Il racconto che segue è reale. Riguarda mia sorella, che ha contratto come tante (tanti? Non so, forse le preferenze di genere non esistono; occhio, si potrebbe esser tacciati di sessismo) il virus di Twilight. Preciso: sto parlando del libro della Mayer (non l’ho letto e non intendo farlo, quindi m’astengo da giudizi di valore. Non lo conosco, punto. Però so ch’è piaciuto a parecchia gente, tant’è che insegnanti di licei classici – che teoricamente di letteratura ne sanno a pacchi – l’hanno consigliato ai loro alunni).

Il libro è piaciuto tanto (leggasi: ha venduto tanto) che se n’è fatto un film, come tragicamente capita in questi casi. E dico “tragicamente” perché a me, nel mio piccolo, è accaduto lo stesso anni fa, quando lessi “Il Signore Degli Anelli” molto prima che ne facessero una versione cinematografica. E sapete qual è il trauma? Che se t’innamori d’un libro, immaginandolo per bene come vuoi tu, e poi ne guardi la “versione Hollywood”, se si è sfortunati come il sottoscritto (e la di lui sorella) dopo, quando ti capita di rileggerlo, non sei più capace di ricreare il mondo che avevi incontrato la prima volta. E’ finita, Frodo è Elijah Wood. Argh.

La mente è pigra. E’ più facile vedere che immaginare.

Consapevole dei suoi limiti, mia sorella ha deciso che per non guastare l’immagine dell’aitante, affascinante, romantico, […] impossibile protagonista che s’era creata avrebbe scrupolosamente evitato le occasioni di vedere le immagini del film. La capisco. Non che m’interessi particolarmente questo Edward (si chiama così) però l’amore per un libro che sentiamo nostro e che vogliamo proteggere, questo sì che lo condivido. E mia sorella non ha chiesto tanto al mondo. Solo ha domandato per una volta, per favore, di essere lasciata in pace.

E qui entro nel cuore della vicenda, il fatto che mi ha portato a scrivere un articolo che può sembrare ridicolo ma in fondo non lo è. Perché è un esempio, nel suo piccolo, di come la società alla fine riesca ad imporsi. Volente o nolente, non cambia nulla: alla fine vedrai quello che vogliono farti vedere.

Mia sorella, per un mese, ha vissuto da funambola riuscendo per un po’ in un’impresa che ha dell’incredibile. Tanto per non sbagliare, ha preso tutta una serie d’accorgimenti: 1. Niente trailer al cinema (logicamente) 2. Niente giornali (hanno la pubblicità) 3. Schivare i muri dove di solito s’appendono le locandine 4. Evitare i luoghi pubblici, le stazioni ferroviarie (le maggiori hanno gli schermi televisivi, come a Mestre), le librerie, le fiancate degli autobus … già che c’era, passeggiando si levava gli occhiali 5. Spegnere la tivù durante la pubblicità 6. Ridurre al minimo indispensabile internet.

Una fuga dal mondo. Ci vuole una disciplina ferrea anche in un piccolo paesino (ad un certo punto se n’è andata a Londra, lì sì che è stato un trauma). E già così le cose parrebbero difficili. Pensate un po’ come deve essere se tutti quelli che ti circondano diventano nemici. Se sanno che qualcosa ti dà fastidio, non faranno che parlartene (e nel caso concreto ti diranno il nome dell’attore). Le sue coinquiline hanno persino appeso un volantino in appartamento, che stronze.

E qualcosa in questa piccola vicenda è mostruoso, se ci riflettete. Quello che fa pensare, a me che sono un tizio pieno di paranoie, è il perverso meccanismo che porta la società intera (e qui, in particolare, le compagne di corso, le amiche, le conoscenti) ad accanirsi verso gli atteggiamenti difformi, a schernirli, a non comprenderli o a minimizzarli; e – infine – ad essere degli iniettori dello standard, di ciò a cui ci si deve conformare. So che rischio la retorica, ma è sorprendente quanto bene funzioni. Ed è solo un film, messa così fa ridere.

Ah. Comunque c’è un lieto fine, se volete. L’ho visto io per primo, l’Edward “vero”. Le ho detto che non aveva niente da temere e l’ho portata davanti alla vetrina d’una libreria, mosso a pietà dal suo titanico sforzo. Era un po’ titubante, ma alla fine s’è voltata. Per fortuna, ha detto ridendo, è un bambinetto, praticamente un Emo, questo qui è talmente deludente da essere innocuo. Però non andrà a vedere il film. Penso che – almeno in questo – nessuno potrà costringerla.

Rodolfo Toè
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