei morti e dei feriti». Altra novità, rivendicata dal ministro, è l’obbligo di regolarizzare il lavoratore entro un giorno prima dall’inizio dell’occupazione, «proprio perché quasi metà degli infortuni avviene il primo giorno di lavoro». Il milione di incidenti sul lavoro annui colpiscono infatti soprattutto chi è alla prima esperienza lavorativa: giovani spesso messi in difficoltà da un sistema che non permette di crearsi un’esperienza e conoscere bene il proprio lavoro e i rischi che lo caratterizzano.

Un’esistenza precaria inibisce le possibilità di farsi una famiglia, di procedere regolarmente nelle proprie relazioni, di costruirsi un’autonomia. In molti sentiamo questi problemi, chi studia a lungo all’università, come chi finisce presto in un cantiere o in un call center. Trovare una così larga presenza di giovani, a discutere in un pomeriggio goriziano, mi ha veramente stupito. C’è voglia di crescere, di contare. Il tema del lavoro ha richiamato questo desiderio di sentirsi importanti e dare il proprio contributo ad una società sempre più vecchia, dove i giovani lottano ogni giorno per conquistare i propri spazi. È un desiderio importante, una fiammella che potrà crescere, se tutti daranno il loro prezioso, ed individuale, contributo.

Federico Vidic

Secondo le versione “ufficiale” dei fatti, quella prevalente nelle dichiarazioni accorate dei politici e sui media, all’università La Sapienza Benedetto XVI è rimasto vittima dell’intolleranza laicista di una minoranza di studenti e docenti. Ma guardando i fatti da una prospettiva diversa, può addirittura passare per la testa che non sia successo niente di tutto ciò, e che la vera notizia da ricavare sia un’altra. La stampa estera ha dedicato solo esigui trafiletti all’accaduto; secondo il Berliner Tageszeitung, dimostra semplicemente “che il Papa non è ospite gradito dappertutto”. E allora, perché è nata quest’enorme bagarre? Chi l’ha alimentata?

In primo luogo, il rettore di un ateneo pubblico che invita “l’uomo sbagliato al momento sbagliato”. Possibile che Guarini non sapesse a cosa andava incontro? Bisogna ammettere che molto spesso le celebrazioni ufficiali si risolvono in uno sfoggio di ermellini e retorica che vuol dire poco, ma l’inaugurazione dell’anno accademico e la relativa lectio magistralis sono momenti altamente simbolici per l’università. Comprendono le linee guida dell’attività di un ateneo, e il metodo che contraddistingue tale attività prevede libertà d’espressione per tutti, seguita da contestazioni, dibattiti, ripensamenti, confutazioni. Come si può pensare di non suscitare opposizione invitando, come unico ospite, un personaggio che incarna una istituzione basata su dogmi, fra cui quello della sua infallibilità? Il professor Marcello Cini, autore di una lettera di protesta inviata al rettore il 14 novembre, denuncia come Benedetto XVI stia utilizzando “l’effigie della dea Ragione degli illuministi come cavallo di Troia per entrare nella cittadella della conoscenza scientifica e metterla in riga”: impossibile pretendere che biologi e scienziati in generale assistano senza dire nulla all’intervento di un Papa che ha dato appoggio esplicito alla teoria del disegno intelligente, e che pretende di “ricondurre la scienza sotto la pseudo-razionalità dei dogmi della religione”.

A mio parere, l’invito non andava fatto: non in assoluto, perché le occasioni di confronto (anche se per un pontefice il dibattito vero e proprio è praticamente inconcepibile) non vanno rifiutate, neppure di fronte a chi ha la possibilità di esprimere quotidianamente le proprie opinioni con il supporto di media asserviti. Ma in quell’occasione e in quel modo sicuramente no. Ciò detto, l’invito acquista un senso preciso se si ammette che lo scopo reale era proprio quello di suscitare un caso mediatico, per dare visibilità ad un rettore giunto a fine mandato. O per distogliere l’attenzione dai problemi giudiziari di quello stesso rettore, coinvolto in un’inchiesta sull’assegnazione di posti di lavoro ai parenti nonché di un appalto milionario per la costruzione di un parcheggio. O per far dimenticare il buco nel bilancio dell’ateneo. Tesi avvalorate dal fatto che la lettera di protesta del professor Cini, e il successivo sostegno espresso dai 67 docenti, risalgono alla metà di novembre, mentre i media hanno aspettato pochi giorni prima della visita per dare risalto alla notizia, presentando le proteste come un’improvisa fiammata di intolleranza che ha portato agli eventi che ben conosciamo e che ha catalizzato l’attenzione generale per giorni.

In ogni caso, una volta fatto e accettato l’invito, il pontefice andava ascoltato, proprio in nome di quella libertà d’espressione che dovrebbe caratterizzare l’università. Ma è ignobile e surreale invocare tale diritto a favore di Benedetto XVI per poi attaccare ferocemente i contestatori della sua presenza: studenti e docenti non hanno fatto altro che esprimere il loro punto di vista, come garantisce la Costituzione, e la possibilità di parlare non è mai stata negata al Papa. Negli ultimi anni, la Chiesa cattolica si è distinta sempre di più per le pesanti ingerenze nella vita politica italiana, affermando perentoriamente la propria opinione su tutto ciò che la interessa, comportandosi come l’unico rappresentante dell’etica del Paese. E quando non sono le gerarchie ad agire, ci pensano i politici, di destra e di sinistra, a strumentalizzare la religione per scopi populistici, per assicurarsi i voti dei cattolici da cui, nel “giardino del Vaticano”, non si può prescindere per essere eletti. I rappresentanti della Chiesa in questi casi tacciono, non è mai successo che si ribellassero una volta per tutte all’uso improprio delle dichiarazioni di fede, e permettono che le veglie di preghiera per politici indagati dilaghino per il Paese. Il risultato peggiore di questi comportamenti è l’inasprimento del confronto civile riguardo alla fede cattolica, che in Italia non è mai stato semplice: cittadini cattolici e cittadini laici si sentono sempre più attaccati e minacciati gli uni dagli altri. In un contesto del genere, è ingenuo credere che la Santa sede non abbia considerato la possibilità di contestazioni alla visita.

Il problema della sicurezza era inesistente: gli studenti più coinvolti nelle proteste erano circa 300, e sarebbe bastato dare loro uno spazio in cui manifestare contemporaneamente alla cerimonia (come avevano chiesto) per evitare episodi imbarazzanti ed eventualmente poco civili in aula magna. Prodi ed Amato avrebbero insistito fino all’ultimo perché Benedetto XVI non rinunciasse alla visita, se ci fossero stati reali motivi di preoccupazione sullo svolgimento della cerimonia?

Nessuno ha impedito al Papa di parlare. Nessuno gli ha messo il bavaglio. E’ stato lui a sottrarsi ad una situazione che poteva non essere facile, ma che poteva affrontare. Le motivazioni addotte dalla Santa sede perdono ulteriormente credibilità alla luce degli avvenimenti che sono seguiti: domenica 20 gennaio, il Cardinal Ruini invita tutti all’Angelus per esprimere il proprio sostegno al Papa, trasformando una cerimonia religiosa in manifestazione politica tanto quanto le proteste degli studenti. Il giorno dopo, il tocco finale: al Consiglio permanente della Cei, Monsignor Bagnasco lancia precise accuse al governo Prodi, in bilico dopo l’annunciato rirtiro del sostegno dell’Udeur di Mastella. Il capo della Cei detta senza mezzi termini un’agenda politica ben precisa sui temi più importanti del momento, dall’assistenza alle famiglie, alle morti sul lavoro, all’emergenza rifiuti. Non dimentica di ringraziare indirettamente Giuliano Ferrara per aver “lanciato il dibattito” sulla revisione della legge 194. Insomma, indica le proprie condizioni per la sopravvivenza di un governo in Italia.

Ed eccola qui allora, la vera notizia di cui parlavo all’inizio: chi governerà dopo l’attuale crisi politica, farà bene a tenere conto dell’influenza del Vaticano, ancor più di quanto non abbia fatto questo centro-sinistra.

Athena Tomasini

Il 9 maggio 1978, nelle stesse ore in cui veniva ritrovato in Via Caetani il corpo senza vita dell’Onorevole Aldo Moro, nella terra dei vespri e degli aranci, più precisamente lungo un tratto della linea ferroviaria di collegamento tra Cinisi e Palermo, venivano invece rinvenuti i resti del cadavere del trentenne Giuseppe Impastato. “Si è fatto esplodere con una cintura di tritolo legata in vita: un chiaro atto terroristico contro lo Stato e le istituzioni”, sancirono le indagini. Ma le pietre sporche del suo sangue, nascoste in un casolare poco lontano e trovate dai suoi amici e da pastori del luogo, rivelavano un’altra verità: Peppino Impastato era stato massacrato di botte e successivamente trascinato inerme sui binari e lì fatto esplodere. Il suo era un assassinio politico di stampo mafioso, anche se questo verrà stabilito solo nel 1984.

Giuseppe Impastato nacque a Cinisi, in provincia di Palermo, il 5 gennaio 1948 da una famiglia mafiosa imparentata con il capomafia Cesare Manzella, ucciso nel 1963 in un agguato per volere di Gaetano Badalamenti, boss che si stava imponendo sulla zona come capo indiscusso e al quale la famiglia Impastato aveva giurato fedeltà. Ancora ragazzo, Giuseppe rompe i legami con il padre, non condividendone la logica mafiosa e, cacciato di casa, aderisce al Psiup (Partito socialista italiano di unità proletaria) e avvia un’attività politico-culturale antimafiosa. Lotta aspramente contro l’espropriazione delle terre dei contadini per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Punta Raisi, controllato dai Badalamenti e divenuto fulcro del loro traffico di droga. Nel 1976 Peppino fonda Radio Aut, un’emittente radiofonica autogestita e autofinanziata dai giovani della zona, che, oltre a svolgere intrattenimento culturale, denuncia quotidianamente gli abusi compiuti dai mafiosi di Cinisi e Terrasini. Il programma di Peppino, Onda pazza, è il più seguito, oltre che il più criticato: la sua è una satira pungente che non risparmia mafiosi o politici, ai quali vengono storpiati i nomi – Gaetano Badalamenti diviene ad esempio Tano Seduto, il gran capo tribù di Mafiopoli, che altro non è che Cinisi – e dei quali vengono narrate tutte le malefatte, senza timore di infastidire “chi non deve essere toccato”. Nel 1978, Giuseppe si candida alle elezioni comunali nella lista di Democrazia Proletaria, ma il suo assassinio arriva prima della fine della campagna elettorale. Tano Badalamenti ne è il mandante: vuole punire il giovane perché l’ha sbeffeggiato, perché ha formulato troppe ipotesi veritiere e perché ha avuto il coraggio di non abbassare lo sguardo davanti alla potenza della mafia. Dunque Peppino viene ucciso, ma la curiosa coincidenza con il ritrovamento del corpo di Aldo Moro facilita l’insabbiamento delle indagini sulla morte di un ragazzo siciliano “che non sapeva starsene al suo posto”. La gente di Cinisi conosce però la reale versione dei fatti e, per palesare il disappunto e la rabbia contro il capomafia artefice di un’ingiusta violenza, organizza un corteo durante la celebrazione dei funerali di Giuseppe e lo vota comunque alle comunali, riuscendo ad eleggerlo.

Dopo il grave lutto subìto, il fratello di Peppino, Giovanni, e la madre Felicia Bartolotta rompono pubblicamente ogni rapporto con la parentela mafiosa e insieme con i compagni di militanza del giovane iniziano la loro battaglia per far chiarezza e rendere giustizia a una persona che aveva donato la vita per la causa dell’antimafia. Grazie anche al Centro siciliano di documentazione di Palermo, fondato nel 1977 e dal 1980 intitolato proprio a Giuseppe Impastato, vengono raccolti documenti, testimonianze e presentate denunce che fanno riaprire l’inchiesta giudiziaria. Nel 1984 il Tribunale di Palermo emette una sentenza in cui cadono le ipotesi di morte accidentale o suicidio e si riconosce la matrice mafiosa del delitto, però attribuito all’azione di ignoti, causando quindi l’archiviazione del caso per impossibilità di individuare i colpevoli dell’omicidio. Giovanni Impastato e sua madre non si danno per vinti e finalmente nel 1994 una loro istanza di riapertura dell’inchiesta, promossa anche dal Centro siciliano Impastato e accompagnata da una petizione popolare, viene accettata dai magistrati, che nel 1996 ricominceranno le indagini. Grazie alla testimonianza di alcuni pentiti, dopo 5 anni, nel marzo del 2001, Vito Palazzolo viene dichiarato colpevole dell’assassinio e condannato a 30 anni di reclusione e Gateano Badalamenti, indicato come il principale mandante, nel 2002, viene condannato all’ergastolo; inoltre vengono accertate le responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini.

Dopo questa vittoria, Giovanni Impastato sta proseguendo lungo la strada tracciata da suo fratello: egli infatti partecipa attivamente all’organizzazione di manifestazioni in collaborazione con il Centro siciliano di documentazione, ha creato un movimento anti-pizzo nella sua Cinisi e si sposta in tutta Italia per testimoniare la sua esperienza e sensibilizzare la Penisola intera a un problema che non è solo siciliano. Una delle iniziative di quest’anno è la manifestazione nazionale contro la mafia, nell’ambito del  Forum sociale antimafia 2008, che si terrà a Cinisi dal 6 al 10 maggio, in occasione del trentennale dall’omicidio di Peppino: sarà un corteo in memoria della sua lotta e a dimostrazione che qualcosa sta lentamente cambiando, che l’Italia ora si ricorda anche di lui.

Michela Francescutto

“Mi interessava il confine labile fra logica e creatività. Quando intorno non cambia niente da secoli, come nei Sassi di Matera, le persone tendono a crearsi i propri mondi, fatti di immaginazione e ossessioni. I personaggi del film vivono in una marginalità che diventa possibilità di creare, reinterpretare, dissacrare senza che importi più la distinzione tra il vero e il falso. Ho cercato uno sguardo ironico e astratto che potesse restituire il senso di eccentricità e solitudine dei personaggi ma anche la loro estrema vitalità”.

Federica Di Giacomo

I sassi di Matera sono meta turistica internazionale. Federica Di Giacomo ci racconta quei pochi abitanti rimasti in quel luogo. Il Lato Grottesco della Vita è un apologo sulla purezza dei sentimenti, è la descrizione di un “altro mondo” e di “un altro tempo”.

La macchina da presa segue passo passo due personaggi in particolare: Giuseppe, guida turistica e membro della comunità dei testimoni di Geova; e Paradiso, candidato politico al consiglio comunale. I due protagonisti sono presi come figure emblematiche della gente dei Sassi. In loro l’autrice vede soprattutto innocenza e ignoranza. Ma non semplicità e stupidità. Loro infatti ostentano il loro poco sapere come se fosse alta cultura e non hanno timore di esprimere qualunque idea. I loro discorsi sfiorano il ridicolo e l’incomprensibile. Ma il fatto che non se ne rendano conto, anzi che si sentano in grado di definirsi storico uno, politico l’altro, li rende non tanto assurdi ma, come suggerisce il titolo, grotteschi.

Il documentarismo di questa pellicola non è semplice ripresa della vita. Il film è costruito sapientemente al montaggio; e la pulizia delle inquadrature e il frequente uso del campo-controcampo nei dialoghi, cosa insolita in un documentario classico, denotano una minuziosa attenzione. Tale sapiente costruzione cadenza il racconto, ma nonostante ciò, emerge la verità del luogo, con un ritmo da film di finzione. Ed è per questo che lo spettatore riesce facilmente ad affezionarsi ai protagonisti. Inoltre, l’affascinante ambientazione fa da perfetta cornice agli eventi, in quanto è un perfetto contraltare dei personaggi. Matera infatti è intrisa di storia, di cultura, di arte, tanto da dimostrasi un set meraviglioso per cogliere la poesia del quotidiano vivere dei suoi abitanti.

La rappresentazione delle preghiere di gruppo a cui partecipa Giuseppe e dei comizi nelle piazze della città fa emergere, senza mai disprezzare, il lato grottesco presente nel mondo della politica. E Federica Di Giacomo, riuscendo ad attrarre così bene l’attenzione del pubblico, dimostra implicitamente come questo lato sia presente in ognuno di noi.

La pellicola mostra una realtà difficile sebbene i personaggi “non appaiono depressi o rassegnati alla loro condizione lavorativa, ma al contrario esprimono un’improbabile creatività. I 75 minuti del film documentano una serie di situazioni che nascondono squilibri sociali, politici ed economici che i personaggi denunciano con forza, sebbene in modo bizzarro. Questa “denuncia” passa attraverso la vena comica dei personaggi aggiungendo valore alla ricerca socio-antropologico che Federica Di Giacomo ha evidenziato nel film.

Dal proprio canto Federica Di Giacomo coglie il perpetuarsi del conflitto che intercorre tra soggetti di evidente interdizione mentale,come nel caso del Sig. Giuseppe e il Sig. Paradiso, e i parametri di ” normalità sociale ” che prevedono il rispetto generalizzato delle norme comportamentali e degli standards di vita, a loro volta causa propulsiva di un anonimato richiesto dalla società moderna e globalizzata.

I protagonisti, portatori di una sana anormalità, sono l’espressione genuina di una originalità e genialità che trasgredisce la norma ma che, contemporaneamente, può esprimere lo spirito umano in modo più spontaneo, al di fuori di ogni schematismo convenzionale che “intrappola” gli impulsi vitali dell’uomo. La stravaganza che accompagna questi malati mentali nelle innumerevoli peripezie quotidiane sono fonte del binomio ammirazione-gelosia da parte di coloro che, con occhio di rammarico, sono assoggettati ad un rigido potere etico-sociale.

Italo Svevo, autore del romanzo “La coscienza di Zeno”, avrebbe dal proprio canto evidenziato questo contrasto configurando un duplice visione societaria: da un lato la società dei “malati” e dall’altra la società dei presunti “giusti”, o meglio di malati mentali che non sanno di esserlo.

Le prime reali parole spese a difesa dei dissidenti mentali, cosi definiti coloro che soffrono di deficit mentale da parte dello psichiatra italiano Luca de Stefano, furono quelle formulate da Franco Basaglia, nei primi anni ’60, a supporto di una concezione antipsichiatrica e anti-manicomiale della malattia mentale: la follia veniva interpretata come una risposta disperata dell’individuo alla condizione umanamente insopportabile, cui è costretto dal sistema capitalista, basato sull’efficientismo,consumismo e privo totalmente di senso umano.

Tale concezione anti-psichiatrica della malattia mentale viene recepita nella legge n.180 del 1978 che di fatto abolisce i manicomi in quanto strumento di una società folle che cerca di reprimere le ragioni di coloro che si rivoltano contro essa.

Gli anni ’60 ha dunque rappresentato un decennio dall’ evidente sovraculturalizzazione da intendere come una nuova fase della modernità, le cui concezioni sono state soggette ad una serie di evoluzioni storico-culturali nel corse dei decenni successivi, fino ad approdare ad un XXI secolo, che se purché caratterizzato da una più ampia coscienza dei problemi che affiggono la nostra società, “ammira”
l’ inarrestabile avanzare del progresso e della modernità, così come le conseguenze che questi portano con sé.

Di tutto ciò però attori come il Sig. Giuseppe e il Sig. Paradiso non ne hanno la più lontana percezione perché troppo intenti nel sviluppare, nel proprio immaginario, mondi fantastici nei quali loro solo sono gli unici protagonisti e portatori di verità.

Francesco Bruno

Ieri, a Milano, si sono svolte le esequie del nostro caro Professore Enrico Fasana.

Noi, i suoi “discepoli”, eravamo presenti, ma non solo: moltissime persone sono arrivate da diverse parti d’Italia per ricordare il Professore nella sua città che tanto amava.

Erano presenti i familiari, diversi professori dell’Università Cattolica di Milano, di cui il Prof è stato un illustre studente , altri colleghi di università italiane, amici, membri dell’Associazione Italia Tibet, di cui lui era un grande amico e preziosissimo collaboratore, giornalisti, rappresentanti del Consolato Generale dell’India.

La cerimonia è stata intima, intensa e commovente; molte persone hanno speso parole di stima e affetto per ricordare il Professor Fasana sia come intellettuale che come uomo.

Il Professor Baracca, suo amico, ha ricordato l’enorme contributo agli studi sul Subcontinente Indiano, di cui il Professore era considerato uno dei massimi esperti, ma non solo, anche la sua straordinaria umanità e capacità di aiutare le persone più in difficoltà e disperate, verso le quali dimostrava una particolare sensibilità.

Si è inoltre fatto ampio riferimento alla sua libertà e onestà intellettuale , che lo hanno portato a cercare la verità in ogni cosa, sia a livello professionale che umano.

Noi, i suoi discepoli, eravamo veramente in tanti: commossi ed emozionati abbiamo trasportato la sua bara, sulla quale era stata posta la bandiera del Tibet: mai nessuno di noi ha assistito a qualcosa di più e suggestivo e toccante. Proprio nel momento in cui il Professore se ne andava , la strage dei Tibetani, uno dei popoli che più amava e sosteneva , era nuovamente sotto gli occhi del mondo e quella bandiera fungeva quasi da coperta spirituale che legherà per sempre l’anima del Nostro a quella di milioni di Tibetani.

All’uscita della chiesa tante corone di fiori a rendergli omaggio tra cui quella del Consolato Generale dell’India a Milano, dell’Università Cattolica di Milano e degli studenti del secondo anno del S.I.D. di Gorizia.

Ci è dispiaciuto, che tra tutti questi segni di stima e ricordo non comparisse un’espressione ufficiale di cordoglio da parte dell’Università degli Studi di Trieste e in particolare dei S.I.D al quale il professor Fasana ha tanto dato.

Francesco Guerzoni

Un’altra volta hanno fallito: la maratona elettorale inizia alle 15, con la diffusione dei famigerati exit – pool che prefigurano un testa a testa tra PdL e PD, annunciando solamente a 2 i punti di vantaggio del primo sul secondo.  Alle 16 30 i punti di vantaggio per Berlusconi si moltiplicano, anzi si triplicano arrivando a circa 7. Lo sconforto dei militanti del PD riniti sotto il Loft di Veltroni è palpabile. Da parte sua il Popolo delle Libertà festeggia il risultato parlando di “vittoria netta”. Ma queste elezioni hanno descritto un’Italia e disegnato un Parlamento che dire abbia sorpreso è dire poco. Ma andiamo con ordine: la vittoria dell’asse PdL – Lega di Berlusconi è solida, distante 9 lunghezze dal PD che si ferma, in coalizione con l’Italia dei Valori, attorno al 38 % sia alla Camera che al Senato. Il compagno di strada Di Pietro festeggia il risultato che lo porta a raddoppiare i consensi rispetto alle politiche del 2006 (si attesta intorno al 5 %). Il partito del predellino di piazza S. Babila è un successo, qualche punto percentuale in più rispetto alla somma di An e Fi (intorno al 38 %). Sorprendente il risultato della Lega, apparentata con il PdL, vera vincitrice di questa tornata elettorale: dilaga al Nord, trionfa addirittura in alcune regioni arrivando a competere con il PdL (in Veneto più che raddoppia, dall’11 al 25 %), oltrepassa il Po conquistando le regioni rosse, sorprendendo con un ottimo risultato in Emilia-Romagna: supera il 7 %. In totale conquista un determinante bottino, con il 6 % alla Camera e più dell’ 8 % al Senato: l’Italia è di Bossi e Berlusconi, con un 47 % dei consensi che consegna loro una maggioranza più che solida. Qualche ombra, appunto, sul forte risultato della Lega, che potrà influenzare pesantemente le scelte del futuro governo.

Per il resto, è un terremoto in Parlamento: l’Udc sopravvive, anzi ottiene un discreto risultato stretto com’era fra due giganti: passa la soglia di sbarramento alla Camera, con un 5,5 % dei consensi, e posiziona una pattuglia di 3 senatori provenienti dalla Sicilia, unica regione in cui supera l’8 %. Tra questi il neo condannato Cuffaro, ma va bene così, pochi ma buoni. Sono 5, quindi, i gruppi parlamentari che sopravvivono alla nascita della Terza Repubblica, 6 contando anche l’MpA del nuovo governatore della Sicilia Lombardo, alleato con Berlusconi. Sorprende in negativo il risultato della Sinistra-l’Arcobaleno, alla prima prova elettorale del cartello che riuniva Rifondazione, Comunisti Italiani, Verdi e PdCI: con poco più del 3 % non avrà neppure un rappresentante in Parlamento, prefigurando una strada tutta in salita per il nuovo soggetto unitario. I risultati vanno al di là di ogni più nera aspettativa: nella Valdagno la rossa, Carroccio batte Sinistra 30 a 2,1. Così in tutti i vecchi feudi, così nella frase lapidaria rivolta da un festoso Maroni ad un amareggiato Bertinotti che a Matrix annuncia il suo abbandono del ruolo di dirigente politico (“resterò un militante”): “oramai gli operai votano Lega”. Da una parte i nostalgici della falce e martello, dall’altra la politica del voto utile, e l’astensione: resta il fatto che questa semplificazione del quadro politico che tende fortemente al bipartitismo sconvolge il Parlamento e lascia fuori tanta parte delle culture politiche e delle facce che avevano rappresentato l’Italia di ieri: scompaiono i comunisti, scompaiono i socialisti di Boselli sotto l’1 % (non avranno nemmeno il rimborso della campagna elettorale). Non passa la soglia la Destra di Storace, con un 2,5 % che però promette qualcosa per il futuro.

Un quadro quindi fortemente anomalo si presenta agli occhi degli italiani verso le nove di sera. La sconfitta è pesante, Veltroni ammette che “non si può fare”, e all’americana chiama il “principalerappresentatedelloschieramentoanoiavverso” e si congratula. Il PD regge bene ma non sfonda: il 33 % e sì al di sopra della somma di DS e Margherita, ma dopo aver vampirizzato la Sinistra è chiaro che deve ringraziare la psicologia da voto utile e, del resto, uno stacco di quasi dieci punti non è un gran risultato. Tra i piani alti del loft, circolavano già le voci che il 35 % avrebbe costituito la “soglia” al di sotto della quale il risultato sarebbe stato considerato un fallimento. Veltroni non perde comunque la calma e il fair play: “opposizione ma responsabile e intese sulle riforme”.

Non va bene per le sinistre nemmeno sull’altro fronte: in Sicilia si profila una pesantissima sconfitta per Anna Finocchiaro, forse annunciata; mentre a sorpresa il piglia tutto Illy deve vedersela con Tondo che ribalta i sondaggi. Resta la battaglia per provincia e comune di Roma, dove Rutelli affronterà al ballottaggio il colonnello del PdL Alemanno.

Un dato sopra tutti, l’astensione. Rispetto alle politiche di due anni fa ha votato il 3 % in meno. Innegabile che l’astensione abbia favorito la destra e colpito le sinistre, ma il dato deve far riflettere vincitori e vinti. Per il resto,  auguri, Italia.

Matteo Lucatello

Un’altra volta hanno fallito: la maratona elettorale inizia alle 15, con la diffusione dei famigerati exit – pool che prefigurano un testa a testa tra PdL e PD, annunciando solamente a 2 i punti di vantaggio del primo sul secondo.  Alle 16 30 i punti di vantaggio per Berlusconi si moltiplicano, anzi si triplicano arrivando a circa 7. Lo sconforto dei militanti del PD riniti sotto il Loft di Veltroni è palpabile. Da parte sua il Popolo delle Libertà festeggia il risultato parlando di “vittoria netta”. Ma queste elezioni hanno descritto un’Italia e disegnato un Parlamento che dire abbia sorpreso è dire poco. Ma andiamo con ordine: la vittoria dell’asse PdL – Lega di Berlusconi è solida, distante 9 lunghezze dal PD che si ferma, in coalizione con l’Italia dei Valori, attorno al 38 % sia alla Camera che al Senato. Il compagno di strada Di Pietro festeggia il risultato che lo porta a raddoppiare i consensi rispetto alle politiche del 2006 (si attesta intorno al 5 %). Il partito del predellino di piazza S. Babila è un successo, qualche punto percentuale in più rispetto alla somma di An e Fi (intorno al 38 %). Sorprendente il risultato della Lega, apparentata con il PdL, vera vincitrice di questa tornata elettorale: dilaga al Nord, trionfa addirittura in alcune regioni arrivando a competere con il PdL (in Veneto più che raddoppia, dall’11 al 25 %), oltrepassa il Po conquistando le regioni rosse, sorprendendo con un ottimo risultato in Emilia-Romagna: supera il 7 %. In totale conquista un determinante bottino, con il 6 % alla Camera e più dell’ 8 % al Senato: l’Italia è di Bossi e Berlusconi, con un 47 % dei consensi che consegna loro una maggioranza più che solida. Qualche ombra, appunto, sul forte risultato della Lega, che potrà influenzare pesantemente le scelte del futuro governo.

Per il resto, è un terremoto in Parlamento: l’Udc sopravvive, anzi ottiene un discreto risultato stretto com’era fra due giganti: passa la soglia di sbarramento alla Camera, con un 5,5 % dei consensi, e posiziona una pattuglia di 3 senatori provenienti dalla Sicilia, unica regione in cui supera l’8 %. Tra questi il neo condannato Cuffaro, ma va bene così, pochi ma buoni. Sono 5, quindi, i gruppi parlamentari che sopravvivono alla nascita della Terza Repubblica, 6 contando anche l’MpA del nuovo governatore della Sicilia Lombardo, alleato con Berlusconi. Sorprende in negativo il risultato della Sinistra-l’Arcobaleno, alla prima prova elettorale del cartello che riuniva Rifondazione, Comunisti Italiani, Verdi e PdCI: con poco più del 3 % non avrà neppure un rappresentante in Parlamento, prefigurando una strada tutta in salita per il nuovo soggetto unitario. I risultati vanno al di là di ogni più nera aspettativa: nella Valdagno la rossa, Carroccio batte Sinistra 30 a 2,1. Così in tutti i vecchi feudi, così nella frase lapidaria rivolta da un festoso Maroni ad un amareggiato Bertinotti che a Matrix annuncia il suo abbandono del ruolo di dirigente politico (“resterò un militante”): “oramai gli operai votano Lega”. Da una parte i nostalgici della falce e martello, dall’altra la politica del voto utile, e l’astensione: resta il fatto che questa semplificazione del quadro politico che tende fortemente al bipartitismo sconvolge il Parlamento e lascia fuori tanta parte delle culture politiche e delle facce che avevano rappresentato l’Italia di ieri: scompaiono i comunisti, scompaiono i socialisti di Boselli sotto l’1 % (non avranno nemmeno il rimborso della campagna elettorale). Non passa la soglia la Destra di Storace, con un 2,5 % che però promette qualcosa per il futuro.

Un quadro quindi fortemente anomalo si presenta agli occhi degli italiani verso le nove di sera. La sconfitta è pesante, Veltroni ammette che “non si può fare”, e all’americana chiama il “principalerappresentatedelloschieramentoanoiavverso” e si congratula. Il PD regge bene ma non sfonda: il 33 % e sì al di sopra della somma di DS e Margherita, ma dopo aver vampirizzato la Sinistra è chiaro che deve ringraziare la psicologia da voto utile e, del resto, uno stacco di quasi dieci punti non è un gran risultato. Tra i piani alti del loft, circolavano già le voci che il 35 % avrebbe costituito la “soglia” al di sotto della quale il risultato sarebbe stato considerato un fallimento. Veltroni non perde comunque la calma e il fair play: “opposizione ma responsabile e intese sulle riforme”.

Non va bene per le sinistre nemmeno sull’altro fronte: in Sicilia si profila una pesantissima sconfitta per Anna Finocchiaro, forse annunciata; mentre a sorpresa il piglia tutto Illy deve vedersela con Tondo che ribalta i sondaggi. Resta la battaglia per provincia e comune di Roma, dove Rutelli affronterà al ballottaggio il colonnello del PdL Alemanno.

Un dato sopra tutti, l’astensione. Rispetto alle politiche di due anni fa ha votato il 3 % in meno. Innegabile che l’astensione abbia favorito la destra e colpito le sinistre, ma il dato deve far riflettere vincitori e vinti. Per il resto,  auguri, Italia.

Matteo Lucatello

Un’altra volta hanno fallito: la maratona elettorale inizia alle 15, con la diffusione dei famigerati exit – pool che prefigurano un testa a testa tra PdL e PD, annunciando solamente a 2 i punti di vantaggio del primo sul secondo.  Alle 16 30 i punti di vantaggio per Berlusconi si moltiplicano, anzi si triplicano arrivando a circa 7. Lo sconforto dei militanti del PD riniti sotto il Loft di Veltroni è palpabile. Da parte sua il Popolo delle Libertà festeggia il risultato parlando di “vittoria netta”. Ma queste elezioni hanno descritto un’Italia e disegnato un Parlamento che dire abbia sorpreso è dire poco. Ma andiamo con ordine: la vittoria dell’asse PdL – Lega di Berlusconi è solida, distante 9 lunghezze dal PD che si ferma, in coalizione con l’Italia dei Valori, attorno al 38 % sia alla Camera che al Senato. Il compagno di strada Di Pietro festeggia il risultato che lo porta a raddoppiare i consensi rispetto alle politiche del 2006 (si attesta intorno al 5 %). Il partito del predellino di piazza S. Babila è un successo, qualche punto percentuale in più rispetto alla somma di An e Fi (intorno al 38 %). Sorprendente il risultato della Lega, apparentata con il PdL, vera vincitrice di questa tornata elettorale: dilaga al Nord, trionfa addirittura in alcune regioni arrivando a competere con il PdL (in Veneto più che raddoppia, dall’11 al 25 %), oltrepassa il Po conquistando le regioni rosse, sorprendendo con un ottimo risultato in Emilia-Romagna: supera il 7 %. In totale conquista un determinante bottino, con il 6 % alla Camera e più dell’ 8 % al Senato: l’Italia è di Bossi e Berlusconi, con un 47 % dei consensi che consegna loro una maggioranza più che solida. Qualche ombra, appunto, sul forte risultato della Lega, che potrà influenzare pesantemente le scelte del futuro governo.

Per il resto, è un terremoto in Parlamento: l’Udc sopravvive, anzi ottiene un discreto risultato stretto com’era fra due giganti: passa la soglia di sbarramento alla Camera, con un 5,5 % dei consensi, e posiziona una pattuglia di 3 senatori provenienti dalla Sicilia, unica regione in cui supera l’8 %. Tra questi il neo condannato Cuffaro, ma va bene così, pochi ma buoni. Sono 5, quindi, i gruppi parlamentari che sopravvivono alla nascita della Terza Repubblica, 6 contando anche l’MpA del nuovo governatore della Sicilia Lombardo, alleato con Berlusconi. Sorprende in negativo il risultato della Sinistra-l’Arcobaleno, alla prima prova elettorale del cartello che riuniva Rifondazione, Comunisti Italiani, Verdi e PdCI: con poco più del 3 % non avrà neppure un rappresentante in Parlamento, prefigurando una strada tutta in salita per il nuovo soggetto unitario. I risultati vanno al di là di ogni più nera aspettativa: nella Valdagno la rossa, Carroccio batte Sinistra 30 a 2,1. Così in tutti i vecchi feudi, così nella frase lapidaria rivolta da un festoso Maroni ad un amareggiato Bertinotti che a Matrix annuncia il suo abbandono del ruolo di dirigente politico (“resterò un militante”): “oramai gli operai votano Lega”. Da una parte i nostalgici della falce e martello, dall’altra la politica del voto utile, e l’astensione: resta il fatto che questa semplificazione del quadro politico che tende fortemente al bipartitismo sconvolge il Parlamento e lascia fuori tanta parte delle culture politiche e delle facce che avevano rappresentato l’Italia di ieri: scompaiono i comunisti, scompaiono i socialisti di Boselli sotto l’1 % (non avranno nemmeno il rimborso della campagna elettorale). Non passa la soglia la Destra di Storace, con un 2,5 % che però promette qualcosa per il futuro.

Un quadro quindi fortemente anomalo si presenta agli occhi degli italiani verso le nove di sera. La sconfitta è pesante, Veltroni ammette che “non si può fare”, e all’americana chiama il “principalerappresentatedelloschieramentoanoiavverso” e si congratula. Il PD regge bene ma non sfonda: il 33 % e sì al di sopra della somma di DS e Margherita, ma dopo aver vampirizzato la Sinistra è chiaro che deve ringraziare la psicologia da voto utile e, del resto, uno stacco di quasi dieci punti non è un gran risultato. Tra i piani alti del loft, circolavano già le voci che il 35 % avrebbe costituito la “soglia” al di sotto della quale il risultato sarebbe stato considerato un fallimento. Veltroni non perde comunque la calma e il fair play: “opposizione ma responsabile e intese sulle riforme”.

Non va bene per le sinistre nemmeno sull’altro fronte: in Sicilia si profila una pesantissima sconfitta per Anna Finocchiaro, forse annunciata; mentre a sorpresa il piglia tutto Illy deve vedersela con Tondo che ribalta i sondaggi. Resta la battaglia per provincia e comune di Roma, dove Rutelli affronterà al ballottaggio il colonnello del PdL Alemanno.

Un dato sopra tutti, l’astensione. Rispetto alle politiche di due anni fa ha votato il 3 % in meno. Innegabile che l’astensione abbia favorito la destra e colpito le sinistre, ma il dato deve far riflettere vincitori e vinti. Per il resto,  auguri, Italia.

Matteo Lucatello

Un’altra volta hanno fallito: la maratona elettorale inizia alle 15, con la diffusione dei famigerati exit – pool che prefigurano un testa a testa tra PdL e PD, annunciando solamente a 2 i punti di vantaggio del primo sul secondo.  Alle 16 30 i punti di vantaggio per Berlusconi si moltiplicano, anzi si triplicano arrivando a circa 7. Lo sconforto dei militanti del PD riniti sotto il Loft di Veltroni è palpabile. Da parte sua il Popolo delle Libertà festeggia il risultato parlando di “vittoria netta”. Ma queste elezioni hanno descritto un’Italia e disegnato un Parlamento che dire abbia sorpreso è dire poco. Ma andiamo con ordine: la vittoria dell’asse PdL – Lega di Berlusconi è solida, distante 9 lunghezze dal PD che si ferma, in coalizione con l’Italia dei Valori, attorno al 38 % sia alla Camera che al Senato. Il compagno di strada Di Pietro festeggia il risultato che lo porta a raddoppiare i consensi rispetto alle politiche del 2006 (si attesta intorno al 5 %). Il partito del predellino di piazza S. Babila è un successo, qualche punto percentuale in più rispetto alla somma di An e Fi (intorno al 38 %). Sorprendente il risultato della Lega, apparentata con il PdL, vera vincitrice di questa tornata elettorale: dilaga al Nord, trionfa addirittura in alcune regioni arrivando a competere con il PdL (in Veneto più che raddoppia, dall’11 al 25 %), oltrepassa il Po conquistando le regioni rosse, sorprendendo con un ottimo risultato in Emilia-Romagna: supera il 7 %. In totale conquista un determinante bottino, con il 6 % alla Camera e più dell’ 8 % al Senato: l’Italia è di Bossi e Berlusconi, con un 47 % dei consensi che consegna loro una maggioranza più che solida. Qualche ombra, appunto, sul forte risultato della Lega, che potrà influenzare pesantemente le scelte del futuro governo.

Per il resto, è un terremoto in Parlamento: l’Udc sopravvive, anzi ottiene un discreto risultato stretto com’era fra due giganti: passa la soglia di sbarramento alla Camera, con un 5,5 % dei consensi, e posiziona una pattuglia di 3 senatori provenienti dalla Sicilia, unica regione in cui supera l’8 %. Tra questi il neo condannato Cuffaro, ma va bene così, pochi ma buoni. Sono 5, quindi, i gruppi parlamentari che sopravvivono alla nascita della Terza Repubblica, 6 contando anche l’MpA del nuovo governatore della Sicilia Lombardo, alleato con Berlusconi. Sorprende in negativo il risultato della Sinistra-l’Arcobaleno, alla prima prova elettorale del cartello che riuniva Rifondazione, Comunisti Italiani, Verdi e PdCI: con poco più del 3 % non avrà neppure un rappresentante in Parlamento, prefigurando una strada tutta in salita per il nuovo soggetto unitario. I risultati vanno al di là di ogni più nera aspettativa: nella Valdagno la rossa, Carroccio batte Sinistra 30 a 2,1. Così in tutti i vecchi feudi, così nella frase lapidaria rivolta da un festoso Maroni ad un amareggiato Bertinotti che a Matrix annuncia il suo abbandono del ruolo di dirigente politico (“resterò un militante”): “oramai gli operai votano Lega”. Da una parte i nostalgici della falce e martello, dall’altra la politica del voto utile, e l’astensione: resta il fatto che questa semplificazione del quadro politico che tende fortemente al bipartitismo sconvolge il Parlamento e lascia fuori tanta parte delle culture politiche e delle facce che avevano rappresentato l’Italia di ieri: scompaiono i comunisti, scompaiono i socialisti di Boselli sotto l’1 % (non avranno nemmeno il rimborso della campagna elettorale). Non passa la soglia la Destra di Storace, con un 2,5 % che però promette qualcosa per il futuro.

Un quadro quindi fortemente anomalo si presenta agli occhi degli italiani verso le nove di sera. La sconfitta è pesante, Veltroni ammette che “non si può fare”, e all’americana chiama il “principalerappresentatedelloschieramentoanoiavverso” e si congratula. Il PD regge bene ma non sfonda: il 33 % e sì al di sopra della somma di DS e Margherita, ma dopo aver vampirizzato la Sinistra è chiaro che deve ringraziare la psicologia da voto utile e, del resto, uno stacco di quasi dieci punti non è un gran risultato. Tra i piani alti del loft, circolavano già le voci che il 35 % avrebbe costituito la “soglia” al di sotto della quale il risultato sarebbe stato considerato un fallimento. Veltroni non perde comunque la calma e il fair play: “opposizione ma responsabile e intese sulle riforme”.

Non va bene per le sinistre nemmeno sull’altro fronte: in Sicilia si profila una pesantissima sconfitta per Anna Finocchiaro, forse annunciata; mentre a sorpresa il piglia tutto Illy deve vedersela con Tondo che ribalta i sondaggi. Resta la battaglia per provincia e comune di Roma, dove Rutelli affronterà al ballottaggio il colonnello del PdL Alemanno.

Un dato sopra tutti, l’astensione. Rispetto alle politiche di due anni fa ha votato il 3 % in meno. Innegabile che l’astensione abbia favorito la destra e colpito le sinistre, ma il dato deve far riflettere vincitori e vinti. Per il resto,  auguri, Italia.

Matteo Lucatello

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