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South stream e Nabucco, gli interessi dell’Europa e quelli dell’Italia

Per capire quanto l’Europa sia irretita dal suo bisogno di energia, basta osservare questa cartina. La ragnatela di gasdotti russi si dirama verso ovest attraverso l’Ucraina: quando la Russia, a gennaio 2006, ha chiuso questo grande “rubinetto”, ha in realtà stretto un cappio intorno al collo dell’intera Europa occidentale.
L’Unione Europea è preoccupata e, per emanciparsi dalla dipendenza russa, progetta nel 2006 una sua linea di rifornimento per il gas, Nabucco, che ottiene l’appoggio di Turchia, Bulgaria, Romania, Ungheria e Austria.
La Russia ha, allo stesso tempo, bisogno di non perdere il preziosissimo mercato europeo e necessità di mantenere un forte potere di ricatto sull’indisciplinata Ucraina, che, dalla Rivoluzione arancione filoeuropea del  2004, le sta pericolosamente voltando la faccia.
Mosca, allora, inventa Nord Stream e South Stream, per aggirare l’Ucraina da nord e da sud e legarsi a Germania e Italia.  Sfruttando il collegiale indecisionismo dell’Ue (che non riesce ad accordarsi per aggiornare il Partenariato di Accordi e Cooperazione con la Russia, che risale al 1997), avvia singoli accordi bilaterali con gli stati funzionali al suo progetto.
Nord Stream collegherà San Piertoburgo alla Germania passando per il Mar Baltico.
South Stream, seguendo un percorso più tortuoso, passerà per il Mar nero per arrivare in Italia. In giugno 2007, a Roma, Paolo Scaroni di Eni e Alexander Medvedev di Gazprom si accordano sul progetto e in gennaio di quest’anno nasce la joint venture, South Stream AG, che lo realizzerà. Nel frattempo, Putin riesce ad agganciare Bulgaria (gennaio 2008), Serbia e Ungheria  (febbraio), Slovenia e Grecia (aprile) al suo nastro di gas lungo 900 km.
South Stream e Nabucco ricalcano praticamente gli stessi percorsi, ma si abbeverano a fonti diverse. Il primo alle riserve controllate da Gazprom, che contengono il 24% del gas al mondo. Qualche mese fa Putin ironizzava sui “tubi vuoti” di Nabucco, che porterà il gas in Europa senza sapere da dove pescarlo. Al contrario, Nabucco per rifornirsi ha l’imbarazzo della scelta.
Le compagnie di Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakistan hanno recentemente dichiarato la loro disponibilità a riempire con 10 miliardi di metri cubi all’anno le condutture Ue. Forse proprio per osteggiare queste buone intenzioni a fine maggio il presidente russo Medvedev si è recato in Kazakistan, ricordando ai tre paesi della CSI che il loro commercio di gas è vincolato da un accordo con la Russia.
Nel frattempo anche Siria, Egitto, Iran e Iraq hanno deciso che riempiranno Nabucco con le loro riserve.
Il legame energetico dell’Unione Europea con Iran e Iraq è fortemente  appoggiato dagli Stati Uniti, che probabilmente vedono di buon occhio i crescenti interessi del nostro continente in quell’area: un legame che ci costringerà a maggiore coinvolgimento in Medio Oriente (leggi: maggiore presenza nel pantano mediorientale oppure maggiore impegno nella stabilizzazione della regione, che passa anche attraverso accordi commerciali).
L’Italia ha scelto la sorgente russa, legandosi a doppio filo con il gigante Gazprom: con la Russia non resteremo certo al freddo, ma anche Nabucco (con la sua ampia e diversificata gamma di fonti) consente rifornimenti per tutte le “stagioni internazionali” e in un quadro negoziato in ambito europeo.
La crescente domanda di gas in tutta Europa farà probabilmente lavorare tutti i gasdotti e,
una volta ultimata l’opera, anche il nostro Paese si rifornirà da Nabucco. Tuttavia non credo che la politica italiana paghi, a lungo termine. Su un piatto della bilancia stanno i grossissimi affari di Eni, che tra l’altro collabora con Gazprom anche in Libia. Sull’altro pesa un forte vincolo politico con la Russia, che ci isola e toglie credibilità nell’arena europea. Tenendo lo stivale in due scarpe rischiamo che una ci abbandoni e che l’altra ci diventi troppo stretta.

Francesco Marchesano