You are currently browsing sconfinare’s articles.

L’università è pubblica, offerta ad un prezzo stracciato. Tutti possono permettersela con qualche piccolo accorgimento: ridurre le statistiche di lettura (gentilmente fornite dalle case editrici) grazie all’usato o a tonnellate di fotocopie, sessioni di caccia all’offerta nei supermercati, una dieta equilibratamente priva di carne, pesce e vegetali e, infine, l’abile “riciclaggio” di qualche tesina o lavoro già fatto – dove sia possibile, naturalmente.

Ma avete mai provato a fare a meno del computer? Del comodo portatile che svolge il suo degno lavoro di radio, TV, quaderno e telefono, comodamente assiso sulla vostra scrivania?

Innanzitutto, vi toccherebbe affrontare lo sguardo contrariato dei prof al ricevere da una manina incerta due fogli a quadretti – miserelli – scritti a mano. Il prestigio di un font impersonale (anche se leggibile) e di un’impaginazione a cui il vostro intelligente marchingegno ha pensato per voi, non ha pari.

Per non parlare poi delle presentazioni: quei dieci minuti da elettricista tra cavi, prese, proiettori, pulsanti e rotelline sono uno dei momenti d’orgoglio della vita universitaria! Che fareste, impacciati, sempre con le medesime pagine manuscritte tra le mani, cercando di leggervi di straforo qualche parola illuminante, con gli occhi e le orecchie di tutti puntati su di voi (almeno nei primi imbarazzanti minuti) e non sullo schermo colorato, senza la possibilità di scappare a premere il magico bottone-cambia-slide? Davvero un bell’esercizio di self control!

In verità, l’università italiana incoraggia ancora la cultura del papiro, tant’è vero che molti professori non v’è maniera di contattarli se non di persona, essendo la posta elettronica un mero suppellettile. Il materiale dei corsi fornito agli studenti via internet, poi, è quasi un mito a cui non siamo abituati a far fronte. A volte ci perdiamo dietro a tanta innovazione e non riusciamo a tenere il passo. Insomma, per la scuola, questioni di forma a parte, se ne potrebbe far anche a meno.

È però nella vita privata che lo straordinario armenicolo imperversa e regna sovrano. Alla mattina l’oroscopo per i più superstiziosi, l’orario delle lezioni per gli scrupolosi; impostato sulla funzione “scarica di tutto” lo si può poi abbandonare per qualche ora, per approfittare, al ritorno, del ricco bottino nel frattempo conquistato. Musica, film sono una banale ovvietà. Viene poi il momento della lettura dei giornali, della mail e dei siti di rito. Ma il vero pericolo risiede nella libera divagazione per l’universo di YouTube, di Messenger, Facebook e chat varie. I contatti coi vecchi amici vanno ben salvaguardati, no?! E fu sera e fu mattina…secondo giorno!

Driiiin! Sveglia…è tardi…ach! Devo correre in università o non farò mai in tempo a copiare e stampare il lavoro di inglese. Pedala, suda, conquista la postazione, batti a ritmo folle sulla tastiera, vinci sul tempo i concorrenti nella corsa alla stampante e…tuuuu…stampante rotta! Sconsolata riprendo i miei fogli, controllo la posta e consegno le solite pagine sparse alla prof. È bene farsi un’elenco delle cose da fare a computer o potrebbe risultare fastidioso dover tornare apposta in facoltà per una piccola dimenticanza. Non è così facile, purtroppo mantenere i contatti con tutti vivendo in un’altra città e potendo consultare solo sporadicamente il web. Si evitano le comode relazioni basate su qualche parola via chat e ci si costringe a scrivere lunghe mail o addirittura lettere, anche se più raramente. Non vi preoccupate, dopo qualche anno vi capiranno!

Una volta conclusa la routine informatica, grazie ad una connessione dai ritmi preistorici (che di certo scoraggia le piacevoli scampagnate a tempo perso sul web), il pomeriggio è libero. Libero? Terribilmente vuoto! Mi toccherà farmi un giro, magari andare di persona a salutare Tizio o Caio e addentrarmi nel profondo della città, dei suoi dintorni e tra i suoi abitanti, giusto per perder un po’ di tempo fino a sera. Forse ci scappa addirittura un’oretta di sport…vero.

Margherita Vismara

Annunci

Fa freddo a Venezia a novembre. Se in più ci metti il vento si gela. Se poi ci aggiungi i padiglioni, delle varie nazioni espositive, con le porte aperte l’ esperienza è da polo nord. Eravamo anche vestiti poco il giorno della chiusura della Biennale architettura 2008. Ma, nonostante i piedi congelati e il naso rosso, abbiamo comunque apprezzato le esposizioni. Sembra non sia piaciuta a molti del mestiere questa Architecture Beyond Building; noi invece ci siamo divertiti!
Secondo Aaron Betsky, il curatore di quest’ edizione, l’ architettura non va identificata nell’ atto del costruire ma “l’architettura è un modo di rappresentare, dare forma e forse anche offrire alternative critiche all’ambiente umano”. E la Biennale di Venezia si offre come palcoscenico di una disciplina che non si vuole più presentare nei suoi tradizionali termini di scienza, ma si è auto-eletta arte: oltrepassata la sua dimensione funzionale, adesso comprende in sé una valenza espressiva ed eloquente. L’edificio è ora un medium il cui monito manifesta concezioni e bisogni della società che lo genera.
L’ architettura deve imparare ad utilizzare il territorio con saggezza. Deve dare al cittadino i mezzi per poter relazionarsi con il mondo in cui vive, deve farlo sentire a proprio agio e connetterlo in un tessuto economico, sociale e fisico. E’ forse necessario costruire tutto il costruibile o possiamo fare a meno di qualcosa? Sarebbe forse meglio vivere in uno spazio decelerato, dove gli orpelli e l’ architettura utopica sono eliminati, dove ci si possa sentire più a casa. Il continuo movimento di beni, persone e informazioni probabilmente ci toglie il terreno da sotto i piedi: c’è bisogno di un ritorno alla stabilità. E la stabilità si ha in scenari di vita in comune, dove gruppi di persone partecipano collettivamente alla soluzione dei problemi non solo globali, ma anche dei nostri piccoli microcosmi.
Dopo molti anni, in cui l’ architettura ha proposto idee utopiche, finalmente gli addetti ai lavori cercano di proporre soluzioni ai problemi contingenti, e sperimentando nella realtà trovano soluzioni concrete. I padiglioni danese e americano, che più abbiamo apprezzato, rientrano in questa categoria.
***
Danimarca. Ecotopedia – walk the talk affrontava il tema della sostenibilità e del ruolo centrale rivestito dalle città in materia di sfida al mutamento climatico globale. Se la maggiorparte dell’ inquinamento da CO2 proviene dalle città, è da queste che occorre partire per la creazione di soluzioni sostenibili.
Erano presenti progetti partecipanti al progetto UN Global Compact, Patto di responsabilità sociale globale, istituito dall’ ONU per formare una comunità umana globale. Era presente anche Sustainable Cities, un progetto del Danish Architecture Centre: un database globale attraverso il quale visionare tutti i migliori progetti ecosostenibili realizzati in tutto il mondo. L’ iniziativa Better Place è invece finalizzata all’ individuazione di nuovi sistemi di trasporto che riducano drasticamente le emissioni di CO2.

cop15.dk
sustainablecities.dk
unglobalcompact.com

***
USA. Into the Open: Positioning Practice racconta di come gli architetti rivendicano un proprio ruolo nel plasmare la comunità e l’ ambiente costruito, mettendo in primo piano la loro relazione con la compartecipazione dei cittadini. Come rispondono le opere architettoniche alle condizioni sociali? Occorre mettere  in discussione “i modi tradizionali di concepire l’architettura, dai mutamenti nei dati demografici socio-culturali ai cambiamenti dei confini geopolitici, dal divario nello sviluppo economico all’esplosione della migrazione e dell’urbanizzazione, per sostenere allo stesso tempo una concezione allargata della pratica e della responsabilità architettonica”.

theparcfoundation.org
slought.org

***

Per il padiglione polacco invece l’approccio al tema è differente: la concezione di architettura legata all’ edificazione è sorpassata con slancio sicuro, eccentrico e assolutamente innovativo. Tanto da valergli il Leone d’Oro per la migliore Partecipazione nazionale.

POLONIA.
Hotel Polonia. The Afterlife of Buildings ospita una sequenza di fotografie digitali ritoccate dall’immaginazione di

Nicolas Grospierre e Kobas Laksa , che accompagnano lo
spettatore in città apparentemente comuni in cui si scorgono elementi estranei, siano essi possibili o fantastici. La nuova idea che sottende al costruire implica anche un impegno intellettuale , perché ora nulla è scontato. Questo sforzo razionale corrisponde poi ad un compito concreto, che gli architetti polacchi suggeriscono inscenando immagini shockanti, percepite come una minaccia. Così se non poniamo la dovuta attenzione allo stile di vita che conduciamo, e che pretendiamo di adottare ad oltranza, assume tratti sempre più realistici la prospettiva di abitare in aree urbane rigurgitanti avanzi; allo stesso modo possiamo prevedere di condividere le nostre strade con i draghi – la coincidenza tra i mammiferi del Medioevo e la sovrabbondanza di rifiuti è intuibile. No?

Certo saltellando da una nazione all’altra è legittimo fare un’umile auto-valutazione e chiedersi se noi, comuni cittadini assolutamente non esperti di architettura, possiamo aver realmente fruito della mostra. La risposta è affermativa: il nostro entusiasmo non pareggiava quello dei colleghi aspiranti architetti, chiaramente distinguibili tra i molti visitatori, ma parecchie delle opere presentate si sono rivelate comprensibili, interessanti e pure utili, anche agli occhi dei “non addetti ai lavori”.

Voto positivo quindi all’ Undicesima Mostra Internazionale di Architettura.

Alessandro Battiston

Cinzia Della Giacoma

schlagstein@gmail.com

Una forma alternativa di satanismo.

Lui si definisce “cittadino di serie zeta, un diverso che crede alla diversità come l’accesso al genio”. Dall’opinione pubblica è definito satanista, ribelle, folle, assassino anche se la giustizia non è riuscito finora ad incastrarlo. Sto parlando di Marco Dimitri, colui che nel 1982 ha fondato l’associazione culturale “Bambini di Satana” e che ha la sua base principale a Bologna. Non si tratta di una setta… è semplicemente un gruppo che il diavolo stesso ha generato: ciascuno infatti, a detta di Dimitri, è il male quando prende consapevolezza di sé stesso. L’essere umano è al centro di tutto: delle arti, della musica e della scienza, è fondamentalmente l’antagonista illuminista della chiusura medievale. Difatti, all’interno dell’associazione, si cerca sempre di evitare ogni superstizione e rituali “tipici” del Satanismo classico, considerato alla stregua di qualsiasi altra religione. E’ la Chiesa, in particolare quella cattolica, che fa terrorismo psicologico tra le genti, prefigurando un’eventuale possessione in caso di “mancato adempimento” dei precetti direttamente impartiti da Gesù Cristo; potenzialmente ogni uomo conterrebbe in sé Satana, che non è necessariamente male. Il male, come afferma Dimitri in un’intervista, infatti, è commesso dalle istituzioni e lo si riscontra nella negazione dei diritti, nella discriminazione ideologica: è “negare l’accesso alla partecipazione”. Da certe sue affermazioni in effetti “l’angelo ribelle” sembra peccare di “eccesso di democrazia”, sostenendo la libertà di stampa, di pensiero e in particolare di espressione: nessun gruppo dovrebbe esser messo a tacere, tantomeno i “Bambini di Satana”, che, a giudicare dal loro blog, sembrano essere molto… normali. C’è anche della cronaca al suo interno, dalla cui lettura non trapela alcunché: né l’orientamento politico, tantomeno quello “religioso”. Cronaca, punto. Quasi ad affermare a tutti i costi l’assoluta normalità del gruppo. Anche l’iniziazione avviene “legalmente” e “semplicemente”: si tratta di un’iscrizione, che può essere fatta anche online, e che non è vincolante a vita. Si può uscire dal gruppo in qualsiasi momento e senza conseguenze “fatali”… quello che invece accade nelle più diffuse sette sataniche.

Tuttavia, come ho detto poc’anzi, i problemi con la legge ci sono stati: accusati di pedofilia, possesso di hashish, messe nere e via discorrendo… Marco Dimitri è stato persino in carcere, anche se per poco tempo e, a detta sua, ingiustamente. Si è sentito perseguitato dalla società e dalla politica solo perché ha sempre fatto dell’informazione “corretta”. Talvolta si reputa anche un paladino della legge, denunciando mali e fratture italiane, e autoproclamandosi “pazzo di sé stesso” e “vincente” nella sua poesia “Impeto”. Un po’ megalomane, un po’ “superuomo”, Dimitri spesso è ospite nei più importati salotti televisivi e non, e su di lui ci sono fior fior di articoli ed interviste. Il gruppo fondamentalmente ha conosciuto un notevole successo grazie alla sua personalità, carismatica e ammaliante.

Federica Salvo

federica.salvo@sconfinare.net

QUANDO IL VERMONT NON TI LASCIA DORMIRE

Non c’è un’unica realtà, caporale. Ce ne sono molte. Non c’è un unico mondo. Ci sono molti mondi, e tutti continuano in parallelo l’uno all’altro, mondi e antimondi e mondi-ombra, e ciascun mondo è sognato o immaginato o scritto da qualcuno in un altro mondo. Ciascun mondo è la creazione di una mente.




Uomo nel buio

Man in the dark
Paul Auster

Romanzo, Stati Uniti, 2008
152 pp.
Einaudi, 2008

***

August Brill, noto critico letterario, è costretto a letto a seguito di un incidente stradale. Non riesce ad addormentarsi e allora lui, che per tutta la sua vita ha letto storie di altri, decide di passare il tempo creandosele.
Dal 21/03 al 04/04 Auster sarà il protagonista della XV edizione di Dedica festival, a Pordenone.
***

Il nuovo romanzo di Paul Auster, Uomo nel buio, è così convincente nell’ evocare lo stato di insonnia che, almeno che non siate asausti, partecipereste molto volentieri alla colazione della penultima pagina: “uova strapazzate, bacon, pane fritto, frittelle, non ci si fa mancare niente”!
Arrivato a questo punto, il lettore è sopravvissuto non solo ad una normale notte di insonnia, ma anche ad una notte dell’ anima, nera come la pece.
Nel 2007, il settantaduenne August Brill giace sul suo letto nel Vermont, a casa di sua figlia.
La loro è una casa di anime profondamente ferite: Brill ha perso la moglie e si è frantumato una gamba in un incidente stradale; sua figlia Miriam è sui 50 ed è divorziata; sua nipote Katya ha 23 anni ed ha da poco subito una perdita. Tutti loro cercano di dormire da soli.
Per non pensare al suo dolore personale o a quello della sua famiglia, Brill si racconta la storia di un mondo parallelo nel quale l’ America non è in guerra contro il terrorismo, ma contro se stessa.
In questa America parallela, in cui le Twin Towers sono ancora al loro posto e non esiste alcuna guerra in Iraq, c’è stata una secessione dalla federazione da parte di 16 stati democratici a seguito della illegittima elezione di Bush nel 2000. New York è stata bombardata, 80 mila individui sono morti, e nel Paese infuria la guerra civile.
In questo mondo parallelo il protagonista è Owen Brick, un giovane prestigiatore che si trova per caso nella condizione di essere stato trasportato contro la sua volontà da un’ America all’ altra. Si sveglia all’ interno di una fossa nel terreno e tutto intorno a lui sente spari e urla di gente terrificata. Per la prima volta ha veramente paura di morire.
Auster utilizza tecniche post-moderne per riflettere sulla pazza logica degli incubi. A Brick viene ordinato di trovare e uccidere Brill per far finire la guerra che è cominciata e sta continuando solo perchè un vecchio, scontento della sua vita, la sta immaginando.


E come mai questo uomo merita di morire?
Perchè possiede la guerra. L’ha inventata lui, e tutto quello che succede o succederà sta dentro la sua testa. Elimina quella testa e la guerra finisce. Semplice.
Semplice?Da come ne hai parlato, sembra Dio.
Non Dio..solo un uomo. Sta tutto il giorno seduto in una stanza a scrivere, e quello che scrive si avvera. Secondo i rapporti dell’ intelligence è tormentato dal senso di colpa, ma non può fermarsi. Se quel bastardo avesse il fegato di farsi saltare le cervella, ora non saremmo qui a fare questi discorsi.

Ma è Auster, ora sessantunenne, non Brill, il bastardo che fa esistere gli orrori della guerra.
I tentativi di Brill di distrarsi hanno poco successo. Continua a pensare a sua moglie deceduta, ai dolori della figlia e della nipote. Guarda film con Katya che, prima della morte del suo ragazzo, studiava cinematografia.
Poco prima dell’ alba Katya, che non riesce a prendere sonno, entra nella stanza del nonno. Comunemente insonni, parlano francamente delle rispettive vite. Possono parlare di tutto, aprirsi completamente a vicenda. Ma ciò di cui non parlano – non possono parlarne!- è il video della decapitazione di Titus, il ragazzo di Katya, assassinato in Iraq per mano di un manipolo di “terroristi”. I tre inquilini l’ hanno guardato quel video e lo continueranno a vedere, perchè lo devono alla vittima di quell’ insensata violenza, per accompagnarlo in quel buio spietato che l’ha inghiottita.
Sarebbe un romanzo molto più irritante se, leggendolo, non si continuasse a sentire il dolore che male si nasconde dietro alla scherzosità dei toni.
I personaggi di Auster sanno che la solidarietà e la compagnia sono ciò che più desideriamo in momenti di dolore e di insonnia.
Un romanzo da leggere e meditare.

Alessandro Battiston
schlagstein@gmail.com

Luci e ombre del decreto anticrisi

Il 28 Novembre è stato varato il decreto legge n. 185/2008, meglio noto come “decreto anticrisi”, che ha acceso una vivace discussione all’interno del Parlamento. Le misure adottate muovono circa 80 miliardi di € nel corso dei prossimi 2-3 anni, con l’obiettivo immediato di ristabilire la fiducia, come ha detto il ministro Tremonti.

Il ddl è composto di 36 articoli, divisi in 5 titoli, e le misure più importanti sono quelle a sostegno delle famiglie più bisognose – bonus da 200€ a 1000€, compensazione per l’acquisto di gas naturale – e in generale a tutti i cittadini (ammortizzatori sociali dotati di 1,2 mld circa di € in più per il triennio 2009-2011), oltre ad altre misure di varia natura (tra cui sostegno alle Ferrovie, misura per contrastare la fuga di cervelli e di sostegno ai precari).

Il punto su cui però il dibattito è stato più intenso è la pesante riduzione delle risorse disponibili per gli sgravi fiscali a sostegno dell’efficienza energetica, che in pratica permettono a chi vuole migliorare l’efficienza energetica della propria abitazione di pagare solamente il 45% del costo degli interventi necessari. Con la modifica introdotta all’articolo 29, infatti, il limite di spesa per questi interventi è “pari a 82,7 milioni di euro per l’anno 2009, a 185,9 milioni di euro per l’anno 2010, e 314,8 milioni di euro per l’anno 2011” (art. 29 comma 7). Per rendere l’idea di quanto sia ridicolmente bassa questa cifra, basti sapere che nel solo 2007 ci sono state richieste di sgravi fiscali per 825 milioni di €.

Inoltre, il procedimento per accedere a questi già scarsi fondi si è complicato, prevedendo l’invio di una “apposita istanza per consentire il monitoraggio della spesa e la verifica del rispetto dei limiti di spesa complessivi” di cui sopra: vale la regola del “silenzio dissenso”, cioè, se non si riceve entro 30 giorni la risposta dall’Agenzia delle Entrate, il contributo si intende non concesso.

Inizialmente il ddl rendeva questa norma addirittura retroattiva a partire dal 31 dicembre 2007 (riferito alle opere in corso a quella data): in pratica tutti coloro che avevano ottenuto degli sgravi fiscali da quella data in poi non ne avrebbero più beneficiato. Tuttavia, il 3 Dicembre ’08 il governo ha fatto marcia indietro eliminando la retroattività, quindi chi ha già ottenuto gli sgravi fiscali nel corso del 2008 dovrebbe stare tranquillo (il condizionale è d’obbligo!).

Evidentemente il disaccordo è forte anche all’interno della maggioranza, se Tremonti ha subito ventilato l’ipotesi di porre la fiducia sul decreto. E per restare nell’ambito regionale, la Lega Nord del Friuli Venezia-Giulia ha duramente condannato questi tagli.

La motivazione ufficiale di questi tagli sarebbe evitare che i crediti d’imposta vengano “usati come dei bancomat”, cioè per finanziare spese per le quali non c’è la copertura necessaria da parte dei privati. Proposito ovviamente condivisibile, che però non può certo giustificare le dimensioni di questo taglio che di fatto blocca la diffusione degli interventi di risparmio energetico e dà anche un durissimo colpo alla giovane e attiva industria delle energie rinnovabili, una delle poche in buona salute anche in questo periodo di crisi.

Nel frattempo, in Europa e negli USA, si è ormai affermata una strategia di uscita dalla crisi economica che non solo non danneggi l’ambiente, ma anzi faccia dell’industria delle energie rinnovabili e del risparmio energetico due pilastri fondamentali per rilanciare l’economia. Su questo tema, che giustamente ha inserito fra le priorità del suo mandato, Obama è atteso al varco (il primo è la firma all’accordo di Kyoto). In Europa, invece, già da tempo ci sono paesi che investono nelle energie rinnovabili e che ne stanno traendo i benefici. Tanto per evitare di essere accusato di faziosità politica, faccio notare che è stato proprio il conservatore Sarkozy a difendere a spada tratta il pacchetto europeo contro il cambiamento climatico.

Ma si deve andare al di là dei benefici puramente economici ricavabili sul medio e lungo periodo dallo sviluppo delle energie rinnovabili. Non si tratta solamente di freddi calcoli economici,  non è una questione né di destra né di sinistra: la difesa dell’ambiente è una questione che tocca tutti, indistintamente, non perché tutti debbano amarla, ma semplicemente perché le conseguenze peseranno sulle spalle di tutti noi. Anzi, non peseranno sulle spalle di chi ora ha 60 o 70 anni e sta al governo o all’opposizione, ma soprattutto su quelle di noi giovani.

Vorrei abbandonarmi a un elogio lirico sull’amore per la Natura, ma so che non avrebbe molta presa (e non ne sarei capace!). Quindi preferisco tenere una linea “leggermente” più brusca: non possiamo permetterci di attendere troppo, è già tardi per evitare danni ma non è troppo tardi per evitare il peggio. Questa crisi è l’occasione di staccarci da un modello di sviluppo distorto che considera i danni ambientali una variabile quasi irrilevante: spero che si comprenda la mostruosità di questo errore senza doverlo provarlo sulla nostra pelle e senza che il nostro futuro venga compromesso. Abbiamo il diritto di non pagare le colpe altrui: rendiamocene conto e cominciamo noi stessi a cambiare le cose.

Federico Faleschini
federico.faleschini@sconfinare.net

A Gorizia qualcosa si muove…

Sull’onda, o forse al di fuori dell’Onda della protesta, a prescindere dal personale credo politico, dal colore delle bandiere e dalle più o meno intense abbronzature di chi la politica la fa o la dovrebbe fare, insomma nel contesto più o meno tormentato ed acceso di queste ultime settimane, anche a Gorizia, si respira aria di “yes, we can!”. Aria di incontro, aria di “pericolo: studente informato!”

Lunedì,  26 novembre, presso il bar Aenigma, luogo ormai votato a questo genere di iniziative, si è tenuto un workshop, completamente organizzato e gestito da nostri compagni e colleghi universitari, con varie collaborazioni di docenti di entrambi i Poli Goriziani di Trieste e Udine.

Tra i temi trattati:  confronto Italia-Estero sul sistema universitario e le prospettive post-laurea, storia delle riforme dell’istruzione e dell’università in Italia dall’Unità ad oggi, infine, come la stampa ha reagito alla protesta, un’analisi di testate e di articoli giornalistici di tre quotidiani a tiratura nazionale: l’Unità, Libero e Il Corriere.

Non vogliamo soffermarci sulla trattazione degli argomenti, per quello sarà disponibile tra breve un resoconto redatto dalle organizzatrici, ma piuttosto presentiamo qualche considerazione e  piccole ed umili critiche.

Data la numerosa partecipazione, circa una cinquantina di persone, forse il già citato bar non è  il luogo più opportuno e appropriato per questo genere di incontri, dati gli spazi purtroppo modesti. Bisognerebbe entrare in un’ottica di idee che preveda lo sfruttamento di ambienti come il Punto Giovani, che benché sia più lontano dal centro e meno frequentato, possiede più ampi spazi ed è più adatto a tale scopo.

Secondo, le tre tematiche affrontate, pur nel loro carattere assai coinvolgente ed interessante, è sembrato che non avessero un forte e chiaro filo logico che le tenessero assieme. Più nello specifico, i primi due gruppi, storia e confronto Italia-Estero, erano perfettamente inerenti ed in sintonia all’interno dei lavori, mentre il gruppo mass media, nonostante il suo carattere attrattivo, si slegava e in un certo senso, faceva più che altro da cornice ai lavori.

Un’ultima nota, invece, deve essere fatta sul confronto finale e conclusivo dell’intera serata, dove, tra gli stessi partecipanti e senza bisogno di mediazione si poteva scorgere il desiderio e l’emergere di un acceso e vivo dibattito, anche molto sentito, da chi, soprattutto, come studente Erasmus, le diversità istituzionali e metodologiche di insegnamento le ha vissute sulla propria pelle, andando quindi a dare un contributo assai più palpabile e vero dei numerosi grafici, numeri e cifre che ci sono stati forniti, molto interessanti, ma purtroppo freddi e lontani, almeno a noi, nella forma e nello stile. Quindi era necessario un incontro tra i singoli gruppi di lavoro e in una seconda serata uno spazio completamente dedicato al confronto e al dibattito, così da non essere soffocato sul nascere.

La nostra semplice critica deve, però, tenere conto anche del lavoro, della passione e dell’impegno di chi il workshop l’ha pensato, proposto e vissuto più degli altri.

Un grazie e una sincera lode, quindi, a chi, in vari modi, ci fa capire che Gorizia non è così lontana da Roma come sembra, che questo confine è un’occasione e non un muro, che la piazza da sola non serve, ma va coadiuvata da un lavoro che prevede informazione e formazione, dentro e fuori gli ambienti istituzionalmente finalizzati all’apprendimento, per sfatare vecchi e ormai anacronistici miti, credenze e supposizioni. Che gli studenti non sono delle mere forme kantiane da riempire di nozioni preconfezionate, non sono dei vasi vuoti in cui far confluire un sapere sterile, ma essi stessi sono i primi ad insegnare e a dare qualcosa, prima ai professori, poi a colleghi e a individui in genere, perché il sapere e la crescita personale non sono mai a senso unico, ma si articolano e sviluppano in multiformi e differenti forme. Una società che si confronta, che considera importante ed essenziale il proprio patrimonio di giovani e anziani può progredire e migliorare, una società che si preoccupa solo di benessere e di crescita economica, di debito pubblico e di imprese, che attua politiche finalizzate solo a individui nella fascia dei 30-50 anni, è una società già morta, che non ha compreso, apprezzato e capito gli sforzi, i sacrifici e le conquiste di più di due millenni di storia Italiana o meglio italica ed Europea.

Ampliamo gli orizzonti, non preoccupiamoci solo della nostra piccola Italia, guardiamo all’Europa, all’Europa politicamente unita, il futuro è lì, nel campanilismo c’è la morte.

Ben vengano quindi questi incontri, queste proposte e questa vitalità! Sono il primo passo per un cambiamento ed una prospettiva, forse non più facile e felice, ma sicuramente più cosciente e vissuta.

Francesco Plazzotta
francesco.plazzotta@sconfinare.net

Il 26 novembre si è svolta presso la sede dell’Università di Trieste in Via Alviano la conferenza dal titolo “Gli impatti delle elezioni presidenziali sulla politica estera americana: premesse, sviluppi, prospettive”, durante la quale sono intervenuti il giornalista Demetrio Volcic, il professore AntonGiulio De’ Robertis e il responsabile per i Public Affairs del Consolato Generale degli Stati Uniti a Milano John Hillmeyer.

L’incontro è stato organizzato dall’associazione YATA (Youth Atlantic Treaty Association) Gorizia in collaborazione con il Consolato Generale degli Stati Uniti a Milano e il Corso di Laurea in Scienze Int.li e Diplomatiche e ha visto una partecipazione molto attiva degli studenti del polo goriziano, che hanno riempito l’aula magna come pochi eventi sono riusciti a fare.

La scelta di tre personaggi di calibro alquanto elevato, ma esperti di ambiti differenti, ha fatto sì che la tavola rotonda sia riuscita a toccare molte delle sfaccettature delle relazioni esterne degli States, dalla composizione del nuovo esecutivo, alle relazioni tra Stati Uniti e Russia, dalle aspettative sulla risoluzione dell’intervento in Iraq, al possibile ritorno della politica estera americana verso il multilateralismo.

E’ stato infatti su questa falsariga che il Hillmeyer ha svolto il suo intervento: un perfetto esempio di diplomazia, in cui ha esposto le linee principali del nuovo esecutivo, le aspettative degli americani stessi e del resto del mondo. Premettendo che le aspettative che si sono create attorno a questo nuovo presidente sono fin troppo alte, Hillmeyer ha affermato che, almeno nel primo periodo, l’interesse del nuovo esecutivo sarà focalizzato sulla politica interna, in particolare sulle misure da attuare per contrastare la crisi economica che solo nel novembre scorso ha portato al licenziamento di più di mezzo milione di persone. La priorità di Obama è quindi giustamente quella di salvaguardare il proprio Paese, cercando di consolidare gli Stati Uniti, che ora come mai hanno bisogno di un capo che sia in grado di guidarli verso un nuovo inizio.

Il responsabile per i Public Affairs ha comunque rincuorato la platea, assicurando che nel medio periodo Obama si dedicherà con profondo coinvolgimento alla politica estera, assicurando maggior impegno in Afghanistan e e un lento ma costante ritiro delle truppe e delle strutture statunitensi dall’Iraq. Analizzando le possibili candidature dei diversi membri dell’esecutivo, tra cui Hillary Clinton come Segretario di Stato, successivamente confermata dal neo-eletto presidente, Hillmeyer si è mostrato fiducioso verso un maggiore interesse del suo paese verso la questione mediorientale anche se i risultati si vedranno solo nel lungo periodo.

Nota dolente è stata purtroppo quella riguardante l’impegno americano in Africa: pare infatti che nell’agenda di Obama il continente da cui la sua stessa famiglia proviene non trovi grande spazio, e sia subordinato ad altri temi che per il neo presidente sono prioritari.

Dei rapporti tra Stati Uniti e Federazione Russa si è occupato il giornalista emerito Demetrio Volcic, goriziano e storico inviato a Mosca del TG1, il quale con una lezione magistrale è riuscito sia a spiegare le relazioni tra le due grandi potenze, sia a fare un quadro della Russia contemporanea e passata che solo un esperto del suo calibro era in grado di fare. Nel suo intervento Volcic ha innanzitutto toccato il delicato tema della crisi finanziaria, che ha investito anche la Federazione Russa, la quale in pochissimi mesi si è vista costretta a ridimensionare le proprie azioni e le proprie aspettative. Si è quindi parlato di una diplomazia più morbida da parte di Medvedev e Putin, volta a mantenere un profilo basso in seno alle organizzazioni internazionali. Questo avrà forse risvolti importanti sia verso i propri vicini, che molto spesso sono considerati dalla Russia come questioni quasi domestiche, sia verso l’Unione Europea e gli Stati Uniti. E proprio verso questi ultimi l’atteggiamento molto probabilmente cambierà, visto che con l’elezione di Obama sarà sempre più difficile sfruttare il comune denominatore dell’antiamericanismo, carta che molto spesso la Federazione ha usato negli ultimi tempi contro le azioni della amministrazione Bush jr.

Infine il professor De’ Robertis, docente emerito di Storia dei Trattati presso l’Università di Bari, ha analizzato lo spinoso argomento del multilateralismo nelle relazioni tra Stati Uniti e resto del mondo. Egli ha infatti notato un cambiamento epocale nella linea delle relazioni esterne degli Stati Uniti proposta da Obama durante la sua campagna elettorale: dopo 8 anni di amministrazione Bush jr. estremamente neoconservatrice e tendenzialmente unilaterale, si evince dai discorsi elettorali del neo presidente un impegno a considerare maggiormente i propri alleati e il valore dei fora internazionali. Ciò pare si espleterà attraverso il rifiuto dell’uso unilaterale della forza, tranne in caso di attacco sul suolo statunitense; la fine dell’occupazione dell’Iraq, per estendere il proprio impegno a tutta l’area; l’impegno a considerare maggiormente le proposte provenienti dagli altri Paesi riguardo alla riforma, ormai ritenuta unanimemente necessaria, della struttura e del funzionamento delle Nazioni Unite.

Questo incontro, si spera il primo di una lunga serie, ha visto come veri protagonisti gli studenti del Cdl in Scienze Int.li e Diplomatiche, che oltre a partecipare numerosissimi all’evento, si sono distinti per la quantità e soprattutto per la qualità delle domande poste ai relatori, le quali hanno permesso un dibattito molto vivo e certamente di alto valore culturale.

Leonetta Pajer
leonetta.pajer@sconfinare.net

Cari instancabili lettori,

più passa il tempo per me in questo Polo, più mi sembra di capirlo: una bottiglia di vetro con dentro una nave, bambini adulti che da questi ultimi vogliono prendere da subito la strafottenza, il prestigio, la meschinità, ma molte volte la maturità, la voglia di fare, il ragionamento etico e responsabile. Mi sembra di capire un po’ il mondo, se proporzionato ad una scala più vasta. Allora questo giornale diventa sempre più quello che nel mondo è la cultura: è uno spazio libero, innanzitutto. Ciò che il comunismo ancora cerca attraverso l’abolizione della proprietà privata, probabilmente le parole ed il pensiero l’hanno già ottenuto.

Eppure mi compiaccio di come la comunità studentesca del nostro Polo sia interessante ed interessata, nonostante il virus molto presente di quello che io chiamo “attendismo” (tutto mi deve essere servito davanti, altrimenti mi lamento: “perché a Gorizia non c’è proprio nulla…”). Mi stupisco sempre di più che tutta la barca in fin dei conti naviga, e naviga più che bene, grazie a noi studenti, naviga grazie al giornale, grazie alle Associazioni; naviga anche senza il prestigioso riconoscimento di chi questa barca la manovra, mangiando caviale e dimenticandosi di pagare i mozzi. Non i capitani, o gli ammiragli. I mozzi.

Tra pochi mesi scenderò giù dalla nave contento, e non mi dispiacerò di aver perso questa Università. Mi dispiacerò di aver perso questo quadro variopinto di persone.

Allora brindiamo, che il tintinnio dei bicchieri si senta forte, su fino al quinto piano e in torretta. Brindiamo alle conquiste che abbiamo ottenuto e che otterremo il giorno che ci installeremo nella nuova Aula Associazioni, dove tutti finalmente potranno con-vivere. Se l’esperienza universitaria tralascia la mutuale conoscenza, se tralascia lo scambio di idee, se tralascia l’esistenza di uno spazio comune in cui condividere, beh… avremo perso un po’ dei nostri venti anni. E il giornale non ci sta.

Felice Natale a tutti e buone vacanze,

Edoardo Buonerba

edoardo.buonerba@sconfinare.net

Storia di polli nati negli ’80 oggi rigettati fuori dallo scaffale musicale

Piacere, mi presento: sono una ventenne che una volta, ahimè, rientrava nel target di Mtv Italia ma oggi forse si sente un po’ troppo vecchia per Amici e TRL; sono un perfetto prodotto di Tmc2 Videomusic e Viva ReteA, sono stata nutrita ed allevata per essere il succulento bocconcino di musica pop inscatolata a breve scadenza. Ignoro cosa sia una chiave di do e raramente mi accorgo delle stonature (ancora oggi porto i segni del trauma di quando “l’amico esperto” disse che Jovanotti aveva una pessima voce a detta di chiunque). Conclusa la doverosa presentazione possiamo finirla di parlare di me e passiamo per lo meno ad una prima persona plurale: Noi,
i polletti 10+ della macelleria musicale, Noi con le ali tarpate per vivere nelle gabbiette delle rotazioni musicali, Noi siamo molti, almeno metà degli anni ’80 ci hanno visti nascere, ma siamo ancora stuzzichevoli come una volta? Voi, membri del pollame come me, vi sentite ancora un piatto pieno di attenzioni pubblicitarie o siamo finiti nella merce al 50% ormai vicini alla scadenza? So che Noi siamo numerosi, lo vedo al Karaoke del giovedì sera quando qualche buon vecchio pezzo anni ’90 fa sempre capolino, e so che siamo stati fedeli quando nel post-infanzia Loro ci hanno covati -anche se non siamo stati appassionati sicuramente tolleravamo senza allergie le loro banalità cantate su ritmi noiosamente uguali- e so che siamo stati ubbidienti quando iniezioni di vitamine Britney e 883 scorrevano lungo le nostre vene, e ora? E ora, almeno da un paio d’anni, sentiamo per la prima volta musica che persino il nostro senso critico assuefatto ad ormoni pop percepisce come “brutta”, c’è qualcosa che non va… Quale strana nuova sensazione risale le nostre piumette invecchiate, siamo costretti a rigettare fuori ritornelli talmente scemi persino per polletti imboccati come Noi con ciò che era considerato “il peggio”, cosa sta succedendo?

Ci stanno forse punendo? Forse le fantomatiche major, Loro, hanno scoperto che più o meno tutti nell’età della quasi-maturità siamo stati infettati dal fratello grande o dal papà da quell’ aviaria “musica impegnata” covandone ancora oggi il virus? Ma infondo non era un così grosso tradimento da meritare tale condanna, perché producono note per Noi inascoltabili? Cosa veramente ci ha escluso da una bella fetta del ricco mercato commerciale?

Allora nella piccola gabbietta d’allevamento cerco di risalire nei ricordi del mio imbarazzante passato musicale per capire cosa è successo, che male ho fatto, e sovviene l’illuminazione…

Forse Loro ci vogliono castigare perchè l’unico disco che possediamo è il nostro disco rigido con Gb di musica più o meno legalmente scaricata? L’ultimo disco originale che ricordo, in effetti, risale ai tempi di quand’ero appena uscita dall’ovetto, e ora che sono un pollo grande e grasso cosa posso offrire a Loro? Facendomi due conti in tasca, oltre a qualche concerto, non credo di aver dato grosse soddisfazioni finanziarie ai miei educatori poppettari, mi giungono voci statistiche di come lo stipendio medio di un laureato si aggiri sui mille euro, insomma una cifra del genere non se la fila nessuno, Loro non cercano neanche più di attaccarla, di persuadermi a comprare, sono una pietanza ormai fredda, povera me!

Noi, brandelli di pollo rimasti orfani non possiamo competere con i nuovi arrivati: i tredicenni, carne fresca e redditizia che stuzzica molto di più l’appetito e i portafogli. La nostra bistecchina ammollita dal tempo sarà forse buona per quelle collane di Mediashopping (in 96 dischi tutta la musica anni 60-70-80-90) niente a che vedere con dischi originali, cartelle, diari, spille, borsette, e gadget-vari-che-paga-papà che fanno tanto rizzare le piume ai novellini polli…

Allora sconsolata cerco qualche conferma della mia teoria nel web: Marco Carta vincitore di Amici ha vinto un disco d’oro e un disco di platino, un suo singolo ha venduto più di 70.000 copie; i Sonohra hanno vinto un disco d’oro e un disco di platino e l’album d’esordio ha contato 75.000 copie vendute; i Finley hanno ricevuto ben tre dischi di platino, e poi i Dari, i Lost, per non toccare poi il capitolo TokioHotel – una chilometrica pagina di Wikipedia è dedicata esclusivamente ai loro dischi vinti di varie leghe metalliche- così provo un senso di stordimento e mi ritrovo a tirarmi il collo da sola in un vano tentativo di poll-omicidio, “tanto chi mi si compra più…”.

Quindi è ufficiale, se la tv ancora ci stordisce di mangime a basso prezzo la musica ci sta trascurando, siamo in fase di disintossicazione pollame over 20 escluso dalla fetta di torta che guadagna, non resta che goderci gli effetti benefici sul nostro organismo ammuffendo sullo scaffale dei fuori target in scadenza.

Gabriella De Domenico

gabriella.dedomenico@sconfinare.net

Perché forse non è stato abbastanza e ti ritrovi alle tre del mattino per cosa, per della stupida musica, scrivi per lo stesso motivo per cui suoneresti ed in fondo è sempre il tentativo di riempire quel vuoto con un po’ di calore nel silenzio che poi tornerà; e ti piace la musica, la musica è tutta la tua vita e per questo scrivi di lei, come quando da bambino non avevo un lettore di dischi ed in casa lei era straniera; l’unica melodia veniva da cartoni animati, non Mozart non De André non i Beatles o chissà che altro messaggero, ma i Puffi e Lady Oscar, ecco cos’era per me la musica, e le ninnananne di mia madre, non sapevo ancora fosse De Gregori; ed è per questo, è per quel momento giusto appena prima dell’assolo di Stairway to Heaven in cui sfiori Dio perché Dio è un re maggiore, come hai fatto a non accorgertene prima?, e tutto per un istante è perfetto;

è perché lei la musica ti ha toccato ed una stessa canzone può riempire la tua stanza per giorni; è perché sono anni che piangi ma lei per molto è stata l’amore; è perché la musica è una scienza meravigliosamente inesatta e forse non avrà molti pregi ma almeno non ha mai fatto male a nessuno;

è per tutte quelle serate finite male, per gli amplificatori da smontare alle due, tre del mattino, col freddo e morti di sonno ma felici, e tutto per cosa, solo per la musica, senza il becco d’un quattrino; e magari non c’era molta gente ma tante volte anche se non c’è nessuno si suona solo per un paio di tacchi rossi appena intravisti; per il sorso di Jäger che ti aspetta a casa prima di dormire e già è tanto;

è perché la musica è d’assenza o per essere un po’ più vicini, solo un po’ più vicini; la musica è stata quella notte d’estate in una spiaggia del sud della Francia, io e un olandese di trent’anni più vecchio almeno, con due chitarre e non riuscivamo a parlarci per nulla, ma suonavamo le stesse canzoni di Hendrix; ecco cos’è la musica ed è per questo che se ne scrive; è per chi è disposto a fare una nottata di macchina per otto minuti d’un brano soltanto e chi ti finisce a suon di gin tonic; è per tutto ciò che ricorda e promette; per ciò che riporta;

e l’amicizia; è stata una canzone che ti ha fatto prendere la decisione giusta, che ti ha fatto dimenticare quelle sbagliate; era sempre una canzone quella che qualcuno ti ha insegnato e che tu hai cantato sapendo di doverglielo perché era il tuo posto, il posto che a te dalla nascita spettava tra tutti, ed allora la musica è stata la giustizia ed il vero saluto, l’ultimo; perché la musica è tutta una strada un popolo una storia e tu con essi; ed in fondo ogni musica esiste già, da qualche parte è già scritta ed il musicista non fa che coglierla;

è per questo che scrivi di musica, per dare la tua buonanotte a qualcuno o qualcosa, per mantenerlo in vita, per dare un senso al tempo costringendolo in battute e così, alla fine, essere libero – e lei non ha nient’altro da offrire;

perché cosa ti piace di più nella musica? Tanto per cominciare, tutto.

Rodolfo Toè
rodolfo.toe@sconfinare.net

Il racconto che segue è reale. Riguarda mia sorella, che ha contratto come tante (tanti? Non so, forse le preferenze di genere non esistono; occhio, si potrebbe esser tacciati di sessismo) il virus di Twilight. Preciso: sto parlando del libro della Mayer (non l’ho letto e non intendo farlo, quindi m’astengo da giudizi di valore. Non lo conosco, punto. Però so ch’è piaciuto a parecchia gente, tant’è che insegnanti di licei classici – che teoricamente di letteratura ne sanno a pacchi – l’hanno consigliato ai loro alunni).

Il libro è piaciuto tanto (leggasi: ha venduto tanto) che se n’è fatto un film, come tragicamente capita in questi casi. E dico “tragicamente” perché a me, nel mio piccolo, è accaduto lo stesso anni fa, quando lessi “Il Signore Degli Anelli” molto prima che ne facessero una versione cinematografica. E sapete qual è il trauma? Che se t’innamori d’un libro, immaginandolo per bene come vuoi tu, e poi ne guardi la “versione Hollywood”, se si è sfortunati come il sottoscritto (e la di lui sorella) dopo, quando ti capita di rileggerlo, non sei più capace di ricreare il mondo che avevi incontrato la prima volta. E’ finita, Frodo è Elijah Wood. Argh.

La mente è pigra. E’ più facile vedere che immaginare.

Consapevole dei suoi limiti, mia sorella ha deciso che per non guastare l’immagine dell’aitante, affascinante, romantico, […] impossibile protagonista che s’era creata avrebbe scrupolosamente evitato le occasioni di vedere le immagini del film. La capisco. Non che m’interessi particolarmente questo Edward (si chiama così) però l’amore per un libro che sentiamo nostro e che vogliamo proteggere, questo sì che lo condivido. E mia sorella non ha chiesto tanto al mondo. Solo ha domandato per una volta, per favore, di essere lasciata in pace.

E qui entro nel cuore della vicenda, il fatto che mi ha portato a scrivere un articolo che può sembrare ridicolo ma in fondo non lo è. Perché è un esempio, nel suo piccolo, di come la società alla fine riesca ad imporsi. Volente o nolente, non cambia nulla: alla fine vedrai quello che vogliono farti vedere.

Mia sorella, per un mese, ha vissuto da funambola riuscendo per un po’ in un’impresa che ha dell’incredibile. Tanto per non sbagliare, ha preso tutta una serie d’accorgimenti: 1. Niente trailer al cinema (logicamente) 2. Niente giornali (hanno la pubblicità) 3. Schivare i muri dove di solito s’appendono le locandine 4. Evitare i luoghi pubblici, le stazioni ferroviarie (le maggiori hanno gli schermi televisivi, come a Mestre), le librerie, le fiancate degli autobus … già che c’era, passeggiando si levava gli occhiali 5. Spegnere la tivù durante la pubblicità 6. Ridurre al minimo indispensabile internet.

Una fuga dal mondo. Ci vuole una disciplina ferrea anche in un piccolo paesino (ad un certo punto se n’è andata a Londra, lì sì che è stato un trauma). E già così le cose parrebbero difficili. Pensate un po’ come deve essere se tutti quelli che ti circondano diventano nemici. Se sanno che qualcosa ti dà fastidio, non faranno che parlartene (e nel caso concreto ti diranno il nome dell’attore). Le sue coinquiline hanno persino appeso un volantino in appartamento, che stronze.

E qualcosa in questa piccola vicenda è mostruoso, se ci riflettete. Quello che fa pensare, a me che sono un tizio pieno di paranoie, è il perverso meccanismo che porta la società intera (e qui, in particolare, le compagne di corso, le amiche, le conoscenti) ad accanirsi verso gli atteggiamenti difformi, a schernirli, a non comprenderli o a minimizzarli; e – infine – ad essere degli iniettori dello standard, di ciò a cui ci si deve conformare. So che rischio la retorica, ma è sorprendente quanto bene funzioni. Ed è solo un film, messa così fa ridere.

Ah. Comunque c’è un lieto fine, se volete. L’ho visto io per primo, l’Edward “vero”. Le ho detto che non aveva niente da temere e l’ho portata davanti alla vetrina d’una libreria, mosso a pietà dal suo titanico sforzo. Era un po’ titubante, ma alla fine s’è voltata. Per fortuna, ha detto ridendo, è un bambinetto, praticamente un Emo, questo qui è talmente deludente da essere innocuo. Però non andrà a vedere il film. Penso che – almeno in questo – nessuno potrà costringerla.

Rodolfo Toè
rodolfo.toe@sconfinare.net

Regia: Ridley Scott.

Cast: Leonardo di Caprio, Russell Crowe, Mark Strong, Golshiften Faranani, Oscar Isaac. «continua

Ali Suliman, Alon Abutbul, Vince Colosimo, Simon McBurney, Mehdi Nebbou, Michael Gaston, Kais Nashif, Jamil Khoury, Lubna Azabal, Ghali Benlafkih

Titolo originale: Body of Lies.

Drammaticao, durata 128 min.

USA 2008 – Warner Bros.

Dopo “I diamante di Sangue” Leonardo di Caprio torna alla ribalta, questa volta non in Africa ma nel Medio Oriente, vestendo i panni di Roger Ferris, agente CIA incaricato di raccogliere informazioni per l’agenzia. Capo generale dei servizi segreti è Hoffman – un convincente Russell Crowe – che interpreta la parte del padre di famiglia americano tutto casa e lavoro. In maniera forse un po’ caricaturale, Hoffman passa la giornata al telefonino e svolge tutte le attività del buon padre di famiglia – come accompagnare i bambini a scuola – mentre pacatamente ordina ai suoi uomini di sacrificare vittime in nome della libertà e della sicurezza del mondo. Terzo, geniale, personaggio centrale nella storia è il capo dei servizi segreti girordani, Hani Salama, elegantissimo, sicuro di sé, signorile e sempre impeccabilmente vestito.

Tratto dal romanzo del columnist del Washington Post David Ignatius e sceneggiato da William Monahan, “Nessuna verità” nelle mani di Ridley Scott diviene un gioco di prospettive e punti di vista. Sullo sfondo degli attentati terroristici in Europa, e della guerra di intelligence nel Medio Oriente, Ferris (Di Caprio) è il punto di vista interno, Hoffman è quello esterno e globale e Hani è li sguardo sia esterno che interno ma concentrato sul locale. Ferris, che parla correntemente l’arabo, ha una capacità innata di districarsi sul territorio e raccogliere informazioni e rischia la vita in ogni volta che è impegnato in un’operazione. Perennemente escoriato, rincorso da cani e proiettili, Ferris vive sulla sua pelle gli sforzi per portare allo scoperto il pericoloso terrorista Al-SAleem, e tra i vari personaggi sembra essere l’unico a possedere scrupoli morali e capacità affettive. Hoffman è invece l’opulento e tracotante capo dell’agenzia americana e gestisce tutta la guerra in mediaticamente tramite cellulare e satellite. L’occhio vigile del “grande fratello” è sempre presente e gli schermi della sala di controllo trasformano in spettacolo la tragicità umana delle vicende di Ferris, che ad un certo punto del film si trova addirittura cosparso di pezzi di ossa di un suo amico dilaniato da una esplosione. Hoffman, forte della distanza e della sua missione di paladino della giustizia non possiede la stessa rotondità emotiva di Ferris e gestisce le operazioni come una grande partita in cui è necessario sacrificare le pedine per dare scacco all’avversario. Hani, il capo dell’intelligence Giordana è invece un boss completamente diverso, molto più preoccupato a mantenere il potere nel proprio feudo che a salvaguardare un qualche ordine o controllo globale. Pur essendo il vertice di un corpo di spionaggio – e disponendo quindi di una visione d'”insieme” o dall’alto – Hani è pur sempre un giordano e la sua prospettiva si colloca a metà tra l’uomo della ribalta – Ferris – e il grande burattinaio – Hoffman. Anche le procedure operative dei servizi segreti rispecchiano questa diversa impostazione prospettica: mentre gli americani gestiscono tutto via telematica tramite cellulare e schermo, i giordani si affidano agli informatori e agli infiltrati e alla fine la loro strategia di dimostrerà vincente. La pellicola non perde quindi l’occasione di sottolineare che la tecnologia, per quanto innovativa ed avanzata dà solo l’illusione del controllo e non può che soccombere alla conoscenza del territorio al vecchio passaparola.

Nessuna verità è quindi una spy-story di menzogne e tradimenti incrociati, sapientemente costruita tramite il contrasto di prospettive, e intrecciata a una pallida vicenda di amore tra Ferris e una dottoressa giordana. Un saggio di relativismo etico e morale, che non cede alle facili tentazioni di buonismo americano o alla retorica semplificata del bene contro il male. Un cast di buon livello, una fotografia piacevole senza abuso di effetti speciali e una trama coinvolgente ne fanno una pellicola decisamente gradevole. Voto della redazione: otto e mezzo.

Francesco Gallio
francesco.gallio@sconfinare.net

In cantiere l’Alumni Day 2009…

Apprendo da Intelligence in Lifestyle che dalla crisi economico-finanziaria internazionale uscirà ancora vittorioso il british: se british è infatti la radice del moderno capitalismo, british è anche la soluzione ai suoi problemi…e non solo perché il piano Brown di risposta alla crisi è tra i più arditi, imitati e meno “economically-correct”, ma anche perché proprio inglese era quel John Maynard Keynes che elaborò la Teoria generale che dovrà tirarci dai guai.

Ed ecco allora che la rivista si lancia in un elogio di Eton: la public school che formò il grande economista. E proprio nel titolo leggo che il vero segreto del modello Eton è il mantenimento dei contatti tra gli studenti ed i laureati, non solo nella convizione che interagendo tra loro i migliori cervelli si accrescano a vicenda, ma anche affinchè ogni laureato, conoscendo il talento dei suoi colleghi più giovani, li chiami al suo fianco nei posti che contano. Questa, sottolinea il giornalista, è la versione british della raccomandazione.

Sta rinascendo in questi giorni tra le mura di via Alviano il progetto dell’ASSID (l’Associazione degli Studenti di Scienze Internazionali e Diplomatiche). Nata nel 1993 l’associazione si era un po’ persa nel corso degli anni. Il suo obiettivo primario era quello di unire tutti gli studenti del SID (senza alcuna distinzione ideologica o di alcun tipo) e di creare per loro nuove e maggiori opportunità didattiche e professionali anche attraverso la pubblicizzazione del corso di laurea. Ecco dunque che quest’anno, tra le altre attività, l’ASSID si farà promotrice delle “task forces per il SID”: ogni studente potrà scegliere di tornare nella propria città di origine e pubblicizzare presso la propria scuola superiore il nostro corso di laurea, ottenendo per questo un parziale rimborso spese.

Ma l’ASSID vuole innanzitutto tornare ad essere il network tra studenti e laureati che era nei suoi anni migliori, per questo si sta muovendo già da ora in vista dell’Alumni Day 2009: la giornata di festeggiamento dei venti anni del SID in occasione della quale gli ex-studenti tornano ad incontrare i loro colleghi più giovani.

Come molti sapranno il nostro corso di laurea fu fondato all’alba della caduta del muro di Berlino, nell’ormai lontano 1989. Tradizionalmente l’ASSID ha preso parte all’organizzazione dei passati Alumni Day, per quest’anno si parla di un’intera giornata in giugno: in mattinata presentazione del corso e della sua storia, nel corso della giornata divisione in gruppi e presentazione delle opportunità di lavoro e serata di gala finale. Tutto però è ancora in fieri…ogni aiuto è ben accetto: la riuscita di un tale evento è legata soprattutto alla nostra capacità organizzativa (oltre che ai fondi a disposizione…).

A vent’anni dalla caduta del muro i Balcani bussano alla porta dell’Unione Europea. Mentre Gorizia ha la possibilità di tornare ad essere al centro della Mittleuropa, l’Italia non può essere spettatrice di un processo che si svolge alle sue porte. Questa sfida passa tutta per la Diplomazia e dunque anche per il SID: da qui dovranno uscire i laureati che dovranno negoziare ad ogni livello, dal comunale all’europeo fino al mondiale. È accaduto nel passato, ma deve accadere ancor più nel futuro anche attraverso una sinergia tra studenti, Polo ed una comunità locale che raramente ha collaborato con lungimiranza con il corso di laurea e spesso si è fermata a interessi di breve periodo.

Se è vero come apprendo che la qualità di un’università come Eton dipende dalla cooperazione e collaborazione dei cervelli che hanno frequentato e frequentano questa università, e se è vero come penso che ciò vale per qualunque istituzione accademica, allora il ruolo che l’ASSID, ed in essa tutti gli studenti del SID, vuole svolgere è certamente di vitale importanza. L’Alumni Day 2009 può essere solo l’inizio…le iscrizioni sono aperte…

Attilio Di Battista
attilio.dibattista@sconfinare.net

Il casinò mi ripugna

(ma non ci sono mai entrato)*

PREMESSA – Non sono mai entrato in un casinò. Leggete dunque questo articolo come il delirio di un moralista supponente e pieno di pregiudizi.

ANTEFATTO – non sono mai entrato, dicevo, ma qualche piccolo episodio mi ha fatto vivere un poco quell’atmosfera.

Per esempio, del sabato sera passato nel noiosissimo Bingo di Ferrara, ricordo la puzza di fumo, i volti sudaticci, il silenzio opprimente, la voce metallica che sciorina i numeri estratti, le mani nere di denaro degli addetti alla riscossione delle giocate.

Un mesetto fa, invece, in macchina lungo la statale tra Rovigo e Ferrara ho trovato un cartello pubblicitario dei casinò di Nova Gorica; prima ho pensato di essere allucinato&perseguitato dalla cara Gorizia anche se mi trovavo duecento chilometri più a sud; poi ho sorriso, pensando a un ferrarese che attraversa Po, Piave, e Tagliamento per fare una puntata sull’Isonzo.

Dopo un anno al confine ne ho sentite molte di descrizioni (tavoli pieni di cibo, carte verdi rosse blu, buoni omaggio, tecniche di gioco); le immagini prese da qualche film qua e là penso che completino bene il quadro. Nel Paese dei Balocchi, insomma, ci sono entrato anch’io. E non mi è piaciuto molto.

DOSTOEVSKIJ E PIRANDELLO – Non è comunque facile criticare chi lo frequenta, dopo aver letto le parole pensate dal giocatore di Dostoevskij in un momento di crisi: «È proprio inutile farsi la morale. Niente ci può essere di più assurdo della morale! Oh, gli uomini soddisfatti di se stessi, con quale orgoglioso compiacimento sono pronti, quei chiacchieroni, a pronunciare la loro sentenza! Se sapessero fino a che punto io stesso capisco tutto quanto c’è di ripugnante nella mia attuale situazione, non muoverebbero certo la lingua per darmi insegnamenti. E poi, che cosa possono dirmi di nuovo, che io già non sappia?». Sia chiaro, quindi: non voglio biasimare nessuno.

Del resto anche il Mattia Pascal pirandelliano, poco prima di rimanere ipnotizzato dalla roulette, commiserava i «disgraziati che stanno lì a studiare il cosiddetto equilibrio delle probabilità per estrarre la logica dal caso». E anche io resterei forse vittima del fascino di un albero di monete così attraente. Prima, rimarrei colpito dal rito dei fedeli che seminano mucchietti di talenti sul tappeto verde; ascoltano in silenzio le invocazioni melodiche dei croupier fino al “rien ne va plus”; sospirano e pregano la ruota che gira di fare giustizia; bestemmiano con un filo di voce o salgono al cielo con la loro accresciuta ricchezza.

Poi, dopo le mie prime due o tre puntate vincenti, mi sentirei baciato dalla fortuna e sicuramente capace di architettare la strategia vincente, capace di «estrarre la logica dal caso» per battere il banco.

Qualunque sia il numerino scelto dal caso, insomma, quel moltiplicatore di banconote è capace di sorprendere e di emozionare: e proprio quel che voglio evitare è emozionarmi per delle palline che girano e macinano denaro, o rimanere colpito dagli occhi sbarrati che roteano con loro.

QUELLO CHE MI DISTURBA – è che il casinò gioca con un desiderio assolutamente legittimo e naturale: migliorare la propria posizione. E come se non bastasse si propone come un mezzo di guadagno riservato a gente-con-le-palle. I codardi se ne stiano alla larga. Ancora “Il giocatore”: «E’ possibile che io non capisca che sono un uomo perduto? Ma perché non potrei risorgere? Sì! Basta essere almeno una volta nella vita cauto e paziente! Basta, almeno una volta nella vita, dimostrare carattere e, in un’ora, posso cambiare il mio destino! L’essenziale è il carattere.»

Carattere o delega al fato? All’ambizione si sostituisce il più disarmante fatalismo.

Anche se sicuramente voi non ci siete entrati con questo spirito, ma solo per passarci una sera, alla sua idea di fondo, il Dominio del Caso, avete creduto appieno almeno per un attimo. E personalmente credo che in tempo di crisi il “lasciar fare” sia la peggior soluzione. Questo discorso è puro moralismo. Ma il parcheggio sempre pieno delle case da gioco e la febbre con cui l’Italia intera ha aspettato l’uscita del 6 al lotto mi fanno pensare che la misura sia stata un pochino superata. (Sul fatto che l’industria del gioco sia la terza in Italia per fatturato, dopo Eni e Fiat, parleremo magari più avanti. Intanto lasciamoci martellare dalla pubblicità di Lottomatica sugli schermi di Trenitalia).

LA MIA UTOPIA – Nella mia Città di Utopia i casinò dovrebbero comunque restare. È un piacere sentirmi raccontare da chi c’è stato di pseudo milionari che puntano pezzi da mille e li vedono sparire sotto il loro naso: la roulette diventa in questo caso un ottimo mezzo di redistribuzione della ricchezza. Trasferisce i soldi dalle tasche di Briatore a quelle del Capo Casinò, che a sua volta premia con uno stipendio i fedelissimi croupiers e le loro famiglie. Crea indotto per il territorio.

Chi invece fa fatica ad arrivare a fine mese, potrebbe giocare la sua Social Card solo in un antichissimo giuoco che toglie il rischio e assicura il divertimento. È un sistema che non consente grandi vincite, dove i sorrisi non sono d’avorio, dove birra omaggio e abbuffate a nove euro potete scordarvele. La povera semplicità dei premi non vi farà sognare d’essere geni della statistica. Il banco non è vellutato di verde, è la tavola della vostra cucina o della sagra di paese.

Il Tombolone non ha mai rovinato nessuno, la vigilia di Natale e l’ultimo dell’anno saranno ottime occasioni per provarlo. Non scordate i fagioli per coprire i numeri, rideteci su; ma non lasciatevi prendere la mano.

Francesco Marchesano

francesco.marchesano@sconfinare.net

*Dieci buoni da 4€ spendibili in tutti i casinò della zona valgono un articolo riparatore.

Come il casinò finanziario blocca la locomotiva del nord est

Il denaro non produce denaro. Questa la prima lezione da trarre. E tra le ricette di eterna rifondazione di questo capitalismo malato, proposte proprio dai vecchi campioni del liberismo più sfrenato, che ora si esibiscono in piroette no global; e questa crisi che sembra caduta sulle nostre teste come una disgrazia, un imprevedibile disastro naturale, senza colpevoli o cause nominabili, come sta l’economia reale?

I governi di mezza Europa adottano pacchetti anti crisi, e in Italia a versare le lacrime più amare è proprio l’orizzonte produttivo di questo paese, la locomotiva del nord est, l’invincibile modello delle piccole – medie imprese, il tessuto di un’economia vincente. La locomotiva sferraglia oramai verso un binario morto, e il “popolo delle partite IVA” alza inesorabilmente bandiera bianca. Nessun settore merceologico può dirsi al riparo. Dalla recessione economica alla depressione il passo è breve, e i dati snocciolati da sindacati e gruppi confindustriali veneti sono da brivido: non siamo ancora alla depressione economica, ma poco ci manca: una ricerca prodotta da Veneto Lavoro analizza l’allarmante situazione della regione, sicuramente faro del “modello nord – est”, e snocciola dati da brivido: la crescita dell’economia regionale porta due segni negativi, le previsioni sono pessime con una dinamica del pil veneto pari a – 0,1 % nel 2008 ( – 0.2 % per l’Italia) e pari a – 0,2 % nel 2009 (- 0,4 % per l’Italia). Se queste previsioni venissero confermate, sarebbe la prima volta che il Veneto conosce un biennio di contrazione del prodotto. Forte riduzione delle assunzioni con una caduta ben superiore al 10 %, e ringraziamo gli immigrati: senza questi avremmo un welfare in crisi, un decrescita demografica inarrestabile, interi settori produttivi (turismo, edilizia, meccanico) che non resisterebbero un minuto di più. Ma ben più allarmanti sono le scelte delle aziende in tema di disoccupazione e il crescente ricorso agli ammortizzatori sociali: nei primi 8 mesi del 2008 l’incremento, sul corrispondente periodo dell’anno precedente, è stato del 50 % per quanto riguarda le ore di cassa integrazione ordinaria (che solitamente scatta per crisi temporanee) e del 42 % per quanto riguarda le ore di cassa integrazione straordinaria (prevista per ristrutturazioni strutturali e gravi crisi aziendali). E se i numeri percentuali non convincono, le cronache dai luoghi di lavoro fanno rabbrividire: Aprilia, Osram, Electrolux, le chimiche di Porto Marghera… le aziende annunciano piani – shock di taglio netto (in alcuni casi dimezzamento) dei posti di lavoro, veri e propri bollettini di guerra.

È una “tigre di carta” che non sa più a che aggrapparsi, che tra proclami per un non meglio precisato federalismo chiede a gran voce l’innegabile aiuto dopo aver sgobbato e tirato avanti la carretta italiana. L’aiuto di stato, sepolto dai guru del mercato negli anni ’80 – ’90, e che ora diventa un dovere, l’unica strada percorribile e dovuta per restare a galla. Sperem ben.

Matteo Lucatello

Matteo.lucatello@sconfinare.net

http://www.matteolucatello.it

Flickr Photos

Commenti recenti

Anulik su Armenia e Nagorno Karabak…
Edoardo Buonerba su Benvenuti al Sud
Fabione su Un piccolo riepilogo sulla…
marzia su Agenzie interinali
dott. Luca Campanott… su Il Friulano non è una lin…

Blog Stats

  • 11.350 hits
Annunci