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Uno schermo alle spalle di una commissione su cui passano testi di canzoni, immagini di contestazione, video musicali stimoli visivi e acustici che fanno da cornice ad una giornata di studi scientifici, sembra uno scenario divertente e vi assicuro che lo è. In particolare è quello che si poteva trovare in aula magna del polo di Gorizia il 19 maggio di quest’anno quando si è aperta la giornata di studi sul ’68.
Dopo una serie di canzoni riprodotte con chitarra e voce che hanno rotto il ghiaccio immergendo la platea nel clima degli studi, il prof. Neglie ha aperto il ciclo di interventi, descrivendo il contesto socio-politico-culturale in cui i movimenti di protesta ha mosso i primi passi con una puntuale analisi storica e sociale; facendo inoltre notare come il movimento fosse eterogeneo e soggetto a molte spinte di forze più o meno interessate.
Il prof. Belohradsky ha poi portato la sua testimonianza sul ’68 in Cecoslovacchia con una particolare attenzione agli eventi della “Primavera di Praga”. Nel suo intervento,  Belohradsky ha cercato di evidenziare l’aspetto umano al di la dei canoni scientifici classici fornendo, oltre a dati di fatto spesso poco considerati, un’analisi brillante della situazione intellettuale e della voglia di ragione che si scatenò in quel periodo.
Dopo un breve stacco musicale simbolicamente rappresentato da “The wall” dei Pink Floyd, il prof. La Mantia è intervenuto sui tratti caratteristici del movimento di contestazione nei Paesi dell’Europa orientale allora appartenenti al sistema sovietico, facendo notare le differenze tra la percezione   occidentale e quella orientale e le diverse richieste che ne sono scaturite. Durante lo stesso intervento il professore ha anche fornito un quadro generale  della situazione nella allora Jugoslavia del maresciallo Tito. La prima sessione di lavori ha avuto una conclusione Sui generis con la proiezione di uno spezzone del film “Woodstock”.
Alla ripresa dei lavori, il prof. Gabassi, facendo scorrere alle sue spalle le immagini del film “tempi moderni” ha spiegato come la pratica organizzativa sia cambiata dopo gli eventi del ’68 soprattutto nelle fabbriche e nelle officine in cui fordismo e profitto erano ormai le parole d’ordine di ogni imprenditore.
Terminata la proiezione dello spezzone del film, il senatore on. Giorgio Benvenuto ha fatto in modo che lo studio non si fermasse ai moti e alle occupazioni universitarie, ma ha portato l’esperienza vissuta del ’68 sindacale, periodo di forte fermento e di conquiste per le classi lavoratrici: rinnovi contrattuali, medici aziendali, riconoscimento di tempi di lavoro meno stressanti. Un particolare accento è stato posto sull’aspetto riguardante la sicurezza e la salubrità del posto di lavoro su cui hanno seguito delle riflessioni dei partecipanti.
Il professor Ungaro è intervenuto descrivendo il movimento di contestazione quale fenomeno sociale in cui si tentava di eludere le responsabilità personali, egli si è soffermato in particolare sui binomi libertà/consapevolezza e multicultura/intercultura facendo passare tra le coppie di parole il distinguo della responsabilità. Alla fine del suo intervento il prof. Ungaro ha suggerito di non ritenersi portatori di verità ma di essere veri in se stessi.
La sessione di lavori si è chiusa con la relazione del prof. Scaini il quale ha descritto il movimento del ’77 e il substrato culturale che lo ha reso possibile, legando i due movimenti con un filo rosso che percorre dieci anni di storia. Sono state tenute ovviamente in debita considerazione anche le differenze tra i due movimenti di protesta e le loro differenze sul piano dei risultati e delle conquiste.
A margine e conclusione della giornata di studi è inoltre stata organizzata una festa a  tema cui hanno preso parte numerosi studenti della nostra facoltà, piu o meno immersi nello spirito del periodo attraverso musica e travestimenti peculiari che hanno unito l’utile: capire uno spirito di gioventù diverso al dilettevole: la festa.
Come hanno sottolineato il professor Neglie e il prof. La Mantia questa giornata di studi alternativa è stata un esperimento a mio modesto parere di partecipante ben riuscito: gli organizzatori sono riusciti a mantenere una buona alternanza tra mezzi culturali “leggeri”, come film e musiche, e interventi brillanti. Sicuramente non ci si è annoiati e non è di certo mancata l’originalità che ha fatto si,  pur rimanendo nella sobrietà scientifica, non si cadesse nella tediosità di conferenze accademiche classiche.
Un ringraziamento particolare come hanno più volte fatto i professori organizzatori va agli studenti  che hanno collaborato alla riuscita della giornata.

Antonio Del Fiacco

Overtime, la Cittadella dello Sport nata nel luglio 2007 in occasione dei Campionati Europei di Pallacanestro Under20, diventa un appuntamento fisso dell’estate goriziana.
Evento Ufficiale CONI per il 2008, voluto e realizzato dal Gruppo Sportivo Athletismo con la collaborazione del Comune di Gorizia, Overtime ha il duplice obiettivo di promuovere lo sport e l’immagine di Gorizia.

Il fischio d’inizio per Overtime è il 6 Giugno: per tre giornate, la Valletta del Corno, uno dei parchi nel cuore di Gorizia, sarà la location di numerosi tornei di pallacanestro, pallavolo, calcio a 5 e hockey in linea.
Nell’area del parco, già dotato di una ristrutturata palestra con spogliatoi annessi, è stato creato uno spazio totalmente dedicato allo sport, ottimizzato da un ulteriore campo da basket esterno e nuove strutture tecniche atte ad un maggiore impatto con il pubblico e i partecipanti.

I tornei prenderanno il via venerdì alle 15 con il Trofeo YoYo di mini-basket e il Trofeo Sara Assicurazioni di pallacanestro, e proseguiranno alle 17.30 con tornei di hockey in linea seguiti da tornei di calcio a 5 femminile alle 18.30, e maschile alle 20 con il Trofeo RG1.
La giornata si sabato si aprirà alle 16 con un Trofeo BCC di Savona e Doberdò di basket under 15 per poi proseguire con il Trofeo Sara Assicurazioni di pallacanestro, mentre la palestra ospiterà a partire dalle 16 il Trofeo Nord Est Siniservice di pallavolo femminile e a partire dalle 20 il Trofeo Scarpette Rosse di pallavolo maschile .
Domenica mattina a partire dalle 10 si svolgerà il Trofeo Marzoli&Nanut di basket con i ragazzi diversamente abili, e dalle 16 ci sarà il Trofeo Sara Assicurazioni con le finali di basket. La giornata sportiva si concluderà con il Trofeo BCC di Lucinico, Farra e Capriva di calcio a 5.
La presenza di una pista da skateboard offrirà la possibilità al pubblico presente venerdì a partire dalle ore 17, di assistere a esibizioni e gare di skateboard, con un contorno di live painting contest e varie competizioni di graffiti a cura del Punto Giovani di Gorizia.

Anche quest’anno si rinnova la collaborazione con l’Associazione Schulz di Medea per le attività sportive e i tornei con i ragazzi diversamente abili: a partire dalle ore 10 di domenica si sfideranno quattro squadre di disabili, una delle quali proviene dalla vicina Slovenia che contribuirà a rendere Overtime un evento internazionale.

Overtime 2008 non è solo sport ma anche spettacolo: ogni sera infatti, a partire dalle 21.30, un concerto intratterrà il pubblico di Overtime.
Venerdì sera gli AUTORIDAD LOCA faranno divertire e ballare con brani che spaziano da Manu Chao al reggae, dalla musica tradizionale cubana e Fabrizio De Andrè. Gli ABSOLUTE5 animeranno la serata di sabato con brani che hanno segnato la leggenda del rock, passando dai Deep Purple, The Clash, The Doors e Beatles. La serata di domenica vedrà ospiti i PLAYA DESNUDA e le loro hits in chiave ska, reggae e latina.
La serata di venerdì ospiterà inoltre uno spettacolo di ballo hip-hop e break dance a cura del Punto Giovani, mentre la serata di sabato verrà aperta dalla sfilata di moda organizzata dalle allieve della V A sezione Moda e Costume dell’Istituto d’Arte Max Fagiani.

Overtime sarà anche per quest’anno la vetrina estiva di Gorizia e offrirà al suo pubblico un chiosco enogastronomico dove poter gustare specialità locali, immersi in un clima di sport e di festa.
Media partners Radio Gorizia1 e http://www.24secondi.com

Per ulteriori informazioni: http://www.overtime.go.it

Commento sui risultati dei 317 questionari rilevati da Sconfinare presso il Polo Universitario di Gorizia

A un mese circa dalla rilevazione dei dati effettuata presso il Corso di Laurea di Scienze Internazionali e Diplomatiche il nostro giornale è finalmente in grado di pubblicare i risultati ufficiali del questionario che verranno distribuiti, oltre agli studenti stessi, alle autorità, alle istituzioni e agli enti interessati dai risultati del questionario stesso. I risultati potranno essere inoltre letti nel dettaglio anche sul sito del giornale, sconfinare.net.

L’esito dei questionari porta alla luce alcune considerazioni che già da tempo circolavano tra gli studenti, ma rivelano anche determinate visioni della città, del Polo e dei servizi dell’amministrazione accademica che forse dovrebbero aprire un dibattito all’interno delle istituzioni stesse e tra gli studenti, laddove il lavoro dei rappresentanti deve essere il punto di riferimento per una maggioranza di opinioni. Il questionario persegue questo obiettivo: permettere che il dialogo, che da una parte e dall’altra è auspicato, tra studenti e istituzioni, si basi su un laboratorio di informazioni comuni e su proposizioni concrete che facciano perno, da una parte e dall’altra, su un comune vedere e sentire. Di fronte ai fatti, le dichiarazioni non possono più esulare almeno dal dibattito di certe questioni. I questionari, infine, non potranno essere tacciati di illegittimità: si tratterebbe di non credere alla parola di 317 studenti che hanno così partecipato alla condivisione e alla difesa dei propri interessi.

Il campione di rilevazione dei questionari è abbastanza ben distribuito sugli 5 anni di Corso, tra Triennale e Specialistica, con una ponderazione maggiore per il primo e secondo anno (55,2%), e in misura minore per gli altri anni, dovuto soprattutto alle assenze per motivi di Erasmus e stage. Gli studenti fuori corso sono solo 2. A maggioranza femminile (63,4%), la maggior parte degli studenti del Corso proviene da studi superiori (Liceo Scientifico, Linguistico e Classico insieme 87,6%), che forniscono, secondo gli studenti, una base adeguata per intraprendere gli studi internazionali presso il nostro Polo (87,3%).
Analizziamo innanzitutto i dati che premiano in qualche misura le attività e i servizi offerti dal nostro Polo, nonché le politiche di sviluppo dello stesso. Nonostante le molte lamentele su determinati insegnamenti, il 61,1% degli studenti si ritiene soddisfatto dei corsi seguiti, contro il 29,7% di studenti che non ritengono che i corsi soddisfino le loro aspettative e il 9,2% di indifferenti. Questo dato premia le attività didattiche portate avanti nel nostro Polo, ma non solo: anche a livello di sviluppo strutturale, la visione degli studenti è più che ottimistica. L’ala vecchia è infatti considerata da ben il 83,5% degli studenti una potenzialità per lo sviluppo del Polo e la stessa costruzione della Conference Hall per il Negoziato, in una struttura totalmente nuova, premia la Direzione del prof. Gabassi che ha sostenuto la costruzione e il futuro sviluppo didattico di Gorizia verso il Negoziato Internazionale (71,2% di favorevoli allo sviluppo in questa direzione). Le iniziative in questo senso sono quindi appoggiate dalla maggior parte degli studenti recensiti, che vedono nel rafforzamento del Polo Goriziano una nuova strategia fruttuosa per l’Università di Trieste, che dovrà rispondere anche alla convinzione degli studenti di Gorizia che un aumento del numero di Corsi di Laurea presso il nostro Polo (55,8%, con 18,3% di indifferenti) sia una buona politica per la valorizzazione della vita accademica. Per questioni interne, alcuni servizi trovano il totale appoggio dell’opinione studentesca, come ad esempio il servizio bibliotecario che ottiene il 26,55% di molto soddisfatti e il 58,4% di abbastanza soddisfatti. Oltre alla Biblioteca, che risulta comunque come esempio unico tra gli indici di gradimento, anche il servizio di segreteria didattica, al centro delle controversie ultimamente tra alcuni studenti e i rappresentanti di Corso di Laurea, risulta adeguato alle esigenze della maggioranza relativa degli studenti, quando sul totale le opinioni positive e negative fondamentalmente si eguagliano. Molto positiva infine è considerata la comunicazione tra studenti e corpo docente, e in maniera minore tra studenti e personale amministrativo. Le attività extra-curriculari, quali possono essere conferenza, dividono anche loro a metà le opinioni degli studenti.
Nonostante questi punti favorevoli, non si può passare sopra ad altri problemi, alcuni vivi da tempo, altri frutto di considerazioni nuove, ma che possono essere interessanti da analizzare. Innanzitutto, l’evidente problematica della pubblicizzazione del nostro Polo. Dai questionari risulta infatti che il miglior metodo che il nostro Corso di Laurea ha per farsi pubblicità è quello della tradizione orale: il 70,6% ne è venuto a conoscenza alla scuola superiore o da studenti o ex-studenti, senza contare il 18,3% che hanno risposto “altro” specificando però metodi simili di presa di conoscenza. Il sito internet, il materiale informativo e supplementi speciali di quotidiani rappresentano solo il 37,5% delle risposte. Per l’ennesima volta, bisogna allora ribadire che il Polo non si fa abbastanza pubblicità ufficiale, nonostante lo sforzo dei rappresentanti attuali, specialmente la Moscolin, di spingere per la creazione di una brochure, invocata da anni. Nonostante questo, il reperimento di informazioni sul Corso di Laurea risulta in generale facile per la maggior parte delle persone che desiderino ricevere dettagli, il che costituisce comunque un punto a favore per il sito internet della facoltà e per la comunicazione esterna da parte della Segreteria (65% degli studenti). Per andare in ordine quasi cronologico, dalla presa di conoscenza e dalle informazioni si passa all’esame di ammissione che caratterizza il nostro Corso: ebbene, quello che è il punto d’orgoglio diventa nella visione di una maggioranza relativa degli studenti qualcosa di poco utile e funzionale (39,2%), mentre in generale i pareri si dividono 50 e 50 tra chi lo reputa molto o abbastanza funzionale e chi poco o per nulla. Bisognerebbe capire i motivi di tale scelta, ma una interpretazione possibile è probabilmente legata alla consapevolezza degli studenti che un numero decrescente di candidati all’esame di ammissione fa calare a posteriori il livello qualitativo degli studenti, nonché la funzionalità stessa dell’esame. All’ultimo Consiglio di Corso di Laurea si è dibattuto del livello del primo anno attuale di Triennale, ribadendo la sua valenza qualitativa: eppure di docenti del primo anno era presente il solo prof. Belohradsky e bisognerebbe chiedere il parere anche ad altri docenti, quali Pagnini, Baldin o Gruber, a quanto sembra meno contente del comportamento degli studenti.
Per quanto riguarda i servizi interni al Polo, gli studenti si dimostrano in generale poco soddisfatti di alcuni servizi, anche se mai in maniera effettivamente assoluta: si tratta dell’assegnazione e della gestione delle aule e i servizi informatici. Infine, dulcis in fundo, un dato che non rappresenta per noi alcuna sorpresa: il disgusto generalizzato e quasi unanime da parte degli studenti per l’assenza ingiustificata di una mensa universitaria, coperta da una convenzione col bar che poco si addice ai canoni del beneficio mensa. Ben il 87,5% si dichiara per nulla soddisfatto della mensa, 10,3% poco e il restante 2,2% si dichiara soddisfatto. Come risponde l’Erdisu a un dato del genere? Come risponde il Polo? Dove è andata a finire la vecchia vecchissima promessa o idea di una mensa comune tra i Poli di Trieste e di Udine? Si fa qui notare che il Polo di Udine continua con una convenzione privata con un ristorante pizzeria goriziano… e noi?
Per quanto riguarda la sede centrale dell’Università e l’Ente Regionale per il diritto allo studio, ci sono due dati in particolare che vale la pena riportare. Per la prima, vi è un malcontento latente sui servizi di segreteria della Facoltà, considerati poco o per nulla adeguati dal 67,6% degli studenti, così come vi è malcontento, già espresso dagli studenti in occasione della scorsa visita del Magnifico Rettore, nei confronti della mancata comunicazione tra la sede centrale e il Polo di Gorizia: 69,5% si sentono poco informati delle iniziative triestine. Per il secondo, vi è un malumore un po’ generalizzato sui servizi offerti, probabilmente legato all’assenza di una mensa e da una disinformazione sull’accesso ai benefici offerti, cosa di cui quest’anno si potrà informare i nuovi candidati all’esame di ammissione (26 e 27 agosto) per tempo rispetto alla scadenza dei bandi.
Due sono le necessità prioritarie che escono fuori dai risultati dei questionari: in primis, come detto in precedenza, la mensa e un miglioramento dei servizi informatici. In secundis, e soprattutto, i corsi di lingua, così come ribadito da più studenti all’incontro col Preside di Facoltà, prof. Coccopalmerio. Nonostante l’offerta formativa attuale di lingua, che prevede solo per la triennale tre esami di inglese, tre di francese, una terza lingua obbligatoria e un’altra eventualmente a scelta, l’80,4% degli studenti chiede nuove iniziative linguistiche da attivare presso il nostro Polo, anche in parte in integrazione al Polo sloveno di Nova Gorica. Pensare che questa volontà è totalmente in contrasto con l’attuale Decreto Mussi, contro il quale il nostro Polo dovrà effettuare una politica del “containement” pur di salvaguardare il più possibile l’offerta linguistica nel nostro Corso di Laurea.
Mi premeva concludere questo commento con un dato statistico puro, che risponde statisticamente alle affermazioni del Direttore del Corso di Laurea, prof. Gabassi, in una intervista del nostro giornale di svariato tempo fa, nella quale negava di riconoscere la dimensione sempre più “triveneta” del nostro Corso di Laurea, che così perde la sua connotazione nazionale. Ebbene, il 69,8% proviene da Friuli – Venezia Giulia e Veneto. Che questo sia da campanello per tutti, e non solo per l’ottimista direttore. Infine, due sensazioni fondamentali degli studenti riguardo al futuro del nostro Polo e alla sua classificazione. Innanzitutto, nei 317 questionari si è levato un NO fermo (62,6% con 11,6% di indifferenti) all’ipotesi di trasferimento del nostro Corso di Laurea a Trieste, elemento dal quale ho preso spunto per il titolo. Gorizia resta dunque la collocazione “naturale” del Corso di Laurea, sempre che anche questa si sappia adattare a determinate necessità della comunità studentesca, per le quali è in deficit rispetto a Trieste: inutile dirlo, opportunità offerte dalla città e divertimento. Gorizia si deve render conto ancora di più del peso degli studenti nella vita della città: quasi il 61% degli studenti rilevati vivono in appartamento. A favore delle tasche di chi? In secondo luogo, il 58,4% non percepisce il nostro Corso di Laurea “d’eccellenza”: con questo naturalmente non si vogliono intraprendere né discorsi formali di eccellenza né se ne è data definizione nella domanda. Proprio da questo però abbiamo potuto analizzare cosa può essere l’eccellenza per lo studente, e quale percezione o presentazione può rendere la nostra struttura e la nostra struttura didattica un Polo d’eccellenza. Di motivazioni ce ne sono state molte, ma quel che più risulta è che nonostante gli slogan “l’eccellenza siete voi”, forse bisogna fare qualcosa di più. Questo slogan proclamato dai docenti può far piacere agli studenti, ma questi ultimi, a parte eventuali trionfalismi e autocelebrazioni, certo non si accontentano di stringersi la mano da soli. Le domande sono state poste, e con questi risultati avvalorate. Ora, aspettiamo le risposte.

Edoardo Buonerba

La questione sicurezza è certamente stata un tema centrale della campagna elettorale, con forte presa sull’elettorato: il ventre molle del centro – sinistra, che deve la sconfitta anche e soprattutto alla incapacità di dare risposte ad una percezione che evidentemente è reale in tanta parte della popolazione italiana, dimostrandosi perdente e subalterna alla destra.

Mentre scrivo non sono ancora totalmente chiari i provvedimenti contenuti nel pacchetto sicurezza in via di approvazione al primo Consiglio dei Ministri del neonato governo Berlusconi. Confermata è comunque l’introduzione nel nostro ordinamento del reato di immigrazione clandestina, che perfettamente inquadra lo spirito dell’intero provvedimento: nel paese di Peppino Impastato, Falcone e Borsellino, i responsabili dell’insicurezza, l’emergenza da arginare sono i migranti, i clandestini. O i lavavetri.È lo spirito che oramai trascende le classi e gli schieramenti politici, che si fa egemone in tanta parte della nostra società, che vede nel “diverso” il nemico, che vede nell’immigrato il pericolo, nel clandestino il fuorilegge. Che si lascia ubriacare dai proclami, accecare dall’odio e dall’egoismo, dove l’autocontrollo e la responsabilità razionale dell’individuo si indeboliscono, si annullano. Che portano al lancio disumano di molotov da parte di uomini contro altri uomini, colpevoli di vestire come straccioni, colpevoli di vivere in condizioni che non immaginavamo neppure possibili. Poveri contro poveri, in una guerra che brucia le conquiste della nostra civiltà, dallo stato di diritto all’eguaglianza. E che trova i primi responsabili nei cosiddetti “imprenditori della paura”, che suggellano la loro stagione di riforme nel disegno di legge sopra citato: l’introduzione del reato di immigrazione clandestina.

Provvedimento figlio della propaganda, di uno Stato che avrebbe ripreso a funzionare dopo due anni di torpore, dopo due anni di sacrifici e di subordinazione a insensate, inconcludenti sistemazioni di conti. Segno quasi tangibile di un governo che dice e fa. Di un governo forte, che vanta forte legittimazione popolare e tanti conigli nel cilindro, da dare in pasto a quel popolo che non aspetta altro, se non l’illusione di ricevere risposte il più dure possibili alle paure più o meno irrazionali.Tra il clandestino che delinque e il clandestino che lavora in nero non vi sarà più differenza. Al secondo non si risponderà con l’integrazione e la regolarizzazione, ma finiranno entrambi in carcere. Da 6 mesi a 4 anni. Diventerà reato una costretta condizione personale. Gli esseri umani che sbarcheranno sulle nostre coste non saranno più un’emergenza umanitaria; ad aspettarli, sempre che il mare non li inghiotta con i loro sogni e la loro fame, vi saranno le manette. Unisci allo scellerato provvedimento la legge Bossi – Fini, che subordina l’ingresso legale in Italia ad una richiesta da parte dei datori di lavoro, e il numero di domande di permesso di soggiorno presentate, e si scopre che a pagare non sono solo loro, i diversi, gli immigrati, i clandestini, ma anche l’Italia: le domande presentate sono state all’incirca 700.000, a fronte di una disponibilità di 70.000.

Da domani ci ritroveremo con mezzo milione di latitanti in più, che non potranno essere rispediti a casa, ma dovranno affrontare un processo all’italiana in piena regola, con tre gradi di giudizio: una vera mazzata alla già febbricitante giustizia italiana. Alla faccia di liberare l’Italia dai clandestini.Ma chi finisce calpestata, stracciata, violentata, è la nostra civiltà. Dalla nostra ignoranza, dalla nostra fame di risposte sempre più propagandistiche, semplici, di facile comprensione; non importa se sbagliate, ingiuste, magari incostituzionali. Da un’Italia periferia di Europa, a cui bastano le briciole per tirare a campare.

Matteo Lucatello

Ancora storia a Gorizia; ancora nessuno dei nostri professori… ma la storia, speriamo, non si ripeterà.

Ancora storia a Gorizia. Ancora giornalisti, scrittori e studiosi italiani e stranieri ad attirare folle di gente che mai, sinceramente, avrei pensato di vedere in città. Ancora dibattiti appassionati. E mostre, percorsi storici, spettacoli teatrali. Il tutto grazie ad una manifestazione ideata ed organizzata dall’”Associazione culturale èStoria”, della quale non possiamo che riconoscere i meriti. Meriti enormi, direi: che il centro cittadino potesse accogliere un tale concentrato di autorevoli scrittori, storici e giornalisti è cosa che – non nego – fino a qualche anno fa non avrei mai potuto immaginare. Eppure eccomi a fare il bilancio, per il quarto anno consecutivo, delle intense conferenze e vivaci dibattiti che, per tre giorni, hanno animato il centro della città. A constatare con piacere che quest’anno l’organizzazione ha  anche potuto godere della supervisione di un neo costituito comitato scientifico che annovera, fra gli appartenenti, autorevoli studiosi italiani e non (fra gli altri Sergio Romano, Ernesto Galli della Loggia, Mimmo Franzinelli, Richard Bosworth). Eccomi, ancora, a sperare che il successo della manifestazione possa contribuire a diffondere la consapevolezza dell’importanza essenziale della storia, del suo rilievo sostanziale, a mio parere sottovalutato (o comunque non sufficientemente valorizzato) dalla società attuale.
A tal punto è d’obbligo, per meglio comprendere l’importanza della manifestazione promossa dalla Libreria Editrice Goriziana, porsi una domanda: cosa di preciso fa della storia una disciplina essenziale, che nessuna società dovrebbe permettersi di sottovalutare? Ai fiumi di parole che sono state scritte da illustri filosofi del passato per rispondere a tali interrogativi se ne potrebbero aggiungere altrettanti; ma nulla, credo, varrebbe a comunicare in  maniera più efficace ed immediata il senso profondo della storia quanto una semplice, sintetica metafora che spesso si sente ripetere: “la storia è per la società ciò che la memoria è per un individuo”. Semplice; illuminante: un individuo senza ricordi del proprio passato perde coscienza di sé, capacità di pianificare il futuro; si ritrova, di fatto, privato della propria stessa identità. Allo stesso modo, quindi, il rischio che corre una società senza storia è quello, terribile, di vedersi ridotta al suo involucro esterno, disorientata, incapace di pianificare il futuro ed inevitabilmente vittima delle circostanze esterne: questa è l’importanza essenziale della storia, la necessità innegabile dello studio e della riflessione sul passato. Che, per altro, non si limita ad essere un’esigenza imprescindibile. Accade a volte che si trasformi in un’autentica passione. Un piacere. Perché la storia ha una sua bellezza intrinseca. Esercita un’attrattiva difficile da spiegare: per via, forse, di quel velo che avvolge il passato e che nessuna ricerca, per quanto meticolosa ed attenta,  potrà mai sgualcire data l’impossibilità di cogliere appieno lo spirito di epoche (più o meno) lontane.
Importanza e bellezza della storia, quindi. E merito indubbio, conseguentemente, della manifestazione “èStoria” che in questi ultimi anni, oltre ad aver dato maggior visibilità alla città di Gorizia, ha di certo contribuito a divulgare la rilevanza di tali concetti presso un pubblico sempre più numeroso. Giunta oramai alla sua quarta  edizione, “èStoria” si è ripetuta secondo lo stesso modello organizzativo degli anni scorsi. Ancora una volta le conferenze sono state articolate attorno ad un tema centrale che ha funto da filo conduttore delle tre giornate di incontri: quest’anno, nella fattispecie, quello degli “eroi nella storia”, a sua volta suddiviso in tre diversi itinerari (“le maschere dell’eroe”, “l’eroe tra il mito e la realtà” e l’”eroe necessario”). Ancora una volta la possibilità di partecipare ad escursioni storiche guidate. Gli stand e tendoni ventilati ad occupare i giardini pubblici. Le iniziative rivolte anche ai più piccoli, con l’organizzazione di una Ludotenda a loro specificamente dedicata. Le mostre e gli spettacoli teatrali collegati (a partire da quello offerto al teatro Verdi da Vittorio Sermonti la sera di giovedì 15 maggio dal titolo “Eneide ed eroismo”). E di nuovo … nessun, assolutamente nessun professore di Scienze Internazionali e Diplomatiche tra i protagonisti.
Premetto: non amo le critiche distruttive, violente; le accuse aggressive e la polemica ad ogni costo. Ed è per questo che sono passati giorni, anzi settimane prima che mi decidessi ad iniziare a scrivere, combattuta com’ero dal timore di poter mancare di rispetto verso il lavoro svolto dagli organizzatori della manifestazione. Ma un’osservazione deve essere fatta. Necessariamente. La mia, quindi, sarà una critica timida, forse, spero educata. Ma profondamente sentita. Perché, francamente, non posso rassegnarmi all’idea di non veder rappresentato il mio corso di laurea in una manifestazione culturale che si tiene a qualche centinaio di metri dall’edificio universitario. Non voglio discutere in questa sede delle ragioni che possono aver determinato tale (ripetuta) mancanza. Ovvio che un’idea me la sono fatta, ma non si può trattare, dati gli elementi a mia disposizione, che di mere supposizioni, congetture incerte che non vale la pena di riportare. Mi limiterò in questa sede ad evidenziare che, paradossalmente, la più importante manifestazione storica goriziana trascura di annoverare fra i suoi protagonisti i (validissimi) professori di un corso di laurea che indubbiamente rappresenta una delle maggiori “risorse culturali” della città. Di certo la mia è una critica costruttiva, che, se ascoltata, darà un significativo contributo al miglioramento costante e al sempre maggior successo futuro della manifestazione promossa dalla LEG.

L’economia, si sa, è una scienza triste. Una scienza in cui le previsioni hanno il potere di determinare i fatti; ciò vale, con conseguenze anche maggiori, anche nei casi in cui proprio le previsioni sono impossibili da formulare, ed il mercato brancola nel buio dell’incertezza. Proprio di questo sembra essere malata oggi l’economia mondiale: di incertezza. Ciò a cui oggi assistiamo è il sovrapporsi di un’instabilità economica e di una finanziaria, che si intrecciano in uno scenario geopolitico instabile, rendendo la situazione sempre più difficile da decifrare.

A partire dagli anni ‘80 abbiamo assistito ad una progressiva finanziarizzazione dell’economia, facilitata dalla deregulation, che ha trovato nuova linfa nei successivi accordi internazionali di libero scambio. Le grandi imprese occidentali hanno accumulato guadagni da capogiro delocalizzando la produzione e commerciando su scala mondiale, ma questi profitti non sono stati reinvestiti nel circuito produttivo dell’economia reale (ricerca, produttività…) ma nei mercati finanziari di tutto il Mondo, i cui indici sono cresciuti anche quando l’economia procedeva piuttosto lenta, con i gruppi bancari che hanno raggiunto i profitti più alti della storia.
Quando nel 2001 la Cina è entrata a far parte del WTO questo processo ha subito un’ulteriore accelerazione. I risparmi forzati di 1.300.000.000 cinesi si sono riversati sui mercati internazionali, finanziando il debito (soprattutto) degli Stati Uniti a tutti i livelli: dal debito al consumo a quello pubblico (ci sono anche economisti secondo cui gli americani sono stati costretti a diventare un popolo di scialacquatori per riassorbire la liquidità e i prodotti in arrivo dall’Asia, a favore dell’economia mondiale). Il governo di Pechino, infatti, oltre ad accumulare riserve in dollari per 1400 miliardi grazie ad una bilancia commerciale favorevole, ha investito il risparmio cinese in Buoni del Tesoro americani, finanziando così il debito dell’amministrazione Bush (e la guerra al terrorismo).

Questa liquidità riversatasi nei mercati finanziari doveva comunque moltiplicarsi, problema risolto con la “finanza creativa”: hedge funds, mutui subprime, derivati…obbligazioni rimpacchettate più volte per spargere il rischio ed aumentare i guadagni…

Negli ultimi 5-6 anni si può dire che la bolla speculativa finanziaria aveva trovato nel mercato immobiliare americano la propria contro-parte nell’economia reale. Mi spiego: in seguito alla recessione americana del 2001, Alan Greenspan aveva avviato una politica di bassi tassi d’interesse per riavviare l’economia americana; così ha però creato una bolla immobiliare in cui i prezzi delle case crescevano costantemente e al di là d’ogni ragionevolezza. Grazie al basso costo del denaro, alla quantità di liquidità sul mercato e al valore sempre crescente delle case, le banche hanno concesso anche mutui ad alto rischio a persone con poche garanzie: i mutui subprime. Un americano poteva dunque chiedere un prestito a tassi bassi (ma variabili) ponendo a garanzia un immobile con un valore di mercato gonfiato dalla bolla.

I nodi sono venuti al pettine quando la Fed ha iniziato a rialzare i tassi: da un lato il mercato immobiliare si è raffreddato e i prezzi scesi, dall’altro il tasso d’interesse di tutti i mutui a tasso variabile (sub prime compresi) si è alzato. Chi aveva un mutuo si è dunque trovato a pagare di più, con un immobile di garanzia che valeva sempre meno. Questo ha avviato un circolo vizioso conclusosi nel momento in cui migliaia di cittadini americani non sono riusciti a ripagare il proprio debito e, poiché le sue garanzie avevano perso valore, la banca non è riuscita a riavere i soldi indietro, con perdite a catena e non ancora quantificabili in tutto il mercato finanziario, tanto più perché i mutui sub prime erano stati impacchettati più volte non solo negli hedge funds (i fondi ad alto rischio), ma anche in fondi apparentemente sicuri.

Il rischio che si temeva (e che per il momento pare scampato) era quello di un contagio nell’economia reale: il cosiddetto credit crunch (la contrazione del mercato del credito ad investitori e consumatori) o addirittura l’insolvenza di decine di banche. Questo sembra non essere accaduto però non solo grazie ai profitti con cui le banche sono arrivate alla crisi e alle iniezioni di liquidità delle banche centrali, ma anche grazie all’intervento dei Fondi Sovrani d’investimento dei paesi emergenti, che anche a causa del dollaro debole sono stati ben lieti di investirli in colossi come Citibank i soldi accumulati con le esportazioni.
Con il dollaro debole veniamo all’economia reale. Ancora gli economisti s’interrogano su quanto ci sia di fisiologico e quanto di strategico nella debolezza della valuta americana. Fino e 3 anni fa lo yuan cinese era agganciato al dollaro e ciò gli impediva di rafforzarsi come avrebbe dovuto, continuando a favorire le esportazioni verso gli USA. Dopo forti pressioni Washington ha ottenuto un sistema di oscillazione che permette alla valuta cinese di apprezzarsi lentamente; un dollaro così debole accelera questo processo e insieme alla contrazione dei consumi ha effettivamente riportato il deficit commerciale americano con la Cina ai livelli del 2006 (il deficit complessivo è invece sceso ai livelli del 2003).

Contemporaneamente però i prezzi delle materie prime sono ai livelli più alti di sempre. Il greggio costantemente al di sopra dei 100 dollari (andante verso i 200?) ed i generi alimentari quotati  50-100% in più di un anno fa sono uno shock non indifferente per l’economia, che anzi ha resistito sin troppo bene (con il PIL USA a +0,6% nel primo trimestre). Gli aumenti sono in gran parte dovuti alla domanda crescente in arrivo dai paesi emergenti, alle scorte in diminuzione ed al dollaro debole (in cui sono vendute tutte le materie prime), ma anche a speculazioni in atto sul mercato dei futures.

Il mercato energetico delinea poi sempre maggiore incertezza anche da un punto di vista geopolitico, con la Russia che punta ad una politica di potenza grazie agli idrocarburi, la Cina aggressiva in Africa ed i Paesi dell’OPEC che nei prossimi anni arriveranno a commercializzare una quantità di petrolio maggiore di quella delle ex-7 sorelle occidentali, i cui giacimenti nel mare del Nord, Alaska e Golfo del Messico si stanno esaurendo.

Nel mercato finanziario nulla fa ancora pensare che il peggio sia passato: le perdite per le banche dai mutui subprime sono previste tra i 1000 ed i 1300 miliardi di dollari, ma a tutt’oggi ne sono emersi solo poco più di 300.

Sul fronte dell’economia il famoso decoupling (sganciamento delle economie del resto del mondo da quella americana) non c’è ancora stato e un rallentamento dell’economia USA si rifletterebbe in primo luogo sui paesi emergenti, che negli ultimi anni sono stati il motore della crescita mondiale. La BCE intanto è sempre più in difficoltà nello gestire un’inflazione galoppante senza reprimere una crescita in calo, tanto più se all’interno dell’Unione permangono disparità tra una Germania che non accenna a rallentare, una Spagna in caduta libera (da oltre il 3 al 1,5-2%) ed un’Italia praticamente ferma. Il sistema produttivo europeo è stato comunque costretto negli ultimi anni ad aumentare la sua competitività a causa dell’euro forte, mentre quello americano si è adagiato sull’aiuto di una moneta debole.
Proprio sul fronte monetario, infine, ci si chiede se questo sia l’inizio di un Bretton Woods III (ufficiale come il I o ufficioso come il II?) che possa garantire una maggiore stabilità delle valute o se sia solo un passaggio strategico. O forse entrambi. Del resto, come sempre accade di fronte ai grandi sconvolgimenti, tutta la dottrina economica e la stessa globalizzazione (che comunque ha permesso di spostare grosse fette di potere politico-economico) sono state frettolosamente messe sul banco degli imputati, e si rischia di non distinguere un fenomeno dalla sua degenerazione.

E poi ancora l’Iraq, l’Iran, l’Islam, l’UE, la Russia, i fondi sovrani d’investimento attraverso cui i paesi del Golfo e la Cina stanno acquistando “pezzi di economia occidentale”…gli interi assetti geopolitici del mondo si stanno riassestando. È un’incertezza endemica quella che affligge questo nostro villaggio globale…perché meravigliarsi di una crisi economica?

di Attilio Di Battista

L’economia, si sa, è una scienza triste. Una scienza in cui le previsioni hanno il potere di determinare i fatti; ciò vale, con conseguenze anche maggiori, anche nei casi in cui proprio le previsioni sono impossibili da formulare, ed il mercato brancola nel buio dell’incertezza. Proprio di questo sembra essere malata oggi l’economia mondiale: di incertezza. Ciò a cui oggi assistiamo è il sovrapporsi di un’instabilità economica e di una finanziaria, che si intrecciano in uno scenario geopolitico instabile, rendendo la situazione sempre più difficile da decifrare.

A partire dagli anni ‘80 abbiamo assistito ad una progressiva finanziarizzazione dell’economia, facilitata dalla deregulation, che ha trovato nuova linfa nei successivi accordi internazionali di libero scambio. Le grandi imprese occidentali hanno accumulato guadagni da capogiro delocalizzando la produzione e commerciando su scala mondiale, ma questi profitti non sono stati reinvestiti nel circuito produttivo dell’economia reale (ricerca, produttività…) ma nei mercati finanziari di tutto il Mondo, i cui indici sono cresciuti anche quando l’economia procedeva piuttosto lenta, con i gruppi bancari che hanno raggiunto i profitti più alti della storia.
Quando nel 2001 la Cina è entrata a far parte del WTO questo processo ha subito un’ulteriore accelerazione. I risparmi forzati di 1.300.000.000 cinesi si sono riversati sui mercati internazionali, finanziando il debito (soprattutto) degli Stati Uniti a tutti i livelli: dal debito al consumo a quello pubblico (ci sono anche economisti secondo cui gli americani sono stati costretti a diventare un popolo di scialacquatori per riassorbire la liquidità e i prodotti in arrivo dall’Asia, a favore dell’economia mondiale). Il governo di Pechino, infatti, oltre ad accumulare riserve in dollari per 1400 miliardi grazie ad una bilancia commerciale favorevole, ha investito il risparmio cinese in Buoni del Tesoro americani, finanziando così il debito dell’amministrazione Bush (e la guerra al terrorismo).

Questa liquidità riversatasi nei mercati finanziari doveva comunque moltiplicarsi, problema risolto con la “finanza creativa”: hedge funds, mutui subprime, derivati…obbligazioni rimpacchettate più volte per spargere il rischio ed aumentare i guadagni…

Negli ultimi 5-6 anni si può dire che la bolla speculativa finanziaria aveva trovato nel mercato immobiliare americano la propria contro-parte nell’economia reale. Mi spiego: in seguito alla recessione americana del 2001, Alan Greenspan aveva avviato una politica di bassi tassi d’interesse per riavviare l’economia americana; così ha però creato una bolla immobiliare in cui i prezzi delle case crescevano costantemente e al di là d’ogni ragionevolezza. Grazie al basso costo del denaro, alla quantità di liquidità sul mercato e al valore sempre crescente delle case, le banche hanno concesso anche mutui ad alto rischio a persone con poche garanzie: i mutui subprime. Un americano poteva dunque chiedere un prestito a tassi bassi (ma variabili) ponendo a garanzia un immobile con un valore di mercato gonfiato dalla bolla.

I nodi sono venuti al pettine quando la Fed ha iniziato a rialzare i tassi: da un lato il mercato immobiliare si è raffreddato e i prezzi scesi, dall’altro il tasso d’interesse di tutti i mutui a tasso variabile (sub prime compresi) si è alzato. Chi aveva un mutuo si è dunque trovato a pagare di più, con un immobile di garanzia che valeva sempre meno. Questo ha avviato un circolo vizioso conclusosi nel momento in cui migliaia di cittadini americani non sono riusciti a ripagare il proprio debito e, poiché le sue garanzie avevano perso valore, la banca non è riuscita a riavere i soldi indietro, con perdite a catena e non ancora quantificabili in tutto il mercato finanziario, tanto più perché i mutui sub prime erano stati impacchettati più volte non solo negli hedge funds (i fondi ad alto rischio), ma anche in fondi apparentemente sicuri.

Il rischio che si temeva (e che per il momento pare scampato) era quello di un contagio nell’economia reale: il cosiddetto credit crunch (la contrazione del mercato del credito ad investitori e consumatori) o addirittura l’insolvenza di decine di banche. Questo sembra non essere accaduto però non solo grazie ai profitti con cui le banche sono arrivate alla crisi e alle iniezioni di liquidità delle banche centrali, ma anche grazie all’intervento dei Fondi Sovrani d’investimento dei paesi emergenti, che anche a causa del dollaro debole sono stati ben lieti di investirli in colossi come Citibank i soldi accumulati con le esportazioni.
Con il dollaro debole veniamo all’economia reale. Ancora gli economisti s’interrogano su quanto ci sia di fisiologico e quanto di strategico nella debolezza della valuta americana. Fino e 3 anni fa lo yuan cinese era agganciato al dollaro e ciò gli impediva di rafforzarsi come avrebbe dovuto, continuando a favorire le esportazioni verso gli USA. Dopo forti pressioni Washington ha ottenuto un sistema di oscillazione che permette alla valuta cinese di apprezzarsi lentamente; un dollaro così debole accelera questo processo e insieme alla contrazione dei consumi ha effettivamente riportato il deficit commerciale americano con la Cina ai livelli del 2006 (il deficit complessivo è invece sceso ai livelli del 2003).

Contemporaneamente però i prezzi delle materie prime sono ai livelli più alti di sempre. Il greggio costantemente al di sopra dei 100 dollari (andante verso i 200?) ed i generi alimentari quotati  50-100% in più di un anno fa sono uno shock non indifferente per l’economia, che anzi ha resistito sin troppo bene (con il PIL USA a +0,6% nel primo trimestre). Gli aumenti sono in gran parte dovuti alla domanda crescente in arrivo dai paesi emergenti, alle scorte in diminuzione ed al dollaro debole (in cui sono vendute tutte le materie prime), ma anche a speculazioni in atto sul mercato dei futures.

Il mercato energetico delinea poi sempre maggiore incertezza anche da un punto di vista geopolitico, con la Russia che punta ad una politica di potenza grazie agli idrocarburi, la Cina aggressiva in Africa ed i Paesi dell’OPEC che nei prossimi anni arriveranno a commercializzare una quantità di petrolio maggiore di quella delle ex-7 sorelle occidentali, i cui giacimenti nel mare del Nord, Alaska e Golfo del Messico si stanno esaurendo.

Nel mercato finanziario nulla fa ancora pensare che il peggio sia passato: le perdite per le banche dai mutui subprime sono previste tra i 1000 ed i 1300 miliardi di dollari, ma a tutt’oggi ne sono emersi solo poco più di 300.

Sul fronte dell’economia il famoso decoupling (sganciamento delle economie del resto del mondo da quella americana) non c’è ancora stato e un rallentamento dell’economia USA si rifletterebbe in primo luogo sui paesi emergenti, che negli ultimi anni sono stati il motore della crescita mondiale. La BCE intanto è sempre più in difficoltà nello gestire un’inflazione galoppante senza reprimere una crescita in calo, tanto più se all’interno dell’Unione permangono disparità tra una Germania che non accenna a rallentare, una Spagna in caduta libera (da oltre il 3 al 1,5-2%) ed un’Italia praticamente ferma. Il sistema produttivo europeo è stato comunque costretto negli ultimi anni ad aumentare la sua competitività a causa dell’euro forte, mentre quello americano si è adagiato sull’aiuto di una moneta debole.
Proprio sul fronte monetario, infine, ci si chiede se questo sia l’inizio di un Bretton Woods III (ufficiale come il I o ufficioso come il II?) che possa garantire una maggiore stabilità delle valute o se sia solo un passaggio strategico. O forse entrambi. Del resto, come sempre accade di fronte ai grandi sconvolgimenti, tutta la dottrina economica e la stessa globalizzazione (che comunque ha permesso di spostare grosse fette di potere politico-economico) sono state frettolosamente messe sul banco degli imputati, e si rischia di non distinguere un fenomeno dalla sua degenerazione.

E poi ancora l’Iraq, l’Iran, l’Islam, l’UE, la Russia, i fondi sovrani d’investimento attraverso cui i paesi del Golfo e la Cina stanno acquistando “pezzi di economia occidentale”…gli interi assetti geopolitici del mondo si stanno riassestando. È un’incertezza endemica quella che affligge questo nostro villaggio globale…perché meravigliarsi di una crisi economica?

di Attilio Di Battista

L’economia, si sa, è una scienza triste. Una scienza in cui le previsioni hanno il potere di determinare i fatti; ciò vale, con conseguenze anche maggiori, anche nei casi in cui proprio le previsioni sono impossibili da formulare, ed il mercato brancola nel buio dell’incertezza. Proprio di questo sembra essere malata oggi l’economia mondiale: di incertezza. Ciò a cui oggi assistiamo è il sovrapporsi di un’instabilità economica e di una finanziaria, che si intrecciano in uno scenario geopolitico instabile, rendendo la situazione sempre più difficile da decifrare.

A partire dagli anni ‘80 abbiamo assistito ad una progressiva finanziarizzazione dell’economia, facilitata dalla deregulation, che ha trovato nuova linfa nei successivi accordi internazionali di libero scambio. Le grandi imprese occidentali hanno accumulato guadagni da capogiro delocalizzando la produzione e commerciando su scala mondiale, ma questi profitti non sono stati reinvestiti nel circuito produttivo dell’economia reale (ricerca, produttività…) ma nei mercati finanziari di tutto il Mondo, i cui indici sono cresciuti anche quando l’economia procedeva piuttosto lenta, con i gruppi bancari che hanno raggiunto i profitti più alti della storia.
Quando nel 2001 la Cina è entrata a far parte del WTO questo processo ha subito un’ulteriore accelerazione. I risparmi forzati di 1.300.000.000 cinesi si sono riversati sui mercati internazionali, finanziando il debito (soprattutto) degli Stati Uniti a tutti i livelli: dal debito al consumo a quello pubblico (ci sono anche economisti secondo cui gli americani sono stati costretti a diventare un popolo di scialacquatori per riassorbire la liquidità e i prodotti in arrivo dall’Asia, a favore dell’economia mondiale). Il governo di Pechino, infatti, oltre ad accumulare riserve in dollari per 1400 miliardi grazie ad una bilancia commerciale favorevole, ha investito il risparmio cinese in Buoni del Tesoro americani, finanziando così il debito dell’amministrazione Bush (e la guerra al terrorismo).

Questa liquidità riversatasi nei mercati finanziari doveva comunque moltiplicarsi, problema risolto con la “finanza creativa”: hedge funds, mutui subprime, derivati…obbligazioni rimpacchettate più volte per spargere il rischio ed aumentare i guadagni…

Negli ultimi 5-6 anni si può dire che la bolla speculativa finanziaria aveva trovato nel mercato immobiliare americano la propria contro-parte nell’economia reale. Mi spiego: in seguito alla recessione americana del 2001, Alan Greenspan aveva avviato una politica di bassi tassi d’interesse per riavviare l’economia americana; così ha però creato una bolla immobiliare in cui i prezzi delle case crescevano costantemente e al di là d’ogni ragionevolezza. Grazie al basso costo del denaro, alla quantità di liquidità sul mercato e al valore sempre crescente delle case, le banche hanno concesso anche mutui ad alto rischio a persone con poche garanzie: i mutui subprime. Un americano poteva dunque chiedere un prestito a tassi bassi (ma variabili) ponendo a garanzia un immobile con un valore di mercato gonfiato dalla bolla.

I nodi sono venuti al pettine quando la Fed ha iniziato a rialzare i tassi: da un lato il mercato immobiliare si è raffreddato e i prezzi scesi, dall’altro il tasso d’interesse di tutti i mutui a tasso variabile (sub prime compresi) si è alzato. Chi aveva un mutuo si è dunque trovato a pagare di più, con un immobile di garanzia che valeva sempre meno. Questo ha avviato un circolo vizioso conclusosi nel momento in cui migliaia di cittadini americani non sono riusciti a ripagare il proprio debito e, poiché le sue garanzie avevano perso valore, la banca non è riuscita a riavere i soldi indietro, con perdite a catena e non ancora quantificabili in tutto il mercato finanziario, tanto più perché i mutui sub prime erano stati impacchettati più volte non solo negli hedge funds (i fondi ad alto rischio), ma anche in fondi apparentemente sicuri.

Il rischio che si temeva (e che per il momento pare scampato) era quello di un contagio nell’economia reale: il cosiddetto credit crunch (la contrazione del mercato del credito ad investitori e consumatori) o addirittura l’insolvenza di decine di banche. Questo sembra non essere accaduto però non solo grazie ai profitti con cui le banche sono arrivate alla crisi e alle iniezioni di liquidità delle banche centrali, ma anche grazie all’intervento dei Fondi Sovrani d’investimento dei paesi emergenti, che anche a causa del dollaro debole sono stati ben lieti di investirli in colossi come Citibank i soldi accumulati con le esportazioni.
Con il dollaro debole veniamo all’economia reale. Ancora gli economisti s’interrogano su quanto ci sia di fisiologico e quanto di strategico nella debolezza della valuta americana. Fino e 3 anni fa lo yuan cinese era agganciato al dollaro e ciò gli impediva di rafforzarsi come avrebbe dovuto, continuando a favorire le esportazioni verso gli USA. Dopo forti pressioni Washington ha ottenuto un sistema di oscillazione che permette alla valuta cinese di apprezzarsi lentamente; un dollaro così debole accelera questo processo e insieme alla contrazione dei consumi ha effettivamente riportato il deficit commerciale americano con la Cina ai livelli del 2006 (il deficit complessivo è invece sceso ai livelli del 2003).

Contemporaneamente però i prezzi delle materie prime sono ai livelli più alti di sempre. Il greggio costantemente al di sopra dei 100 dollari (andante verso i 200?) ed i generi alimentari quotati  50-100% in più di un anno fa sono uno shock non indifferente per l’economia, che anzi ha resistito sin troppo bene (con il PIL USA a +0,6% nel primo trimestre). Gli aumenti sono in gran parte dovuti alla domanda crescente in arrivo dai paesi emergenti, alle scorte in diminuzione ed al dollaro debole (in cui sono vendute tutte le materie prime), ma anche a speculazioni in atto sul mercato dei futures.

Il mercato energetico delinea poi sempre maggiore incertezza anche da un punto di vista geopolitico, con la Russia che punta ad una politica di potenza grazie agli idrocarburi, la Cina aggressiva in Africa ed i Paesi dell’OPEC che nei prossimi anni arriveranno a commercializzare una quantità di petrolio maggiore di quella delle ex-7 sorelle occidentali, i cui giacimenti nel mare del Nord, Alaska e Golfo del Messico si stanno esaurendo.

Nel mercato finanziario nulla fa ancora pensare che il peggio sia passato: le perdite per le banche dai mutui subprime sono previste tra i 1000 ed i 1300 miliardi di dollari, ma a tutt’oggi ne sono emersi solo poco più di 300.

Sul fronte dell’economia il famoso decoupling (sganciamento delle economie del resto del mondo da quella americana) non c’è ancora stato e un rallentamento dell’economia USA si rifletterebbe in primo luogo sui paesi emergenti, che negli ultimi anni sono stati il motore della crescita mondiale. La BCE intanto è sempre più in difficoltà nello gestire un’inflazione galoppante senza reprimere una crescita in calo, tanto più se all’interno dell’Unione permangono disparità tra una Germania che non accenna a rallentare, una Spagna in caduta libera (da oltre il 3 al 1,5-2%) ed un’Italia praticamente ferma. Il sistema produttivo europeo è stato comunque costretto negli ultimi anni ad aumentare la sua competitività a causa dell’euro forte, mentre quello americano si è adagiato sull’aiuto di una moneta debole.
Proprio sul fronte monetario, infine, ci si chiede se questo sia l’inizio di un Bretton Woods III (ufficiale come il I o ufficioso come il II?) che possa garantire una maggiore stabilità delle valute o se sia solo un passaggio strategico. O forse entrambi. Del resto, come sempre accade di fronte ai grandi sconvolgimenti, tutta la dottrina economica e la stessa globalizzazione (che comunque ha permesso di spostare grosse fette di potere politico-economico) sono state frettolosamente messe sul banco degli imputati, e si rischia di non distinguere un fenomeno dalla sua degenerazione.

E poi ancora l’Iraq, l’Iran, l’Islam, l’UE, la Russia, i fondi sovrani d’investimento attraverso cui i paesi del Golfo e la Cina stanno acquistando “pezzi di economia occidentale”…gli interi assetti geopolitici del mondo si stanno riassestando. È un’incertezza endemica quella che affligge questo nostro villaggio globale…perché meravigliarsi di una crisi economica?

di Attilio Di Battista

Si sta già concludendo la querelle che ha campeggiato sulle prime pagine dei mMarco Travaglioaggiori quotidiani nazionali per qualche giorno: scemerà come una di quelle notizie di cui parla Marco Travaglio ne “La scomparsa dei fatti”, verrà dimenticata e si volatilizzerà, come se nulla fosse successo. I canali informativi alternativi alle tv “di Regime” e alle testate nazionali però non dimenticano: è facile trovare, per chi l’informazione sulle vicende del mondo e soprattutto dell’Italia le cerca on line, degli spazi dedicati alla polemica e alle risposte che Travaglio ha fornito per chiarire la situazione.
L’episodio scatenante questa battaglia politica contro Travaglio è la sua partecipazione, sabato 10 maggio, a “Che tempo che fa”, trasmissione di Raitre condotta dal noto showman Fabio Fazio. Il giornalista, rispondendo a Fazio, parla di Schifani, neo eletto Presidente del Senato: racconta delle sue amicizie e dei suoi legami d’affari con persone di mafia. Il giorno dopo scoppia la polemica. E non certo perché Schifani non conoscesse D’Agostino e Mandalà, condannati l’uno nel 1997 per concorso esterno in associazione mafiosa e l’altro nel 1998 per associazione mafiosa, e non fosse stato in affari con loro (in una società di brokeraggio assicurativo, la Sicula Brokers, dal 1979 alla fine del 1980, anno in cui Schifani chiede la liquidazione della sua quota), bensì perché un giornalista ha osato “diffamare” pubblicamente la seconda carica dello Stato. È palese che gli anni in cui i due sono stati condannati distino notevolmente dagli anni dei legami affaristici, ma è altrettanto chiaro a tutti che non si diventa mafiosi da un momento all’altro. Non è insensato dunque presumere che Schifani conoscesse le amicizie e i legami mafiosi che coltivavano i suoi soci della Sicula Brokers. Lirio Abbate – giornalista pluripremiato ed elogiato dal Presidente Napoletano –, nel suo romanzo di protesta contro la mafia e i suoi legami con il potere “seduto in Parlamento”, uscito nel 2007 con il titolo “I complici” e a causa del quale è costretto a vivere sotto scorta, spiega chiaramente le implicazioni mafiose di illustri parlamentari e dello stesso Schifani. Ma il punto è un altro: i giornali non hanno chiesto informazioni al Presidente del Senato in merito alle sue trascorse relazioni con condannati per mafia, hanno invece gridato allo scandalo perché, in un momento in cui il Presidente del Consiglio chiede “dialogo e serenità all’interno del Parlamento e del Paese”, le parole di un giornalista hanno attaccato, minando proprio la tranquillità parlamentare, una carica politica.
E sono le parole di un giornalista che compie in modo ineccepibile il suo lavoro: si documenta, studia sentenze, legge carte su carte e soprattutto ci ragiona e ne trae delle considerazioni reali. Provate e inconfutabile perché dati di fatto. E scrive libri e articoli, denuncia la realtà dei fatti di fronte a un’Italia costretta a vedere telegiornali e programmi di approfondimento politico che raccontano di veline che amoreggiano con uno dei tanti calciatori, di delitti tanto palesi che sembrano irrisolvibili, di epidemie di polli o mucche, e non di chi sono davvero le persone che ci governano, di cosa hanno fatto, di quali conflitti di interesse hanno, di cosa stanno facendo alla nostra democrazia. Travaglio racconta come pochi giornalisti del nostro tempo sanno fare, con ironia ma con estrema puntigliosità: mai un fatto senza documentazione, mai una menzogna, tutto vero e provato. Si può dissentire su un’opinione, non si può però polemizzare, discutere ed essere contrari a un fatto: le cose avvengono e un bravo giornalista le deve raccontare e collegare nel modo più imparziale possibile, ovvero senza preoccuparsi di dare fastidio a una o all’altra parte, ma evidenziando e valorizzando solo gli eventi. Si potrà criticare l’opinione e le considerazioni fatte dal giornalista, ma se egli ha raccontato un evento, questo dovrà essere inattaccabile: possono nascere polemiche sulle spiegazioni e sulle interpretazioni del fatto, ma non sul fatto in sé. Ed è così che Travaglio si palesa come persona scomoda. Perché racconta il potere attraverso i fatti reali e non ne è implicato.
Pasolini nel suo celebre “Romanzo delle stragi” (1974), meglio noto come “Io so”, spiega che lui conosce i nomi dei mandanti delle stragi politiche di fine anni ’60 e di inizio anni ’70 e i nomi di chi sta dietro alla “strategia del terrore” posta in atto in quegli anni per scongiurare una deriva comunista prima e una tentazione golpista neofascista poi, e li conosce proprio perché è “un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”. Il problema che rileva Pasolini è la sua impossibilità di detenere le prove delle conclusioni alle quali le sue riflessioni l’hanno condotto: il mondo del potere non concede “le prove e gli indizi” a chi non è in qualche modo compromesso nelle sue pratiche. A parer mio, dagli anni ’70 qualche passo avanti è stato fatto rispetto a questa difficoltà. Ora è più facile reperire informazioni, prove e indizi, anche grazie alle nuove tecnologie comunicative, e il ruolo degli intellettuali può essere svolto anche da giornalisti integri e separati dal potere allo stesso modo in cui lo era Pier Paolo Pasolini. Travaglio, dunque, secondo la mia opinione, sta svolgendo quel lavoro di coordinamento di fatti anche lontani, sta ragionando. E ciò che lui scrive e dice risulta essere la realtà, tanto quanto ciò che ha scritto Pasolini risulta essere vero anche a oltre 30 anni di distanza.

Michela Francescutto

TravaglioSi sta già concludendo la querelle che ha campeggiato sulle prime pagine dei maggiori quotidiani nazionali per qualche giorno: scemerà come una di quelle notizie di cui parla Marco Travaglio ne “La scomparsa dei fatti”, verrà dimenticata e si volatilizzerà, come se nulla fosse successo. I canali informativi alternativi alle tv “di Regime” e alle testate nazionali però non dimenticano: è facile trovare, per chi l’informazione sulle vicende del mondo e soprattutto dell’Italia le cerca on line, degli spazi dedicati alla polemica e alle risposte che Travaglio ha fornito per chiarire la situazione.
L’episodio scatenante questa battaglia politica contro Travaglio è la sua partecipazione, sabato 10 maggio, a “Che tempo che fa”, trasmissione di Raitre condotta dal noto showman Fabio Fazio. Il giornalista, rispondendo a Fazio, parla di Schifani, neo eletto Presidente del Senato: racconta delle sue amicizie e dei suoi legami d’affari con persone di mafia. Il giorno dopo scoppia la polemica. E non certo perché Schifani non conoscesse D’Agostino e Mandalà, condannati l’uno nel 1997 per concorso esterno in associazione mafiosa e l’altro nel 1998 per associazione mafiosa, e non fosse stato in affari con loro (in una società di brokeraggio assicurativo, la Sicula Brokers, dal 1979 alla fine del 1980, anno in cui Schifani chiede la liquidazione della sua quota), bensì perché un giornalista ha osato “diffamare” pubblicamente la seconda carica dello Stato. È palese che gli anni in cui i due sono stati condannati distino notevolmente dagli anni dei legami affaristici, ma è altrettanto chiaro a tutti che non si diventa mafiosi da un momento all’altro. Non è insensato dunque presumere che Schifani conoscesse le amicizie e i legami mafiosi che coltivavano i suoi soci della Sicula Brokers. Lirio Abbate – giornalista pluripremiato ed elogiato dal Presidente Napoletano –, nel suo romanzo di protesta contro la mafia e i suoi legami con il potere “seduto in Parlamento”, uscito nel 2007 con il titolo “I complici” e a causa del quale è costretto a vivere sotto scorta, spiega chiaramente le implicazioni mafiose di illustri parlamentari e dello stesso Schifani. Ma il punto è un altro: i giornali non hanno chiesto informazioni al Presidente del Senato in merito alle sue trascorse relazioni con condannati per mafia, hanno invece gridato allo scandalo perché, in un momento in cui il Presidente del Consiglio chiede “dialogo e serenità all’interno del Parlamento e del Paese”, le parole di un giornalista hanno attaccato, minando proprio la tranquillità parlamentare, una carica politica.
E sono le parole di un giornalista che compie in modo ineccepibile il suo lavoro: si documenta, studia sentenze, legge carte su carte e soprattutto ci ragiona e ne trae delle considerazioni reali. Provate e inconfutabile perché dati di fatto. E scrive libri e articoli, denuncia la realtà dei fatti di fronte a un’Italia costretta a vedere telegiornali e programmi di approfondimento politico che raccontano di veline che amoreggiano con uno dei tanti calciatori, di delitti tanto palesi che sembrano irrisolvibili, di epidemie di polli o mucche, e non di chi sono davvero le persone che ci governano, di cosa hanno fatto, di quali conflitti di interesse hanno, di cosa stanno facendo alla nostra democrazia. Travaglio racconta come pochi giornalisti del nostro tempo sanno fare, con ironia ma con estrema puntigliosità: mai un fatto senza documentazione, mai una menzogna, tutto vero e provato. Si può dissentire su un’opinione, non si può però polemizzare, discutere ed essere contrari a un fatto: le cose avvengono e un bravo giornalista le deve raccontare e collegare nel modo più imparziale possibile, ovvero senza preoccuparsi di dare fastidio a una o all’altra parte, ma evidenziando e valorizzando solo gli eventi. Si potrà criticare l’opinione e le considerazioni fatte dal giornalista, ma se egli ha raccontato un evento, questo dovrà essere inattaccabile: possono nascere polemiche sulle spiegazioni e sulle interpretazioni del fatto, ma non sul fatto in sé. Ed è così che Travaglio si palesa come persona scomoda. Perché racconta il potere attraverso i fatti reali e non ne è implicato.
Pasolini nel suo celebre “Romanzo delle stragi” (1974), meglio noto come “Io so”, spiega che lui conosce i nomi dei mandanti delle stragi politiche di fine anni ’60 e di inizio anni ’70 e i nomi di chi sta dietro alla “strategia del terrore” posta in atto in quegli anni per scongiurare una deriva comunista prima e una tentazione golpista neofascista poi, e li conosce proprio perché è “un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”. Il problema che rileva Pasolini è la sua impossibilità di detenere le prove delle conclusioni alle quali le sue riflessioni l’hanno condotto: il mondo del potere non concede “le prove e gli indizi” a chi non è in qualche modo compromesso nelle sue pratiche. A parer mio, dagli anni ’70 qualche passo avanti è stato fatto rispetto a questa difficoltà. Ora è più facile reperire informazioni, prove e indizi, anche grazie alle nuove tecnologie comunicative, e il ruolo degli intellettuali può essere svolto anche da giornalisti integri e separati dal potere allo stesso modo in cui lo era Pier Paolo Pasolini. Travaglio, dunque, secondo la mia opinione, sta svolgendo quel lavoro di coordinamento di fatti anche lontani, sta ragionando. E ciò che lui scrive e dice risulta essere la realtà, tanto quanto ciò che ha scritto Pasolini risulta essere vero anche a oltre 30 anni di distanza.

Michela Francescutto

L’essere umano è semplice, non vuole avere troppe preoccupazioni. Cerca istintivamente le piccole certezze quotidiane. Allora, chiede al mondo che lo circonda di eliminare dal palinsesto tutto ciò che potrebbe turbare il suo sonno. E i media in particolare lo accontentano di buon cuore. Ormai sappiamo tutto sul look delle neodeputate; ma è passata quasi inosservata una crisi da cui dipendono la vita e, soprattutto, la morte, di più di un miliardo di persone. Sto parlando della crisi alimentare, che ha colpito moltissimi Paesi in tutto il mondo. Per un po’ abbiamo visto anche noi le immagini dei tumulti al Cairo, delle rivolte a Haiti; però, quasi subito, il tutto ha perso interesse, non è più stato giudicato notiziabile. Sarebbe stato troppo complesso e costoso approfondire le cause di quei tumulti. Ci si è accontentati di fare un giro nei mercati italiani, studiando i prezzi altissimi di beni di prima necessità, e dandone la colpa all’avidità dei commercianti o all’euro. Insomma, abbiamo ridotto tutto alla solita, rassicurante, commedia italiana. Ma non è così: è una tragedia globale, anche un po’ paradossale. I tumulti per il pane che ho appena ricordato non sono dovuti, come era abitudine un tempo, ad una carestia; il cibo c’è, in abbondanza. Il problema è che per buona parte del mondo costa troppo. E, ironia della sorte, costa troppo  per quelle parti del mondo in cui è prodotto. Perché? Le concause sono molte: crescita della domanda di Cina e India, raccolti sfavorevoli in alcune parti del mondo, utilizzo di una parte dei cereali prodotti per farne biocarburanti. Questi sono tutti fatti reali, ma non sufficienti; non influiscono molto sulla meccanica generale. La vera questione è alla base: il problema è l’ideologia liberista che ha dominato negli ultimi vent’anni nei Paesi del Terzo Mondo, anche grazie ai ”piani di sviluppo” di organi come la FAO.  Questa ideologia ha spinto i governi di molti Paesi a buttarsi sul mercato mondiale, dedicando le proprie colture principalmente all’esportazione. In questo modo, Paesi come l’India si trovano ad avere i magazzini stracolmi di cibo pronto per essere venduto agli esigenti mercati occidentali, e nello stesso tempo grosse fasce di popolazione che muoiono di fame. E’ il paradosso del mercato globale, che rispecchia una mentalità neocoloniale da parte dell’Occidente: quello che serve ai Paesi poveri per svilupparsi è diventare enormi monocolture, così da poterci vendere quello di cui abbiamo bisogno. E’ geniale! Portiamo ricchezza nel mondo, esportando il nostro modello! Che bravi, che gentili … Peccato che in questo ragionamento non si considerino due fatti. Il primo è che questi Paesi-monocoltura hanno degli abitanti, che vanno sfamati in qualche modo, e se il cibo da loro prodotto è esportato, costringendo il governo ad importarne altro, che viene a costare molto caro,  come fanno queste persone a procurarsi da mangiare? Questa riflessione lascia una questione aperta: se il Paese esporta i prodotti  dei contadini, questi guadagnano, e allora possono comprarsi tutto quello che vogliono. Questo ci porta dritti al secondo punto. Il problema è che nei Paesi “in via di sviluppo” i contadini non guadagnano un bel niente, perché non hanno un bel niente. C’è stata l’esportazione di un modello di produzione che ha fatto sì che in questi Paesi si creassero enormi latifondi nelle mani di pochi. Pochi che poi sono anche detentori delle alte cariche dello Stato, o almeno molto vicini a tali cariche. Anche  per questa ragione Paesi come il Niger o il Vietnam hanno aperto i loro mercati; perché faceva comodo a chi governava. Nel fare ciò, però, è scomparsa la fonte principale di autosostentamento per i contadini: la piccola proprietà tradizionale. Le proposte per la situazione di questa crisi sono varie: sospendere le esportazioni per usare i prodotti per uso interno, sviluppare gli ogm per avere colture più efficienti, far partire una nuova”Rivoluzione Verde”. Esse sono sicuramente volenterose, ma parziali: la sospensione delle esportazioni  ha il rischio di far aumentare ancora di più i costi nel resto del mondo, mentre i vantaggi ricadrebbero solo sui singoli Paesi, che comunque alla lunga non potrebbero reggere da soli. Per quanto riguarda gli ogm e un’agricoltura più efficiente, ci sono due punti: il primo è che la terra non ha la possibilità di aumentare la produzione all’infinito, e comunque il cibo c’è già in grandi quantità. Il secondo è che con gli ogm si rischia di fomentare ancora di più la disuguaglianza, in quanto è possibile che le case produttrici come la Monsanto stringano accordi con gli stessi latifondisti per avere dei vantaggi economici. La vera soluzione è permettere il ritorno della piccola proprietà volta all’autosostentamento, come base di partenza per una politica più giusta delle esportazioni: in questo periodo, lo slogan degli economisti è “go local”.  La miopia delle organizzazioni internazionali sta nel non aver capito le conseguenze della loro politica di incentivi all’esportazione: centinaia di milioni di persone nel mondo fanno sempre più fatica a comprare il cibo importato da altri Paesi; intanto, pochi possidenti si arricchiscono vendendo lo stesso cibo, che magari una volta giunto sugli scaffali verrà buttato via. È il paradosso della globalizzazione come è stata interpretata fino ad oggi. Essa in sé non è né un male né un bene; è uno strumento. E in quanto tale, deve essere usata con equilibrio, soprattutto per il fatto che i problemi che un suo uso smodato può provocare riguardano tutti i sei miliardi di abitanti della Terra. La globalizzazione non deve essere il “nuovo fascismo”, come la chiamava Pasolini, il dominio di una cultura su un’altra; dev’essere l’apertura a tutte le culture, e la diffusione della conoscenza dei metodi più adatti per risolvere le varie crisi che essa genera. Ogni momento di crisi ha in sé la soluzione; basta aprire gli occhi.

Giovanni Collot

Oggi giorno le nostre città non sono più sicure. Sempre più sovente sono cittadini extracomunitari la causa di tale insicurezza. Spaccio, prostituzione, reati di ogni tipo, e quasi sempre a commetterli sono immigrati irregolari che, probabilmente vengono in Italia col chiaro intento di delinquere. Tutti noi ci siamo indignati davanti al tentato sequestro di minorenne avvenuto a Ponticelli ad opera di una sedicenne rom. Le nostre case, le nostre strade non sono più sicure a causa di individui non avezzi al vivere civile. Ma adesso non è più tempo di indugi e bisogna agire. Primo passo individuato dal governo è il reato di clandestinità, ovvero un atto grazie al quale l’immigrato che viene trovato senza documenti e regolare permesso di soggiorno sarà soggetto ad una pena più l’immediata espulsione. Contento dell’operato del governo tutti potremo dormire più tranquilli. Ovviamente, come specificato dallo stesso Ministro, il reato non è retroattivo, ovvero se oggi un immigrato viene fermato, e dovesse risultare clandestino, non è reato; se un clandestino viene fermato dopo l’emanazione di tale atto, e non dovesse essere in regola, è reato.

In Italia, secondo il rapporto annuale Censis, sulla situazione reale del paese nel 2005, sono stati denunciati alle Forze dell’ordine 2.415.023 reati, di cui 189.424 commessi da extracomunitari, di cui il 78,3% è a carico di immigrati clandestini. Dati Istat di qualche giorno fa, evidenziano che il 6% dei reati commessi nello scorso anno è ad opera di immigrati (il 4,1% da clandestini). Tutto ciò denota una bassa relazione tra reati commessi ed immigrazione clandestina, tanto da chiedersi, cosa fa più scalpore: che ci sia un reato o che a commetterlo sia stato un immigrato? Oggigiorno siamo difronte ad una tendenza dissimulatrice che punta a farci dimenticare il reato in se, per focalizzare l’attenzione sull’attore dello stesso. Tale tendenza porta anche all’inevitabile conseguenza che il soggetto stesso dei reati è causa degli stessi, quindi alla sua criminalizzazione. Nell’attuale contesto italiano la criminalizzazione dell’extracomunitario è la risposta alla paura della gente. Ma vediamo da cosa nasce tale paura. La legittima richiesta di sicurezza è stata disattesa dalle istituzione, ovvero negli anni passati non è stata garantita. I motivi sono facilmente rintracciabili nello smantellamento metodico e certosino, di uno dei cardini dello Stato, ovvero la certezza del Diritto.

In un periodo storico in cui chi commette illecito può usufruire di indulti, indultini, buona fede e quant’altro, come un cittadino può essere sicuro che chi ha tentato di rapinarlo non potrà più farlo per almeno cinque anni? Bisogna tener conto che in questo clima politico in cui si sta minando la certezza del Diritto a 360° è più facile incolpare un’immigrato, piuttosto che noi stessi (dato che votiamo), è più facile prendersela con qualcun altro piuttosto che con il nostro vicino di casa.

Poco importa se l’incidenza dei reati commessa da immigrati è il 6% mentre quelli commessi dagli italiani, per contro, sono il 94%, dimentichiamoci che un reato è un reato a prescindere da chi lo abbia compiuto. Ricordiamoci che uno stupro commesso da un’immigrato è più grave di uno stupro commesso da un italiano. Dimentichiamoci che gli extracomunitari sono ormai diventati una colonna principale dell’economia specie quelli clandestini, scordiamoci le condizioni disumane nelle quali vivono e gli stipendi da fame che ricevono e diciamo tutti insieme immigrati di tutta Italia (ed anche persone di buon senso) unitevi ed andatevene.

Giovanni Armenio

Oggi giorno le nostre città non sono più sicure. Sempre più sovente sono cittadini extracomunitari la causa di tale insicurezza. Spaccio, prostituzione, reati di ogni tipo, e quasi sempre a commetterli sono immigrati irregolari che, probabilmente vengono in Italia col chiaro intento di delinquere. Tutti noi ci siamo indignati davanti al tentato sequestro di minorenne avvenuto a Ponticelli ad opera di una sedicenne rom. Le nostre case, le nostre strade non sono più sicure a causa di individui non avezzi al vivere civile. Ma adesso non è più tempo di indugi e bisogna agire. Primo passo individuato dal governo è il reato di clandestinità, ovvero un atto grazie al quale l’immigrato che viene trovato senza documenti e regolare permesso di soggiorno sarà soggetto ad una pena più l’immediata espulsione. Contento dell’operato del governo tutti potremo dormire più tranquilli. Ovviamente, come specificato dallo stesso Ministro, il reato non è retroattivo, ovvero se oggi un immigrato viene fermato, e dovesse risultare clandestino, non è reato; se un clandestino viene fermato dopo l’emanazione di tale atto, e non dovesse essere in regola, è reato.

In Italia, secondo il rapporto annuale Censis, sulla situazione reale del paese nel 2005, sono stati denunciati alle Forze dell’ordine 2.415.023 reati, di cui 189.424 commessi da extracomunitari, di cui il 78,3% è a carico di immigrati clandestini. Dati Istat di qualche giorno fa, evidenziano che il 6% dei reati commessi nello scorso anno è ad opera di immigrati (il 4,1% da clandestini). Tutto ciò denota una bassa relazione tra reati commessi ed immigrazione clandestina, tanto da chiedersi, cosa fa più scalpore: che ci sia un reato o che a commetterlo sia stato un immigrato? Oggigiorno siamo difronte ad una tendenza dissimulatrice che punta a farci dimenticare il reato in se, per focalizzare l’attenzione sull’attore dello stesso. Tale tendenza porta anche all’inevitabile conseguenza che il soggetto stesso dei reati è causa degli stessi, quindi alla sua criminalizzazione. Nell’attuale contesto italiano la criminalizzazione dell’extracomunitario è la risposta alla paura della gente. Ma vediamo da cosa nasce tale paura. La legittima richiesta di sicurezza è stata disattesa dalle istituzione, ovvero negli anni passati non è stata garantita. I motivi sono facilmente rintracciabili nello smantellamento metodico e certosino, di uno dei cardini dello Stato, ovvero la certezza del Diritto.

In un periodo storico in cui chi commette illecito può usufruire di indulti, indultini, buona fede e quant’altro, come un cittadino può essere sicuro che chi ha tentato di rapinarlo non potrà più farlo per almeno cinque anni? Bisogna tener conto che in questo clima politico in cui si sta minando la certezza del Diritto a 360° è più facile incolpare un’immigrato, piuttosto che noi stessi (dato che votiamo), è più facile prendersela con qualcun altro piuttosto che con il nostro vicino di casa.

Poco importa se l’incidenza dei reati commessa da immigrati è il 6% mentre quelli commessi dagli italiani, per contro, sono il 94%, dimentichiamoci che un reato è un reato a prescindere da chi lo abbia compiuto. Ricordiamoci che uno stupro commesso da un’immigrato è più grave di uno stupro commesso da un italiano. Dimentichiamoci che gli extracomunitari sono ormai diventati una colonna principale dell’economia specie quelli clandestini, scordiamoci le condizioni disumane nelle quali vivono e gli stipendi da fame che ricevono e diciamo tutti insieme immigrati di tutta Italia (ed anche persone di buon senso) unitevi ed andatevene.

Giovanni Armenio

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