You are currently browsing the monthly archive for dicembre 2008.

Il casinò mi ripugna

(ma non ci sono mai entrato)*

PREMESSA – Non sono mai entrato in un casinò. Leggete dunque questo articolo come il delirio di un moralista supponente e pieno di pregiudizi.

ANTEFATTO – non sono mai entrato, dicevo, ma qualche piccolo episodio mi ha fatto vivere un poco quell’atmosfera.

Per esempio, del sabato sera passato nel noiosissimo Bingo di Ferrara, ricordo la puzza di fumo, i volti sudaticci, il silenzio opprimente, la voce metallica che sciorina i numeri estratti, le mani nere di denaro degli addetti alla riscossione delle giocate.

Un mesetto fa, invece, in macchina lungo la statale tra Rovigo e Ferrara ho trovato un cartello pubblicitario dei casinò di Nova Gorica; prima ho pensato di essere allucinato&perseguitato dalla cara Gorizia anche se mi trovavo duecento chilometri più a sud; poi ho sorriso, pensando a un ferrarese che attraversa Po, Piave, e Tagliamento per fare una puntata sull’Isonzo.

Dopo un anno al confine ne ho sentite molte di descrizioni (tavoli pieni di cibo, carte verdi rosse blu, buoni omaggio, tecniche di gioco); le immagini prese da qualche film qua e là penso che completino bene il quadro. Nel Paese dei Balocchi, insomma, ci sono entrato anch’io. E non mi è piaciuto molto.

DOSTOEVSKIJ E PIRANDELLO – Non è comunque facile criticare chi lo frequenta, dopo aver letto le parole pensate dal giocatore di Dostoevskij in un momento di crisi: «È proprio inutile farsi la morale. Niente ci può essere di più assurdo della morale! Oh, gli uomini soddisfatti di se stessi, con quale orgoglioso compiacimento sono pronti, quei chiacchieroni, a pronunciare la loro sentenza! Se sapessero fino a che punto io stesso capisco tutto quanto c’è di ripugnante nella mia attuale situazione, non muoverebbero certo la lingua per darmi insegnamenti. E poi, che cosa possono dirmi di nuovo, che io già non sappia?». Sia chiaro, quindi: non voglio biasimare nessuno.

Del resto anche il Mattia Pascal pirandelliano, poco prima di rimanere ipnotizzato dalla roulette, commiserava i «disgraziati che stanno lì a studiare il cosiddetto equilibrio delle probabilità per estrarre la logica dal caso». E anche io resterei forse vittima del fascino di un albero di monete così attraente. Prima, rimarrei colpito dal rito dei fedeli che seminano mucchietti di talenti sul tappeto verde; ascoltano in silenzio le invocazioni melodiche dei croupier fino al “rien ne va plus”; sospirano e pregano la ruota che gira di fare giustizia; bestemmiano con un filo di voce o salgono al cielo con la loro accresciuta ricchezza.

Poi, dopo le mie prime due o tre puntate vincenti, mi sentirei baciato dalla fortuna e sicuramente capace di architettare la strategia vincente, capace di «estrarre la logica dal caso» per battere il banco.

Qualunque sia il numerino scelto dal caso, insomma, quel moltiplicatore di banconote è capace di sorprendere e di emozionare: e proprio quel che voglio evitare è emozionarmi per delle palline che girano e macinano denaro, o rimanere colpito dagli occhi sbarrati che roteano con loro.

QUELLO CHE MI DISTURBA – è che il casinò gioca con un desiderio assolutamente legittimo e naturale: migliorare la propria posizione. E come se non bastasse si propone come un mezzo di guadagno riservato a gente-con-le-palle. I codardi se ne stiano alla larga. Ancora “Il giocatore”: «E’ possibile che io non capisca che sono un uomo perduto? Ma perché non potrei risorgere? Sì! Basta essere almeno una volta nella vita cauto e paziente! Basta, almeno una volta nella vita, dimostrare carattere e, in un’ora, posso cambiare il mio destino! L’essenziale è il carattere.»

Carattere o delega al fato? All’ambizione si sostituisce il più disarmante fatalismo.

Anche se sicuramente voi non ci siete entrati con questo spirito, ma solo per passarci una sera, alla sua idea di fondo, il Dominio del Caso, avete creduto appieno almeno per un attimo. E personalmente credo che in tempo di crisi il “lasciar fare” sia la peggior soluzione. Questo discorso è puro moralismo. Ma il parcheggio sempre pieno delle case da gioco e la febbre con cui l’Italia intera ha aspettato l’uscita del 6 al lotto mi fanno pensare che la misura sia stata un pochino superata. (Sul fatto che l’industria del gioco sia la terza in Italia per fatturato, dopo Eni e Fiat, parleremo magari più avanti. Intanto lasciamoci martellare dalla pubblicità di Lottomatica sugli schermi di Trenitalia).

LA MIA UTOPIA – Nella mia Città di Utopia i casinò dovrebbero comunque restare. È un piacere sentirmi raccontare da chi c’è stato di pseudo milionari che puntano pezzi da mille e li vedono sparire sotto il loro naso: la roulette diventa in questo caso un ottimo mezzo di redistribuzione della ricchezza. Trasferisce i soldi dalle tasche di Briatore a quelle del Capo Casinò, che a sua volta premia con uno stipendio i fedelissimi croupiers e le loro famiglie. Crea indotto per il territorio.

Chi invece fa fatica ad arrivare a fine mese, potrebbe giocare la sua Social Card solo in un antichissimo giuoco che toglie il rischio e assicura il divertimento. È un sistema che non consente grandi vincite, dove i sorrisi non sono d’avorio, dove birra omaggio e abbuffate a nove euro potete scordarvele. La povera semplicità dei premi non vi farà sognare d’essere geni della statistica. Il banco non è vellutato di verde, è la tavola della vostra cucina o della sagra di paese.

Il Tombolone non ha mai rovinato nessuno, la vigilia di Natale e l’ultimo dell’anno saranno ottime occasioni per provarlo. Non scordate i fagioli per coprire i numeri, rideteci su; ma non lasciatevi prendere la mano.

Francesco Marchesano

francesco.marchesano@sconfinare.net

*Dieci buoni da 4€ spendibili in tutti i casinò della zona valgono un articolo riparatore.

Come il casinò finanziario blocca la locomotiva del nord est

Il denaro non produce denaro. Questa la prima lezione da trarre. E tra le ricette di eterna rifondazione di questo capitalismo malato, proposte proprio dai vecchi campioni del liberismo più sfrenato, che ora si esibiscono in piroette no global; e questa crisi che sembra caduta sulle nostre teste come una disgrazia, un imprevedibile disastro naturale, senza colpevoli o cause nominabili, come sta l’economia reale?

I governi di mezza Europa adottano pacchetti anti crisi, e in Italia a versare le lacrime più amare è proprio l’orizzonte produttivo di questo paese, la locomotiva del nord est, l’invincibile modello delle piccole – medie imprese, il tessuto di un’economia vincente. La locomotiva sferraglia oramai verso un binario morto, e il “popolo delle partite IVA” alza inesorabilmente bandiera bianca. Nessun settore merceologico può dirsi al riparo. Dalla recessione economica alla depressione il passo è breve, e i dati snocciolati da sindacati e gruppi confindustriali veneti sono da brivido: non siamo ancora alla depressione economica, ma poco ci manca: una ricerca prodotta da Veneto Lavoro analizza l’allarmante situazione della regione, sicuramente faro del “modello nord – est”, e snocciola dati da brivido: la crescita dell’economia regionale porta due segni negativi, le previsioni sono pessime con una dinamica del pil veneto pari a – 0,1 % nel 2008 ( – 0.2 % per l’Italia) e pari a – 0,2 % nel 2009 (- 0,4 % per l’Italia). Se queste previsioni venissero confermate, sarebbe la prima volta che il Veneto conosce un biennio di contrazione del prodotto. Forte riduzione delle assunzioni con una caduta ben superiore al 10 %, e ringraziamo gli immigrati: senza questi avremmo un welfare in crisi, un decrescita demografica inarrestabile, interi settori produttivi (turismo, edilizia, meccanico) che non resisterebbero un minuto di più. Ma ben più allarmanti sono le scelte delle aziende in tema di disoccupazione e il crescente ricorso agli ammortizzatori sociali: nei primi 8 mesi del 2008 l’incremento, sul corrispondente periodo dell’anno precedente, è stato del 50 % per quanto riguarda le ore di cassa integrazione ordinaria (che solitamente scatta per crisi temporanee) e del 42 % per quanto riguarda le ore di cassa integrazione straordinaria (prevista per ristrutturazioni strutturali e gravi crisi aziendali). E se i numeri percentuali non convincono, le cronache dai luoghi di lavoro fanno rabbrividire: Aprilia, Osram, Electrolux, le chimiche di Porto Marghera… le aziende annunciano piani – shock di taglio netto (in alcuni casi dimezzamento) dei posti di lavoro, veri e propri bollettini di guerra.

È una “tigre di carta” che non sa più a che aggrapparsi, che tra proclami per un non meglio precisato federalismo chiede a gran voce l’innegabile aiuto dopo aver sgobbato e tirato avanti la carretta italiana. L’aiuto di stato, sepolto dai guru del mercato negli anni ’80 – ’90, e che ora diventa un dovere, l’unica strada percorribile e dovuta per restare a galla. Sperem ben.

Matteo Lucatello

Matteo.lucatello@sconfinare.net

http://www.matteolucatello.it

Spunti sull’indipendentismo sardo e l’Italia

In mezzo al Mediterraneo sorge, fiero ed orgoglioso, quello scoglio chiamato Sardegna. È evidente la somiglianza tra questa terra e i suoi colori, i suoi sapori, i suoi profumi, i suoi abitanti e la loro lingua. La storia della Sardegna,purtroppo poco nota, è complessa ed affascinante, si mischia con la cultura pagana, quella cattolica, le tradizioni della vita agropastorale. In tanti, forse troppi, sono passati per questa terra, con gli abiti dei conquistatori. Dalla dominazione romana alla monarchia sabauda, senza dimenticare la Corona spagnola, eserciti potenti, organizzati ed armati si sono alternati nei secoli, contribuendo senza dubbio a creare l’unicità della cultura sarda ma reprimendo con la forza ogni tentativo dissenziente. Nel corso dei secoli, l’orgoglio dei sardi si è espresso con l’indipendentismo, forme di lotta più o meno violente contro l’oppressore straniero. Ogni secolo ha avuto i suoi “eroi indipendentisti”: Amsicora che combatté contro i romani nella prima guerra punica, Bernardino Puliga, il punitore dei mori nel 1581, o il giudice Angioy capo del movimento antifeudale sono solo tre esempi. Il movimento non si è mai fermato, anzi, nell’ultimo mezzo secolo è sembrato rifiorire più che mai, eccitato da simili esperienze in giro per il mondo nonché dalle possibilità attuali di diffondere idee e notizie ampiamente e con facilità. Le principali motivazioni della lotta indipendentista attuale si rifanno al retaggio storico e culturale sardo, notevolmente diverso da quello del resto d’Italia, ma mai valorizzato o almeno protetto adeguatamente da autorità centrali (“La caratteristica specifica della oppressione vissuta dal nostro popolo sta nella negazione della esistenza del diritto alla “diversità” che presuppone l’essere Sardi nello stato italiano” – Statuto del partito indipendentista Sardigna Natzione Indipendentzia), come al tempo della Riforma Manzoni, con l’imposizione di una lingua e di una cultura estranee all’isola. Al giorno d’oggi, inoltre, per taluni la cultura locale è diventata un fenomeno di colore folkloristico, per divertire i turisti piuttosto che per ripetere rituali ancestrali che si perdono nella notte della civiltà: ad esempio, le maschere tradizionali del carnevale della Barbagia, i Mamuthones, vestiti con un abito di pelle di pecora e lana grezza e un’armatura di circa 20 kg di campanacci, è “costretta” dalle Pro Loco a sfilare per la gioia dei turisti a ferragosto, snaturandosi dal suo significato reale (il carnevale sardo, che va dalla festa di sant’Antonio al mercoledì delle ceneri, coincideva con l’unico periodo dell’anno in cui i pastori stavano in paese, e le maschere grottesche e bestiali servivano ad esorcizzare una trasformazione dell’uomo in bestia durante i lunghi periodi d’isolamento in alpeggio). Ma il peggior affronto per gli indipendentisti sardi si chiama “servitù militare”. Ampi terreni strappati ai contadini per creare poligoni di tiro in cui testare proiettili convenzionali e non (cercate l’episodio di Pratobello), esercitazioni militari internazionali, basi americane (fino al 2006 il 60% delle servitù americane in Italia si trovavano nell’isola, con missili, basi e sottomarini nucleari, tratti di mare enormi chiusi al transito). I principali partiti indipendentisti al giorno d’oggi sono il Partito Sardo d’Azione (PSd’Az), fondato da Emilio Lussu, progressista e federalista, Sardigna Natzione Indipendentzia (SNI), da inquadrare nella grande sinistra europea, e Indipendentzia Repubrica de Sardigna (IRS), nato di recente da una costola di SNI e su posizioni più aperte e meno radicali; accanto vi troviamo numerosi movimenti ideologici, tra cui il più famoso è a Manca pro s’Indipendentzia (aMpI – a Sinistra per l’Indipendenza), movimento indipendentista comunista; i gruppi più violenti (Organizzazione Indipendentista Rivoluzionaria e Nuclei Proletari per il Comunismo) agiscono ormai raramente e nell’ombra, e spesso la legge colpisce persone ad essi estranee solo perché professano con coraggio idee che potrebbero risultare scomode (nel 2006, 44 indagati, 54 perquisizioni e 11 arrestati, rilasciati dopo 6 mesi perché le prove non si sono rivelate sufficienti), e accusando l’aMpI di fare loro da scudo. Il sentimento di dominazione esterna è vivo anche nel settore turistico: le enormi cifre di denaro che circolano in Sardegna sono divise tra vari imprenditori (Moratti, Rovelli, l’Aga Khan, Briatore, Berlusconi…) che concedono ai locali di fare da lavapiatti. In conclusione ricordo la sentenza della Corte Costituzionale 365/2007, che ha dichiarato l’incostituzionalità del termine “sovranità” nello Statuto regionale (“Statuto di autonomia e sovranità del popolo sardo”), senza censurare “popolo sardo”, espressione usata già dal 1948 e unica negli statuti regionali italiani; in merito alla sentenza, l’aMpI ha ribadito che “La Sardigna è una Nazione senza Stato in quanto ha un territorio ben determinato, definito e riconoscibile dal fatto di essere un’isola; in quanto ha storicamente sviluppato una sua propria economia autoctona fondata su una struttura di tipo agro-pastorale; in quanto abitata da un popolo inteso come comunità etnica stabile che ha avuto la capacità storica di elaborare una propria lingua, una propria cultura, codici di auto-regolamentazione della propria società”.

Matteo Carzedda

mattegolino@yahoo.it

I motivi della crisi politica thailandese

La degenerazione dello scenario politico thailandese, portato ai massimi termini con l’occupazione, durata una settimana, dei due aeroporti principali di Bangkok non rappresenta altro che uno dei simboli di una lunghissima lotta per il potere.

La “crisi” thailandese ha un background lungo, lunghissimo, in verità, che poggia sulla decisione anglo-francese di lasciare il Paese come zona cuscinetto tra l’India Britannica e l’Indocina francese. Allo stesso modo, la sopravvivenza della dinastia Chakri si legò all’appoggio statunitense, che la considerava baluardo contro l’avanzata del comunismo nel sud-est asiatico.

Il fatto di non aver provato il trauma rappresentato dallo “sminuimento” dell’imperatore Hirohito, alla fine della seconda guerra mondiale (nonostante l’esplicito appoggio siamese ai giapponesi) o dall’abbattimento della dinastia Konbaung nella confinante Birmania, hanno prodotto una situazione di mantenimento di strutture tradizionali e di una mentalità sostanzialmente conservatrice in un paese fortemente caratterizzato dallo sviluppo economico e dalla globalizzazione.

Le contraddizioni che si possono notare in Thailandia sono gravi e il “Paese del sorriso” (termine sicuramente coniato da persone che si fermano alle apparenze) potrebbe vivere nei prossimi anni situazioni molto più spiacevoli della crisi aeroportuale. Dopo un flashback, mi permetto di dare una occhiata al futuro. Cosa succederà quando il Re Bhumibol Adulyadej, 81 enne il 5 dicembre e con qualche acciacco, dovrà abbandonare il trono, dopo oltre 60 anni di regno? Previsioni sono ben accette. La mia è quella che le cose potranno solo peggiorare.

Torniamo al presente. Thaksin Shinawatra. Di origine cinese, ricco imprenditore nel campo della telefonia e delle televisioni, entra in politica nel 1994 (analogie…). Nel 1998 fonda il partito Thai Rak Thai ( i thailandesi amano i thailandesi… vabbè… da italiano non ha senso fare ironia sui nomi dei partiti politici altrui…) e nel 2001 vince in maniera nettissima quella che osservatori stranieri dichiararono l’elezione politica in Thailandia con meno voti di scambio e corruzione della storia del Paese (rivincerà in maniera eclatante nel 2005). La piattaforma politica è populista, incentrata su fondi di sviluppo sostenibile per i più poveri, assistenza sanitaria gratuita alle classi disagiate, moratoria sui debiti dei contadini. Thaksin non agisce male, in realtà. Le promesse sono mantenute in un quadro economico dilaniato dalla crisi asiatica. Gli investimenti e il turismo vengono attratti, il debito esterno ridotto, le riserve di valuta ricostituite. Se si potessero tralasciare le fondate accuse di corruzione (ma corruzione è vita quotidiana, qui anche più che da noi) e la guerra alla droga, che ha causato abusi, torture e 2500 morti e la recrudescenza della ribellione di tre provincie a prevalenza musulmana al confine malese, si potrebbe persino dire che Thaksin abbia fatto bene. Forse troppo.

Il Re è uno. Due sono troppi. Colpo di Stato del settembre 2006.

Shinawatra è interdetto dalla politica. Il TRT si ricostituisce mutatis mutandis come People’s Power Party, guidato dalla longa manus di Shinawatra. E vince nuovamente nel dicembre 2007. troppo inetto il governo instaurato sotto l’egida dei militari.

Per spiegare, in due parole, senza indagare sulla struttura sociale thailandese, bisogna considerare che la stratificazione sociale è fissa e immutabile, non a livello di casta, ma non troppo diverso. Le classi povere sono state con Shinawatra, quelle di ceto medio ed agiate contro di lui. Il che si traduce, peraltro, in una distinzione geografica, con Bangkok contro di lui e il resto del Paese a lui favorevole.

Il nuovo Primo Ministro è Samak Sundaravej. La piattaforma politica è identica a quella di Shinawatra. Di nuovo il responso democratico non è accettato e le forze che prima si erano mobilitate contro Thaksin si ribellano contro quello che si reputa il suo portavoce. Primo blocco degli aeroporti. Gli scali di Phuket, Krabi e Hat Yai sono bloccati per 2 giorni, ad agosto. E primi scontri. La soluzione la risolve la Corte Costituzionale, il 9 settembre, che afferma che Samak non è più compatibile con la carica di Primo Ministro in quanto ha accettato un compenso per una apparizione in una trasmissione culinaria in televisione. Faccio i miei complimenti alla solerzia della Corte Suprema, evitando accuratamente di dire che la parte verso cui pendono è piuttosto evidente.

Il PPP ha ancora la maggioranza, e sale al governo Somchai Wongsawat. Lo si presenta come uomo di dialogo. E sicuramente si presenta più pacato nei toni del suo predecessore. Ma è il genero di Thaksin. Forse non proprio la scelta migliore in una situazione di crisi.

Il gruppo attorno a cui si raggruppano le istanze dei gruppi conservatori e anti-thaksiniani si chiama People’s Alliance for Democracy, guidato da un altro magnate delle telecomunicazioni (tanto per cambiare), Sondhi Limthongkul.

La situazione era divenuta grave già in agosto, con l’occupazione del Parlamento da parte del PAD, protrattasi sino a pochi giorni or sono. La piattaforma politica del PAD rimane però confusa. Segnata dall’essere fortemente filo monarchico e nazionalista, il PAD ha richiesto le dimissioni di Samak, prima, e di Somchai, poi, mentre il piano propositivo è stato senza dubbio carente. Certamente preoccupante è invece lo statement di Somchai secondo cui “la democrazia rappresentativa non è adatta alla Thailandia”.

Le tensioni si sono rafforzate a seguito della creazione di milizie pro- e anti- governative. Gli scontri più gravi risalgono al 7 ottobre, quando la polizia ha tentato di evacuare il Parlamento causando due morti e 300 feriti.

Ai funerali di una delle vittime degli scontri è presente la regina, Sirikit, per molti un avvallo tacito alle politiche del PAD. PAD che decide di alzare i toni. E l’azione è spettacolare: tra il 25 e il 26 novembre migliaia di manifestanti occupano gli aeroporti di Suwarnabhumi e Don Muang.

Gli aeroporti resteranno bloccati sino al 3 dicembre.

Kamikaze.

Distrutta la maggiore industria del Paese, il turismo. Fuga degli investitori. Riduzione stimata della crescita del PIL del 2% in maniera ottimistica. Perdita di 500.000 posti di lavoro nel settore turistico come minimo. Credibilità internazionale distrutta.

Il PAD ha vinto una partita non ancora finita. Somchai, in un’altra pronuncia della Corte Costituzionale, è stato costretto alle dimissioni per brogli elettorali presunti. Il partito sciolto. Si è già ricostituito con un altro nome.

La partita continua. Thaksin potrebbe tornare nel Paese a Natale. Il re ha ottantun anni e la sua salute è discussa.

Il monsone durerà lunghi anni in questo Paese.

Davide Ambrosio

davideambrosio@yahoo.it

Davide Ambrosio è studente SID in stage presso l’Ambasciata Italiana a Bangkok

Intervista al professor Diego Abenante, docente di storia e istituzioni dei Paesi Afroasiatici. E’ possibile scaricare l’audio completo dell’intervista sul sito http://www.sconfinare.net.

  1. Professor Abenante, quale pensa saranno le modifiche agli assetti politici indiani in seguito a questi attentati? Pensa che ne risulterà avvantaggiato il partito nazionalista indù, il Bjp? E quali sono le basi del fondamentalismo indù?

    E’ difficile fare previsioni, di ogni tipo; bisogna essere cauti. Dobbiamo vedere cosa succederà nei prossimi giorni. Però è vero che gli attentati hanno già messo in difficoltà la coalizione guidata dal partito del Congresso; infatti si è già visto che il Bjp, il principale partito di opposizione, prima ancora che fosse appurata l’identità degli attentatori, ha criticato aspramente l’inefficienza delle politiche di sicurezza del Congresso. E’ possibile che questo possa avere delle ripercussioni sul piano elettorale. Però, bisogna considerare una cosa: è vero che la coalizione nazionale è l’obiettivo delle critiche, ma non dobbiamo dimenticare che l’India è una federazione, quindi spesso la responsabilità cade in egual misura anche sui governi locali. Ovviamente, adesso il governo del Maharashtra è nel mezzo di una bufera… In secondo luogo, da un certo punto di vista la coalizione è ‘fortunata’, perché le elezioni nazionali saranno nel 2009; quindi, da qui ad allora c’è tempo per recuperare un po’ di consenso. Già ora ci sono segnali da questo punto di vista: il governo ha gestito abbastanza bene le fasi dell’emergenza, ed ha anche arrestato un attentatore, da cui pare stia ricevendo molte informazioni. Per quanto riguarda la seconda domanda, essa ci porta lontano; il Bjp non è che l’ultima forma che ha assunto la corrente politico-religiosa del nazionalismo indù. Essa prende le sue mosse già nel XIX secolo, da certi movimenti di riforma dell’induismo che si rifanno ad una base cristiana, razionalista e critica delle superstizioni. L’interpretazione politica di queste teorie si avrà nel ‘900, quando i nascenti movimenti politici collegheranno questo induismo riformato alla nazione: essere indiani vorrà dire essere indù. Avremo quindi vari partiti nazionalisti, dei quali il Bjp è l’ultimo. Questo nazionalismo si distingue dagli altri nazionalismi “classici”, perché è una qualità che si può acquisire: tutti possono diventare indiani, se accettano la religione e la cultura indù. Il concetto principale, insomma, è quello di ‘indianità’. Infatti, il Bjp ha una politica fortemente antimusulmana, e non riconosce i musulmani – e nemmeno le altre comunità religiose – come veri indiani.

  2. Quanto è fondato il timore di una seria battuta d’arresto nel processo di pace India- Pakistan?

    Anche qui è difficile fare precisioni. Si vedrà abbastanza presto se la situazione è seria oppure no, perché la politica nel subcontinente segue schemi piuttosto consueti. Secondo me, in ogni caso, nessuno dei due governi ha interesse ad interrompere il dialogo. Il governo indiano ha anzi un interesse opposto, sostenere il governo civile pakistano, che è ancora debole, essendosi insediato da pochi mesi; un conflitto ora lo destabilizzerebbe, e lo porterebbe a delle derive preoccupanti, con un nuovo governo militare o, nel peggiore scenario, anche se piuttosto improbabile, uno sviluppo islamista. Da un confronto militare India- Pakistan prendono sempre forza i gruppi nazionalisti. E’ vero però che il governo deve rassicurare l’opinione pubblica; queste tracce che riconducono al Pakistan devono essere analizzate, anche assicurandosi un forte appoggio da parte del Pakistan nella lotta al terrorismo, altrimenti si rischia di favorire il Bjp. Da parte pakistana, il governo ha ben altri problemi: è un governo civile giovane, che sta cercando di agganciare rapporti con l’esercito e le altre forze al potere precedentemente. Per questo io tendo ad escludere un coinvolgimento diretto del Pakistan.

  3. Cosa significava la presenza dei tecnici israeliani, al servizio del governo indiano, colpiti dai terroristi?

    Francamente, credo che questo punto debba essere verificato. Può essere benissimo che si trattasse di tecnici israeliani. La vicinanza tra India ed Israele non è una novità; quello che mi colpisce non è tanto la presenza di quei tecnici, quanto la volontà dei terroristi di colpire principalmente gli israeliani. Questo mi rafforza nella convinzione che questi attentati avessero una matrice esterna al subcontinente, perchè in India non c’è una tradizione di violenza politica diretta specificatamente verso gli ebrei. La matrice degli attentati è sicuramente situata al di fuori, almeno nella regia; gli esecutori sono sicuramente locali, anche perché degli Arabi avrebbero destato attenzione. Il tipo di violenza si ricollega anch’esso ad una matrice esterna all’India, di tipo islamista; è probabile che ci sia un coinvolgimento di Al Qaeda. Per la storia del subcontinente sono nuovi questi attacchi indiscriminati ad alberghi e luoghi civili; normalmente la violenza religiosa e politica nel subcontinente colpiva leader politici, non nel mucchio, oppure, più recentemente, soprattutto in Pakistan, luoghi di culto, lì in maniera indiscriminata, ma era sempre una violenza tradizionale.

  4. Considera quest’attacco come l’ultimo e il più eclatante di una lunga serie, con gli stessi obiettivi di sempre, o come il primo di una nuova generazione con nuove finalità e nuove modalità?

    Purtroppo, adesso propendo più per la seconda ipotesi: questo attentato dimostra che il terrorismo si è insediato nel subcontinente; la zona tra Afghanistan e Bangladesh è diventata una zona critica per il terrorismo, soprattutto islamista. Sarebbe interessante approfondire i motivi per cui questo è avvenuto, e ci sono sicuramente delle responsabilità del’Occidente, ma anche ragioni legate alla storia dell’area. Si sta imponendo questo modello globalizzato di violenza terroristica, che è diversa da quella tradizionale. Non voglio parlar bene della violenza tradizionale, nel senso che colpire luoghi di culto in maniera indiscriminata è bestiale, ma era un tipo di violenza più legato alla religione. Poi si è passati gradualmente ad una violenza più allargata, ma sempre artigianale; ora, totalmente nuovi al subcontinente sono questi attentati, come quello del Marriott ad Islamabad, che secondo me è dovuto alla stessa mano di quello di Mumbai. Secondo me, purtroppo, dobbiamo aspettarci un nuovo stile della violenza nell’Asia meridionale.

    Per certi aspetti, si potrebbe dire, con Ahmed Rashid, che con questi attentati l’India sia entrata, simbolicamente, nella modernità?

    E’ brutto a dirsi; si può anche non essere del tutto d’accordo, nel senso che l’India è entrata da un pezzo nella modernità; però, dal punto di vista della violenza, forse sì, nel senso che da una violenza ‘tradizionale’ che si nutre di obiettivi specifici e di un linguaggio simbolico con valenza locale si è passati ad una violenza globalizzata. Non va dimenticata poi un’altra dimensione: questo attentato mette in forse i rapporti tra la comunità musulmana indiana e le istituzioni. La comunità musulmana in India è solitamente molto svantaggiata, soffre di condizioni di vita di notevole difficoltà; il fatto che in più venga vista dal resto della popolazione come filo-terrorista mette in difficoltà la coesione della democrazia indiana. Bisogna trovare dei modi per rassicurare la stessa comunità musulmana indiana, non dimenticando che molte vittime sono musulmane.

  5. Mumbai è la Porta e la capitale finanziaria dell’India. Quanto ha contato questa simbologia nella scelta degli attentatori?

    Questo è un aspetto molto interessante, che è stato colpevolmente trascurato nelle analisi dei media. Bombay ha un significato simbolico molto forte, perché è aperto storicamente a molte influenze; anche prima dell’arrivo dei britannici era un luogo di scambi e di interazioni culturali; era uno dei luoghi della tolleranza. Da questo punto di vista, non mi stupirei se il luogo fosse stato scelto dai terroristi anche per colpire il simbolo della tolleranza. Inoltre, c’è un’altra cosa da dire, a cui forse nessuno ha fatto caso: pare che la nave che portava i terroristi abbia fatto scalo a Port Bandar, nel Gujarat. Port Bandar è la città natale di Ghandi. Che essi abbiano fatto scalo proprio lì può avere una valenza casuale, ma si tratta comunque di una triste coincidenza.

    Giovanni Collot e Francesco Scatigna

    giovanni.collot@sconfinare.net

    francesco.scatigna@sconfinare.net

Messico sull’orlo della guerra civile

Ogni giorno giungono notizie di sparatorie ed efferati fatti di sangue, la cifra degli omicidi ha raggiunto la spaventosa cifra di 4000 nell’ultimo anno. Queste sono le spaventose cifre dell’ondata di violenza scatenata dai narcotrafficanti in Messico.

Il ritrovamento di nove teste mozzate alla periferia di Tijuana, regno incontrastato dei criminali, e solo uno degli ultimi efferati atti delle sempre più sanguinarie bande criminali.

Lo scontro ormai non guarda in faccia più nessuno, coinvolgendo oltre ai membri delle forze dell’ordine anche civili, donne e bambini, che sempre più spesso vengono trovati morti dopo aver subito torture e mutilazioni.

Ed è proprio questa la piega più spaventosa che sta prendendo la guerra tra narcos e governo, sempre più spesso i corpi vengono ritrovati con sopra i segni di brutali torture, pestaggi ed orrende mutilazioni come la decapitazione, praticata sempre più spesso per uccidere gli agenti di polizia.

L’ultimo gradino percorso in questa discesa all’inferno è la diffusione su internet dei filmati delle uccisioni, con sottofondo musicale inneggiante ai vari “cartelli” della droga prendendo a modello i video del conflitto iracheno.

Il sempre maggior grado di instabilità in Messico sta costringendo ad intervenire anche i paesi che sono il terminale del traffico di cocaina, gli Usa in primis, ma anche l’Italia.

Un’operazione condotta dai Carabinieri del Ros ha portato all’arresto di 200 persone lo scorso 17 settembre ed ha svelato la sempre maggior connessione tra ‘Ndrangheta calabrese, cartelli messicani e produttori di cocaina colombiani.

L’indagine, che ha coinvolto anche FBI e DEA, ha svelato proprio i traffici che intercorrono lungo l’asse Colombia-Messico-Usa-Italia, con il coinvolgimento di Farc e paramilitari colombiani nella produzione di droga, i famigerati Los Zetas messicani incaricati dello stoccaggio della cocaina ed infine l’invio dagli Usa verso i mercati italiani ed europei.

L’operazione ha portato all’arresto di numerosi latitanti, sia italiani che messicani, ed ha consentito il sequestro di 16 tonnellate di cocaina e di 57 milioni di dollari oltre ad evidenziare la sempre maggior importanza del Messico nel traffico di droga.

Anche gli Stati Uniti hanno deciso di intervenire sempre più massicciamente nella lotta alle bande messicane, che hanno iniziato a compiere regolamenti di conti anche al di là del confine ed in cui esportano quantità enormi di cocaina e riciclano il denaro.

L’avvio dell’operazione “Merida”, uno stanziamento di 400 milioni di dollari di aiuti, iniziata con una cerimonia a Città del Messico è un segnale della volontà americana di intervenire sempre più massicciamente nella lotta ai narcotrafficanti messicani.

Emiliano Quercioli
e.quercioli@yahoo.it

Cosa vi aspettate per il prossimo anno? Non pensate in piccolo, non pensate alle prime settimane, non disperatevi già ora per i prossimi esami. Pensate alle notizie che leggerete, che ascolterete. Cosa realmente vorreste vedere nel mondo? E invece cosa è più probabile che accada?

Non temete, non rivelerò qui tutte le trame del 2009, quelli sono articoli ancora da scrivere. Piuttosto tenterei di vedere cosa potrebbe accadere il prossimo anno, visti i principali eventi degli ultimi mesi del 2008.

L’Europa, lo scenario internazionale a noi più vicino, è stata scossa pesantemente dagli scandali, ricorderete Société Générale, e dall’ultima crisi finanziaria. Questa non è piombata dal cielo improvvisamente, ma mostra le prime e più superficiali radici nell’estate 2007 con la crisi dei mutui subprime. Risultato: crescita economica vicina allo zero per la maggior parte dei paesi europei, o comunque previsioni di crescita aggiornate in negativo. Nel processo integrativo europeo invece pesa il parere negativo del referendum irlandese sul Trattato di Lisbona, e nel Consiglio Europeo dell’11 dicembre “sarebbe utile che il consiglio di giovedì stabilisse una road map – per il 2009 – per l’approvazione del Trattato da parte dell’Irlanda” scrive La Stampa citando il ministro Frattini, “dicembre sarà, sotto certi aspetti, un punto di non ritorno per il futuro dell’Unione europea”.

Dall’altra parte dell’oceano invece gli Stati Uniti piangono e festeggiano allo stesso tempo. La crisi che è arrivata poi anche nei nostri mercati azionari è scoppiata proprio qui. Allo stesso tempo il Presidente Eletto, Mr. Obama, è il motivo di tanta speranza per il 2009. Oltre ad essere un simbolo vivente, in quanto primo presidente afro-americano, la sua amministrazione è chiamata a risolvere i numerosi problemi che gli Stati Uniti stanno affrontando. La crisi finanziaria ha trascinato nell’area negativa tutta l’economia e Washington è costretta a rispondere con aiuti di stato da miliardi di dollari, per sostenere, contrariamente a ogni principio economico, imprese e aziende imprudenti o semplicemente sorprese dalla crisi dei consumi.

Nello scenario più instabile di sempre, il Medio Oriente, sono ancora molti i contenziosi e le crisi in corso. La guerra in Afghanistan è ancora lontana da una conclusione e nonostante gli sforzi della Coalizione Internazionale le milizie talebane hanno conquistato il controllo di numerose aree. Nell’altra guerra ancora in corso, in Iraq, il governo inglese ha annunciato il ritiro delle sue truppe dall’area nel marzo 2009, mentre le truppe americane dovranno attendere almeno il 2010. Tra i due paesi, l’Iran è tornato al centro dell’attenzione mondiale con il suo programma nucleare civile e nel 2008 l’amministrazione Bush sembrava veramente vicina a dichiarare guerra anche alla Repubblica Islamica. Nonostante i tentativi di discredito degli Stati Uniti e di Israele, Teheran continua ad operare sotto il controllo dell’AIEA, rimanendo dichiaratamente in ambito civile. Più a est, i recenti attacchi terroristici in India hanno trascinato il Pakistan in una nuova profonda crisi. Si sta diffondendo l’idea che la guerra al terrorismo in Afghanistan e gli sforzi americani in Iraq richiedano la caccia alle organizzazioni terroristiche presenti e operative nel territorio pakistano. Ritornando ad affacciarci nel Mediterraneo, rimane ancora molto tesa la situazione in Palestina e nella Striscia di Gaza, e la questione dei Curdi in Turchia, mentre appare probabile che nel 2009 si concluderà il contenzioso tra Atene e Ankara per Cipro.

“But 2009 will bring disappointment. It will become evident that it will take more than a new American president to breathe new life into multilateral diplomacy and international institutions.”

Gideon Rachman: chief foreign-affairs columnist, Financial Times.

Diego Pinna
diego.pinna@sconfinare.net

Si sa, il mondo cambia velocemente. Così velocemente che spesso si fa fatica a rimanere al passo con le novità. Novità che troviamo in tutti i campi, dalla tecnologia all’economia, per non parlare della medicina. Fino ad oggi, però, la diplomazia si è mostrata un lido felice, al riparo da questo vortice. Certo, le situazioni cambiano, si passa da una guerra ad una cooperazione, e così via; ma le regole scritte e, soprattutto, non scritte, sono rimaste sempre quelle, rassicuranti e nobili. Ma tutto è cambiato con l’avvento di quel Genio politico assoluto che è Silvio Berlusconi. Egli ha portato qualcosa di assimilabile ad uno tsunami non solo in Italia, ma anche nel mondo delle relazioni internazionali. Dato che però il genio è per sua natura ineffabile e incomprensibile, non riusciamo ancora a capire con precisione le nuove regole di comportamento introdotte dal nostro Primo Ministro.

Consapevole di questo problema, che attanaglia soprattutto noi, studenti di Scienze Internazionali e Diplomatiche, ho deciso di raccogliere alcune regole che potessero dare vita ad un piccolo Vademecum. Esso è necessario per rimanere al passo coi tempi, per permetterci di capire come comportarci nelle sedi più prestigiose in cui, forse, ci potremo trovare a tenere alto il nome della Nazione. E’ chiaramente un elenco riduttivo; forse è un po’ eccessivo definire ‘lezioni’, ma speriamo che vi possa comunque essere di aiuto.

1- Ricordati sempre che la gente ama essere rassicurata in quello in cui crede e che si aspetta di vedere. Per questa ragione, quando riceverai visite di capi di Stato o importanti personalità estere, fai di tutto per mostrare loro che tutti i luoghi comuni triti e ritriti sul tuo Paese sono veri. Ad esempio, canta TU STESSO vecchie e romantiche canzoni napoletane, presenta loro i giocatori della TUA squadra di calcio originari del loro stesso Paese, e portali nella TUA villa in Sardegna (sole, mare e fantasia). Potresti inoltre organizzare una cena a base di spaghetti e mozzarella di bufala, magari invitando anche i più prestigiosi capimafia, pregandoli, naturalmente, di parlare esclusivamente in siciliano durante tutta la cena.

2- L’italiano ha la fama del ‘latin lover’. Tieni fede a questa tradizione. Questo punto può essere considerato un corollario di quello precedente, ma vista la sua importanza, è meglio esplicitarlo. Qualora ti trovassi ad avere a che fare, ad un vertice, con controparti di sesso femminile, comportati in modo quanto più ‘galante’ possibile, facendo alla lei di turno dei complimenti. Continua ad insistere se i tuoi apprezzamenti non smuovono la controparte, che non si corra il rischio che qualche giornalista estero dica che gli Italiani non sanno apprezzare il fascino femminile. L’ideale sarebbe, poi, che ti vantassi con la stampa delle tue innegabili doti da seduttore.

3- Non c’è niente di meglio che creare un po’ di sano cameratismo per sviluppare un clima di lavoro sereno e proficuo. Basta che tu abbia alcune semplici attenzioni, che usi un po’ del tuo ingegno per capire quando è necessario intervenire. Ad esempio, se durante una discussione importante, su una guerra, una crisi finanziaria o altri argomenti, si crea una situazione di particolare tensione e nervosismo, puoi rasserenare gli animi dei tuoi colleghi raccontando una divertentissima barzelletta. Oppure, e sarebbe ancora meglio, durante una foto con tutti i leader partecipanti ad un vertice potresti fare il simpatico gesto delle corna a chi si trova davanti a te. Ma basta anche che tu, alzandoti, batta con i polpastrelli sulla testa di chi ti è seduto a fianco per avere un effetto soddisfacente.

4- L’opinione pubblica è, per sua natura, diffidente nei confronti dei leader senza senso dell’umorismo. Consapevole di ciò, dimostra in ogni occasione possibile la tua verve e la tua simpatia, farcendo di battute acute ed intelligentissime ogni tuo discorso o commento. In particolare, sottolinea i difetti o le particolarità fisiche dei tuoi colleghi ai vertici; questo adempie ad una duplice funzione: da un lato, dimostra la tua grande capacità di caricaturista, molto apprezzata dall’opinione pubblica; dall’altro, crea quel senso di familiarità molto importante per la buona riuscita del vertice (come già detto al punto 3). Un altro modo per mostrare il tuo umorismo può consistere nel fare simpatici scherzi ai tuoi colleghi stranieri; ad esempio, nascondersi dietro un palo della luce e sbucare improvvisamente al loro passaggio, meglio se accompagnando il tutto con un significativo e ben modulato ‘cucù!’. In ogni caso, naturalmente, prima di fare tutto ciò assicurati che ci siano delle telecamere presenti: sarebbe un vero peccato che si perdessero le tue perle. Se per un caso malaugurato qualcuno non dovesse capire una tua battuta, mostrati deciso: accusalo di non avere il minimo senso dell’umorismo. Scusarsi significherebbe cedere alla stupidità imperante oggigiorno.

Questo è quanto. Sono poche regole, ma molto impegnative; in ogni caso, sono un insostituibile guida da seguire passo passo verso una soddisfacente carriera diplomatica all’ultima moda. Buona fortuna!

Giovanni Collot

giovanni.collot@sconfinare.net

Il racconto breve di Tommaso

Cari lettori, quanto segue non è un articolo, ma il primo episodio di una storia a puntate che – se, con il vostro gradimento, sosterrete – avrei intenzione di pubblicare d’ora in avanti in questa rubrica. Essendo questo una progetto in itinere, attendo con trepidazione vostri commenti, suggerimenti e spunti per proseguire il mio lavoro. Buona lettura!

Episodio 1 – Il risveglio

Paolo non sapeva bene come avesse fatto a trovarsi lì. La sua mente era annebbiata. Non vedeva bene. Sebbene i suoi occhi fossero aperti, era come se ci fosse un muro di nebbia. Tentò di alzarsi, ma non ci riuscì. Dov’era? Perché non riusciva a vedere? Pian piano, la nebbia nei suoi occhi si diradò. Era pieno giorno. Una luce intensa per un attimo gli ferì gli occhi. Proveniva da un’ampia vetrata, inondando la stanza. Era una luce dorata, ma tenue, non sicuramente potente come quella di una calda giornata estiva. Si accorse di essere seduto per terra, con la schiena appoggiata verso il muro.

Cercò di alzarsi, ma solo con fatica vi riuscì, sostenendosi alla parete bianca. Sentiva in sé un dolore soffuso… Accennò un passo, ma delle fitte laceranti lo bloccarono a metà, facendolo ritornare malamente appoggiato. Tutti i muscoli gli facevano un gran male: come se lo avessero bastonato. Per il momento, camminare sarebbe stato troppo faticoso. Iniziò ad osservare intorno a sé. C’era da un lato, sulla sinistra, una lunga vetrata, oltre la quale si vedeva un ampio terrazzo, raggiungibile tramite una porta-finestra sul fondo della stanza. Varie piante lo decoravano con i colori delle loro foglie, anche se molte di queste erano ormai a terra. Dall’altro lato, dietro un angolo, poteva intravvedere un elegante tavolo da pranzo in vetro con delle sedie di metallo e un sofà bianco, una lampada su un tavolino. Che strano…quel luogo gli era familiare… perché? Provava un’inquietante sensazione: anche se non aveva piena visuale su quel lato della stanza, sentiva, però, che qualcosa non era come doveva essere.

Una brezza fredda lo fece rabbrividire: la porta finestra era aperta. Il dolore lo aveva abbandonato un poco… forse sarebbe riuscito a camminare. Lentamente, si avviò verso l’ingresso della terrazza.

Concentrò le sue energie nel muoversi, fino a raggiungere l’altro lato della stanza. Affaticato, si appoggiò al vetro, con il viso rivolto verso il centro della stanza.

Quello era il soggiorno di casa sua!

Ma, cosa era successo? I cuscini del divano erano in completo disordine: uno da un lato, strappato e svuotato del suo contenuto – che si trovava tutt’intorno – mentre l’altro era dall’altro lato della stanza. La lampada, invece, si trovava ancora dove doveva essere, ma era tutta incrinata:che fosse stata raccolta da terra? Si mise una mano alla tempia. Gli stava venendo un terribile mal di testa; un’incessante serie di pulsazioni alla tempia che non gli permettevano di riflettere. Forse, se avesse chiuso la finestra, sarebbe stato meglio. Chiuse la porta finestra. Quando, però, tolse la mano dalla maniglia, scoprì con orribile sorpresa che era macchiata di sangue. La vista del sangue peggiorò immediatamente il suo mal di testa: la stanza iniziò ad oscillare. Si ritrovò di nuovo per terra, colto dal panico: che diavolo era successo in casa sua?!

Chiuse gli occhi per cercare di riprendersi, respirando a fondo mentre provava a fare quiete nella sua mente sconvolta. Continuò così finché il mal di testa non gli diede tregua.

Quando aprì nuovamente gli occhi non avrebbe mai saputo dire quanto tempo fosse passato all’incirca – se non fosse stato per il fatto che la luce era cambiata molto rispetto a quando li aveva chiusi. Doveva essere l’ora del tramonto.

Sentiva in bocca il sapore del sangue. Si portò una mano al volto e ben presto capì che era perché la sua tempia sanguinava. Aveva ricevuto forse un colpo in testa?

Si accorse di una porta leggermente socchiusa, che prima non aveva notato.

Questa volta si rialzò con più facilità e, ansioso per ciò che avrebbe potuto trovarvi al di là, pose la mano tremante sulla maniglia…la scena che vide spazzò via in una sola folata di vento tutta la nebbia che aveva gravato sulla sua mente: Bianca distesa sul letto, morta.

Tommaso Ripani

Il racconto breve di Tommaso

Cari lettori, quanto segue non è un articolo, ma il primo episodio di una storia a puntate che – se, con il vostro gradimento, sosterrete – avrei intenzione di pubblicare d’ora in avanti in questa rubrica. Essendo questo una progetto in itinere, attendo con trepidazione vostri commenti, suggerimenti e spunti per proseguire il mio lavoro. Buona lettura!

Episodio 1 – Il risveglio

Paolo non sapeva bene come avesse fatto a trovarsi lì. La sua mente era annebbiata. Non vedeva bene. Sebbene i suoi occhi fossero aperti, era come se ci fosse un muro di nebbia. Tentò di alzarsi, ma non ci riuscì. Dov’era? Perché non riusciva a vedere? Pian piano, la nebbia nei suoi occhi si diradò. Era pieno giorno. Una luce intensa per un attimo gli ferì gli occhi. Proveniva da un’ampia vetrata, inondando la stanza. Era una luce dorata, ma tenue, non sicuramente potente come quella di una calda giornata estiva. Si accorse di essere seduto per terra, con la schiena appoggiata verso il muro.

Cercò di alzarsi, ma solo con fatica vi riuscì, sostenendosi alla parete bianca. Sentiva in sé un dolore soffuso… Accennò un passo, ma delle fitte laceranti lo bloccarono a metà, facendolo ritornare malamente appoggiato. Tutti i muscoli gli facevano un gran male: come se lo avessero bastonato. Per il momento, camminare sarebbe stato troppo faticoso. Iniziò ad osservare intorno a sé. C’era da un lato, sulla sinistra, una lunga vetrata, oltre la quale si vedeva un ampio terrazzo, raggiungibile tramite una porta-finestra sul fondo della stanza. Varie piante lo decoravano con i colori delle loro foglie, anche se molte di queste erano ormai a terra. Dall’altro lato, dietro un angolo, poteva intravvedere un elegante tavolo da pranzo in vetro con delle sedie di metallo e un sofà bianco, una lampada su un tavolino. Che strano…quel luogo gli era familiare… perché? Provava un’inquietante sensazione: anche se non aveva piena visuale su quel lato della stanza, sentiva, però, che qualcosa non era come doveva essere.

Una brezza fredda lo fece rabbrividire: la porta finestra era aperta. Il dolore lo aveva abbandonato un poco… forse sarebbe riuscito a camminare. Lentamente, si avviò verso l’ingresso della terrazza.

Concentrò le sue energie nel muoversi, fino a raggiungere l’altro lato della stanza. Affaticato, si appoggiò al vetro, con il viso rivolto verso il centro della stanza.

Quello era il soggiorno di casa sua!

Ma, cosa era successo? I cuscini del divano erano in completo disordine: uno da un lato, strappato e svuotato del suo contenuto – che si trovava tutt’intorno – mentre l’altro era dall’altro lato della stanza. La lampada, invece, si trovava ancora dove doveva essere, ma era tutta incrinata:che fosse stata raccolta da terra? Si mise una mano alla tempia. Gli stava venendo un terribile mal di testa; un’incessante serie di pulsazioni alla tempia che non gli permettevano di riflettere. Forse, se avesse chiuso la finestra, sarebbe stato meglio. Chiuse la porta finestra. Quando, però, tolse la mano dalla maniglia, scoprì con orribile sorpresa che era macchiata di sangue. La vista del sangue peggiorò immediatamente il suo mal di testa: la stanza iniziò ad oscillare. Si ritrovò di nuovo per terra, colto dal panico: che diavolo era successo in casa sua?!

Chiuse gli occhi per cercare di riprendersi, respirando a fondo mentre provava a fare quiete nella sua mente sconvolta. Continuò così finché il mal di testa non gli diede tregua.

Quando aprì nuovamente gli occhi non avrebbe mai saputo dire quanto tempo fosse passato all’incirca – se non fosse stato per il fatto che la luce era cambiata molto rispetto a quando li aveva chiusi. Doveva essere l’ora del tramonto.

Sentiva in bocca il sapore del sangue. Si portò una mano al volto e ben presto capì che era perché la sua tempia sanguinava. Aveva ricevuto forse un colpo in testa?

Si accorse di una porta leggermente socchiusa, che prima non aveva notato.

Questa volta si rialzò con più facilità e, ansioso per ciò che avrebbe potuto trovarvi al di là, pose la mano tremante sulla maniglia…la scena che vide spazzò via in una sola folata di vento tutta la nebbia che aveva gravato sulla sua mente: Bianca distesa sul letto, morta.

Tommaso Ripani

Io non so esattamente quanto spazio occupi la provincia di Varese, o come la chiamano in quelle zone, il Varesotto. Non so nemmeno se i luoghi che frequento da vent’anni siano o meno lì, piuttosto che sotto Monza o Milano o Como o che altro. Il fatto è questo: troppi paesi, lì.

Ma andiamo con ordine. E’ un posto strano, dove tutto, o quasi, è uguale. Dove tutto, o quasi, è iper-concentrato.

Credo sia l’ideale, per un vignettista. Campi e campi e campi, intervallati da rotonde e paesi con le stesse case, rotonde e paesi con le stesse case. Io mi perderei, sempre. E poi, i centri commerciali. Tanti centri commerciali. L’ideale, disegnare tutto questo dal sedile posteriore di un auto. E sullo sfondo, le montagne.

Sì, perché la provincia di Varese, il Varesotto, o i dintorni di Saronno, o qualunque sia la definizione per quella terra tra Varese, Como e Monza –con Milano a venti minuti di treno- segna anche la fine della Pianura Padana.

E dove la Pianura Padana finisce, inizia la Lega. Varese, la patria della Lega Nord!

Sì, questo posto è proprio strano. E anche quello che sto dicendo, in fondo, pare mancare di un filo logico; ma tranquilli, è tutto voluto: una narrazione che si rispetti si adegua a ciò che racconta.

E questo posto, sì, è proprio strano.

I treni, per esempio. I treni! Qui non c’è Trenitalia, nossignori. Qui ci sono le ferrovie Nord –il loro colore è il verde, già. Poi, non so se questa sia una fortuna, eh. Che non ci sia Trenitalia, intendo. Non so nemmeno come sia potuto accadere, fatto sta che ci sono stazioni solo per la Nord, la gente dice prendiamo le Nord –e cos’altro potrebbe fare, dato che è l’unico modo per spostersi col treno?- e per andare a Como, in riva al lago, si deve prendere la Nord. E scusatemi se non vi sembra strano.

Qui è tutto diverso.

Ma a parte le ferrovie. E’ diversa anche la messa –ricordi di quando ancora ci andavo, a messa. E’ il rito ambrosiano, perciò anche di Milano, ma qui, chissà perché, fa più effetto, perché la campagna cittadina dei dintorni fa tanto Don Abbondio, e pazienza se, alla fine, non era proprio qui il paesello di Renzo e Lucia, ma era più verso Lecco. Vabbè, non credo cambi di molto l’ambiente. La messa, per quel che ricordo, è strana perché è tutto uguale, o quasi; ma lo scambio della pace avviene all’inizio della cerimonia, invece che verso la fine. Un po’ come il luogo in generale, dove sembra tutto uguale, e anche un po’ noiosetto, ma in realtà poi quei due-tre elementi fuori posto scombinano le abitudini dei forestieri.

La gente, poi. Un po’ di signori milanesi vecchio stampo, che trascorrono la pensione in quella che fu campagna, chissà quanto tempo fa, ed ora è tutto un susseguirsi di paesi –intervallati, ripeto, da rotonde. Quante rotonde!

Ma non solo vecchi milanesi. Tanti ragazzi, con l’accento un po’ cerchiato, se così si può dire –è molto difficile descrivere un dialetto, non ci avete mai provato? E a casa, quando tornano, hanno le nonne che parlano in un altro modo. Sì, in un altro modo, che spesso è il calabrese.

Ho visto meno calabresi in Calabria, in effetti. Qui ci sono interi paesi composti da calabresi e limitrofi. Eppure, è la patria della Lega Nord.

Bah, misteri d’Italia. Eppure vorrei capirlo.

Qui le strisce sono verdi. Davvero, sono verdi. Un verde sgargiante tra l’altro, quando non è consunto, che colpisce l’occhio e accende il paesaggio. Non potrei mai guidare qui, andrei fuori strada ad ogni striscia pedonale. E i cartelli. I cartelli con i nomi dei luoghi, sono spettacolari. E’ vero, non è una prerogativa lùmbard, ma qui l’arte della ricerca delle radici popolar-dialettali raggiunge livelli inavvicinabili da alcun altro luogo. C’è un paese…Dico sul serio, eh. C’è un paese che, fondato da poco, non ha un nome in dialetto. E ce lo hanno messo lo stesso. ‘A metà tra berghèm e milèn’, hanno scritto. Davvero. Ci sono stato, lì –sono andato in pizzeria, una sera.

E quindi. La Lega ormai è parte della storia del luogo, e in effetti non saprei immaginarmi Lazzate (provincia brianzola, eh) senza il suo bel cartello ‘Lazzàa’, né Cogliate senza il suo ‘San Dalmazi’, e nessuno che sappia spiegarmene il perché.

Ma la vita scorre placida, placida davvero, e allora perché andare a disturbare gli abitanti? La mattina prendono l’auto e vanno in tante diverse direzioni quanti sono gli innumerevoli paesini dove la sorte li ha spediti a lavorare, e superano, senza farci quasi caso, quei cartelli in marroncino, che per alcuni rappresentano, caspita, l’orgoglio della tradizione. Ma questi alcuni, perlomeno, una cosa l’hanno azzeccata: a parte il grigio delle strade e il rosso dei tetti delle case tutte uguali, qui è davvero tutto un po’ verde, sotto sotto.

Francesco Scatigna

L’università è pubblica, offerta ad un prezzo stracciato. Tutti possono permettersela con qualche piccolo accorgimento: ridurre le statistiche di lettura (gentilmente fornite dalle case editrici) grazie all’usato o a tonnellate di fotocopie, sessioni di caccia all’offerta nei supermercati, una dieta equilibratamente priva di carne, pesce e vegetali e, infine, l’abile “riciclaggio” di qualche tesina o lavoro già fatto – dove sia possibile, naturalmente.

Ma avete mai provato a fare a meno del computer? Del comodo portatile che svolge il suo degno lavoro di radio, TV, quaderno e telefono, comodamente assiso sulla vostra scrivania?

Innanzitutto, vi toccherebbe affrontare lo sguardo contrariato dei prof al ricevere da una manina incerta due fogli a quadretti – miserelli – scritti a mano. Il prestigio di un font impersonale (anche se leggibile) e di un’impaginazione a cui il vostro intelligente marchingegno ha pensato per voi, non ha pari.

Per non parlare poi delle presentazioni: quei dieci minuti da elettricista tra cavi, prese, proiettori, pulsanti e rotelline sono uno dei momenti d’orgoglio della vita universitaria! Che fareste, impacciati, sempre con le medesime pagine manuscritte tra le mani, cercando di leggervi di straforo qualche parola illuminante, con gli occhi e le orecchie di tutti puntati su di voi (almeno nei primi imbarazzanti minuti) e non sullo schermo colorato, senza la possibilità di scappare a premere il magico bottone-cambia-slide? Davvero un bell’esercizio di self control!

In verità, l’università italiana incoraggia ancora la cultura del papiro, tant’è vero che molti professori non v’è maniera di contattarli se non di persona, essendo la posta elettronica un mero suppellettile. Il materiale dei corsi fornito agli studenti via internet, poi, è quasi un mito a cui non siamo abituati a far fronte. A volte ci perdiamo dietro a tanta innovazione e non riusciamo a tenere il passo. Insomma, per la scuola, questioni di forma a parte, se ne potrebbe far anche a meno.

È però nella vita privata che lo straordinario armenicolo imperversa e regna sovrano. Alla mattina l’oroscopo per i più superstiziosi, l’orario delle lezioni per gli scrupolosi; impostato sulla funzione “scarica di tutto” lo si può poi abbandonare per qualche ora, per approfittare, al ritorno, del ricco bottino nel frattempo conquistato. Musica, film sono una banale ovvietà. Viene poi il momento della lettura dei giornali, della mail e dei siti di rito. Ma il vero pericolo risiede nella libera divagazione per l’universo di YouTube, di Messenger, Facebook e chat varie. I contatti coi vecchi amici vanno ben salvaguardati, no?! E fu sera e fu mattina…secondo giorno!

Driiiin! Sveglia…è tardi…ach! Devo correre in università o non farò mai in tempo a copiare e stampare il lavoro di inglese. Pedala, suda, conquista la postazione, batti a ritmo folle sulla tastiera, vinci sul tempo i concorrenti nella corsa alla stampante e…tuuuu…stampante rotta! Sconsolata riprendo i miei fogli, controllo la posta e consegno le solite pagine sparse alla prof. È bene farsi un’elenco delle cose da fare a computer o potrebbe risultare fastidioso dover tornare apposta in facoltà per una piccola dimenticanza. Non è così facile, purtroppo mantenere i contatti con tutti vivendo in un’altra città e potendo consultare solo sporadicamente il web. Si evitano le comode relazioni basate su qualche parola via chat e ci si costringe a scrivere lunghe mail o addirittura lettere, anche se più raramente. Non vi preoccupate, dopo qualche anno vi capiranno!

Una volta conclusa la routine informatica, grazie ad una connessione dai ritmi preistorici (che di certo scoraggia le piacevoli scampagnate a tempo perso sul web), il pomeriggio è libero. Libero? Terribilmente vuoto! Mi toccherà farmi un giro, magari andare di persona a salutare Tizio o Caio e addentrarmi nel profondo della città, dei suoi dintorni e tra i suoi abitanti, giusto per perder un po’ di tempo fino a sera. Forse ci scappa addirittura un’oretta di sport…vero.

Margherita Vismara

Fa freddo a Venezia a novembre. Se in più ci metti il vento si gela. Se poi ci aggiungi i padiglioni, delle varie nazioni espositive, con le porte aperte l’ esperienza è da polo nord. Eravamo anche vestiti poco il giorno della chiusura della Biennale architettura 2008. Ma, nonostante i piedi congelati e il naso rosso, abbiamo comunque apprezzato le esposizioni. Sembra non sia piaciuta a molti del mestiere questa Architecture Beyond Building; noi invece ci siamo divertiti!
Secondo Aaron Betsky, il curatore di quest’ edizione, l’ architettura non va identificata nell’ atto del costruire ma “l’architettura è un modo di rappresentare, dare forma e forse anche offrire alternative critiche all’ambiente umano”. E la Biennale di Venezia si offre come palcoscenico di una disciplina che non si vuole più presentare nei suoi tradizionali termini di scienza, ma si è auto-eletta arte: oltrepassata la sua dimensione funzionale, adesso comprende in sé una valenza espressiva ed eloquente. L’edificio è ora un medium il cui monito manifesta concezioni e bisogni della società che lo genera.
L’ architettura deve imparare ad utilizzare il territorio con saggezza. Deve dare al cittadino i mezzi per poter relazionarsi con il mondo in cui vive, deve farlo sentire a proprio agio e connetterlo in un tessuto economico, sociale e fisico. E’ forse necessario costruire tutto il costruibile o possiamo fare a meno di qualcosa? Sarebbe forse meglio vivere in uno spazio decelerato, dove gli orpelli e l’ architettura utopica sono eliminati, dove ci si possa sentire più a casa. Il continuo movimento di beni, persone e informazioni probabilmente ci toglie il terreno da sotto i piedi: c’è bisogno di un ritorno alla stabilità. E la stabilità si ha in scenari di vita in comune, dove gruppi di persone partecipano collettivamente alla soluzione dei problemi non solo globali, ma anche dei nostri piccoli microcosmi.
Dopo molti anni, in cui l’ architettura ha proposto idee utopiche, finalmente gli addetti ai lavori cercano di proporre soluzioni ai problemi contingenti, e sperimentando nella realtà trovano soluzioni concrete. I padiglioni danese e americano, che più abbiamo apprezzato, rientrano in questa categoria.
***
Danimarca. Ecotopedia – walk the talk affrontava il tema della sostenibilità e del ruolo centrale rivestito dalle città in materia di sfida al mutamento climatico globale. Se la maggiorparte dell’ inquinamento da CO2 proviene dalle città, è da queste che occorre partire per la creazione di soluzioni sostenibili.
Erano presenti progetti partecipanti al progetto UN Global Compact, Patto di responsabilità sociale globale, istituito dall’ ONU per formare una comunità umana globale. Era presente anche Sustainable Cities, un progetto del Danish Architecture Centre: un database globale attraverso il quale visionare tutti i migliori progetti ecosostenibili realizzati in tutto il mondo. L’ iniziativa Better Place è invece finalizzata all’ individuazione di nuovi sistemi di trasporto che riducano drasticamente le emissioni di CO2.

cop15.dk
sustainablecities.dk
unglobalcompact.com

***
USA. Into the Open: Positioning Practice racconta di come gli architetti rivendicano un proprio ruolo nel plasmare la comunità e l’ ambiente costruito, mettendo in primo piano la loro relazione con la compartecipazione dei cittadini. Come rispondono le opere architettoniche alle condizioni sociali? Occorre mettere  in discussione “i modi tradizionali di concepire l’architettura, dai mutamenti nei dati demografici socio-culturali ai cambiamenti dei confini geopolitici, dal divario nello sviluppo economico all’esplosione della migrazione e dell’urbanizzazione, per sostenere allo stesso tempo una concezione allargata della pratica e della responsabilità architettonica”.

theparcfoundation.org
slought.org

***

Per il padiglione polacco invece l’approccio al tema è differente: la concezione di architettura legata all’ edificazione è sorpassata con slancio sicuro, eccentrico e assolutamente innovativo. Tanto da valergli il Leone d’Oro per la migliore Partecipazione nazionale.

POLONIA.
Hotel Polonia. The Afterlife of Buildings ospita una sequenza di fotografie digitali ritoccate dall’immaginazione di

Nicolas Grospierre e Kobas Laksa , che accompagnano lo
spettatore in città apparentemente comuni in cui si scorgono elementi estranei, siano essi possibili o fantastici. La nuova idea che sottende al costruire implica anche un impegno intellettuale , perché ora nulla è scontato. Questo sforzo razionale corrisponde poi ad un compito concreto, che gli architetti polacchi suggeriscono inscenando immagini shockanti, percepite come una minaccia. Così se non poniamo la dovuta attenzione allo stile di vita che conduciamo, e che pretendiamo di adottare ad oltranza, assume tratti sempre più realistici la prospettiva di abitare in aree urbane rigurgitanti avanzi; allo stesso modo possiamo prevedere di condividere le nostre strade con i draghi – la coincidenza tra i mammiferi del Medioevo e la sovrabbondanza di rifiuti è intuibile. No?

Certo saltellando da una nazione all’altra è legittimo fare un’umile auto-valutazione e chiedersi se noi, comuni cittadini assolutamente non esperti di architettura, possiamo aver realmente fruito della mostra. La risposta è affermativa: il nostro entusiasmo non pareggiava quello dei colleghi aspiranti architetti, chiaramente distinguibili tra i molti visitatori, ma parecchie delle opere presentate si sono rivelate comprensibili, interessanti e pure utili, anche agli occhi dei “non addetti ai lavori”.

Voto positivo quindi all’ Undicesima Mostra Internazionale di Architettura.

Alessandro Battiston

Cinzia Della Giacoma

schlagstein@gmail.com

Una forma alternativa di satanismo.

Lui si definisce “cittadino di serie zeta, un diverso che crede alla diversità come l’accesso al genio”. Dall’opinione pubblica è definito satanista, ribelle, folle, assassino anche se la giustizia non è riuscito finora ad incastrarlo. Sto parlando di Marco Dimitri, colui che nel 1982 ha fondato l’associazione culturale “Bambini di Satana” e che ha la sua base principale a Bologna. Non si tratta di una setta… è semplicemente un gruppo che il diavolo stesso ha generato: ciascuno infatti, a detta di Dimitri, è il male quando prende consapevolezza di sé stesso. L’essere umano è al centro di tutto: delle arti, della musica e della scienza, è fondamentalmente l’antagonista illuminista della chiusura medievale. Difatti, all’interno dell’associazione, si cerca sempre di evitare ogni superstizione e rituali “tipici” del Satanismo classico, considerato alla stregua di qualsiasi altra religione. E’ la Chiesa, in particolare quella cattolica, che fa terrorismo psicologico tra le genti, prefigurando un’eventuale possessione in caso di “mancato adempimento” dei precetti direttamente impartiti da Gesù Cristo; potenzialmente ogni uomo conterrebbe in sé Satana, che non è necessariamente male. Il male, come afferma Dimitri in un’intervista, infatti, è commesso dalle istituzioni e lo si riscontra nella negazione dei diritti, nella discriminazione ideologica: è “negare l’accesso alla partecipazione”. Da certe sue affermazioni in effetti “l’angelo ribelle” sembra peccare di “eccesso di democrazia”, sostenendo la libertà di stampa, di pensiero e in particolare di espressione: nessun gruppo dovrebbe esser messo a tacere, tantomeno i “Bambini di Satana”, che, a giudicare dal loro blog, sembrano essere molto… normali. C’è anche della cronaca al suo interno, dalla cui lettura non trapela alcunché: né l’orientamento politico, tantomeno quello “religioso”. Cronaca, punto. Quasi ad affermare a tutti i costi l’assoluta normalità del gruppo. Anche l’iniziazione avviene “legalmente” e “semplicemente”: si tratta di un’iscrizione, che può essere fatta anche online, e che non è vincolante a vita. Si può uscire dal gruppo in qualsiasi momento e senza conseguenze “fatali”… quello che invece accade nelle più diffuse sette sataniche.

Tuttavia, come ho detto poc’anzi, i problemi con la legge ci sono stati: accusati di pedofilia, possesso di hashish, messe nere e via discorrendo… Marco Dimitri è stato persino in carcere, anche se per poco tempo e, a detta sua, ingiustamente. Si è sentito perseguitato dalla società e dalla politica solo perché ha sempre fatto dell’informazione “corretta”. Talvolta si reputa anche un paladino della legge, denunciando mali e fratture italiane, e autoproclamandosi “pazzo di sé stesso” e “vincente” nella sua poesia “Impeto”. Un po’ megalomane, un po’ “superuomo”, Dimitri spesso è ospite nei più importati salotti televisivi e non, e su di lui ci sono fior fior di articoli ed interviste. Il gruppo fondamentalmente ha conosciuto un notevole successo grazie alla sua personalità, carismatica e ammaliante.

Federica Salvo
federica.salvo@sconfinare.net

QUANDO IL VERMONT NON TI LASCIA DORMIRE

Non c’è un’unica realtà, caporale. Ce ne sono molte. Non c’è un unico mondo. Ci sono molti mondi, e tutti continuano in parallelo l’uno all’altro, mondi e antimondi e mondi-ombra, e ciascun mondo è sognato o immaginato o scritto da qualcuno in un altro mondo. Ciascun mondo è la creazione di una mente.




Uomo nel buio

Man in the dark
Paul Auster

Romanzo, Stati Uniti, 2008
152 pp.
Einaudi, 2008

***

August Brill, noto critico letterario, è costretto a letto a seguito di un incidente stradale. Non riesce ad addormentarsi e allora lui, che per tutta la sua vita ha letto storie di altri, decide di passare il tempo creandosele.
Dal 21/03 al 04/04 Auster sarà il protagonista della XV edizione di Dedica festival, a Pordenone.
***

Il nuovo romanzo di Paul Auster, Uomo nel buio, è così convincente nell’ evocare lo stato di insonnia che, almeno che non siate asausti, partecipereste molto volentieri alla colazione della penultima pagina: “uova strapazzate, bacon, pane fritto, frittelle, non ci si fa mancare niente”!
Arrivato a questo punto, il lettore è sopravvissuto non solo ad una normale notte di insonnia, ma anche ad una notte dell’ anima, nera come la pece.
Nel 2007, il settantaduenne August Brill giace sul suo letto nel Vermont, a casa di sua figlia.
La loro è una casa di anime profondamente ferite: Brill ha perso la moglie e si è frantumato una gamba in un incidente stradale; sua figlia Miriam è sui 50 ed è divorziata; sua nipote Katya ha 23 anni ed ha da poco subito una perdita. Tutti loro cercano di dormire da soli.
Per non pensare al suo dolore personale o a quello della sua famiglia, Brill si racconta la storia di un mondo parallelo nel quale l’ America non è in guerra contro il terrorismo, ma contro se stessa.
In questa America parallela, in cui le Twin Towers sono ancora al loro posto e non esiste alcuna guerra in Iraq, c’è stata una secessione dalla federazione da parte di 16 stati democratici a seguito della illegittima elezione di Bush nel 2000. New York è stata bombardata, 80 mila individui sono morti, e nel Paese infuria la guerra civile.
In questo mondo parallelo il protagonista è Owen Brick, un giovane prestigiatore che si trova per caso nella condizione di essere stato trasportato contro la sua volontà da un’ America all’ altra. Si sveglia all’ interno di una fossa nel terreno e tutto intorno a lui sente spari e urla di gente terrificata. Per la prima volta ha veramente paura di morire.
Auster utilizza tecniche post-moderne per riflettere sulla pazza logica degli incubi. A Brick viene ordinato di trovare e uccidere Brill per far finire la guerra che è cominciata e sta continuando solo perchè un vecchio, scontento della sua vita, la sta immaginando.


E come mai questo uomo merita di morire?
Perchè possiede la guerra. L’ha inventata lui, e tutto quello che succede o succederà sta dentro la sua testa. Elimina quella testa e la guerra finisce. Semplice.
Semplice?Da come ne hai parlato, sembra Dio.
Non Dio..solo un uomo. Sta tutto il giorno seduto in una stanza a scrivere, e quello che scrive si avvera. Secondo i rapporti dell’ intelligence è tormentato dal senso di colpa, ma non può fermarsi. Se quel bastardo avesse il fegato di farsi saltare le cervella, ora non saremmo qui a fare questi discorsi.

Ma è Auster, ora sessantunenne, non Brill, il bastardo che fa esistere gli orrori della guerra.
I tentativi di Brill di distrarsi hanno poco successo. Continua a pensare a sua moglie deceduta, ai dolori della figlia e della nipote. Guarda film con Katya che, prima della morte del suo ragazzo, studiava cinematografia.
Poco prima dell’ alba Katya, che non riesce a prendere sonno, entra nella stanza del nonno. Comunemente insonni, parlano francamente delle rispettive vite. Possono parlare di tutto, aprirsi completamente a vicenda. Ma ciò di cui non parlano – non possono parlarne!- è il video della decapitazione di Titus, il ragazzo di Katya, assassinato in Iraq per mano di un manipolo di “terroristi”. I tre inquilini l’ hanno guardato quel video e lo continueranno a vedere, perchè lo devono alla vittima di quell’ insensata violenza, per accompagnarlo in quel buio spietato che l’ha inghiottita.
Sarebbe un romanzo molto più irritante se, leggendolo, non si continuasse a sentire il dolore che male si nasconde dietro alla scherzosità dei toni.
I personaggi di Auster sanno che la solidarietà e la compagnia sono ciò che più desideriamo in momenti di dolore e di insonnia.
Un romanzo da leggere e meditare.

Alessandro Battiston
schlagstein@gmail.com

Flickr Photos

Commenti recenti

Anulik su Armenia e Nagorno Karabak…
Edoardo Buonerba su Benvenuti al Sud
Fabione su Un piccolo riepilogo sulla…
marzia su Agenzie interinali
dott. Luca Campanott… su Il Friulano non è una lin…

Blog Stats

  • 11.623 hits