Tbilisi inciampa sugli gli oleo-gasdotti stesi dall’Occidente

Scavando dietro la versione semplificata che ci hanno servito i media occidentali durante la crisi georgiana di quest’estate, si scoprono molte ottime ragioni per solidarizzare con la Russia. Dal progetto di scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca, alle rivoluzioni colorate georgiana e ucraina; dallo spettacolare riarmo della Georgia (che in aprile aveva incrementato del 28% il suo bilancio militare), al programma di adesione delle due repubbliche alla Nato: queste dimostrazioni di forza (?) orchestrate dagli Usa si sono trasformate in altrettanti buoni pretesti per l’offensiva russa di quest’estate. È innegabile comunque che, togliendosi questi sassolini dalle scarpe, la Russia abbia in realtà agito in difesa di interessi ben più forti.

Energetici, per esempio. Osservando tutta la vicenda dal punto di vista dei rifornimenti di idrocarburi risulta chiaro quale spina nel fianco sia la Georgia per la Russia.

Partiamo da lontano. Con accordi più o meno stringenti la Russia si è assicurata buona parte di petrolio e gas estratti in Kazakistan e Turkmenistan. Ciononostante, i due Paesi commerciano anche con altri partner, bypassando la Russia attraverso il Mar Caspio. Trasportate via mare, le materie prime sbarcano presso Baku, in Azerbaijan. Da qui, integrate con le ricche riserve azere, attraversano chilometri di deserto verso ovest. Un vecchio oleodotto (Baku-Novorossijsk, vedi cartina) raggiunge il Mar Nero via Russia. Altre tre condutture passano invece per la Georgia, e su queste ha investito l’Occidente con lo scopo di tagliar fuori il gigante di Putin e Medvedev. Questo è il teatro in cui scoppia la guerra dei cinque giorni, una guerra fatta anche per il petrolio.

Il primo atto delle ostilità si consuma… in Turchia. Qui arrivano, dall’Azerbaijan, via Georgia, un tubo di petrolio (Baku-Tbilisi-Ceyhan) e uno di gas (Baku-Tbilisi-Erzurum). I guerriglieri curdi del Pkk hanno la loro roccaforte nella regione turca tagliata dalle condutture: il 5 agosto il Pkk mette fuori uso BTC con un attentato. Le compagnie petrolifere che controllano la linea (Socar e British Petroleum)dirottano immediatamente le forniture nel terzo tubo georgiano, l’oleodotto Baku-Supsa. Il petrolio riesce così a evitare la Turchia e raggiungere le costa del Mar Nero dove si imbarcherà per l’Europa. Intanto, però, la Georgia invade l’Ossezia del Sud. La Russia organizza una risposta rapidissima e l’8 agosto contrattacca: i primi obiettivi colpiti dall’aviazione sono il – già fuori uso – Baku-Tbilisi-Ceyhan, senza gravi danni, e il porto georgiano da cui parte il petrolio arrivato col Baku-Supsa.

I rifornimenti all’Occidente lungo la via georgiana sono così strozzati. In attesa che in qualche mese i danni siano riparati, l’unico sbocco per i petrolieri azeri è raggiungere il Mar Nero con il vecchio tubo sovietico, il Baku- Novorossijsk. La Russia torna così quasi – monopolista.

L’approccio petrolifero alla crisi di agosto permette anche di comprendere la geometria di alleanze creatasi in Occidente: all’asse tradizionalmente antirusso di Stati Uniti e Europa dell’Est si sono legati anche paesi, come Francia, Germania e Italia, generalmente più morbidi con l’Orso eurasiatico. Pochi mesi dopo lo strappo tra Bush e Merkel-Sarkozy al vertice Nato di Bucarest, la guerra pare abbia ricompattato il fronte occidentale; ciò a dimostrazione della consistenza degli interessi messi in discussione.

Anche grazie alla comunanza di vedute, l’Occidente ha potuto quindi celebrare in televisione la sua vittoria di carta. In realtà quella sul piano energetico resta la battaglia più soddisfacente vinta dai russi.

Oggi lo scenario è più tranquillo. Mosca si è ritirata dalla Georgia. In Ossezia del Sud, invece, rafforza la presenza dell’esercito e insedia un premier più filorusso del precedente. Manda ambasciatori nelle Repubbliche separatiste, che ormai considera Stati sovrani suoi vassalli.

Gli Stati Uniti cercano di dimenticare lo schiaffo ricevuto. Gli europei hanno imparato che con la Russia, per scaldarsi d’inverno, bisogna fare i conti. Hanno capito che rotte dell’oro nero indipendenti da Mosca sono impraticabili, perché non difendibili. Nabucco, il gasdotto dell’indipendenza energetica dell’Unione europea, resta un sogno irrealizzato.

Metafora dell’illusione occidentale che Putin si sarebbe lasciato soffocare è la State Strategic Pipeline Division, una forza militare georgiana addestrata dagli Usa per difendere il tragitto del Baku-Tbilisi-Ceyhan, bombardato dai russi nel primo giorno di guerra. Quattrocento uomini non sono bastati all’America per proteggere la sua roccaforte caucasica. La Georgia è oggi ridimensionata. Il suo territorio nazionale è ormai violato: l’Ossezia è un cuneo russo a pochi chilometri da Tbilisi e dagli oleodotti; l’Abkazia le toglie una grossa fetta di costa sul Mar Nero, restringendo ancor più il corridoio energetico strategico per l’Europa. La Repubblica del vacillante Saakashvili si è così ingarbugliata nella rete di tubi che doveva alimentare le sue velleità di potenza.


Francesco Marchesano

francesco.marchesano@sconfinare.net

Annunci