Il titolo della conferenza trae in inganno più d’uno studente. “La politica estera italiana dalla caduta del muro ad oggi”. Uau! Che titolone. Specie in un posto in cui la materia di studio si arena usualmente all’a.D. 1975 (per conoscere i venticinque anni successivi, tranquilli, c’è sempre l’Erasmus. Se volete compilare la domanda dovreste essere ancora in tempo).

Con nelle orecchie tanta sete di novità prendiamo posto. Ma capisco da subito che aria tira. Il buon ambasciator Ferraris, appena sceso fresco fresco dalla montagna, ci detta il suo primo comandamento facendoci sapere che lui, qui, non ci voleva venire affatto. Per dieci minuti buoni si lamenta del corso di laurea, lodando però gli studenti e la qualità della loro preparazione – perché a Gorizia “o si studia, o non c’è nient’altro da fare”.

Cos’è, un sarcasmo?

Tralasciando ghigni maliziosi e le confutazioni strettamente personali a questa affermazione, il mio cervello si focalizza istintivamente su un punto credo condiviso dall’assemblea: ma chi ti vuole, parlaci di questa politica estera o me ne vado a farmi uno spritz.

Finalmente comincia l’intervento, con l’accortezza però d’inserire un prologo che parte – guarda caso – dal 1861. Perché l’attualità è davvero importante. Giusto un’oretta su argomenti del resto trascurati dal nostro corso di laurea: la prima guerra mondiale, la politica estera fascista, il peso determinante, eccetera. Non seguo perché ho l’impressione di aver studiato questa cosa in almeno dieci manuali diversi. E forse uno era “la storia a fumetti” del Giornalino.

Ma io aspetto con ansia che giungano argomenti più vicini a noi. Cose del tutto marginali, in realtà. Tipo (giusto per citarne un paio) Sarajevo, il Kosovo, il Libano, l’Afghanistan, l’Iraq, la Russia e la Cina, l’Unione Europea. E invece, nulla. Ferraris non aggiunge niente di nuovo, nemmeno quando con le domande gliene si dà l’occasione, tolte un paio di sparate di dubbia opportunità che meritano una menzione: l’invito alle ragazze a sedersi in prima fila, perché così “si guarda qualcosa di piacevole”; e la solenne dichiarazione che “gli italiani preferiscono il compromesso, si sa. Per esempio, il compromesso alla moglie è l’amante”.

Che sollievo. Auspico vivamente che queste boutade siano la norma per tutti i nostri ambasciatori. Sono felice che in giro per il mondo siamo i primi a contribuire agli stereotipi sull’italiano medio. Grandi amatori, gli italiani!

Dopo un’ora e mezza in cui si snocciolano banalità ci vuole davvero una sopportazione da guinness per stare seduti. La mia dura ben due ore e ancora ne stupisco, fossi rimasto in youtube a guardare i Griffin avrei imparato più cose.

Mi chiedo da studente se siano nel nostro interesse questi appuntamenti in cui veniamo snobbati da relatori che arrivano senza intervento scritto e che svogliatamente se la raccontano per un paio d’ore, quasi beandosi del fatto d’essere in una posizione in cui possono permettersi di dire quello che vogliono perché tanto nessuno avrà il fegato di contraddirli. Mi chiedo da studente se dobbiamo continuare a prediligere un titolo ed il nome alla qualità dell’intervento, e continuare a sentirci “onorati” della visita di questi personaggi anche se ci disprezzano, e non hanno nemmeno il pudore di tacere. E magari dovrei pure applaudire, o tributar loro una standing ovation. No, grazie.

Rodolfo Toè

Annunci