Reazioni contrastanti di fronte all’ennesimo cambio di rotta dalla “Dottrina Bush”

 

In un discorso del 20 Marzo, in occasione del Nowruz (il capodanno persiano, festeggiato in Iran e in molte altre regioni di influenza culturale iraniana), il presidente Obama ha inviato un messaggio diretto al popolo iraniano e ai suoi governanti, che rappresenta sia nella forma sia nella sostanza una decisa cesura rispetto all’atteggiamento della precedente amministrazione Bush rispetto all’Iran, fra i primi paesi ad entrare nel gruppo dei “rogue states” (Stati canaglia).

In questo intervento Obama ha dato nuovamente prova delle sue indubbie capacità oratorie, riuscendo ad alludere a tutti i punti critici nei rapporti tra Iran e USA pur abbellendo il tutto con richiami alla “common umanity” e alla comune gioia di passare le feste assieme ai propri cari. Potranno sembrare particolari irrilevanti, ma è giusto ribadire che nella forma e nel contenuto sono davvero un cambiamento di rotta radicale rispetto alla “Dottrina Bush”.

 

Il problema, però, è che il lascito della “Dottrina Bush” non si può eliminare solo con bei discorsi e belle parole. Almeno, questo è quello che pensano i leaders iraniani, che hanno risposto seccamente all’appello al dialogo di Obama (dialogo tuttavia definito “honest”, cioè duro e diretto quando necessario) rinfacciando l’assenza di reali cambiamenti; in effetti, Obama stesso appena una settimana prima, il 12 Marzo, ha esteso le sanzioni all’Iran per un altro anno, dicendo che continuava a rappresentare una “minaccia straordinaria… alla sicurezza nazionale”. Anche se il messaggio di Obama sembra lasciar intravedere la possibilità di un’apertura nei confronti del programma nucleare iraniano a scopo civile, a patto che l’Iran accetti le sue “real responsabilities” (chiaro accenno al controllo da parte della IAEA, l’agenzia internazionale per l’energia atomica), i leaders iraniani continuano a insistere su una condizione che appare per loro irrinunciabile, cioè l’interruzione dell’appoggio a Israele, percepito come elemento di continuità rispetto all’amminstrazione Bush.

Un altro punto dolente è l’accenno di Obama alla necessità di abbandonare il supporto al terrorismo e di non fomentare disordini nel Medio Oriente, che ha certamente irritato i leaders iraniani (è rispauto che l’Iran, paese sciita, finanzia e arma generosamente il movimento palestinese “Hamas” e quello libanese “Hezbollah”).

 

Non tutto il mondo islamico ha tuttavia accolto con tale freddezza il “new deal” di Obama riguardo alla questione iraniana e più in generale a quella mediorientale. Proprio il capo di Hamas, Khaled Meshaal, ha espresso il suo apprezzamento per il “nuovo linguaggio” utilizzato da Obama e ha espresso la speranza che questo cambiamento a parole si trasformi ben presto in un reale cambiamento politico e strategico da parte dell’Europa e degli USA. Una risposta, dunque, molto più positiva rispetto all’inflessibile posizione iraniana. È probabile che questo derivi anche dalla posizione di forza di cui può godere Hamas all’interno del conflitto arabo-israeliano, specialmente dopo l’ultima offensiva israeliana del Dicembre/Gennaio scorso, che la ha si colpita duramente, ma ne ha anche aumentato il prestigio agli occhi del mondo arabo per la sua strenua (e a tratti non proprio corretta) resistenza. Hamas sa dunque di essere un interlocutore irrinunciabile e ha tutto l’interesse a presentarsi come affidabile e disposto al dialogo.

 

Il nuovo approccio di Obama sta rivelando una strategia basata sulle soluzioni diplomatiche piuttosto che sull’intervento militare: una evoluzione quanto mai positiva nel tormentato scenario mediorientale. Mentre la “dottrina Bush” si è rivelata incapace di risolvere le antichissime tensioni presenti nell’area, si spera che la nascente “dottrina Obama” si dimostri più efficace, anche se il massimo a cui può aspirare nel breve periodo è un congelamento delle tensioni e dei conflitti piuttosto che una loro soluzione definitiva.

 

Federico Faleschini

federico.faleschini@sconfinare.net

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