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La Umma Ridente 

Siamo gentilmente, cordialmente se non financo irenicamente invitati ad esprimere il nostro dissenso. Blog e conferenze non sono certo inutili, ma se nella realtà quotidiana questo viene ripetutamente mortificato, permetteteci di esser un po’ – almeno un po’- sfiduciati.  Pensavamo che la parola fosse uno strumento importante per esprimere le proprie opinioni. Uno strumento per essere compresi e ascoltati. Ci abbiamo provato. Il risultato signori?! Zero! Nulla! Il vuoto! Figurarsi, si trattava di richieste semplici di studenti semplici, nella norma … l’unica sfiga è quella di appartenere ad un curriculum fuori dalla norma.

Ma procediamo per punti. 

  • Orari di 12 ore al giorno sono un po’ pesantucci, se di cognome non fai Stachanov. Anche i lavoratori han conquistato le 8h! E non lavorano il sabato. Noi sì. Fino alle 14. (Dalle 8). E con un’ora di ubiquità … le più stimolanti! E non è l’unico caso alla settimana. Forse oltre ai soliti epiteti di “extraterrestri”, “extracomunitari” dovrebbero aggiungere “extraordinari funamboli”!

 

  • I docenti a contratto (l’ORGOGLIO del nostro corso, giusto?!) non sanno neppure il programma da svolgere. Non sono informati su come gestire gli orari che si accumulano tutti al 2° semestre. E chiaramente al venerdì e al sabato! È così difficile trovare dei contrattisti per un polo d’ “eccellenza”? Senza contare corsi (e professori) giudicati di serie A e di serie B … ovviamente A si sovrappone a B ma B non ad A, nemmeno se A è terminato! Sembra una barzelletta, ma …

 

  • Non parliamo poi della stima di cui gode il curriculum presso professori e compagni. Qualcuno ancora si stupisce della nostra esistenza! E grazie della vostra solidarietà! È un peccato, soprattutto perché da quest’anno si è manifestato un certo interesse per il nostro curriculum e per i corsi che seguiamo, invertendo la tendenza degli anni passati.

 

MALI COMUNI. MEZZO GAUDIO? 

  • Ci dispiace infierire sull’organizzazione della segreteria, ma non ci rendono certo la vita più facile. Se gli orari, l’inizio dei corsi e le date degli esami uscissero per tempo potremmo esercitare meglio il nostro dono dell’ubiquità (vedi sopra).

 

  • Inoltre, se ad una conferenza non ho voglia di andare perché non mi interessa, gradirei che nessuno mi ci forzasse solo perché fa brutta figura. La prossima volta si preoccupi di fare qualcosa di utile ai destinatari (gli studenti, si suppone) e non agli organizzatori. Anche se è estremamente di moda qui da noi! Se ci sono tutti questi soldi (o lo fanno per beneficienza!?) perché non utilizzarli in maniera più razionale? Ci risulta che alcuni corsi di quest’anno siano stati attivati coi fondi studenteschi, mentre le casse universitarie piangevano … Senza contare che per le conferenze indette dalle “autorità” si ferma il mondo e fiumane di scolaretti, con cartelle e in fila per due sono convogliati ad ascoltare le perle degli adulti. Al contrario, quando qualche studente si arroga il diritto di organizzare qualcosa … che si aspetta?! Striscioni sul corso? Che si trascurino importanti lezioni solo per lui? E che ritorno si avrebbe? Se ti interessa, attaccati! Prenditi le tue responsabilità. Ma allo stesso tempo vogliono che seguiamo le conferenze. Cioè, non tutte. LE conferenze. “Perché vi offriamo anche succose opportunità d’apprendimento extracurriculari!”

 

Finora abbiamo chinato la testa, ma siamo arrivati al culmine. Ora non siamo più bambini e abbiamo il diritto e il dovere di arrabbiarci. Le lamentele sappiamo che non portano da nessuna parte, ma troppi muri ci son stati eretti contro. Scusateci le male parole, ma la cortesia abbiam visto non paga. Fateci almeno sfogare. 
 

IL PRIMO ANNO SEE

Questo articolo nasce in ritardo. In ritardo, infatti, mi sono accaparrata uno spazio su Sconfinare, in ritardo ho deciso di quale libro avrei parlato, in ritardo ho inviato l’articolo. Il problema è stato tutto nella scelta del Verbo. Io ho optato per le esperienze, lo stile, la spiritualità pragmatica della Fallaci, ma proprio perchè la mia stima per questa donna è cresciuta nel corso dell’adolescenza sono terrorizzata al pensiero di non dedicarle un tributo meritevole; così come mi crea qualche problema il pregiudizio di alcuni, che di lei respirano solamente il profumo della rinascita ideologica. Ma chi offre sagacia, cultura, etica non può non essere letto, a prescindere da tutto.
La prima cosa che si nota in questa scrittrice è una versatilità che la porta a confezionare romanzi, articoli ed interviste sempre con la medesima scioltezza, un condensato di tutte le parole che ha divorato dal piatto letterario dei più grandi ristoratori di tutti i tempi. C’è poi in lei una conoscenza della storia che la rende al tempo stesso disillusa e combattiva -non a caso nelle interviste ricorre spesso la curiosità di scoprire il rapporto che lega gli altri alla divinità o la necessità di concedere ai giovani la possibilità di sfatare il mito di una generazione ignorante e disinteressata. Ne “Gli antipatici” sono inserite diciotto interviste che la Fallaci fece ad attori e registi, musicisti e titolati, playboy e miliardari, politici e atleti, tutte nel corso del 1963 e tutte come inviata per “L’Europeo”. In tutte ci regala una testimonianza che confonde i limiti delle rispettive categorie e ne reinventa la percezione. Con alcuni ci riesce meglio, con altri ci litiga meglio, con tutti emerge una sfumatura dell’icona, un’umanità da libro e non da copertina. Le interviste raccolte nel volume spaziano tra le sfaccettature dell’uomo e quelle dei momenti storici, sfiorano usanze di stati diversi e fotografano ambienti intimi; insomma, la Fallaci punta ad un bersaglio preciso ma la freccia è l’atmosfera che circonda l’oggetto della sua indagine.
La prima ad essere sottoposta al girare ritmico dell’allora avanguardistico magnetofono è Ingrid Bergman, l’algida “Donna in grigio” che parla correntemente cinque lingue, che concede l’intervista in italiano per poi recitare la sera stessa in francese, che è nata in Svezia e ha trovato nell’America un rifugio. La segue “Il mangiatore di cannibali”, Don Jaime de Mora y Aragòn, fratello maggiore della regina Fabiola del Belgio, giullare tragico della dolce vita mondiale. La terza intervista, la mia preferita, è quella a Nilde Iotti, la donna integra, intelligente, che insegna quello che lei stessa ha dovuto imparare, “La compagna di Togliatti” è   una protagonista della rinascita italiana che crea paradigmi senza l’intento di catechizzare. Poi tocca al “Famous italian director”, Federico Fellini, quello a cui la Fallaci dava del tu e diede in seguito del lei, quello che Jeanne Moreau un po’ più avanti nel libro definisce “un tale bugiardo che la menzogna diventa alla sua buona fede verità sacrosanta”. Quindi Arletty, “Gli occhi del Paradiso”, l’attrice simbolo della belle époque del cinema francese, l’interprete di “Les enfants du Paradis”, che divenne cieca e ossessionata dalla propria cecità, colei che fu salvata dalle cose buffe e cita le geniali battute di Prévert. Nella squadra dei miliardari la Fallaci riesce ad inserire Francisco -Baby- Pignatari, l’uomo che possedeva “i gesti lenti e sicuri dei diplomatici e la erre così moscia che ad un certo punto cessa d’essere moscia per non esistere più”; il marito di Ira Fürstenberg, la quale data l’occasione si infila nell’intervista. “La parte di minorenne” tocca a Catherine Spaak, la nipote di quel Paul Henri primo ministro del Belgio, la quale dello zio non ricorda nulla se non l’immensa pancia e la quale, per la verità, non sa nulla nemmeno di quello che le succede intorno; si merita ugualmente la tenerezza della Fallaci per la freschezza dei propri ragionamenti, oggi si dice che ci sono tanti tipi di intelligenze. Gianni Rivera rappresenta la categoria degli sportivi, è qui “Il figlio del ferroviere”: il calciatore più forbito della storia, puntuale nelle risposte che sono un chiaro frutto di riflessioni pregresse, il ragazzo che scioglie le generalizzazioni dell’autrice sulle nuove generazioni e non sa ancora immaginarsi in quel futuro senza calcio che per lui diventerà niente di meno che un seggio al Parlamento Europeo (l’intervista è soprattutto per quelli che, come me, avrebbero volentieri esclamato:”un calciatore al Parlamento Europeo?!”). Personaggio non meno interessante è la contessa Afdera Fonda Franchetti, imperatrice dei salotti culturali newyorkesi, sorella di un Nanuk (che vuol dire uomo del Nord), di una Lorian (che è il nome di una palude africana), di una Simba (che è il nome di una leonessa), lei stessa chiamata con il nome di un vulcano e soprannominata da Hemingway “sophisticated puppy”; una persona seria con un lato frivolo, non una persona frivola con un lato serio. L'”Addio toro” è dedicato ad Antonio Ordoñez, il torero più famoso degli anni Cinquanta e Sessanta, a lui la Fallaci diede del “vaccaro fascista”, poi fecero la pace e poi fecero l’intervista; era profondamente cattolico, profondamente amante dei tori che allevava e uccideva, profondamente amico di quell’Hemingway che sembra essere ovunque. L’intervista al matador viene seguita da quella di Cayetana d’Alba, una “Duchessa”, una sessantina di titoli nobiliari frutto di secolare incestuosa vanità, un’omonima antenata che posò nuda per Goya, gioielli e castelli, un riserbo spaventato nel tacere su Franco e tanti complimenti agli aristocratici suoi conoscenti. “Ed è subito Nobel” è il capitolo riservato a Salvatore Quasimodo, il Poeta altero e triste che per la maggior parte dell’intervista insulta colleghi e non, che sdegnosamente rifiuta i ridondanti inviti telefonici ad un convegno in provincia di Varese, e che alla fine accetta, l’uomo che non si può salutare se non con un “Arrivederci professore”, una parola di più e diventa troppo. Dopo, oltre a delineare con somma acutezza il carattere del sommo regista, “La femme fatale” Jeanne Moreau offre la particolarità del proprio volto all’abilità descrittiva della propria intervistatrice e racconta le origini disagiate e l’ambizione costante, in un vortice di pensieri che sfatano un mito e ne creano un altro. “Il signor Castità”, Lord Alfred Joseph Hitchcock ripete le sue storielle che non cambiano mai e affascinano sempre, sulla suspanse, sul Mac Guffin, su quanto gli piaccia che le sue fantasie criminali vengano materializzate da veri assassini, e compatisce l’interlocutrice perchè dovrà descrivere un uomo di cui non sa nulla mentre l’interlocutrice compatisce lui, di certo l’uomo più cattivo che abbia mai incontrato. Lo spazio della “Mamma tragica” è quello di Anna Magnani, che sa divertire con l’accento romano, con i suoi “Oria’! Ma questa che vole?”, i suoi aneddoti su quel cafone di Marlon Brando, che è simpatica e misteriosa. “Il grande seduttore” fu invece una delusione: Porfirio Rubirosa, sposo delle più potenti e belle donne della terra, si fece spaventare dal girare ritmico dell’allora avanguardistico magnetofono e le sue notissime doti di conversatore, le sue perle di saggezza, rimasero così privilegio dei pochi che già le conoscevano. Quella di Natalia Ginzburg, “Con molto sentimento”, è invece l’intervista preferita della Fallaci, quella che fece ad una donna che “assomiglia incredibilmente ad una zia e non ha le stigmate esteriori della scrittrice”, quella in cui si fece raccontare di Leone Ginzburg, della Storia, dei libri, quella in cui Natalia Levi le scrisse e le recitò la poesia che compose per il marito che le venne ucciso. “Il demonio di Mount Kisko” conclude la serie presentando un compositore che ebbe poca fortuna in Italia e tanta in America, che conobbe Toscanini e creò il prestigioso Festival dei Due Mondi di Spoleto: Giancarlo Menotti.
Un nome che, come gli altri, vale la pena riempire di qualche significato.

Gli ultimi giorni di maggio hanno visto un folto manipolo di studenti del SID, iscritti e simpatizzanti, partecipare al viaggio di visita presso le istituzioni europee organizzato dalla sezione goriziana del Movimento Federalista Europeo.

Il tour di cinque giorni ci ha visto raggiungere la città tedesca di Francoforte e quella francese di Strasburgo, dove hanno sede importanti organi comunitari.

Trascorsa una entusiasmante notte in autobus, la fredda e piovosa accoglienza della città sul Meno è stata mitigata dal benvenuto riservatoci presso la Banca Centrale Europea, nella quale dopo la visita guidata abbiamo assistito alla conferenza dei dott. Mazzaferro e Zisola sul ruolo e le funzioni della BCE, spaziando attraverso argomenti di più stretta attualità quali i rischi continente di fronte alla crisi economica e le risposte europee.

Dopo un lauto pasto e una breve visita della città sul Meno, ci siamo diretti oltreconfine verso la città di Strasburgo e il luogo di pernottamento per le successive tre notti: Munster, un piccolo comune alsaziano di 4000 abitanti con una pensione a conduzione familiare la cui capacità ospitante ha sorpreso tutti noi.

Il giorno successivo è stato dedicato alla visita libera della città, che per la sua identità biculturale è conosciuta come una delle capitali dell’Unione: dalla cattedrale gotica al centro storico della Grand Ile, patrimonio Unesco; oltre che, ovviamente, alla ricerca di qualche specialità alsaziana per i pasti e qualche svago serale.

Il viaggio è proseguito l’indomani, con la visita al Consiglio d’Europa, il tour guidato alla Debating Chamber dell’Assemblea e la conferenza sul ruolo di questa organizzazione internazionale, ancora troppo spesso sconosciuta, o peggio, confusa, con le strutture istituzionali dell’Unione Europea (il Consiglio Europeo). Questa organizzazione (di cui fanno parte, per intenderci, anche paesi come Russia e Turchia) ha lo scopo di promuovere l’identità culturale europea vegliando sul rispetto per i diritti e la democrazia, predisponendo e favorendo la stipulazione di accordi e convenzioni internazionali tra gli stati membri. Tra le istituzioni che dipendono dal Consiglio d’Europa, la Corte Europea dei diritti dell’uomo (CEDU).

L’ultima sera a Strasburgo abbiamo avuto modo di trascorrerla in compagnia dei giovani della sezione JEF (Jeunes Européens Fédéralistes), occasione di svago e di confronto sulle tematiche e le battaglie comuni che portiamo avanti nei rispettivi paesi.

Come ultima tappa del viaggio, la visita al Parlamento Europeo ci ha portato ad assistere dalle tribune a parte della seduta parlamentare dalla tribuna e all’entusiasmante e piacevolmente informale dibattito con la parlamentare europea uscente P. Napoletano, vice presidente del PSE e della Commissione esteri. Oltre al coinvolgente entusiasmo della nostra connazionale nel raccontare il funzionamento di una sessione plenaria e la sua personale esperienza politica, l’onorevole ci ha intrattenuto con il resoconto del recente viaggio a Gaza con la delegazione europea nei territori palestinesi colpiti dal recente conflitto.

Un viaggio che ora, a meno di un mese dalle elezioni per il rinnovo del parlamento, non poteva che risvegliare le coscienze europeiste di ciascuno di noi.

Matteo B. Lucatello
www.matteolucatello.it

In questo momento ascolto i Ramones a palla e spero proprio che ai miei vicini stia dando terribilmente fastidio. Diavolo, spero sia la cosa più fastidiosa che abbiano mai ascoltato in assoluto in vita loro. Così fastidiosa da non riuscire a studiare, a guardare la tele, a leggere il giornale o a parlare di soldi e di politica. Anzi, spero che chiamino pure la pula per schiamazzi notturni. Anche se non sto schiamazzando, si chiama punk, fatti una cultura! e tecnicamente sono, ehm, le quattro di pomeriggio. Ma non cerchiamo il pelo nell’uovo. Perché una cosa del genere manca davvero nel mio curriculum. Altro che stage o roba così. Io parlo delle cose che contano sul serio, metti che poi alla Rock And Roll High School la richiedano una multa per schiamazzi, non voglio per nulla farmi trovare impreparato. Già comincio ad essere vecchiotto e questi dettagli ti penalizzano, avrei dovuto fare la primina anch’io come tutti e saltare un paio di classi e prendermi avanti per tempo, invece di cazzeggiare. Competizione! Che magari va a finire che qualche pischello dell’ultima ora mi passa davanti in lista perché ascoltava il suo stereo a un volume più alto di quanto non facessi io. Non lo tollererei.

Insomma. Spero proprio che qualcuno qui fuori non riesca a sopportarmi per nulla, e men che meno quando ascolto i Ramones. Spero proprio che l’hostess dell’Alitalia che vive sopra di me non riesca a riprendersi dal suo turno di notte, già gli dava fastidio la chitarra acustica quando suonavo Bach, figuratevi questo. Spero che nessuno riesca a portare avanti alcunché (“portare avanti”, che espressione tremenda). Spero che non riescano più a lavarsi, a farsi una doccia o tingersi i capelli o tagliarseli o a farsi il riporto, a prendere integratori vitaminici, a seguire diete equilibrate, organizzare riunioni o leggere l’agenda o radersi o fare sport. Spero che nessuno sia capace di preparare il modulo e di pagare le tasse (soprattutto questo!), contrarre il mutuo (io spero di vaccinarmi) o prendere numeri per mettersi in qualche coda, una delle tante. Spero che i padri non possano padrizzare e le madri non possano madrizzare, così finalmente i bambini riusciranno a fare i Bambini. Spero che nessuno riesca ad ascoltare il proprio medico e meglio ancora l’avvocato o il commercialista, (per non parlare poi dei notai che sono i peggiori di tutti: almeno gli altri qualcosa del loro ci mettono, non solo la firma). Spero che per una volta tutti smettano di perdersi in stronzate e che, se non altro, per un istante si guardino negli occhi prima di decidere cosa fare prima di tirare le cuoia come ogni Comune Mortale. A quel punto spero che facciano spallucce e si accendano una sigaretta e poi un’altra e rimangano ad ascoltare, che escano in strada visto che c’è il sole o magari che se ne finiscano tra le lenzuola una buona volta, insomma gente! E’ lunedì e guardate che sole! E infine spero che vengano a bussarmi alla porta per farmi smettere. Non sentirei nulla, figuriamoci, divento ogni giorno più sordo quando qualcuno bussa e non mi dispiace per niente. Mi sa proprio che dovrebbero buttarla giù a spallate, e sapete cosa gli direi una volta che fossero qui in casa mia, davanti a me che scrivo al computer, prima ancora che possano aprire bocca? La birra è nel frigo, e ce n’è per tutti.

Un quadro politico – economico 

Negli ultimi quattro mesi l’Ecuador è stato segnato da una forte campagna elettorale che ha portato alle elezioni generali del 26 aprile scorso dalle quali il Presidente in forza Rafael Correa è risultato vincitore già al primo turno, con una maggioranza del 52 % circa. Il risultato era aspettato e rappresenta la conferma da parte dell’Ecuador di voler aspirare a un progresso nazionale e a un nuovo peso internazionale.

La vittoria di Correa è il simbolo di una nuova speranza per la popolazione ecuadoriana che ha visto effettuato negli ultimi dieci anni un cambiamento drastico della società ed ha vissuto in un clima di instabilità politica, segnato dalla fuga del presidente Lucio Gutierrez (2003-2005) e dalla Presidenza di transazione di Palacios, dal quale gabinetto è spiccata la figura dell’allora ministro dell’economia, Rafael Correa.

Il personalismo con cui Correa ha portato avanti la sua politica è molto forte ma rappresenta bene la volontà del paese di un cambiamento, che al momento nessun altro dei sette aspiranti al Palazzo di Carondelet poteva impersonare. Il presidente deve infatti racchiudere in sé tutti gli elementi costitutivi di un piccolo Paese, ricco però di differenze abissali e di tradizioni contrastanti. Deve ovvero racchiudere l’anima delle tre grandi aree geografiche del paese: la Costa, la Sierra (la parte andina) e l’Amazzonia, quindi i movimenti indigeni e le loro tradizioni.

Il Paese ha dovuto far fronte negli ultimi dieci anni a problemi sempre più crescenti, dovuti anche ad una nuova esposizione in ambito internazionale. Oltre alla perdita di una politica monetaria propria, attraverso l’abbandono della moneta nazionale in favore del dollaro americano, il Paese ha dovuto far fronte a problemi sempre più frequenti di narcotraffico provenienti dalla Colombia, tutt’oggi esistenti; a una spinta emigratoria molto forte verso le tre principali destinazioni: Stati Uniti, Spagna ed Italia; a uno sfruttamento ineguale delle ricchezze del Paese, quali petrolio, oro ed argento, ma soprattutto acqua (essendo l’Ecuador il Paese con più alto numero di falde acquifere); ad una crescente violenza, soprattutto urbana, aumentata fin al punto da rendere Quito una delle capitali più a rischio dell’America Latina; a livelli di analfabetismo ancora molto alti, dovuti soprattutto a un sistema educativo che fino a poco tempo fa non prevedeva la gratuità delle scuole elementari; all’assenza, infine, di un’educazione basica sui temi di sessualità, fecondazione e contraccezione, che implicano ancora un forte tasso di natalità, ma anche problemi di incesti, disabilità, malattie veneree e altro.

Non tutto è oro ciò che luccica, innegabile, ma non bisogna neanche dimenticare che alcuni passi fondamentali sono stati fatti. Negli ultimi dieci anni si è progressivamente andata estinguendo la proprietà latifondiaria in favore di piccoli contadini che nel sistema delle grandi proprietà erano ridotti a schiavismo. Inoltre, la conversione di massa all’evangelismo operata da missionari statunitensi, soprattutto nella parte andina del Paese, ha risolto indirettamente non pochi problemi di alcoolismo e di tabagismo. Infine, l’affacciarsi sui mercati internazionali da parte dei prodotti ecuadoriani e la stabilità derivante dal dollaro hanno dato una marcia in più all’economia nazionale, basata su prodotti primari quali banane, gamberi, fiori e caffè (senza dimenticare il petrolio!).

La speranza che Correa ha dato al Paese dal 2007 fino ad oggi si è concretizzata nella nuova Costituzione, approvata per referendum nel settembre dello scorso anno, che istituzionalizza alcuni valori e concetti veramente progressisti ed innovativi. Dalla sua approvazione, il Parlamento è stato sciolto ed è stato creato un “Congresillo”, organo legislativo di transizione, che ha in questi mesi approvato leggi di carattere fondamentale per la società e per l’economia nazionale. Forte del plusvalore generato nel 2008 dai prezzi del petrolio, Correa si è lanciato però in una politica sociale abbastanza ambiziosa per i livelli preesistenti di spesa pubblica nazionale, aumentando tale spesa del 67 % rispetto all’anno precedente. Il cancro del sistema risiede tuttavia nel non aver istituito una forma di redistribuzione delle ricchezze tra i cittadini, meccanismo tuttora inesistente e che rende ancora più evidente la divisione tra ricchi e poveri, ma appoggiandosi sui prezzi volatili del petrolio nella speranza di un perdurare del buon momento. Purtroppo, lo shock economico ha trascinato anche l’Ecuador verso il basso, non potendo competere più di tanto sui mercati internazionali con i deboli prodotti primari (deboli per la loro sostituibilità). Questo elemento, l’abbassamento delle esportazioni, la riduzione delle rimesse estere, l’annullamento di prestiti internazionali, eccezion fatta per il Governo cinese che si comincia ad affacciare nel “feudo USA”, hanno messo in crisi negli ultimi mesi il “sistema Correa”, senza però per questo impedirgli la rielezione.

Ad ogni modo rimangono i problemi economico e diplomatico, quest’ultimo in relazione alla Colombia. Ma il voto è stato in definitiva una dimostrazione di fiducia nell’operato di un governo personalistico, irascibile, alla volta pro e contro Stati Uniti, alla volta amico dell’Iran, alla volta portatore dei valori del Socialismo del XXI secolo. Un Paese sulla scia di altri del suo continente, quali Venezuela e Bolivia. Ma che soffre tuttora di molti tarli: nella propria struttura istituzionale e nella propria società.

Edoardo Buonerba

edoardo.buonerba@sconfinare.net         

ex-stagista SID presso l’Ambasciata d’Italia a Quito

 (tra rospi e intrugli di streghe senza processo)

Anche la poesia oggi viene dimenticata. Produzioni poetiche odierne pubblicate e abbandonate. Così ridondanti, così facilmente accessibili. Nulla emoziona, niente è più vividamente descritto. Una poesia immobile, rattrappita. Noiosa ed annoiata. Trascurata perchè non rispondente all’attuale principio del concreto. Un mucchietto di parole, frasi scritte tutte a sinistra ammassate dagli enormi spazi bianchi di destra. A volte però si riscopre ancora lo stupore. A volte ancora permane l’insistenza di un bagliore. Ancora qualcuno ridona alla produzione poetica bellezza, calore, lo stato di sublime necessità. Umilmente la mano di quel qualcuno risponde all’istinto. Innocente cede il passo all’irrazionale. Quell’istinto è di nuovo poesia.

     Non servono grandi città, il gusto sofisticato della metropoli per riscoprire sentimenti universali; la meraviglia non necessita di slogan o di pressanti campagne pubblicitarie. Piano piano il verso nasce ad Andreis lucido, schietto, autentico. Il verso di Federico Tavan, poeta friulano delle valli. Così si incontra la sua poesia, umilmente essa si dona e subito si fa amare. Inizialmente Tavan scrive per disperazione, dice. Nel verso emerge una vita passata tra ospedali, ambulatori e centri di igiene mentale: posti che non fanno per lui, come egli stesso afferma, per i suoi comportamenti poco comprensibili, le ansie ricorrenti, i pensieri audaci. Nel suo vissuto  Federico Tavan arranca in uno stato precario, non cerca pietà, non ricorre all’autocommiserazione. Esprime se stesso, la sua sofferenza. Poi l’incontro col gruppo culturale Menocchio, immediatamente si scopre la forza della sua scrittura, di quei versi in friulano che suonano come un urlo disperato. Sui quaderni del Menocchio di nuovo quei versi tutti a sinistra ora riempiono il silenzio del bianco che li affianca. Nascono così le prime pubblicazioni e segue la mobilitazione di alcuni scrittori (tra cui l’amico Paolini) affinchè il poeta -nostra preziosa eresia-, com’è stato definito, possa beneficiare della legge Bachelli che concede un vitalizio a cittadini indigenti distintisi nel mondo dell’arte.

     Quella di Tavan è arte pura. Scrive per piacere. Fugge con i suoi canti la modernità mentre alla ricerca di sentimenti autentici, di relazioni sincere, della realtà delle parole fagiolo, cane, zucca, Tavan scrive e segna sul foglio il destino di un uomo. Un uomo comune, pifferaio di vite comuni vissute al limite. Ed è proprio l’esperienza del finito che rende pura la sua poesia. Custode di sentimenti che non fanno storia, di vissuti che guastano il paesaggio, il poeta si fa portatore del grido delle pantegane che infangano le mani. Si ribella alla propria condizione, canta il mondo dei non vincenti, ma senza rassegnazione. La sua poesia è un grido universale io muoio su una croce diversa/ mordendo i chiodi/ e spingendo i piedi/ verso il basso a sentire/ l’erba che cresce. La produzione di Tavan nasce in questo modo, tra letture e interpretazioni dei maudit e del caro maestro Pasolini di cui egli continua l’opera in friulano. Ama gli eremiti, gli emarginati, ama le contraddizioni per restare se stesso. Tavan mette in luce l’esistenza di chi è in ombra, porge spiragli di purezza.

     Come spesso accade però dopo le prime pubblicazioni la necessità cede il passo all’abitudine. Tavan allora non scrive più, rifugge l’attuale meccanismo dell’efficienza. Mentre le sue pagine conservano valori e valore nel tempo, egli smette quando entra nei meccanismi umani.

E ‘i son passatz tre dis … ‘I àn sfurcjat la puarta, ‘i àn parat jù i armarons e al comodin. Jo ju spetave, platat sot al liet. “AH, DIU! ‘I SON RIVATZ I UMANS”. 

Nicoletta Favaretto

Questo articolo è un atto d’amore per l’Europa, dunque è ingenuo. E’ un atto d’accusa alla nostra politica, dunque è banale. Parla delle elezioni europee, dunque è originale. Davvero. Superate le polemiche circa le frequentazioni del nostro premier, che certo non mi sorprendono, e quelle circa le ‘veline’ che prima c’erano e dopo no, qualche giornale finalmente deciderà –magari, si spera, prima del sei e sette giugno- di parlarci compiutamente delle europee e dei candidati, o addirittura –ma questo è un sogno- del referendum, graziosamente spostato al ventuno giugno per la gioia di tutti gli universitari fuori sede d’Italia.

Europee, dunque.

Facciamo parlare i dati e i fatti. Primo fatto: al 2009, gli eurodeputati italiani sono i più pagati d’Europa, pur essendo presenti in media a Bruxelles per meno del cinquanta –sic!- per cento del tempo. Uno degli esempi più gustosi è Bova, PD, presente in parlamento una sola volta, il giorno in cui, due mesi dopo l’elezione, veniva finalmente dichiarato decaduto per incompatibilità (era incompatibile fin dall’elezione però). Mica solo Bova, però. I nostri eurodeputati sono anche i più veloci nel farsi sostituire. Si sono visti anche i sostituti dei sostituti.

Cosa vuol dire tutto questo? Che per noi, semplicemente, l’Europa non conta. E’ un ottimo parcheggio, in attesa di un posto migliore. Soprattutto a partire da quest’anno, dopo la riforma europea degli stipendi degli europarlamentari, che sono stati fissati allo stesso livello per tutti i Paesi. Risultato? Che molti nostri consiglieri regionali guadagneranno di più dei nostri europarlamentari, e quindi tutti aspireranno alla carica in Regione, piuttosto che a Bruxelles.

Bene, si potrebbe commentare. In fondo, il messaggio che l’attuale governo fa passare è che l’Europa non sia altro che un ostacolo alle giuste italiche. Un’Europa pesantemente burocratica. Un’Europa per nulla unita sulle questioni importanti. Un’Europa insignificante, ma che riesce comunque ad essere fastidiosa.

Ma è anche l’Europa dell’Euro, che nonostante quel che dice la vox populi, ci ha salvati dalla Lira, che non avrebbe retto nemmeno alle crisi degli anni scorsi, figuriamoci a questa.

E’ l’Europa che con una riforma seria della questione dell’unanimità potrebbe risolvere i suoi problemi politici, e questo se i governi europei solo volessero.

E’ l’Europa dei cavilli burocratici, su questo non c’è alcun dubbio, e assurda come qualunque burocrazia. Ma è l’Europa che riesce a far convivere 27 paesi, 23 lingue, quasi 500 milioni di abitanti e le loro leggi, nel più ardito tentativo di unione di popoli della storia. E come tutte le burocrazie enormi –ma qualcuno ricorda quella sovietica?- ha risvolti da follia. Ma questo non ci autorizza ad ignorarne le norme, come l’Italia fa ormai per prassi.

Perché il nostro, lo ripeto spesso, è un Paese strano, che dice una cosa e poi ne fa un’altra. Il nostro governo odia Bruxelles, e ne è fortemente ricambiato. Rimane Paese membro, ma i suoi eurodeputati fanno tutto tranne che andare alle sedute del parlamento. Ignora con gran faccia tosta le leggi che si approvano lì, facendo poi credere al popolo che noi, alla fin fine, si fa quel che si vuole. Ah, sì? Guardiamo un po’.

Annualmente, quante leggi italiane sono in realtà state approvate dal parlamento europeo? Sparate pure una qualunque percentuale, non indovinerete mai. L’ottanta per cento.

L’ottanta per cento delle leggi italiane sono state prodotte a Bruxelles. E, il più delle volte, i nostri eurodeputati non ci sono. L’ottanta per cento delle nostre leggi, se i dettami di Aristotele sono esatti, sono dunque scritte dagli altri Paesi. E non è una cosa indifferente, sapete. Tre esempi per dimostrarlo.

Primo. E non per tirare in ballo la mia terra, ma un fatto che danneggia l’Italia intera. In queste settimane è stata approvata una legge per la quale il Vino Rosato può essere prodotto anche con uve di diversi tipi –bianche e rosse. Il Rosato del Salento viene prodotto con un solo tipo di uva: tutt’altra qualità, ma adesso il nome è lo stesso. La nostra sparuta delegazione –cioè chi dei nostri si trovava a passare da lì- ha votato a favore.

Secondo. E’ stata approvata una bella leggina che rende possibile produrre pasta con grano tenero, anziché duro. Qui, in tutta sincerità, non ho idea di dove fossero i nostri.

Terzo. Le reti da pesca. Secondo una legge voluta dai Paesi scandinavi, i buchi delle reti dovrebbero essere di un certo diametro. Bene: diametro ottimo per i pesci dei mari nordici, enormi, ma non per quelli del Mediterraneo. Se i siciliani seguissero la norma europea, non pescherebbero nulla.

Ora, voi potrete pure dire che queste sono sottigliezze. Ma per l’ottanta per cento le nostre leggi sono scritte da altri. A questo punto, o usciamo dall’Unione Europea, o cominciamo a mandare gente che all’europarlamento poi ci vada.

Ho esaminato le liste dei candidati per le europee. Liste quasi del tutto impresentabili. Quelle del Pdl, vergognose, dal Nino Strano che mangiava la mortadella al gran ritorno di Mastella –e non aggiungo altro, per pietà verso i lettori. Quelle del Pd, dove presentabili, impresentabili e ottime scelte sono ben mischiati in modo tale da perdere quanti più voti possibile; quelle dell’Idv, macchiate dalla candidatura di gente che poi a Bruxelles non ci andrà, a cominciare da Di Pietro; quelle dell’Udc, in assoluto le più atroci, e davvero non saprei da dove cominciare a criticare: da Magdi Allam o da Emanuele Filiberto? Ma forse andrei sul sicuro citandovi De Mita, per la serie ‘giovani leve all’Europarlamento’. E infine le liste di Sinistra e Libertà, per le quali però alla fine non si possono fare grandi discorsi perché non saprei dire quanti deputati potrebbe riuscire a portare in parlamento (ma spicca tra di loro Margherita Hack, questo va sottolineato).

E’ una carrellata assolutamente arbitraria, lo riconosco. Ma riconoscetemi almeno, al di là delle idee politiche di ognuno, che decidere di mandare in Europa dei rappresentanti come De Mita, o Mastella, o chi per loro, non è sintomo di grande considerazione per l’Europa. Non lo è davvero, a maggior ragione dopo tutte le considerazioni di cui sopra.

Un’Europa da cui, volenti o nolenti, non possiamo più prescindere. E che noi continuiamo a considerare alternativamente un parcheggio di lusso, un cimitero di elefanti, o un nuovo Bagaglino dove scaricare i nostri nani, le nostre ballerine e, perché no, qualche pregiudicato.

Francesco Scatigna

9 Febbraio 2009, ore 7.00 am

Mi sveglio, trangugio la colazione, mi infilo sotto la doccia e poi, vestito esco di casa. Destinazione? Consolato Onorario di Francia a Trieste. Ansioso come non mai, pedalo verso la stazione con la mia nuova bicicletta blu comprata per l’occasione. Le parole di Edoardo Buonerba sulla serietà necessaria per questo stage mi riecheggiano nella mente (adesso, col senno di poi, ho capito di non aver capito niente). Salgo sul treno e sfreccio via con esso alla volta di Trieste.  Scruto avidamente dal finestrino il magnifico paesaggio della Venezia Giulia illuminato dal sole. Poi, all’improvviso,  mi compaiono alla vista il mare con la sua gemma: Trieste.  Lentamente, riesco a notare sempre più particolari – Miramare, Barcola ed il Colle di San Giusto. Nel mentre, il treno penetra in città come se fosse il lento atterraggio di un’astronave su un mondo sconosciuto. Posato  il piede a terra, mi dirigo immediatamente all’uscita della stazione. Il caos del traffico triestino mi avvolge e, un po’ stralunato, imbocco Corso Cavour. Cammino come un’ebete, rapito dalla bellezza di alcuni palazzi e dall’odore del mare che riesce anche a coprire la puzza di smog che tutto quel traffico così invadente riusciva a produrre. Poi, quasi per caso, si apre alla mia sinistra Piazza Unità d’Italia. Destinazione raggiunta.  Si comincia. “Bene, questo è quello che devi fare prima di tutto: accendere le luci, tirare le tende, accendere il computer e lo scanner e staccare la segreteria telefonica.” Queste sono state le prime indicazioni che Mme Leggeri mi ha dato quel giorno. Ma sebbene fossero semplici, sono state tutt’altro che facili da assolvere all’inizio …

Sapete, per uno che come me non ha mai fatto il pendolare nella propria vita fino ad oggi, alzarsi tutte le mattine alle 7.00 e prendere il treno per andare a Trieste è stata un esperienza un po’ traumatizzante. Infatti, il timore di perdere il treno mi ha assillato per tutto il mese! A ciò si aggiungeva il mio terrore folle di rispondere al telefono e la mia incapacità a scrivere in un francese decente. Un cocktail letale che mi attirava quotidianamente una serie di rimproveri da parte di Mme Leggeri. Me ne sono successe di cotte e di crude. Un mattino  la Console Leggeri era fuori città per un impegno: panico! Come avrei mai potuto mandare avanti il Consolato da solo? Infatti la mattinata fu disastrosa: arrivato in ritardo (avevo perso il primo treno)  mi sono ritrovato davanti alla porta del Consolato ben 3 persone in mia attesa. Entro, faccio accomodare il signore e le signore e cerco di adempiere la “procedura standard”: accendo le luci, apro le tende, accendo il computer …  Mi accingo infine a riceverli.  Ma proprio in quel momento squilla il telefono: orrore! Mi ero scordato della segreteria … la voce di Mme Leggeri riecheggia tramite la registrazione:          “ Tommaso, bisogna spegnere la segreteria telefonica!” Il mio calvario prosegue cercando di capire come funzionano rinnovi di carte d’identità e passaporti, richieste di iscrizioni consolari e descrizioni di foto in formato corretto – è una follia, perfino le foto devono avere un formato particolare in Francia! Fortunatamente, dopo la disfatta campale di quella giornata, le cose hanno migliorato (anche se lentamente!): ho trovato il coraggio di rispondere al telefono – riuscendo anche a creare frasi di senso compiuto – ed ho iniziato a capire tutti i meccanismi di funzionamento del Consolato (che moduli stampare  e dove archiviarli). Inoltre, la mia capacità di scrivere in francese si è decisamente evoluta , facendo calare il numero di rimproveri e rimbrotti di Mme Leggeri.

30 aprile 2009, ore 12.00

Dopo mille e mille vicende, chiudo per l’ultima volta il Consolato. Spengo il computer, attacco la segreteria telefonica, chiudo le tende e spengo le luci. Lascio la mia copia di chiavi nel cassetto ed esco. Il cielo di Trieste è grigio e nuvoloso: sembra quasi che anche lui, come me, sia leggermente rattristato da questo addio. Ma è solo un momento passeggero.  Il cielo torna limpido e sereno ed io mi godo un pomeriggio di sole a Trieste: il dono più bello che si possa ricevere.

Erano passate poco meno di 48 ore dalla prima devastante scossa quando, guardando distrattamente la tv mi capitò di vedere un servizio di Bruno Vespa sul terremoto in Abruzzo:dopo spettacolari e prolungate immagini dall’elicottero di città e paesi distrutti, il pezzo in questione finiva con un primo piano del giornalista davanti ad una casa interamente distrutta, in una mano il microfono, nell’altra un coniglio di peluche rosa estratto dalle macerie, il conduttore di porta a porta terminava con tono “commosso”domandandosi se la bambina che viveva in quella casa avrebbe mai potuto giocare di nuovo col suo coniglio. E’ solo uno dei tanti esempi di quello che amo definire come “sciacallaggio mediatico”, che nelle ultime settimane ha colpito (non fosse bastato il sisma) le zone terremotate dell’Abruzzo. Persone più “educate” di me chiamano questo modo di fare giornalismo in televisione come “Tv dell’emozione”: l’obiettivo è semplicemente quello di alzare gli ascolti propinando ai telespettatori immagini forti, storie pietose e casi umani, un repertorio di cui i teatri di grandi tragedie come questa non sono mai avari. Devo confessare che seguire servizi di questo tipo ha generato in me seri problemi come travasi di bile, irritazioni al fegato e meno scientifiche incazzature: questa morbosa e perversa ricerca della storia pietosa, tragica e strappalacrime da mandare in onda il più presto possibile è secondo me una forma ancor più meschina e schifosa di sciacallaggio verso le vittime del terremoto. Si è tanto parlato nei primi giorni dell’allarme sciacalli, e molte persone non volevano abbandonare le abitazioni proprio per paura che i ladri potessero entrarvi e rubare indisturbatamente tutto, ma nessuno ha parlato degli altri sciacalli, quei giornalisti e direttori di telegiornali, se si può definirli tali, che per fare carriera e audience sono disposti ad approfittare delle disgrazie altrui degradando l’informazione a semplice pettegolezzo ed invadenza nella vita e negli affetti di migliaia di persone. Si può definire giornalismo fare reportage colmi soltanto di domande idiote e inopportune, tipo chiedere a chi ha appena perso tutto come sta? Il confine tra il fare informazione ed il semplice invadere senza rispetto la vita altrui per poter raccontare delle storie e non per dare notizie, è stato più volte oltrepassato in questa tragedia nazionale. La fame di informazioni che giustamente si genera dopo avvenimenti di questa portata ha condotto i media ad eccessi ripugnanti, creando una sorta di gigantesco e macabro grande fratello in cui i protagonisti sono le vittime del sisma; più grave ancora è stato il fatto che servizi opinabili come questi abbiano trovato ampio spazio in tutti i notiziari nazionali, mentre si è volutamente parlato poco di quelle sarebbero dovute essere le vere notizie. Vi è sembrato per caso che si sia parlato abbastanza dei tempi e delle modalità della ricostruzione, delle inchieste sugli accertamenti di responsabilità per i crolli, del pericolo che le mafie infiltrandosi vincano gli appalti per la ricostruzione, del fatto che una nuova normativa antisismica esista dal 2005 ma non sia mai entrata in vigore perché sempre prorogata? Non penso che i drammi privati delle persone abbiano la stessa valenza per la sicurezza e il bene comuni né facciano cinicamente più notizia del pericolo di infiltrazione mafiosa e delle  responsabilità di qualche politico o costruttore nel crollo di edifici antisismici. Ma evidentemente alla Rai, a Mediaset e in qualsiasi altra rete televisiva non la pensano così; nell’epoca dei reality show seguiti da milioni di annoiati telespettatori, l’informazione si è adeguata in fretta al nuovo formato televisivo. Il risultato ce lo abbiamo sotto gli occhi: i tg in questo spasmodico tentativo di immortalare la realtà più cruda e “autentica” fin nei minimi particolari sono diventati più finti dell’isola dei famosi e di uomini e donne messi insieme. Si cercano storie tragiche, e poi ci pensa il giornalista a condire il tutto con un po’ di pietismo ipocrita. A mio avviso, una delle tante cose che la drammatica vicenda abruzzese ci ha ribadito più che insegnato è che in Italia nel modo di fare informazione si stanno sempre più perdendo di vista le notizie vere, importanti, e si sta sempre più volutamente dando risalto a pezzetti di notizie o a particolari che la notizia già contiene. È così che sappiamo a memoria le tristi storie di almeno un centinaio famiglie aquilane (quanti erano in famiglia, quanti fratelli, sorelle e cugini aveva Tizio prima del terremoto, in che via e a quale numero civico abitavano) ma non sappiamo ancora perché, se quelle sono sempre state zone sismiche sono stati costruiti edifici nuovi come l’ospedale dell’Aquila che alla prova dei fatti di antisismico non avevano nulla. Questo modo di informare è solo un tentativo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica da problemi molto più grandi e incombenti, ed il dato preoccupante è che sta funzionando a meraviglia.

Matteo Sulfaro

Toscana, il Chianti e dintorni 

Se vi dovesse capitare di trovarvi a Monteriggioni o a Castellina in aprile, verreste accolti da collinette dolci che segnano la linea dell’orizzonte, ornate da vigne o prati di margherite bianche e gialle, attraversate da strade sinuose con pochissime macchine. Questo è il Chianti, quella zona compresa tra le province di Siena e Firenze, caratterizzata da spazi collinari coltivati a vigne con i casolari antichi e circondati da un insieme di paesini medievali, con la cinta delle mura attorno alla piazza del paese dove sta la chiesa e la sua facciata con l’ampio rosone. Così si presentano tutti questi paesini, come ricorda Dante nel XXXI canto dell’Inferno a proposito di Monteriggioni, che in su la cerchia tonda di torri si corona.

La Toscana vista da qui fa pensare ad un perfetto compromesso tra sviluppo economico e tutela dell’ambiente, i paesaggi così dolci si devono al modello della mezzadria, con le terre direttamente gestite dai contadini, modelli diversi hanno provocato disastri sociali e paesaggistici: oggi sono ancora evidenti al meridione le conseguenze del latifondismo, fondato sulla deresponsabilizzazione e sugli sprechi.

Certo, assaggiare un pezzetto di pane toscano la prima volta e scoprirlo sciocco è una sorpresa, ma quando arrivano lardo di colonnata, coppa, spalla, pecorino, salame di cinghiale, tutto si spiega, altro sale sarebbe fuor d’opera. E d’altronde, se siete nel Chianti, non vi preoccuperete troppo del pane, anche nella più truce salumeria il rosso di casa è più che accettabile.

Il Chianti si estende dunque tra le due città di Siena e Firenze, d’obbligo visitarle entrambe.

La prima, per chi vive a Gorizia da universitario, può servire da metro di paragone, come può inserirsi una comunità universitaria in una città, o meglio in un paesone, piuttosto provinciale. Anche lì gli studenti lamentano, ma godono di spazi propri, e passeggiando per piazza del campo senti le lingue del mondo. Vi si potrebbe mandare in viaggio studio il Sindaco Romoli assieme al Presidente del comitato antischiamazzi, scoprirebbero con sommo sbigottimento che la storia e le tradizioni della città non sono messe in pericolo dagli studenti, i quali hanno fatto di Siena tra le città italiane più legate ai rapporti internazionali.

Firenze: la culla del Rinascimento ed anche di Piero Pelù, ti siamo grati per entrambi. Passeggiando per le sue vie, passando tra il Battistero color nero fuliggine e il Duomo appena tirato a lucido, troverete turisti di tutto il mondo, ciascuno che sembra star lì spavaldo a voler riaffermare che i luoghi comuni hanno sempre un fondamento di verità oppure semplicemente che all’estero ognuno ha bisogno di riaffermare le proprie origini. Sicché, una volta che vi sarete fatti spazio tra i giapponesi con le webcam e le comitive polacche con le magliette con Wojtyla, arriverete a piazza Santa Croce. Abbandonate la sciocca idea di prendere un caffè o una pizza, e dritti e decisi puntate alla Basilica. Uno spettacolino mi distrae, ci sono tre ragazzi rom che suonano musica tzigana, attorno a loro una gruppo di turisti francesi, in pochi minuti un centinaio di persone vengono coinvolte nella danza, i francesi battono il tempo e il ragazzo rom alla chitarra ride felice. Come dice l’antico proverbio, non tutti i rom vengono per nuocere.

Entrare a Santa Croce dovrebbe essere un must per sviluppare un po’ di patriottismo, io volevo soltanto vedere Foscolo e le sue basette – cosa che consiglio a tutti – ma effettivamente l’Itale glorie serbate nella Basilica stimolano l’orgoglio nazionale. Passo in rassegna, come un generale con il suo esercito, riconosco Meucci, Fermi, Michelangelo e Machiavelli. C’è anche la tomba di Galilei, la quale aveva creato qualche problema all’oscurantismo cattolico dell’epoca.

Subito fuori, il chiostro del Bernini mi permette di riposarmi al sole fiorentino, chiedo una bevanda ad un chiosco e il cameriere bengalese, credo, si volta al connazionale dietro di lui: “Nedo, una hoca per il dottore”, sorrido soddisfatto, l’integrazione funziona e il mio narcisismo ne esce rinvigorito.

La Toscana rappresenta il meglio dei secoli di Storia italiana, in tutte le sue declinazioni, e rimane un posto di sperimentazione, un laboratorio sempre al lavoro, che fa da avanguardia e anticipa le nuove e positive tendenze.

Federico Nastasi

Toscana, il Chianti e dintorni 

Se vi dovesse capitare di trovarvi a Monteriggioni o a Castellina in aprile, verreste accolti da collinette dolci che segnano la linea dell’orizzonte, ornate da vigne o prati di margherite bianche e gialle, attraversate da strade sinuose con pochissime macchine. Questo è il Chianti, quella zona compresa tra le province di Siena e Firenze, caratterizzata da spazi collinari coltivati a vigne con i casolari antichi e circondati da un insieme di paesini medievali, con la cinta delle mura attorno alla piazza del paese dove sta la chiesa e la sua facciata con l’ampio rosone. Così si presentano tutti questi paesini, come ricorda Dante nel XXXI canto dell’Inferno a proposito di Monteriggioni, che in su la cerchia tonda di torri si corona.

La Toscana vista da qui fa pensare ad un perfetto compromesso tra sviluppo economico e tutela dell’ambiente, i paesaggi così dolci si devono al modello della mezzadria, con le terre direttamente gestite dai contadini, modelli diversi hanno provocato disastri sociali e paesaggistici: oggi sono ancora evidenti al meridione le conseguenze del latifondismo, fondato sulla deresponsabilizzazione e sugli sprechi.

Certo, assaggiare un pezzetto di pane toscano la prima volta e scoprirlo sciocco è una sorpresa, ma quando arrivano lardo di colonnata, coppa, spalla, pecorino, salame di cinghiale, tutto si spiega, altro sale sarebbe fuor d’opera. E d’altronde, se siete nel Chianti, non vi preoccuperete troppo del pane, anche nella più truce salumeria il rosso di casa è più che accettabile.

Il Chianti si estende dunque tra le due città di Siena e Firenze, d’obbligo visitarle entrambe.

La prima, per chi vive a Gorizia da universitario, può servire da metro di paragone, come può inserirsi una comunità universitaria in una città, o meglio in un paesone, piuttosto provinciale. Anche lì gli studenti lamentano, ma godono di spazi propri, e passeggiando per piazza del campo senti le lingue del mondo. Vi si potrebbe mandare in viaggio studio il Sindaco Romoli assieme al Presidente del comitato antischiamazzi, scoprirebbero con sommo sbigottimento che la storia e le tradizioni della città non sono messe in pericolo dagli studenti, i quali hanno fatto di Siena tra le città italiane più legate ai rapporti internazionali.

Firenze: la culla del Rinascimento ed anche di Piero Pelù, ti siamo grati per entrambi. Passeggiando per le sue vie, passando tra il Battistero color nero fuliggine e il Duomo appena tirato a lucido, troverete turisti di tutto il mondo, ciascuno che sembra star lì spavaldo a voler riaffermare che i luoghi comuni hanno sempre un fondamento di verità oppure semplicemente che all’estero ognuno ha bisogno di riaffermare le proprie origini. Sicché, una volta che vi sarete fatti spazio tra i giapponesi con le webcam e le comitive polacche con le magliette con Wojtyla, arriverete a piazza Santa Croce. Abbandonate la sciocca idea di prendere un caffè o una pizza, e dritti e decisi puntate alla Basilica. Uno spettacolino mi distrae, ci sono tre ragazzi rom che suonano musica tzigana, attorno a loro una gruppo di turisti francesi, in pochi minuti un centinaio di persone vengono coinvolte nella danza, i francesi battono il tempo e il ragazzo rom alla chitarra ride felice. Come dice l’antico proverbio, non tutti i rom vengono per nuocere.

Entrare a Santa Croce dovrebbe essere un must per sviluppare un po’ di patriottismo, io volevo soltanto vedere Foscolo e le sue basette – cosa che consiglio a tutti – ma effettivamente l’Itale glorie serbate nella Basilica stimolano l’orgoglio nazionale. Passo in rassegna, come un generale con il suo esercito, riconosco Meucci, Fermi, Michelangelo e Machiavelli. C’è anche la tomba di Galilei, la quale aveva creato qualche problema all’oscurantismo cattolico dell’epoca.

Subito fuori, il chiostro del Bernini mi permette di riposarmi al sole fiorentino, chiedo una bevanda ad un chiosco e il cameriere bengalese, credo, si volta al connazionale dietro di lui: “Nedo, una hoca per il dottore”, sorrido soddisfatto, l’integrazione funziona e il mio narcisismo ne esce rinvigorito.

La Toscana rappresenta il meglio dei secoli di Storia italiana, in tutte le sue declinazioni, e rimane un posto di sperimentazione, un laboratorio sempre al lavoro, che fa da avanguardia e anticipa le nuove e positive tendenze.

Dall’1 al 4 aprile scorsi ho avuto la possibilità, in qualità di delegato italiano a livello studentesco (tramite l’associazione studentesca YATA Gorizia), di partecipare al Summit giovanile della NATO a Strasburgo, dal titolo “NATO in 2020: What lies ahead?”. Di tutti i prestigiosi incontri organizzati dalla stessa NATO, e di tutte le discussioni affrontate, vorrei soffermarmi su un incontro molto particolare, che a lungo mi rimarrà impresso nella mente.

E’ certamente l’incontro con Barack Obama infatti, alle 13.45 di venerdì 3 aprile, a rappresentare l’evento key, un appuntamento imperdibile direi quasi con la storia, considerando che è stato il primo discorso pubblico in Europa da quando è presidente degli USA. Un’emozione veramente inattesa, nascosta, che è cresciuta con il passare delle ore: siamo seduti nei vari settori della Rhenus Sport Arena di Strasburgo, in trepida attesa, già un’ora e mezza prima del previsto inizio. L’atmosfera di festa è innegabile, e sono certamente i ragazzi europei i più coinvolti; tanti seguirono la lunga notte del 4 novembre,e poterlo vedere dal vivo, in Europa sottolineo ancora, è un privilegio di pochi. Gli stessi alti vertici di numerose istituzioni europee sono in fibrillazione. Jamie Shea (Direttore della pianificazione della politica nell’ufficio privato del Segretario Generale della NATO, insomma non l’ultimo dei passanti) è seduto davanti a me e alla mia amica polacca Iwona, e poco prima dell’inizio del discorso ci chiede: “Are you going to scream? Me for sure!”. E infatti eccolo gridare come un adolescente appena lo speaker a chiare lettere annuncia: “Mr. President of the USA, with his wife Michelle, has arrived into the arena!”. Tra grida, urla, cori e applausi scroscianti, sembra veramente una sorta di totem, un qualcuno su cui tutti fanno affidamento per risolvere i problemi di un mondo quasi derelitto e per tanti aspetti già al collasso. E lui parla, stringe i pugni, guarda la platea; è un perfetto esempio di comunicazione, riesce a far passare una grande quantità di informazioni in poco tempo e soprattutto in maniera efficace. Se consideriamo la televisione come un filtro insuperabile, oltre il quale vediamo solo quello che appare e non quello che è, si comprende con facilità quale impatto possa avere Obama sulle masse che ha davanti. Notevole e scenografico, coinvolgente e appassionato, non si sofferma tanto sui problemi (la crisi economica, il cambiamento climatico, il dialogo tra culture e popoli, l’attuale importanza della NATO, la riduzione degli arsenali nucleari fino al raggiungimento di un mondo senza armi nucleari – e qui la folla europea esulta), che tutti conoscono, ma utilizza la sua mirabile oratoria per proporre soluzioni concrete e auspicabilmente veloci, e soprattutto coinvolgere quasi personalmente ogni singolo interlocutore. E apparentemente ci riesce: non sembra certo l’uomo più potente del mondo se lo si sente parlare, sembra un buon insegnante che colma le lacune degli studenti e vanifica i dubbi, con frasi ben costruite e mirate. E sembra che noi abbiamo tanto da imparare, ben disposti a saldare i nostri “debiti formativi”. Certo, si tratta sempre della percezione dell’uomo Obama: lui colpisce al cuore, non lascia scampo, non fa giri di parole, l’arte del compromesso e della diplomazia passano in secondo piano. Non c’è dubbio, è quello che la gente vuole, e gli applausi lo confermano. Quando poi Obama passa a considerare i rapporti tra Europa e America l’atmosfera diventa quasi intima: è necessario abbandonare i luoghi comuni e i tempi in cui ci si accusava a vicenda: è l’ora del cambiamento, della comprensione, del dialogo, ma soprattutto della collaborazione, del fare e dello stare insieme, Europa e America unite, da subito e senza paure reciproche. La folla esulta, è così lontana l’epoca Bush e il suo carico di arroganza!

Dopo neppure mezz’ora di discorso, è Obama stesso a chiedere che siano fatte delle domande: le mani si alzano come saette per tentare di farsi vedere nel marasma. Tra le risate generali, specifica che potranno fare domande solo i non-americani, per dare spazio “ai nostri amici europei”! L’ultima domanda, giudicata stupida da qualcuno, io la ritengo di estremo interesse invece, anche se è sul piano personale: “Ha mai pensato, Mr. President, di lasciare la campagna elettorale e la corsa presidenziale? Ha mai avuto dubbi sulla effettiva realizzabilità dei suoi progetti, durante il suo mandato?”. Il 44th US president articola la sua riposta intorno a tre centri principali. Il primo è costituito dalla famiglia, che rappresenta per Obama un aggancio insostituibile, un appoggio incondizionato che gli ha consentito di portare avanti la sua campagna elettorale per quasi due anni, sempre lontano da casa, dalla solida Michelle e dalle amate figliolette, con le quali si scusa per le lunghe assenze. Ma sono proprio loro, dice Obama, ad avergli dato la forza per proseguire ed intensificare la sua opera. E qui si aggancia al secondo centro, quello della responsabilità, sull’intero popolo americano e in senso lato su quelli del mondo. “We’ve just emerged from an era marked by irresponsibility”, “It’s a revolutionary world we live in” sono due frasi a proposito, che accendono la platea e di nuovo coinvolgono noi 4000 studenti selezionati come se fossimo il potenziale futuro, il ricambio generazionale per questo mondo stanco e da rinnovare. E il terzo centro, strettamente legato a questo secondo, è incentrato proprio sulle potenzialità di ognuno di noi, che Obama scava ed esalta. Per lui non ci sono differenza di alcun tipo, non esistono lobbies o partiti, razze o religioni; tutti abbiamo l’identica responsabilità nei confronti del mondo, che solo grazie al personale coinvolgimento di ogni singolo individuo può cambiare. E su questo insiste: “You, your young generation, have the possibility, at the end of your lives, to look back at the past and evaluate what has changed; you, you will be able to say..Yes! I made the difference”. Queste parole, sentite dal vivo da Obama, ci scuotono come canne al vento, danno l’incredibile impressione che tutto quello che abbiamo visto e sentito è reale, che veramente “Yes, we can!”. Tra la folla in festa, applausi scroscianti e centinaia di flash Obama, accompagnato da Michelle, ci lascia. Il fatto che si sia fermato 20 minuti in più per rispondere alla domande di noi ragazzi conferma quanto la “new era of responsibility” gli stia a cuore. Ancora seduti nel nostro settore, in attesa dell’uscita, guardiamo video e foto appena fatti. Il presidente dell’Atlantic Treaty Association nonché rispettato membro del Bundestag, l’Amb. Karl Lamers, si avvicina a Jamie Shea ed esclama: “It’s wonderful!”. “Ti è piaciuto il discorso?” replica il n°4 della NATO. “No, not the speech! I have the pictures!!” risponde l’ambasciatore con un sorriso giulivo. Forse questa è la dimostrazione più tangibile di quanto sia stato importante l’arrivo di Obama in Europa,  e ancora non realizzo l’incredibile fortuna di avere assistito personalmente al suo primo discorso pubblico qui nel Vecchio Continente. Rimane la consapevolezza di ciò e la certezza che di strada da fare ce n’è molta. Ma il sentimento di ricchezza interiore che ha lasciato in noi quest’ora di discorso è sufficiente per pensare che, con Obama, è rinata la speranza e tutti possiamo avere un ruolo nella creazione di un mondo pacifico ed egalitario. Grazie Barack. 

Andrea Filippo Romani

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