Vivere e morire di cantiere
Si dice che la realtà ha diverse facce, che è composta da luci ed ombre, e che per capirla davvero bisogna considerare tutte le sfumature e comporle in un quadro il più possibile completo. A Monfalcone, la realtà del cantiere navale attivo dal 1908 è sicuramente così: da una parte c’è un’azienda, la Fincantieri, leader mondiale nel settore delle navi da crociera, che ha dato lavoro a centinaia di famiglie, giocando un ruolo determinante nello sviluppo economico della cittadina; dall’altra parte ci sono circa 2000 morti in 20 anni in quelle stesse famiglie che nel cantiere cercavano una possibilità di vita. Morti per aver lavorato a contatto con fibre di amianto o asbesto, minerale a basso costo utilizzato dalla Fincantieri nella costruzione di navi fino alla metà degli anni ’80, senza che gli operai fossero informati dei rischi a cui andavano incontro e senza che fossero adottate elementari misure di sicurezza, previste da leggi emanate addirittura negli anni ’50.

Ne “Il male che non scompare”, edito da Il Ramo d’Oro all’inizio di quest’anno, Enrico Bullian ricostruisce accuratamente le fasi di questa tragedia annunciata: già negli anni ’60 fu definitivamente accertata la cancerogenicità del materiale, responsabile dell’altissima incidenza del mesotelioma pleurico nella provincia di Gorizia. Solamente nel 1992 in Italia fu emanata la legge 257 che mise al bando l’asbesto, ovviamente troppo tardi. Oggi nel paese si registrano quasi 4000 decessi amianto correlati l’anno, ed il picco di mortalità è atteso per il 2010-2015: il periodo di latenza del tumore varia infatti fra i 25 e i 50 anni dalla prima esposizione. Essendo ben noti a tutti questi dati, lascia attoniti passeggiare per Monfalcone ed imbattersi nello slogan ideato dal Comune per celebrare il centenario del cantiere: “Vivere di cantiere” suona come un colpo al cuore per i familiari delle vittime dell’amianto e per chi sa che prima o poi potrebbe ammalarsi. “Lo slogan è stato una scelta infelice,” hanno dichiarato Rita Nadalino Nardi e Tiziano Pizzamiglio, rappresentanti dell’Associazione esposti amianto, “perché è vero che a Monfalcone si è vissuto e si vive di cantiere, ma è un’affermazione parziale perché è anche vero che di cantiere si è morti e si muore”.
La realtà di oggi
Qual è la realtà di chi vive oggi di cantiere? Chi ha cominciato a lavorare dopo l’entrata in vigore della legge 257 non dovrà preoccuparsi dell’amianto, ma in Italia continuano ad esserci molti altri modi per morire sul luogo di lavoro.
Donato è un giovane operaio originario di Napoli che lavora alla Fincantieri da 9 anni, nel frattempo dà gli esami del Dams di Udine, fa parte del gruppo “Fare teatro” di Monfalcone e partecipa a diverse iniziative culturali. Addetto alla sabbiatura e pitturazione dei metalli, è al secondo mandato come Rappresentante sindacale unitario (Rsu) e al primo come Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (Rls) della Fiom Cgil. Ci spiega che il sistema di sicurezza previsto dalla legge e attuato nel cantiere funziona adeguatamente solo per una parte dei lavoratori, ovvero quella dei dipendenti diretti di Fincantieri e delle ditte più grandi. Oltre ai responsabili del Sistema di gestione della sicurezza Fincantieri, ogni ditta che riceve lavori in subappalto deve dotarsi di un Responsabile del servizio di prevenzione e protezione interno o esterno alla ditta stessa, incaricato di insegnare come utilizzare correttamente i dispositivi di protezione individuale e di implementarne l’uso. Le ditte che hanno più di 15 lavoratori possono inoltre eleggere l’Rls, che fa parte del sindacato. “I proprietari delle ditte mantengono di proposito il numero di dipendenti inferiore a 15,” dice Donato, “così hanno meno possibilità di avere un controllo esterno. In tutto, gli Rls sono 6 per 4500 addetti circa. Infatti sono pochissimi i lavoratori sindacalizzati, e questo li penalizza nelle rivendicazioni: se un operaio iscritto al sindacato si rifiuta di svolgere una mansione perché le condizioni di sicurezza non sono ottimali, sa che può scioperare e che otterrà l’applicazione delle misure necessarie, mentre chi non è iscritto non si sogna neppure di protestare.”
Con l’Rls, viene a mancare un anello della catena molto vicino alla realtà dei dipendenti, e di conseguenza la gran parte del lavoro di sorveglianza compete ai responsabili Fincantieri. Nel luglio 2007, il gruppo ha firmato un Protocollo per la salute e la sicurezza dei lavoratori in cui si impegna ad aumentare ulteriormente gli sforzi per l’implementazione delle misure di sicurezza, soprattutto nei confronti delle ditte esterne. “Come azienda che appalta i lavori,” spiega il giovane operaio, “Fincantieri ha un ruolo molto importante, ma controllare tutti i lavoratori di tutte le ditte è un’impresa quasi impossibile, è per questo che sono previsti gli incarichi a livello di ogni azienda.” Nella moltitudine di ditte sparse per il complesso del cantiere, è facile eludere le leggi e costringere i lavoratori a sottostare alle condizioni imposte dal singolo imprenditore. Molti infortuni non vengono neppure denunciati: “Questa prassi è dovuta anche al contratto a paga globale, per cui il lavoratore viene sostanzialmente pagato a ore, e quando si fa male, fa di tutto per lavorare lo stesso, altrimenti non riceve nulla.” Per garantire trasparenza nella selezione delle ditte, Fincantieri trasmette mensilmente alla Direzione provinciale del lavoro le informative sui nuovi appalti. Inoltre, da novembre 2007 è attivo un Protocollo di trasparenza stilato con Prefettura, Comune di Monfalcone, Inps, Inail e sindacati con cui si cerca di aumentare il presidio istituzionale sulle attività produttive.
Quelli che subiscono la maggior parte delle irregolarità sono senz’altro i lavoratori stranieri, provenienti in gran parte dai Balcani, dall’Europa dell’Est e dal Bangladesh. “Accettano il lavoro dalle ditte in subappalto per meno soldi e non hanno interesse ad iscriversi ai sindacati italiani. Secondo la legge, un operaio non può lavorare più di 48 ore a settimana, ma molti arrivano anche a più di 10 ore al giorno”. Gli operai stranieri rappresentano anche il grande cambiamento avvenuto nell’azienda negli ultimi 20 anni: “I bisiachi sono praticamente scomparsi,” racconta ancora Donato, “i giovani monfalconesi non vengono a lavorare al cantiere. Camminando per la città a volte si ha la sensazione che il cantiere sia un mondo a parte, ormai quasi completamente slegato dalla comunità locale. L’unica spia della sua presenza sono proprio gli stranieri, di cui i cittadini monfalconesi si lamentano per partito preso”. Anche sul luogo di lavoro c’è poca coesione, e i rapporti si svolgono all’interno di gruppi circoscritti, di solito distinti dalla nazionalità o dalla zona di provenienza in Italia. Questo si riflette sull’integrazione degli immigrati che si stabiliscono a Monfalcone: fra stranieri ed autoctoni c’è una separazione automatica, riscontrabile nella concentrazione degli uni e degli altri nelle diverse zone della città.
La realtà interna del grande complesso industriale non è più in rapporto di osmosi con la città, quello di cui quest’ultima vive è più che altro l’indotto commerciale che l’azienda crea nella regione. Il cuore pulsante del cantiere si staglia a poca distanza dal centro cittadino, ma di fatto è sempre più lontano.

Athena Tomasini