Centinaia di richiedenti asilo passano per la città e diventano gli “invisibili della Caritas”. Reportage

A Gorizia è facile per uno studente sentirsi un po’ fuori luogo, le giornate sono appesantite da un ambiente un po’ spento e burbero. Le ferite di un confine opprimente sono riuscite a chiudere in sé stessa una città che la geografia e la storia hanno voluto ponte fra realtà diverse.

Per scoprire un angolo di mondo accogliente, sorridente e multiculturale, basta però fare un salto alla Caritas diocesana. Entrando non te l’aspetti, sei accolto da un ingresso in penombra e da odori che il naso non vorrebbe respirare. Presto però voci, volti indaffarati e accoglienti compaiono a ogni porta, e svanisce dal visitatore spaesato ogni senso di imbarazzo.

Nelle settimane scorse, in città si sono susseguite dichiarazioni e notizie dal fronte immigrazione. A Gorizia non bastava il confine slavo. Ora anche Gradisca ci porta il mondo in casa, col suo CARA (Centro di Accoglienza per i Richiedenti Asilo) che, come un tostapane a molla, caccia fuori i suoi ospiti dopo sei mesi di soggiorno.  La funzione del CARA è dare un tetto agli immigrati, NON clandestini, che, fuggiti dal loro paese, aspettano di sapere se verrà loro concesso lo status di rifugiato o la protezione (vedi approfondimenti sotto).  Questo viene concesso solo alle esperienze più “interessanti”, ovvero quelle motivate da un effettivo e grave pericolo per l’incolumità del richiedente. Il problema è che spesso sei mesi non bastano per arrivare ad un verdetto definitivo, anche perché spesso gli ospiti del Cara non perdono occasione per tentare un ricorso al tribunale.  Le risposte affermative sono rare. Molto più spesso, gli ospiti sono “invitati” a lasciare il nostro Paese entro 15 giorni. In ogni caso, qualunque sia il verdetto, dopo 6 mesi di permanenza al Cara vengono accompagnati alla porta: aspetteranno sulla strada che le autorità prendano una decisione.

Lasceranno Gradisca, verso la città (Gorizia e Monfalcone!), vagheranno a decine senza niente da fare, importuneranno gli onesti cittadini, chiederanno elemosine a ogni angolo di strada, getteranno quel poco che hanno in alcool e sigarette, fino a diventare stupratori folli. Non troveranno lavoro, perché non sanno nemmeno l’italiano.

È davvero questo il ritratto dell’immigrato “goriziano”? Certo, lo sarebbe. Se non ci fosse la Caritas.  Abbiamo conosciuto il suo direttore, Don Paolo Zuttion, ad un incontro organizzato per i giovani universitari. Abbiamo scoperto, così, che anche a Gorizia l’immigrazione è un problema. Chi sospettava che dietro la bella facciata storica del palazzo della Caritas vivessero stipati decine di immigrati – «accogliamo 96 persone in locali autorizzati per 24!»? Chi sapeva che molti di loro ricevono ogni giorno un pranzo nella mensa dei cappuccini e si spostano a dormire nel dormitorio Faidutti di piazza Tommaseo? Eppure questo accade in silenzio, a pochi metri dalle nostre case di famiglie felici e studenti indaffarati.

Qualche giorno dopo ci siamo presentati con macchina fotografica e registratore in via Vittorio Veneto numero 74, con l’aria di giornalisti sedicenti professionisti. Un romeno biondo sta aspettando impaziente il direttore, sotto la tettoia in giardino un africano taglia i capelli ai suoi compagni, afghani e pakistani stanno giocando a cricket su un campo improvvisato. Aspettiamo che la partita finisca e parliamo con Sabawoon. E’ fuggito dall’Afghanistan, dove i Taliban volevano ucciderlo perché lavorava come interprete per gli americani. Provenendo da una buona famiglia è riuscito ad arrivare in Italia via terra. Come richiedente lo status di rifugiato, si è recato spontaneamente in prefettura; è stato ospitato per qualche tempo nel Cara di Gradisca e ha infine ottenuto la protezione umanitaria, ovvero il permesso temporaneo di risiedere  e lavorare in Italia. È a Gorizia da quasi un anno e oggi, in cambio di vitto e alloggio, dà una mano a gestire la vita del Centro Prima Accoglienza della Caritas e a organizzare i turni di pulizia e di distribuzione della cena. Dalle sue parole si capisce che ha perso l’umiliante deferenza che normalmente queste persone hanno verso l’italiano padrone del suo destino. Non dice “Capo” o “Italiani brava gente”, ma ammette: «Mi dispiace dirlo a voi, ma gli Italiani sono molto razzisti, in particolare ultimamente. Non è per niente facile integrarsi.»

Giulio interrompe la nostra intervista. È uno dei tre stipendiati che lavorano regolarmente alla Caritas. Ci accompagna in giro per il centro: nella palazzina principale, una decina di stanze è piena di letti allineati uno contro l’altro; anche quelli che un tempo erano uffici della diocesi sono stati svuotati per accogliere altri «amici», come al direttore piace chiamarli. La sala mensa è ancora apparecchiata, «Chi non ha rispettato il proprio turno?!». Nella sala tv due lavagne sono piene dei segni lasciati dalla lezione di italiano della mattina, grazie all’aiuto delle maestre-volontarie che ogni settimana tentano in poche ore di insegnare le basi della grammatica italiana. Giulio è stato assunto a dicembre per far fronte all’arrivo di decine di nuovi ospiti. Italiano di Eritrea, parla inglese (e farsi!) come non te lo aspetteresti da un sessantenne. Il suo  compito sarebbe quello di gestire un rapporto diretto con gli ospiti del centro e di seguire le storie dei cittadini di Gorizia cui la Caritas ha concesso prestiti di microcredito. Ma non ha tempo. Una tale opera di ascolto richiederebbe ben altre forze: e così gli stranieri sono un po’ lasciati a loro stessi e i prestiti si trasformano spesso in beneficenza a fondo perduto.

«No demo più l’8 per mille ai prreeeti; mi no rive a fine mese e lori i da’ i schèi ai estracomunitari». Questo commento in goriziano maccheronico è ovviamente una nostra ricostruzione, ma di fax e telefonate che arrivano quotidianamente alla segreteria diocesana. «In realtà lavoriamo anche per i goriziani!», semmai il problema è che mancano i volontari. Oggi sono in quindici a gestire il centro d’ascolto e la distribuzione di abiti e oggetti vari ai bisognosi; una signora, che ha scelto di trascorrere qui la sua pensione, ci mostra orgogliosa gli appendiabiti ordinati su lunghe aste e le pile di scatole di scarpe, magliette, felpe stipate sugli scaffali nei corridoi.

«Sono molti gli italiani che si servono qui, spesso sono i clienti più scomodi, molti vagabondi con problemi di alcolismo», ci spiega don Paolo. Intanto il ragazzo rumeno insiste fuori dalla porta per parlare con lui. Vuole un biglietto del treno per tornare nel suo Paese; la Caritas li acquista direttamente in stazione e li consegna già timbrati a chi ne ha davvero bisogno, non dà mai denaro contante. «Cerchiamo di convincerli a spostarsi verso le grandi città, dove hanno sicuramente più chances di trovare lavoro».

 Come ha fatto il rumeno a individuare la Caritas come “istituzione” di riferimento? «Mi ci hanno portato i carabinieri». Chiaro.

Libera Chiesa in libero Stato, ma dov’è lo Stato in questa situazione? Cerchiamo di contattarlo, ci risponde al telefono. Cinque-sei-otto telefonate molto cortesi non bastano perché il sindaco Romoli è comprensibilmente molto occupato; salta l’intervista faccia a faccia, salta l’intervista telefonica, salta l’intervista per corrispondenza (risposta non pervenuta). Fra poco salterà anche la Caritas. Già da anni il S.Giuseppe è in vendita perché sarebbe molto costoso (per la diocesi) curarne il restauro. Per il centro di ascolto diocesano e il magazzino di vestiario e alimenti per i poveri c’è già un’alternativa: questi sono i servizi che una Caritas deve svolgere. Il “servizio albergo” sarebbe costretto a chiudere. A meno che…

Le strutture del vecchio ospedale, richieste in parte dalla Caritas per continuare la propria opera di accoglienza, sono a tutt’ora in disuso e in stato di abbandono. Le prospettive per il futuro sono di destinare gli stessi ad altri usi, sicuramente interessanti. Ma sono molte le palazzine del complesso. Per tutte un uso è già stabilito? Basterebbe qualche stanza!  L’ospedale è proprietà della regione, ma serve un progetto comunale per chiederne l’utilizzo. Siamo certi, gentile Amministrazione Comunale, che un posticino, umile e discreto, per chi pensa globale in questa Gorizia localista, non si possa trovare? Intanto però il comune è pronto a stanziare 200 euro una tantum per chi adotta un cane (www1.comune.gorizia.it/ufficinew/ambiente/adottacane.php). È sbagliato sommare mele con pere, ma per finanziare animali o immigrati il Comune pesca nello stesso salvadanaio. Evidentemente è questione di priorità: a Gorizia è meglio integrare cani-razza-Isonzo che dare un letto a uomini di strada che parlano lingue impronunciabili.

La legge però prevede che sia lo stato a curarsi, attraverso il terzo settore, dell’inserimento di chi è stato accolto. A farlo dovrebbe essere lo SPRAR, il Sistema italiano di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati: il principio base è l’accoglienza in piccole comunità; all’immigrato viene assegnato un alloggio in città, fra la gente, e non in un centro anonimo e spaesante, con lo scopo di promuovere l’apprendimento della cultura italiana e di un mestiere. Questo sistema è però solo parzialmente avviato. «A Gorizia c’è dal 1 aprile di quest’anno. La Caritas ha ricevuto la “sponsorizzazione” della provincia (che in alternativa al comune può fungere da ente locale promotore) per farlo partire, ma attualmente ospita solo 15 persone; è insufficiente per il centinaio di bisognosi che gravitano in città. Oltre a essere più utile, questo sistema è più economico: ogni immigrato costa 45 € al giorno se parcheggiato in un CARA, 25 se assistito dallo SPRAR. Ma qui non si vuole accogliere. Il messaggio che viene trasmesso allo straniero dev’essere: “prima te ne vai, meglio sarà per tutti”», ci spiega Adalberto, uno degli impiegati.

Salutiamo, un’altra foto e via. Non è tutto oro quello che luccica alla Caritas. Ma crediamo che per eliminare le inefficienze non serva altro che rimboccarsi le maniche. In via Vittorio abbiamo trovato gente che, malgrado tutto, fa sul serio. Se siete della stessa pasta, avanti, c’è posto. Innanzitutto, andate a farci un giro. Riscopriamo le radici cristiane dell’Italia.

«Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l`avete fatto a me». [MT, 25, 34-40]

  Giovanni Collot

Francesco Marchesano

Francesco Plazzotta

 

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