Boris Pahor si presenta come un signore molto solare, di ben 93 anni, ma che come spirito e prontezza ne dimostra ben di meno. Scrittore conosciuto in tutto il mondo, più volte candidato al Premio Nobel per la Letteratura e insignito delle massime onorificenze da parte di molti Paesi europei e non, tranne, non proprio stranamente, da parte dell’Italia. Eh sì, perché Pahor fa parte di quella minoranza risultata per lungo tempo scomoda per l’Italia, la minoranza slovena residente sul confine, che nel periodo tra le due Guerre mondiali fu assimilata a forza nella comunità italiana, a cui venne fatto divieto di utilizzare la propria lingua ed esprimere la propria cultura. In molti suoi scritti Pahor si è dedicato sia alla critica delle politiche repressive italiane nei confronti di tale minoranza, di cui l’esempio più eclatante è il rogo della casa della cultura slovena (Narodni Dom) a Trieste del 1920 , evento che ha sconvolto profondamente lo scrittore allora bambino, sia alla critica del regime comunista di Tito in Jugoslavia, cosa che gli costò il divieto d’acceso nella Repubblica jugoslava per un anno.
Dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale venne reclutato dell’esercito italiano e mandato a combattere in Libia, ma dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 fece ritorno a Trieste e si unì alle fila della resistenza antifascista slovena nella Venezia Giulia occupata dai nazisti. Catturato, venne mandato prima a Dachau, successivamente in Francia, nel campo di concentramento di Natzweiler-Struthof, a Harzungen e a Bergen-Belsen. Nonostante le atrocità e gli stenti a cui venne sottoposto, grazie prima alla mansione di interprete e poi a quella di infermiere, Pahor riuscì a tornare a Trieste, dove dopo la guerra si è dedicato principalmente ad attività culturali, e alla scrittura di opere che gli sono valse appunto la fama e la stima di tutto il mondo.

Nel suo libro Necropoli, forse la sua opera più famosa, Pahor descrive la sua seconda visita al campo di concentramento di Natzweiler-Struthof sui Vosgi, diventato come molti altri campi di concentramento luogo di memoria e meta di visite da tutt’Europa. Ma lui è un visitatore speciale. Lui li ci è già stato, si muove al suo interno un po’ come se fosse a casa. Fin dall’inizio avverte un profondo senso di disagio dovuto alla presa di coscienza del fatto che coloro che visitano il campo, benché muniti delle migliori intenzioni, non saranno mai in grado, per certi versi fortunatamente, di capire fino in fondo l’orrore perpetrato in quel luogo. Questa visita dà a Pahor la possibilità di ricordare quello che gli è accaduto tra quelle recinzioni; nella sua mente riaffiorano immagini, persone, eventi che sembrano essere accaduti ieri. Sono ricordi duri, di una vita che non viene nemmeno definita tale, del mondo crematorio che non fa parte di quello dei vivi, ma che viene determinato da essi. E’ così che il libro si snoda tra continui flashback e ritorni al presente, spesso dovuti a immagini che stridono con i ricordi dello scrittore, come i due innamorati che si baciano sui gradoni del campo, o i bambini di una scolaresca che giocano a rincorrersi. Tutte immagini e sentimenti che non esistevano nel campo quando Pahor ci ha vissuto.
Nel racconto di Pahor viene comunque descritta una realtà diversa da quella raccontata da Primo Levi in “Se questo è un uomo”: qui l’essere umano conserva ancora quel senso di umanità, quella capacità di interessarsi all’altro, al più debole, dimostrando come sia difficile, anche per un abominio come la pianificazione di uno sterminio di massa, distruggere l’umanità, il sentimento di pietà e fratellanza che ci accomuna in quanto uomini. Dal suo speciale di infermiere Pahor riesce appunto a descrivere questi sentimenti, incarnati in medici ed infermieri che non si danno per vinti, che fino alla fine delle loro forze e delle loro possibilità agiscono per salvaguardare il prossimo, o per lo meno per garantirne la dignità. Dignità che spesso viene ridotta allo stremo, conducendo le persone  a desiderare la morte, e ad accoglierla con sollievo a momento del suo arrivo.
Gli uomini vengono descritti con metafore dure, esplicite: vengono definiti come ciocchi di legno,  i loro ventri come cavità aride, le loro teste come bocce che ciondolano,ora da un lato, ora dall’altro. Ma per tutto il libro queste immagini di morte e desolazione si alternano ad espressioni di vitalità, i prigionieri benché allo stremo hanno la forza di reagire nel momento in cui capiscono che la guerra sta finendo, non perdono mai la speranza che il mondo dei vivi prima o poi si ricordi di loro, delle ombre.
Necropoli parla di quella parte di vittime della follia nazista che spesso non vengono ricordati, i prigionieri di guerra, coloro che si erano opposti al regime e all’occupazione; per questo Pahor  ha scelto di dedicare l’opera a “tutti gli altri che non sono mai tornati”, tutti quelli cioè che non fanno parte della Shoà, ma ugualmente hanno sofferto le atrocità perpetrate dal nazismo.

Leonetta Pajer