La corda vibra. Il tamburo esalta. La cassa urla. Stasera il palcoscenico del Teatro Verdi ingoia in sé l’intero mondo. Le luci danzano a ritmo di diversità, fra anime fibrillanti e lingue inesplorate. Con avidità, cerco di captare ogni singola sfumatura di quei mondi a me così sconosciuti. Le mani, veloci, scorrono lungo tutte le tastiere. Le note, al limite del palpitante, trasudano rabbia e rancore per una società che troppo bene ha imparato a denigrarle. I grandi classici della musica tenderebbero a custodire gelosamente la loro denominazione pentagrafica, ma stasera, sotto l’occhio scrupoloso quanto effervescente della comunità goriziana, esse assumono il nome quanto i tratti somatici di nazioni disparate: Italia , Cuba, Spagna e Senegal. Il decoro e la compostezza vengono ben presto accantonati, allorché l’incalzare della musica sembra prendere il sopravvento su quelle residue volontà che avevano fino a quel momento costretto alla sedia. Archi, fiati, percussioni si alternano in un gioco accattivante; trilli, vibri, gruppetti e fantasie musicali di qualsiasi sorta sono lasciati al genio di ciascun musicista. Certo chi mai avrebbe pensato che un senegalese potesse decidere di cimentarsi in una canzone hindi giusto per il lontano gusto di rendere omaggio ad un amico indiano rimpatriato poiché sprovvisto del permesso di soggiorno. Siamo così frastornati dai timori inculcatici da un sistema xenofobo quale quello in cui la nostra forma mentis si sviluppa e si connota, che perdiamo di vista una carrellata di valori che “sbadatamente” releghiamo all’oblio. A chi dunque può importare se il nostro paese si riduce ad un sistema settario il cui unico “valore-dovere” è quello di fare la spia ai fini di mandare in prigione un extracomunitario? Ma tutto ciò è estremamente giustificabile, e a quanto pare giustificato, se la posta in gioco è la nostra sicurezza! O meglio, questo è quello che ci vogliono far credere; peccato che il 17enne che riduce il vagabondo di Nettuno ad una torcia umana, o il 20enne di Pordenone che pesta a sangue un disabile solo perché omosessuale, siano italiani. Ma questo a chi interessa? Socrate, auspicando una società più giusta affidata ai filosofi, diceva : Saggio è colui che sa di non sapere;  nei rispetti di tale enunciato socratico, i nostri rappresentanti politici ci si sono largamente ritrovati: si credono saggi, ma soprattutto sanno di non sapere! O forse no?

Francesco Bruno

Annunci