Mentre ancora sono seduto sul treno che mi sta velocemente trasportando verso la mia destinazione, mi perdo nel fantasticare dinanzi ad un paesaggio dalle sfumature cromatiche accese ed eccentriche, una sorta di tavolozza un po’ troppo disordinata, dove ogni colore ne abbraccia timidamente un altro. Una voce metallica, che di umano ha oramai ben poco, annuncia la prossima fermata: Ferrara. E’ la mia. Scendo. Mi appresto all’uscita di quello che sembra essere un pullulante crocevia di vite che come me arrivano o partono, si mescolano e si abbandonano per mai più incontrarsi. Il cielo, tinto di un grigio intenso, fa da cornice ad una città che ancora porta sulle sue mura e nelle sue strade i segni di una grande storia vissuta e passata, ma mai dimenticata. Con il sostegno della mia guida personale, Sir. Francesco Marchesano, scivoliamo agevolmente tra gli sviluppi tortuosi e intricati di strade scomposte e apparentemente uguali le une alle altre per un occhio poco attento e sensibile alle peculiari sfaccettature che questa città riserva ai suoi viandanti. Dopo essersi “prostrati” dinanzi alla tomba di colui che attraverso il suo genio letterario ha reso celebre non solo la città di Ferrara, ma la nazione intera, quale Ludovico Ariosto, decidiamo di addentrarci nella pancia del peccaminoso divertimento giovanile. Si fa tappa al Brindisi, o meglio: Hostaria del Chiuchilino, dove “Ciuc” sta a significare ebbro, il che la dice già al quanto lunga  sul proseguo della serata. Al tempo tale enoteca nasceva come punto di ritrovo dei buongustai dell’alta Ferrara, oggi è invece un luogo in cui le persone fluiscono per passare una bella serata tra amici, all’ombra di un gustoso vino di annata. Ci lasciamo alle spalle i luminosi palazzoni residenziali della città, avviandoci verso quella che sarà la casa che mi ospiterà per un’intera settimana. Sulla strada del ritorno non posso però fare a meno di pensare come qui un’intera identità sia divisa da un ponte; molti potrebbero pensare che ai fini della necessità esso non sia altro che l’ennesima opera architettonica voluta dall’uomo per far fronte ad una esigenza che nel dato concreto è lo scorrere del fiume Po che distanzia le città di Ferrara e Rovigo, ma in realtà esso rappresenta il margine di distanza tra entità completamente diverse che mai si amalgamano. Il paesino si chiama Canaro, ma in incipit nasceva come Canarikovskij. Questo perché, a eccezione di sporadiche vie, la maggior parte delle strade che compongono questo vecchio distretto sovietico stimola il ricordo di alcuni dei più autorevoli profeti e detentori del credo comunista: Lenin, Togliatti, Rossa, Gramsci (mancano solo Stalin, Trotskij, Bucharin). Ahimè, chi glielo spiega che l’ URSS si è smembrata nel lontano 1991?! I giorni si alternano in modo convulso tra pranzi e cene, ora con i familiari ora con amici ritrovati di un tempo che fu. Lontani dai caotici ritmi della vita cittadina , questo paesino, incastonato tra verdi lande sconfinate, offre la possibilità di emozionanti, educative e al quanto estenuanti escursioni in bici lungo tutta l’area circostante. Osserviamo da molto vicino i resti della casa di Benvenuto Tisi, detto il Garofalo, pittore “ferrarese” il cui nome ha dato lustro al paese in cui è nato. E’ ora di tornare a casa, quando ancora il sole scompare dietro il piattume padano, irradiando con i suoi ultimi raggi un paesaggio che si abbandona all’ oscurità della notte. Sfruttando a pieno le possibilità motrici  che casa Marchesano offre, è ora di visitare l’altro risvolto della medaglia: Rovigo . Dipinta dalla controparte come città vuota e al limite dell’inutile, oltre che dalla cadenza linguistica poco melodiosa, Rovigo è una città priva, in termini architettonici e monumentali, di bellezze evidenti, ma grazie alla sua collocazione geografica assurge ancora oggi ad un ruolo economico e finanziario di rilievo. Si ritorna a Ferrara dove, dopo aver vagato tra i bazar di commercianti provenienti dalle più disparate località del mondo ed aver defraudato l’agenzia turistica di brochure d’ogni sorta, ci si spinge alle Cantine del Duca, uno dei più austeri e sciccosi punti di ritrovo ferraresi, non senza però aver prima degustato alcune delle specialità culinarie di questa città, quale ad esempio la salama da sugo: un piatto a base di salame, sugo, patate che a seguito delle sue mastodontiche dimensioni non avrebbe nulla a che invidiare alle portate del nostro caro Gianni. Un caffè veloce , giusto per ridar vita agli assopiti neuroni, precede la marcia tra i vicoli della città medioevale che si arresta in un pub le cui pareti sono ricoperte di quadri rappresentanti l’angoscia umana. Eppure in questa città si beve! Non c’è più tempo per le risa, ora è il momento di combattere. Sul tavolo compare la scatola di un gioco da molti temuto: è il Trivial Pursuit. Questo gioco, sadico quanto macabro, è il vaso di pandora degli ignoranti. Siamo in dirittura d’arrivo quando a pranzo siamo ospiti dagli zii il cui paesino è caratterizzato dalla presenza di un campanile che a causa della sua pendenza fa rimembrare la ben più conosciuta Torre di Pisa. E’ l’ultimo giorno. Assaporo le ultime ore, quando ancora si decide di fare un’ultima perlustrazione in bici. In lontananza scorgo un pannello su cui compare la scritta: “Canaro città viva”! La foto è d’obbligo. E’ giunto il momento di fare la valigia. Trovo estrema difficoltà nel chiuderla, forse a causa delle razzie effettuate nelle varie agenzie turistiche, nei pub,alle mostre visitate, o più semplicemente è l’ammontare strabordante di ricordi che questa casa mi ha dato. Ma questa volta non parto privo di una morale fondamentale: «l’è mej aver il brag’ rot in tal cul, cal cul rot in till’ brag» (Forlani docet). Il treno fischia. E’ tempo di partire.

Francesco Bruno

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