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Il sole stava iniziando placidamente a tingere di rosso la semplice superficie della scrivania.

Sopra vi si trovavano un computer, una lampada, un portapenne ed un paio di foto, bordate da cornici di metallo.

In una, c’era una famigliola sorridente, circondata dal magnifico panorama del Gran Canyon: Papà, Mamma e 2 fratellini; nell’altra, una bellissima ragazza dai capelli scuri, la pelle chiara, ed il volto concentrato ad osservare qualcosa di non visibile nell’inquadratura. Paolo ricordava bene quello che Bianca stava osservando e si ricordava pure la meraviglia che si nascondeva dietro quegli occhiali da sole che le aveva regalato per il suo compleanno: si trovavano a Sidney, in viaggio di nozze. La foto l’aveva scattata lui stesso. Era la sua preferita, tra le migliaia che aveva scattato nei suoi viaggi. Lei era così perfetta in quella espressione, carpita in un istante.

La teneva in ufficio perché lo sosteneva nei momenti di stanchezza. Lo consolava e gli ridava forza pensare alla fortuna di aver sposato una donna così bella, sia esteriormente che interiormente. Sorrise, e riprese a lavorare. Doveva fare in fretta: il fioraio chiudeva alle sei quel giorno, e lui non poteva certo permettersi di tornare a casa senza fiori il giorno del loro primo anniversario di matrimonio! Finì di lavorare quando il sole ormai era già tramontato, ed era rimasta solo la pallida luce del crepuscolo a schiarire il blu cupo del cielo. Sceso in strada, si affrettò per andare dal fioraio: aveva ordinato un grande mazzo di rose rosse.

Prese la macchina e cercò di sbrigarsi ad andare a casa, malgrado il traffico – così, pensò, sarebbe forse riuscito anche a farle trovare la cena pronta e la tavola apparecchiata. Parcheggiò la macchina in garage al solito posto. Ottimo, Bianca non era ancora rientrata. La sorpresa sarebbe riuscita alla perfezione! Aprì la porta di casa, prese un vaso pieno d’acqua e mise in bella vista sul tavolino dell’ingresso il suo prezioso dono per lei. Poi, accese la radio e si mise a preparare la cena.

Guardò fuori dalla finestra e vide che una candida luna piena irradiava di luce argentea tutto il cielo.

Aveva un’eccitazione addosso che sembrava muoversi sotto pelle, come un brivido emozionante. Tutto gli diceva che quella sarebbe stata una notte speciale!

La musica alla radio fu interrotta dalla voce dello speaker che annunciava il radiogiornale delle sette e mezza:

<< Il portavoce della Sintec – Donald Johnson – società per azioni leader del settore chimico, ha dichiarato il fallimento a seguito della recente crisi che sta coinvolgendo il paese dal Settembre scorso. Sono stimati più di 6’000 disoccupati tra operai e manager d’impresa. Passiamo ora ad altre notizie…>>

Paolo si tagliò mentre puliva il pesce: la sua mano aveva tentennato.

All’improvviso, quella magnifica sensazione che correva sotto pelle si congelò, rompendosi in una nube di ghiacciato smarrimento. C’era anche lui in mezzo a quei 6’000 operai e manager d’impresa:

era rovinato!

No, non poteva… non poteva essere… non a lui!

Perché? Perché a lui, che aveva abbandonato amici e famiglia per andare a lavorare in quel paese lontanissimo e che si era sacrificato in tutti i modi più umilianti per diventare qualcuno ed arrivare ad ottenere quella posizione di prestigio all’interno dell’azienda?

L’unica risposta che poté darsi fu una bestemmia soffiata tra i denti.

La rabbia lo assalì d’un tratto. Andò in soggiorno e, con un colpo secco, calciò il comodino, facendo cadere la lampada che c’era appoggiata sopra. Questo però non lo sfogò minimamente. Fiondatosi sul divano, prese uno dei cuscini e lo scagliò senza riflettere. Subito dopo agguantò l’altro e lo stracciò, strappando via con gusto sadico il suo interno – quasi come se fossero interiora umane. Lasciò cadere la sua preda e, sconvolto, si avvicinò alla porta finestra.

Doveva assolutamente prendere una boccata d’aria.

Tutto aveva perso di lucentezza – perfino la luce della Luna aveva perso il suo colore argentato, sostituito da un onnipresente grigio pallido.

Che mondo infame: fino a qualche attimo prima sentiva di poter toccare il cielo con la punta delle dita ed ora, si ritrovava completamente immenso nel fango!

Aprì la porta per andare in terrazzo.

Respiro dopo respiro, la rabbia era lentamente scemata via. Una nuova domanda si affacciò: cosa ne sarebbe stato di lui?

A questa domanda seppe rispondersi: il giorno dopo sarebbero stati tutti chiamati dal capo per ricevere la propria condanna inviata via fax da Seattle.

Lacrime di disperazione si fecero strada nei suoi occhi: non voleva… non voleva ricominciare tutto dall’inizio, no!

Scrivere il curriculum e poi, girare tutta la città più e più volte, senza la benché minima speranza di trovare un posto buono almeno la metà di quello che aveva perso. Si sarebbero dovuti trasferire ma… con che soldi?

Giusto un mese fa avevano deciso di comperare quella casa così bella e costosa, spendendo tutti i loro risparmi e aprendo un mutuo con la certezza che, grazie alla promozione di qualche mese prima, lui sarebbe riuscito facilmente a pagare ed invece… altro che trasferirsi: con i miseri ricavi di Bianca si sarebbero potuti sì e no permettere una squallida stanza in un motel!

Di lì a poco un problema ben più grave attirò la sua attenzione: come avrebbe fatto a dirlo a Bianca?

Tommaso Ripani

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Sembra lontano il momento in cui sul grande schermo qualcosa ha iniziato a muoversi. Poi si sono sentiti i primi rumori, anni dopo timidamente le prime macchie di colore, e poi via con un crescendo di dolby surround, filtri da cinepresa, effetti speciali, computer grafica… Il cinema non finisce mai di intrattenerci e di stupirci con nuove, mirabolanti – e generalmente costosissime – sorprese. Oggi anche l’ultima frontiera, quella dello schermo bidimensionale, è stata abbattuta e i film stanno letteralmente entrando nella sala di proiezione.

Sicuramente tutti ricordano con affetto i vecchi occhiali stroboscopici con le lenti rosse e blu che permettevano di vedere fotografie, generalmente in bianco e nero, con un effetto di profondità tridimensionale. In effetti, studi sulla tecnologia 3d esistono fin dagli anni venti. Sino ad ora i risultati erano stati piuttosto insoddisfacenti: gli occhiali con le lenti colorate alteravano le cromie delle immagini e quelli con le lenti trasparenti provocavano forti emicranie e senso di nausea. Oggi la ricerca ha finalmente messo a punto una tecnologia che non distorce la percezione dei colori e non obbliga a masticare travelgum durante la proiezione.

Ricordo ancora una visita al museo della Scienza e della Tecnica di Parigi nel 2000, durante la quale alla Géode proiettavano per la prima volta un cortometraggio sulla storia del cinema tridimensionale. Senza occhiali l’immagine risultava sfocata e piena di ghost, ma indossando le lenti l’effetto era davvero straordinario: le figure uscivano realmente dallo schermo percorrendo tutta la sala e rimanendo sospese a mezz’aria davanti a una folla incredula che cercava di acchiapparle con le mani. Ironizzando sulla storia del cinema, il filmato proponeva la celebre locomotiva dei fratelli Lumière che fece fuggire dal panico gli spettatori che credevano di essere investiti. La versione 2000 trasformava la locomotiva in un modello tridimensionale al computer e lo proiettava, grazie all’effetto degli occhiali, di gran carriera verso il pubblico. Pur conscia della finzione della proiezione tutta la sala urlava per lo spavento.

Da allora il cinema tridimensionale ha iniziato a farsi strada a passi sempre più decisi. I primi ad adottare questa tecnologia sono stati i grandi parchi divertimento che, approfittando della grande disponibilità di risorse si possono permettere tecnologie costose e all’avanguardia. Quando alla Géode la proiezione stroboscopica era presentata come l’ultimo ritrovato della filmografia, Disneyland già offriva un cinema dinamico con occhiali 3d e seggiolini in movimento. Molti altri parchi tematici, anche in Italia, hanno seguito questa moda e si sono attrezzarti con cortometraggi tridimensionali.

Quest’anno finalmente la tecnologia stroboscopica arriva anche sul grande schermo con due titoli di nuova uscita che la redazione di Sconfinare non si è certo persa. “Bolt”, l’orripilante animazione della Walt Disney che narra le vicende di un cane che si crede superdog ma scoprirà che non servono super poteri per essere veri eroi – voto della redazione: inguardabile – e “Viaggio al centro della Terra”, il primo lungometraggio integralmente filmato con la doppia telecamera, tratto dall’omonimo romanzo di Verne. Un divertente Brendan Fraser nei panni del geologo incompreso si ritrova a viaggiare alla scoperta di un mondo sepolto a migliaia di miglia all’interno della superficie terrestre. Molte scene assolutamente inutili per lo svolgimento della trama sono state girate solo per far sfoggio di effetti speciali in tre dimensioni ma nel complesso la pellicola è gradevole. E la moda del 3d si sta imponendo in maniera sempre più ferma: la Pixar ha deciso di investire massicciamente in questo settore ed ha già in forno nuove animazioni stroboscopiche come “Mostri VS Alieni”. Anche il capolavoro di Burton “Nightmare Before Christmas” è stato ‘rimasterizzato’ in tre dimensioni e perfino gli antipatici bimbi spia hanno avuto il terzo episodio della loro saga in tre dimensioni “Spy Kids 3-d. Game Over”. E’ arrivato quindi il momento di abbandonare il vecchio schermo ad assi cartesiani e cominciare a pensare a tutto tondo, il cinema ormai cammina verso frontiere nuove in cui l’interazione con la platea non potrebbe essere più diretta e reale.

 
Francesco Gallio

Il difficile mestiere delle armi

4 Novembre. La IAF (l’aviazione israeliana), venuta a conoscenza di un tunnel segreto tra Gaza e Israele, decide di distruggerlo lanciando dei razzi all’uscita gazana con l’intento di inficiare rifornimenti di armi ad Hamas garantendo una tregua sicura per Israele. Questo è stato il primo segno della fine della tregua. Fine segnata il 19 dicembre dal lancio di razzi da Gaza verso le città israeliane più prossime al confine, come Sderot. Secondo le statistiche storiche è la città più a lungo bombardata di sempre. Una città dalle case dotate di piccoli bunker e dalla vita spezzata dalle sirene.

Il Governo Israeliano ha quindi dato, attraverso il Ministro della Difesa Ehud Barakh, l’ordine allo Stato Maggiore di organizzare l’offensiva sulla Striscia. Si è intensificata l’attività dell’Aman (servizi informazione IDF) e dello Shin Bet (servizio interno) nel mappare accuratamente gli arsenali e la regione di Gaza. Si sono decisi gli obiettivi principali: arresto e/o eliminazione dei militanti di Hamas; localizzazione e distruzione dei tunnel segreti da Gaza verso Egitto e Israele (tra i 400 e i 1000) violanti l’embargo; localizzazione e distruzione di arsenali e laboratori. Si è deciso il nome: “Piombo Fuso”.

In primis vi è stata una serie di bombardamenti aerei (27 dicembre) che dura ancora oggi contro postazioni di guerriglieri e di rampe di lancio dei missili, già abitazioni o caserme della impotente polizia ormai fuori dal controllo di al-Fatah. A questo, Hamas ha risposto intensificato i suoi attacchi ed ha inoltre deciso di farla finita con quello che è rimasto di Fatah a Gaza fucilando già durante i primi bombardamenti 35 suoi esponenti.

Il 3 gennaio è iniziata la seconda fase dell’attacco con l’offensiva di terra portata avanti dal Comando Sud dello Tzahal con truppe corazzate, fanteria e paracadutisti in 2 direzioni: da nord attraverso il confine e la costa, e da est, al fine di dividere la Striscia e isolare Gaza City. Quindi nei giorni successivi si sono susseguite azioni di penetrazione nelle periferie urbane di Jabalay, Bayt Lahiya, Gaza City e Khan Yaunus, dando inizio ai sequestri di armi e alla distruzione dall’aria dei tunnel presso Rafah.

Lo scenario è quello complesso della guerra urbana, caratterizzata dal pericolo costante dietro ogni angolo e da scontri casa per casa che rendono difficile l’uso di armi pesanti. Per di più Gaza è un’area densamente popolata dove si trova un nemico non sempre distinguibile dai civili e che non si fa scrupolo di sacrificarne le vite utilizzandoli come scudi umani, tragedia che non si ottiene solo con il porre direttamente i civili in mezzo alla linea di fuoco, ma anche trasformando probabili rifugi (come scuole UNRWA o normali abitazioni, visto che Hamas non ha mai speso per la realizzazione di rifugi preferendo comprare armi) in arsenali. I mezzi sviluppati per lo scenario urbano, più mobili e protetti a scapito della potenza di fuoco non difendono costantemente la fanteria dal pericolo delle trappole esplosive disseminate tra le macerie. Le ricognizioni aeree per individuare più precisamente i bersagli o le semplici telefonate di avvertimento per i civili palestinesi fatte da Israele non possono essere garanzia di una “chirurgizzazione” bellica. Persone in movimento a 200 m in aree dove vi sono scontri non sono distinguibili come civili che si rifugiano od ostili che si trincerano, colla rapidità che occorre nel prendere decisioni. La spicciola valutazione del combattente-barbaro è spesso ipocrita miopia.

Infine, si vuol chiarire la questione del fosforo bianco. Questo, usato per la prima volta nel 1916, è una sostanza chimica dalla caratteristica di bruciare producendo un denso fumo, al contatto con l’ossigeno fino all’esaurimento di uno dei due. Per questo viene usato come illuminante o fumogeno, o come arma, con il solo divieto di impiegarlo contro i civili o in caso di immediato rischio per questi. Infatti il fosforo non è annoverato, nonostante il fumo prodotto, tra le armi chimiche della Chemical Weapons Convention firmata nel 1993 anche da Israele (mai ratificata), tranne che per il paragrafo VII riguardante l’uso di mezzi incendiari. Inoltre il portavoce della Croce Rossa Internazionale Hornby ha dichiarato che l’impiego israeliano di fosforo bianco è stato per uso illuminante e non diversamente e quindi del tutto legale.

Lorenzo Fabrizi

Amico fragile, in Volume VIII. 1975

 
“Evaporato in una nuvola rossa in una delle molte feritoie della notte con un bisogno d’attenzione e d’amore troppo, “Se mi vuoi bene piangi “, per essere corrisposti…”

 
E’ l’unica canzone autobiografica di De Andrè, scritta da solo, in una notte, con molto alcol tra le vene. Da qui bisogna partire per capire, o almeno parlare seriamente di Fabrizio De Andrè. Poi pian piano, aggiungere altri tasselli. Le musiche oniriche di Amico fragile accompagnano tutto quello che De Andrè ha scritto e cantato nella sua vita, i temi ricorrenti e quello che sembrava essergli più urgente: svelare l’ipocrisia, la speranza in una nuova umanità e dunque il bisogno di cantare e dar voce agli ultimi della terra, una visione del cristianesimo depurato dalle sovrastrutture della chiesa, l’amore e la politica. Tutto questo era Fabrizio De Andrè, morto dieci anni fa lasciando un tangibile vuoto.

Oggi la nostra Italia – dalla memoria corta, culturalmente lenta e conservatrice – ha dedicato 88 luoghi, tra piazze, scuole e teatri al genovese, che credo se la rida quando pensa che la sua musica è una di quelle poche cose che tiene assieme noi italiani: fine curiosa per un anarchico.

La sua vita musicale è stata influenzata da elementi diversi. Ha contribuito Genova, il mare e le mulattiere che lì vi arrivano(creuza de ma), l’amore per le donne, e ovviamente il caso. A sei esami dalla laurea in legge abbandona una possibile carriera da avvocato, quando trova il successo musicale grazie all’interpretazione di “Marinella” di Mina, dirà: “Se una voce miracolosa non avesse interpretato nel 1967 La canzone di Marinella, con tutta probabilità avrei terminato gli studi in legge per dedicarmi all’avvocatura. Ringrazio Mina per aver truccato le carte a mio favore e soprattutto a vantaggio dei miei virtuali assistiti”.

Inizia a scrivere e comporre, collabora con Piovani, De Gregori, Bentivoglio e Cohen, traduce Dylan e Brassens, mette in musica “l’antologia di Spoon River”, arrivata in Italia grazie alla traduzione della Pivano. Partecipa alla contestazione del 1968, segue il maggio francese, nel 1973 esce “storia di un impiegato”, irride l’ipocrisia borghese e condanna le degenerazioni dei violenti.

Fa ridere leggere oggi le inchieste dei servizi segreti italiani di quegli anni che lo volevano vicino al terrorismo di sinistra, arrivando a sospettare che la tenuta acquistata in Sardegna sarebbe servita come base per una comune. Era il 1973 ed erano altri tempi, oggi questa storiella non può che unirsi alla schiera di barzellette sulle forze dell’ordine. Lui in Sardegna c’era andato per cercare ragioni profonde dell’essere e, neanche i 117 giorni di sequestro faranno diminuire il suo amore per quella terra: dei sardi dirà che come i pellerossa sono un popolo orgoglioso, fiero delle tradizioni e vittima della “civiltà”.

Qualche sera fa, su Rai3 Fabio Fazio ha presentato un programma(di 3 ore,3!) dedicato al cantautore genovese-dovrà pur servire a qualcosa pagare il canone Rai!-, era presente anche la seconda moglie di De Andrè, Dori Ghezzi. Sorrideva, ringraziava e canticchiava ma, non ha ceduto ad un’emozione, una qualunque manifestazione non controllata, difficile in una serata nella quale tutti avevano gli occhi lucidi. Non credo fosse triste per la perdita del compagno, sembrava semplicemente assente, distante da quanto le accadeva intorno. De Andrè prima di tutto non è un rito collettivo, è qualcosa di più profondo che ognuno segue col proprio pensiero, credo Dori Ghezzi volesse significare questo l’altra sera.

Non dobbiamo cadere nell’errore di volerne fare un’icona, cercando di santificarlo, almeno per amore di verità, era estremamente umano, sapeva godersi la vita, era piuttosto pigro e per nulla al mondo avrebbe perso una partita del Genoa calcio. Era un uomo dalla smisurata sensibilità , ascoltandolo ci si può riavvicinare all’umanità, alla parte più profonda di essa, sfiorare la verità e ignorare la meschinità del quotidiano. Questo era Fabrizio De Andrè, grande poeta che oscilla tra umano e sublime.

Federico Nastasi

Una svolta nel panorama politico e sociale. Un’assoluta novità che rompe gli schemi e offre un’opportunità a tanti elettori che prima consegnavano “scheda bianca”.

I quotidiani, spesso patrie dell’ex-comunismo e dell’antiberlusconismo, lanciavano titoli di prima pagina esaltando la vittoria di Barack Obama quale emblema di un nuovo orizzonte per l’America e per il mondo, quale inaspettata incarnazione americana del bene in contrapposizione al male, per l’occasione rappresentato da McCain.

Sin da prima l’America era destinata alla deriva, ora invece è improvvisamente balzata di nuovo sul palcoscenico degli importanti come protagonista.

Non vorrei essere fuori tempo o passare per polemico, riutilizzando un tema già abbondantemente discusso. Se ne parlerà almeno finché il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America non poggerà il didietro sulla poltrona del suo ufficio alla Casa Bianca.

Si strumentalizza la vittoria del suo colore di pelle, come se ad una persona equilibrata e ragionevole desse fastidio, per salire sul carro e urlare “Voi – uomini di destra razzisti – avete perso!”. Migliaia di scrittori, giornalisti o improvvisati opinionisti hanno steso chilometri di inchiostro per annunciare che “la vera novità non sta nel colore della pelle”. Frottole. Questo è il problema. Ci etichettiamo come “open-minded” quando ancora viviamo questi contrasti. Una marea di gente è ancora ferma a queste differenze; almeno in Italia. Troppo bigottismo e troppa chiusura ai cambiamenti. Una società vecchia e retrograda, che camuffa la sua mentalità spacciandola per conservatrice e tradizionalista.

Chi scrive è un non-razzista. Sostenevo Obama, come tanti coetanei di altre visioni politiche, perché della politica della guerra siamo tutti stufi, perché di massacri per esportare la democrazia non ce n’è bisogno. Ci sono missioni e missioni, intenti ed intenti. Questo non vuol dire che McCain fosse un guerrafondaio, semplicemente – forse – ricordava troppo la filosofia politica di Bush.

Però, ancor mi chiedo, perché quando D’Alema mandò le truppe in Kosovo nessuno aprì bocca?

Essere di destra non è sinonimo di essere razzisti, così come essere di sinistra non significa non esserlo.

Partire da questa ribalta, che cautamente approvo, per urlare ai quattro venti che a vincere è stata una nuova America, anti-guerrista, rivoluzionaria. Perché “ha portato alle urne anche coloro che prima si astenevano dal voto”. È vero, ed è un bene assoluto. Ma rifletterei una volta in più su chi e quale pensiero politico rappresenti veramente il nuovo presidente.

Obama sta simpatico ed è fortemente sostenuto dalla sinistra italiana, per la quale non faccio riferimento ai rappresentanti politici ma agli stessi italiani.

Barack Obama non discende dagli schiavi, non è il Che Guevara pacifista del 2009. È figlio di un ricco intellettuale keniota andato in America per prendere il PhD (sigla di “Doctor of Philosophy”), e dove ha lasciato incinta sua madre.

Dopo le promesse da campagna elettorale, ha esordito ravvisando l’impossibilità di ritirare subito l’esercito dall’Iraq, vuole aumentare lo sforzo militare in Afghanistan reindirizzandovi le tre truppe dismesse dall’Iraq ed è un patriota americano che crede nei valori dell’America.

Sento quotidianamente commenti favorevoli a Obama da parte di chi, in Italia, predilige esponenti di sinistra. Nulla in contrario, puntualizzo. Però chi appartiene al gruppo appena citato, chi è anti-americanista perché ormai va di moda, si è mai chiesto a quale corrente di pensiero politico appartiene il neo-presidente appena tornato dalle vacanze alle Hawaii? In America prevalgono Repubblicani e Democratici, in contrapposizione tra loro. Ma attenzione a farne un’analogia con l’antitesi delle nostre fazioni politiche.

Pongo una domanda, la cui risposta richiederebbe un pensiero calibrato e sgombro dei pregiudizi contingenti: se Obama fosse stato bianco avrebbe riscosso lo stesso successo?

E noi, forse, potremmo anche cercare di fare lo stesso con l’Italia. Un po’ di sano patriottismo nonostante il mare di pecche che ci circonda, nonostante all’estero siamo definiti “il Paese dei furbi”. Al solo scopo di raddrizzare la spina dorsale del nostro stato. Del quale poi ce ne ricordiamo quando, una volta fuori dai confini italiani, cerchiamo una pastasciutta o una pizza.

Buon anno a tutti.

Massimiliano Quercioli

e.quercioli@yahoo.it

Due anni fa (magari c’è pure chi l’ha letta) qualcuno tra noi lanciò la proposta d’una pagina commemorativa per il decennale della sua morte. Ci mettemmo tutti all’opera entusiasti. L’anniversario, in realtà, non c’entrava per nulla (tra le altre cose, era pure maggio). Ma non ci importava poi molto. Anche perché, a ben vedere, i più furbi siamo stati comunque noi, anticipando di due anni tutti gli altri. Scusate se è poco.

Perché Bob Dylan, a dieci anni dalla sua scomparsa, significa davvero tanto per ognuno di noi. Guardate quanta attenzione gli hanno dedicato tutti quanti, ultimamente. Domenica sera ho smesso di osservare le nuvole e mi sono guardato il servizio, tanto in seconda serata non c’era niente di meglio. Hanno parlato in tanti, ma nella festa generale nessuno s’è fatto male.

La sua città natale, innanzitutto. Lì in molti sono convinti di vederlo ancora passeggiare ogni tanto, è sempre vivo con quei suoi orribili capelli e l’aria triste ed emaciata, e Jim Morrison a volte gli porta un croissant da Parigi (nemmeno lui sa ancora se morire sul serio). L’illustre suo cugino De Andrade, proprietario di un cannone nel cortile di Piazza Alimonda, indica alle passanti il ritratto di Dylan Thomas appeso da anni alla parete: “entrò un mattino e lo vide, e decise così di cambiare il suo nome, senza essere troppo sbronzo del resto”. Crede proprio che la cittadinanza gli dedicherà un monumento, giusto all’entrata di Via Della Povertà. Lo ritrarranno incatenato con la sua armonica eternata in un ultimo sol di libertà. Nonostante le polemiche, pare che la scelta della frase per la lapide cadrà sull’immortale “mi cercarono l’anima a forza di botte”.

Alla TV hanno intervistato tutti coloro che più gli furono vicini. Il Ghiro Deziz e Zio Bafri Renedda ricordano con affetto e un pizzico di lacrime il piccolo Bob che, stanco dei suoi Lego troppo borghesi, apprende a suonare la chitarra perché in effetti Mr. Tambourine è già morto tra i papaveri della guerra, qualcuno deve pur scriverci una canzone ed io mi sono stancato di questa città di minatori e della loro società-bene dai capelli corti. Anche tutti i suoi amori più celebri lo hanno pianto, e tra loro lei: Joan Baez, che non lo ha mai capito, e che invece avrebbe desiderato tanto dei diamanti, almeno una volta.

I suoi amici sardi hanno intonato un coro sul motivo di Brigante se more, superbamente riarrangiato dalla “E No, Mai Carpire Fra Martino”. Che bella festa gli hanno dedicato, pensavo, ed intanto il Presidente concludeva la celebrazione dicendo che Bob Dylan tiene ancora alto il nome dell’italianità nel mondo. La Patria, voi capirete sicuramente. Se non fosse stato cittadino italiano, l’avrei naturalizzato immediatamente.

Si fa presto a farne un mito, e lui se l’è meritato, spegnendo la tele ero quasi sollevato. Anche se Bob Dylan non ascoltava Bob Dylan. Bob Dylan ha preso quello che di meglio poteva trovare in giro, poesie e canzoni e droghe varie, fino a fare qualche cover di Cohen o di Brassens, lo ha rielaborato ed è andato un poco più avanti. Un giorno qualcuno farà altrettanto con lui, perché in fondo, in-fondo-in-fondo, i maestri servono solo per essere uccisi. Però povero Bob Dylan, mi chiedo se qualcuno lo consoli in paradiso, dev’essere tutto una noia pazzesca perché i tipi più lungimiranti sono finiti tutti all’inferno, e mi sa che lassù non c’è una chitarra nemmeno a dannarsi l’anima.

Rodolfo Toè

… E poi ti trovi a vent’anni a guardare rapito uno speciale televisivo su Fabrizio De Andrè, e ti rendi improvvisamente conto che forse buona parte di quello che sei oggi lo devi a lui, alla sua musica. Capisci come la tua sensibilità si sia modellata come cera sulla sua; come dagli anni dell’adolescenza interpreti ciò che ti succede attraverso le sue lenti. Come le sue rime si siano scolpite indelebilmente nel tuo subconscio, o in qualche altro posto lì in fondo, e come tu abbia conosciuto e catalogato la tua vita mediante esse.

E allora, cominci a pensare che forse è anche grazie a lui se sei sempre stato mosso a pietà e a commozione dai deboli, dagli umili, dagli emarginati, se in fondo senti battere anche in loro, “Anime Salve”, la luce fioca della dignità umana; se non li vedi in nessun caso colpevoli, ma solo vittime.

E forse, è anche grazie a lui se ancora oggi non puoi evitare di incazzarti quando vedi un’ingiustizia, se non riesci mai a dire “c’est la vie, chérie”, se non riesci ad accettare che il mondo vada diversamente da come credi esso debba andare, da come senti che potrebbe andare.

Ed è forse anche grazie a lui se, in fondo in fondo, dopo aver studiato, analizzato a fondo, compreso e ripetuto tutte le motivazioni che la possono scatenare, quello che ti rimane, e che vedi in una guerra, è soprattutto il lamento di un padre che piange la piccola morte del figlio maciullato, e il grido senza voce di una medaglia al valore militare. Questa visione può essere distorta e limitata, ma è più forte di te, e sai che dovrai conviverci sempre; è un tuo limite, e una tua forza.

E soprattutto, ti trovi a pensare che forse è anche grazie a lui se nei numerosi momenti di sconforto avuti negli anni bui dell’adolescenza, in cui ti sentivi diverso dagli altri, solo, limitato; in cui venivi sopraffatto dall’angoscia e dal desiderio di essere altro rispetto a quello che eri, di essere “come loro”, almeno una volta; se in tali momenti di abbandono sei riuscito, forse non a vederti parte di un tutto, quello no, ma se non altro, a sentirti orgoglioso di essere minoranza. Se sei riuscito a rimanere com’eri, a non cedere, a non lasciarti trascinare dal flusso, sempre “in direzione ostinata e contraria”; o se almeno ci hai provato. Se hai avuto le motivazioni necessarie per non abbatterti, e se alla fine sei riuscito a conoscerti meglio, ad accettare i tuoi limiti, a non sopravvalutare i tuoi punti di forza.

Per questo, sei presente anche tu nel momento in cui il porto di Genova saluta il suo figlio prediletto; ti unisci al grido di quella sirena, e senti come se l’Italia tutta si fermasse per un secondo, trattenendo il respiro. E allora, decidi all’improvviso di scrivere quello che senti in quel momento, di liberare il flusso di pensieri che ti accompagna da sempre, ma che solo ora si è fatto veramente chiaro.

Ti sfiora per un attimo il dubbio che tutto ciò sia un po’ troppo esagerato, che non sia altro che un futile esercizio di retorica dettato dall’emozione e dalla ricorrenza; dopotutto, si tratta solo di un cantante. Ma accantoni questo dubbio, per il momento: ne riparleremo domani, dopodomani, forse, a mente più fredda e distaccata. Ora, ti rendi solo conto del fatto che, come te, molte altre persone si sono viste stravolgere la vita da Fabrizio De Andrè, e che forse l’Italia di oggi, nonostante tutte le frustrazioni e il malgoverno, si è data un immaginario collettivo grazie a lui. E allora, sorge in te la speranza che, forse, nulla è ancora perduto.

Giovanni Collot

Giovanni.collot@sconfinare.net

La laicità a colpi di provocazione

Negli ultimi tempi, l’ennesima provocazione in campo religioso ha avuto luogo: gli autobus di Genova verranno infatti pubblicizzati dall’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR), con lo slogan “La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno”. Naturalmente l’opinione pubblica si è infervorata, Bertone si è grattato i natali, la Chiesa mantiene un tacito profilo conscia della giustezza della politica del silenzio, quale migliore delle risposte, alla provocazione.

Nonostante io personalmente sia aconfessionale, ma non ateo, bensì laico e laicista nella mia visione dello stato, mi sorprendo come le lotte debbano essere combattute attraverso le estremizzazioni. Pur riconoscendo alle persone atee il diritto di non riconoscere l’esistenza di Dio, ciò non toglie che queste ultime non debbano prevaricare la fede di chi invece crede.

Nel pensiero laico la libertà sta nella scelta libera in libero stato, ossia senza che una determinata forza, maggioritaria o minoritaria che sia, possa in alcun modo influenzare la crescita del pensiero della persona. Per questo devono essere accolte le rivolte alle frequenti interferenze nel mondo pubblico di determinate forze di pensiero. Tali interferenze non sono solo un’opinione, diventano coercizione lì dove si precetta in base a valori morali personali e li si generalizza. Eppure le critiche non possono diventare a loro volta un fattore di discriminazione o di oppressione. Vorrebbe dire fare lo stesso cattivo gioco del nemico, uccidendo il pensiero laico che invece si rifocilla del confronto e non dello scontro.

Inoltre, non è discriminando che si ottiene la cultura di base su cui educare ad una nuoca laicità. Per effettuare un parallelismo, non sono le quote rosa di per loro a risolvere il problema del machismo. Sono forse uno strumento poco democratico per ricreare una cultura di base, imperniata sul rispetto della donna. Allora, ritornando al nostro discorso principale, il messaggio che “Dio non esiste” è una presa di posizione che invade lo spazio pubblico senza effettivamente creare il germe dello spirito critico. Tale gesto sarebbe forse più adatto se fatto sul sito internet dell’Unione suddetta. Tale gesto invece piacerà a pochi, radicalizzerà i molti. E il processo di effettiva laicizzazione dello Stato italiano (“secolarizzazione” per alcuni) rischia di fare tre passi indietro dopo averne fatti due.

Questo evento però ha fatto scaturire in me un altro tipo di riflessione: la crisi economica di cui tanto si parla per certi versi non avrà conseguenze negative in tutti i settori della società. La crisi, in primis quella psicologica, farà sì, almeno secondo il mio punto di vista, che la generazione attuale si renda conto di quanta precarietà e senso dell’effimero vi sia nei beni materiali. Si rifocillerà allora nell’abbondanza della ricchezza morale, nel confronto di idee e di opinioni, nell’attuazione di scelte non per forza capitalisticamente cicliche, ma sostenibilmente sviluppabili. Ambientalismo, localismo, cultura generalizzata, nuove forme di arte, letteratura e musica, ritorno ad un’ortodossia dei credi. Lo definirei nel complesso uno “sviluppo radicato”, che per molti versi è già in atto.

In fondo è successo molte volte nella storia e la necessità ha sempre aguzzato l’ingegno. Credo in quel che sarà.
Edoardo Buonerba

Il nuovo libro intervista di Corrado Augias, questa volta in collaborazione con Remo Cacitti, docente di letteratura cristiana antica e storia del cristianesimo antico presso l’università degli studi di Milano segue il percorso già tracciato da “Inchiesta Su Gesù”(Mondadori, 2006) e cerca di ricostruire secondo quelle che sono ad oggi le fonti storiografiche sul cammino evolutivo e di formazione del cristianesimo. E’ una delle poche letture italiane destinate al grande pubblico che affrontano la religione dal punto di vista storico e non da quello della fede, tracciando un quadro accurato sui primi quattro secoli di vita del cristianesimo, nei quali questa fede è ancora un cantiere aperto, dove si possono rintracciare innumerevoli tesi e pensieri, da quelli che poi sono entrati a far parte della dottrina ufficiale della chiesa fino a quelli che in seguito sono stati dichiarati eresie, e che molte volte nella fase aurorale del cattolicesimo, prima che venisse definitivamente stabilito un “canone”, erano invece ortodossia. Si scoprono molte altre cose sorprendenti sui primordi del cristianesimo, come il fatto che molta parte nella formazione di questo culto più che Gesù l’hanno avuta San Paolo, da molti studiosi considerato il vero padre fondatore della chiesa, Costantino e il concilio di Nicea del 325 per esempio. Al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare, la distanza fra la ricostruzione storica dei fatti e quella fideistica dei vangeli e degli altri testi sacri è sì evidente, ma non così enorme; le differenze più macroscopiche rispetto alla storia si trovano invece nell’interpretazione ufficiale che dei testi viene data. In conclusione, come quasi tutte le religioni anche il cristianesimo ha subito evoluzioni e cambiamenti nel corso dei secoli,contaminandosi e prendendo spunti da altre fedi, cercando di adattarsi allo spirito di varie epoche storiche fino ad arrivare ai giorni nostri.

Matteo Sulfaro

Partiamo dai fatti: lo scorso 5 Dicembre a Roma la CEI per voce di monsignor Bruno Stenco, direttore dell’ufficio nazionale della conferenza stessa per l’educazione, la scuola e l’università, ha tuonato indignata contro i 130 milioni di euro di tagli previsti per le scuole paritarie nella finanziaria 2009, e ha minacciato di portare in piazza le federazioni delle scuole cattoliche se i tagli fossero stati effettivi.

Nel giro di qualche ora (!), con un emendamento al ddl Bilancio,120 milioni di euro sono stati ripristinati, ha fatto sapere il sottosegretario all’economia Giuseppe Vegas; sarà il ministro dell’istruzione, di concerto con il ministro degli affari regionali e il ministro dell’economia a decretare i criteri per la distribuzione di questi fondi entro 30 giorni dall’entrata in vigore della finanziaria. Dopo il ripristino dei fondi il portavoce della CEI Domenico Pompili ha alleggerito i toni, dichiarando che i vescovi, preoccupati per le scuole cattoliche confidano comunque negli impegni presi dal governo. Ora vi propongo un indovinello: quanti parlamentari hanno protestato? Se avete detto 0 complimenti, avete indovinato! Di fatti pare proprio che l’unico a contestare immediatamente la decisione del governo sia stato Paolo Ferrero, segretario del PRC (e se non lo facevano loro!), che da alcuni mesi a questa parte è un partito extraparlamentare. Ferrero ha polemizzato dicendo che mentre il governo ha ignorato le manifestazioni a cui hanno preso parte migliaia di studenti e docenti, rifiutando di cambiare i provvedimenti sulla scuola pubblica e l’università, è bastata una semplice minaccia di mobilitazione da parte dei vescovi e delle scuole cattoliche private per far cambiare idea alla maggioranza. Più della marcia indietro sui tagli, comunque equivoca e quantomeno contraddittoria per un paese che vuole definirsi laico, è stata “sorprendente” la reazione del parlamento: nessuno ha protestato, anzi membri dell’opposizione come Maria Pia Garavaglia ed Antonio Rusconi del PD hanno lamentato, dopo il ripristino dei fondi, che mancavano all’appello altri 14 milioni di euro per le scuole paritarie. Questo fatto dimostra una volta di più quanto in Italia sia labile e confuso il confine fra stato e chiesa nonostante siano passati ormai quasi 140 anni dal 20 Settembre e quanto ancora oggi lo stato sia condizionato nell’attività legislativa dalla chiesa. In un paese veramente laico il retrofront del governo avrebbe suscitato per lo meno la protesta di una parte del parlamento, quella dei laici di destra e sinistra, se non manifestazioni di piazza; da noi nulla di tutto questo sarebbe accaduto, anzi stava per succedere il contrario. In un paese veramente laico e sovrano, dove i politici non hanno paura di assumersi la responsabilità delle proprie decisioni, la maggioranza di governo non ritirerebbe di certo i propri emendamenti alla prima minaccia di proteste della CEI, o di qualsiasi altra associazione o gruppo,ed invece a Roma questa è la regola da sempre, se il gruppo che protesta è forte ed influente. Alla luce dei fatti se si è tornati indietro su questi 120 milioni, la scontata conclusione a cui si giunge è che una decina di vescovi conta nei palazzi romani più delle centinaia di migliaia di persone che sono scese in piazza contro i tagli del decreto Gelmini. E’ vero che la somma che si è deciso di ridare alle scuole cattoliche è ben poca cosa rispetto alle decine di miliardi di euro che ogni anno vengono stanziati per la scuola pubblica, che è la maggioranza che deve governare anche infischiandosene dell’opposizione e delle proteste, ma anche così la decisione è ingiusta per principio, a priori, se prima il ministro dell’istruzione afferma che è finita l’era dei privilegi e degli sprechi, che si cercherà di riformare in senso meritocratico la scuola, e poi nella realtà dei fatti una parte del sistema scolastico (quella più numerosa e con meno risorse) vede i suoi fondi diminuire e l’altra, molto meno numerosa e più ricca li vede inalterati. Perché si attuano provvedimenti duri di contenimento dei costi verso quelle che sono le scuole DELLO stato e al contrario, verso quelle che sono a tutti gli effetti delle scuole private NON statali (anche se qualcuno ha pensato bene di chiamarle paritarie) si adopera un trattamento di favore? Dopo quello che sta accadendo, pare proprio che il primo presidente del consiglio italiano a raccontare barzellette non sia stato Berlusconi, bensì l’indimenticato Conte di Cavour quando diceva “Libera chiesa in libero stato”. E’ la storia a dircelo.

Un’esperienza di condivisione aperta a tutti

Taizé è una comunità cristiana ecumenica fondata nel 1944 da un prete svizzero, Frère Roger. Immagino che a questo punto, per il 75% dei lettori, l’interesse verso quanto sto per raccontare sia già drasticamente diminuito: se tuttavia ve la sentite di continuare, spero di potervi dimostrare che ancora una volta le apparenza ingannano.

Lo spirito che ha sempre animato il fondatore della comunità di Taizé, ucciso da una squilibrata il 16 Agosto 2005, è stato quello della condivisione e della comunione, innanzitutto fra le varie confessioni cristiane: proprio l’ecumenismo è la caratteristica principale di questa comunità, ciò che la rende diversa da tutte le altre comunità cristiane. Nel minuscolo paesino di Taizé, dove ha sede la comunità, per tutto l’anno migliaia di giovani da tutto il mondo si ritrovano per meditare e pregare: infatti l’altra caratteristica peculiare di questa comunità è il forte legame con i giovani, interlocutori privilegiati della logica ecumenica, che dà molto più peso agli elementi di unione che non a quelli di divisione. È ovvio quindi che una visione simile sia più vicina a noi giovani, specie europei.

Proprio ai giovani europei si rivolge l’Incontro europeo dei giovani di Taizé, che si svolge ogni anno, dal 28 Dicembre al 1 Gennaio, in una grande città europea. Quest’anno si è svolto nella capitale d’Europa, Bruxelles, che ha accolto tutti i 40000 partecipanti con temperature oscillanti tra -8° e 0° e un tasso di umidità del 90% (!!!), ma anche con generosità ed efficienza. Prima di continuare, è meglio ribadire un dato fondamentale: partecipare agli Incontri Europei comporta la rinuncia al Capodanno con i soliti amici. So che a molti questo potrebbe sembrare una perdita intollerabile, un sacrificio di enormi proporzioni, ma personalmente, dopo 7 incontri consecutivi, posso dire tranquillamente di non essermene mai pentito.

Il costo totale è sempre inferiore ai 200€ (viaggio, vitto e alloggio per 5 giorni) e solitamente il viaggio si fa in corriera ed è quindi estremamente lungo e scomodo. Una volta arrivati, si viene smistati nelle varie parrocchie che hanno dato la loro disponibilità a trovare gli alloggi per i “pellegrini di fiducia”: la maggior parte delle volte si è ospitati dalle famiglie, oppure nelle palestre e nelle scuole (quando la città si presta a una visita turistica a bassissimo costo e quindi attira orde di persone non del tutto in linea con lo spirito dell’incontro). L’accoglienza nelle famiglie forse limita la possibilità di fare festa senza limiti, ma è la maniera migliore di conoscere la vita e i popoli degli altri paesi e può rivelarsi un’esperienza bellissima, e comunque sempre sorprendente.

La giornata-tipo dell’incontro prevede la colazione in famiglia o nella scuola/palestra, la preghiera del mattino nella parrocchia e gli incontri in piccoli gruppi con gli altri giovani della propria parrocchia. In questi incontri è richiesto di meditare sulla “Lettera” dell’incontro (scritta dal capo della comunità, Frère Alois) ma ovviamente la discussione è libera: è un’ottima occasione per esercitare il proprio inglese e conoscere ragazzi di altre nazionalità.

Finiti gli incontri, ci si dirige alla Fiera della città, allestita per accogliere le preghiere e i pasti: pranzo e cena, consumati seduti per terra nei padiglioni della Fiera, sono seguiti dalle preghiere sullo stile di Taizé, i momenti centrali del “pellegrinaggio di fiducia”. La preghiera di Taizé è molto particolare e consiste in canti di ogni confessione cristiana, ognuno ripetuto a lungo, una meditazione dei Frères e 10-15 minuti di silenzio: è un momento molto bello, anche per chi, come me, nella vita di tutti i giorni dedica ben poco tempo alla preghiera e alla meditazione. Non capita tutti i giorni di stare a cantare e a fare silenzio (quasi perfetto) assieme ad altri 10000 ragazzi, e sono momenti preziosi per pensare a tutto ciò che durante l’anno si trascura o si nasconde dietro altre preoccupazioni.

L’Incontro di Taizé è un’esperienza che potrebbe non piacere a tutti, ma è sicuramente unica e originale.

Permette di scoprire da un punto di vista assolutamente inusuale la vita di altri popoli, di stringere relazioni che sono spesso di una intensità e autenticità sorprendenti, anche quando non vanno avanti dopo l’incontro.

Aiuta a vivere in maniera diversa per qualche giorno, lasciandosi temporaneamente alle spalle i pesi della vita quotidiana per potersi concentrare meglio su se stessi e sulle persone intorno a sé.

Ricorda l’importanza della condivisione e dell’apertura verso gli altri, perché le barriere culturali cadono fin troppo facilmente quando si condividono ogni giorno le stesse cose e lo stesso spirito.

Ma soprattutto, ogni volta si ritorna a casa esausti e felici, con tutti i ricordi di amicizie, incontri, abbracci e canti ancora freschi, e con un atteggiamento positivo e prepositivo, che aiuta a rendere meno traumatico il ritorno al lavoro e allo studio!

Informazioni pratiche: l’iscrizione passa attraverso i gruppi locali che organizzano gli incontri di preparazione e hanno i contatti con la Comunità; nel caso del Friuli Venezia Giulia il gruppo di riferimento è il “Gruppo ’89” di San Giovanni al Natisone (http://www.gruppo89.org/); siccome hanno anche i contatti degli altri gruppi italiani, potete provare a chiederli a loro.

Altre informazioni sul sito internet della comunità: www.taizé.fr

Federico Faleschini

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