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Spunti sull’indipendentismo sardo e l’Italia

In mezzo al Mediterraneo sorge, fiero ed orgoglioso, quello scoglio chiamato Sardegna. È evidente la somiglianza tra questa terra e i suoi colori, i suoi sapori, i suoi profumi, i suoi abitanti e la loro lingua. La storia della Sardegna,purtroppo poco nota, è complessa ed affascinante, si mischia con la cultura pagana, quella cattolica, le tradizioni della vita agropastorale. In tanti, forse troppi, sono passati per questa terra, con gli abiti dei conquistatori. Dalla dominazione romana alla monarchia sabauda, senza dimenticare la Corona spagnola, eserciti potenti, organizzati ed armati si sono alternati nei secoli, contribuendo senza dubbio a creare l’unicità della cultura sarda ma reprimendo con la forza ogni tentativo dissenziente. Nel corso dei secoli, l’orgoglio dei sardi si è espresso con l’indipendentismo, forme di lotta più o meno violente contro l’oppressore straniero. Ogni secolo ha avuto i suoi “eroi indipendentisti”: Amsicora che combatté contro i romani nella prima guerra punica, Bernardino Puliga, il punitore dei mori nel 1581, o il giudice Angioy capo del movimento antifeudale sono solo tre esempi. Il movimento non si è mai fermato, anzi, nell’ultimo mezzo secolo è sembrato rifiorire più che mai, eccitato da simili esperienze in giro per il mondo nonché dalle possibilità attuali di diffondere idee e notizie ampiamente e con facilità. Le principali motivazioni della lotta indipendentista attuale si rifanno al retaggio storico e culturale sardo, notevolmente diverso da quello del resto d’Italia, ma mai valorizzato o almeno protetto adeguatamente da autorità centrali (“La caratteristica specifica della oppressione vissuta dal nostro popolo sta nella negazione della esistenza del diritto alla “diversità” che presuppone l’essere Sardi nello stato italiano” – Statuto del partito indipendentista Sardigna Natzione Indipendentzia), come al tempo della Riforma Manzoni, con l’imposizione di una lingua e di una cultura estranee all’isola. Al giorno d’oggi, inoltre, per taluni la cultura locale è diventata un fenomeno di colore folkloristico, per divertire i turisti piuttosto che per ripetere rituali ancestrali che si perdono nella notte della civiltà: ad esempio, le maschere tradizionali del carnevale della Barbagia, i Mamuthones, vestiti con un abito di pelle di pecora e lana grezza e un’armatura di circa 20 kg di campanacci, è “costretta” dalle Pro Loco a sfilare per la gioia dei turisti a ferragosto, snaturandosi dal suo significato reale (il carnevale sardo, che va dalla festa di sant’Antonio al mercoledì delle ceneri, coincideva con l’unico periodo dell’anno in cui i pastori stavano in paese, e le maschere grottesche e bestiali servivano ad esorcizzare una trasformazione dell’uomo in bestia durante i lunghi periodi d’isolamento in alpeggio). Ma il peggior affronto per gli indipendentisti sardi si chiama “servitù militare”. Ampi terreni strappati ai contadini per creare poligoni di tiro in cui testare proiettili convenzionali e non (cercate l’episodio di Pratobello), esercitazioni militari internazionali, basi americane (fino al 2006 il 60% delle servitù americane in Italia si trovavano nell’isola, con missili, basi e sottomarini nucleari, tratti di mare enormi chiusi al transito). I principali partiti indipendentisti al giorno d’oggi sono il Partito Sardo d’Azione (PSd’Az), fondato da Emilio Lussu, progressista e federalista, Sardigna Natzione Indipendentzia (SNI), da inquadrare nella grande sinistra europea, e Indipendentzia Repubrica de Sardigna (IRS), nato di recente da una costola di SNI e su posizioni più aperte e meno radicali; accanto vi troviamo numerosi movimenti ideologici, tra cui il più famoso è a Manca pro s’Indipendentzia (aMpI – a Sinistra per l’Indipendenza), movimento indipendentista comunista; i gruppi più violenti (Organizzazione Indipendentista Rivoluzionaria e Nuclei Proletari per il Comunismo) agiscono ormai raramente e nell’ombra, e spesso la legge colpisce persone ad essi estranee solo perché professano con coraggio idee che potrebbero risultare scomode (nel 2006, 44 indagati, 54 perquisizioni e 11 arrestati, rilasciati dopo 6 mesi perché le prove non si sono rivelate sufficienti), e accusando l’aMpI di fare loro da scudo. Il sentimento di dominazione esterna è vivo anche nel settore turistico: le enormi cifre di denaro che circolano in Sardegna sono divise tra vari imprenditori (Moratti, Rovelli, l’Aga Khan, Briatore, Berlusconi…) che concedono ai locali di fare da lavapiatti. In conclusione ricordo la sentenza della Corte Costituzionale 365/2007, che ha dichiarato l’incostituzionalità del termine “sovranità” nello Statuto regionale (“Statuto di autonomia e sovranità del popolo sardo”), senza censurare “popolo sardo”, espressione usata già dal 1948 e unica negli statuti regionali italiani; in merito alla sentenza, l’aMpI ha ribadito che “La Sardigna è una Nazione senza Stato in quanto ha un territorio ben determinato, definito e riconoscibile dal fatto di essere un’isola; in quanto ha storicamente sviluppato una sua propria economia autoctona fondata su una struttura di tipo agro-pastorale; in quanto abitata da un popolo inteso come comunità etnica stabile che ha avuto la capacità storica di elaborare una propria lingua, una propria cultura, codici di auto-regolamentazione della propria società”.

Matteo Carzedda

mattegolino@yahoo.it

I motivi della crisi politica thailandese

La degenerazione dello scenario politico thailandese, portato ai massimi termini con l’occupazione, durata una settimana, dei due aeroporti principali di Bangkok non rappresenta altro che uno dei simboli di una lunghissima lotta per il potere.

La “crisi” thailandese ha un background lungo, lunghissimo, in verità, che poggia sulla decisione anglo-francese di lasciare il Paese come zona cuscinetto tra l’India Britannica e l’Indocina francese. Allo stesso modo, la sopravvivenza della dinastia Chakri si legò all’appoggio statunitense, che la considerava baluardo contro l’avanzata del comunismo nel sud-est asiatico.

Il fatto di non aver provato il trauma rappresentato dallo “sminuimento” dell’imperatore Hirohito, alla fine della seconda guerra mondiale (nonostante l’esplicito appoggio siamese ai giapponesi) o dall’abbattimento della dinastia Konbaung nella confinante Birmania, hanno prodotto una situazione di mantenimento di strutture tradizionali e di una mentalità sostanzialmente conservatrice in un paese fortemente caratterizzato dallo sviluppo economico e dalla globalizzazione.

Le contraddizioni che si possono notare in Thailandia sono gravi e il “Paese del sorriso” (termine sicuramente coniato da persone che si fermano alle apparenze) potrebbe vivere nei prossimi anni situazioni molto più spiacevoli della crisi aeroportuale. Dopo un flashback, mi permetto di dare una occhiata al futuro. Cosa succederà quando il Re Bhumibol Adulyadej, 81 enne il 5 dicembre e con qualche acciacco, dovrà abbandonare il trono, dopo oltre 60 anni di regno? Previsioni sono ben accette. La mia è quella che le cose potranno solo peggiorare.

Torniamo al presente. Thaksin Shinawatra. Di origine cinese, ricco imprenditore nel campo della telefonia e delle televisioni, entra in politica nel 1994 (analogie…). Nel 1998 fonda il partito Thai Rak Thai ( i thailandesi amano i thailandesi… vabbè… da italiano non ha senso fare ironia sui nomi dei partiti politici altrui…) e nel 2001 vince in maniera nettissima quella che osservatori stranieri dichiararono l’elezione politica in Thailandia con meno voti di scambio e corruzione della storia del Paese (rivincerà in maniera eclatante nel 2005). La piattaforma politica è populista, incentrata su fondi di sviluppo sostenibile per i più poveri, assistenza sanitaria gratuita alle classi disagiate, moratoria sui debiti dei contadini. Thaksin non agisce male, in realtà. Le promesse sono mantenute in un quadro economico dilaniato dalla crisi asiatica. Gli investimenti e il turismo vengono attratti, il debito esterno ridotto, le riserve di valuta ricostituite. Se si potessero tralasciare le fondate accuse di corruzione (ma corruzione è vita quotidiana, qui anche più che da noi) e la guerra alla droga, che ha causato abusi, torture e 2500 morti e la recrudescenza della ribellione di tre provincie a prevalenza musulmana al confine malese, si potrebbe persino dire che Thaksin abbia fatto bene. Forse troppo.

Il Re è uno. Due sono troppi. Colpo di Stato del settembre 2006.

Shinawatra è interdetto dalla politica. Il TRT si ricostituisce mutatis mutandis come People’s Power Party, guidato dalla longa manus di Shinawatra. E vince nuovamente nel dicembre 2007. troppo inetto il governo instaurato sotto l’egida dei militari.

Per spiegare, in due parole, senza indagare sulla struttura sociale thailandese, bisogna considerare che la stratificazione sociale è fissa e immutabile, non a livello di casta, ma non troppo diverso. Le classi povere sono state con Shinawatra, quelle di ceto medio ed agiate contro di lui. Il che si traduce, peraltro, in una distinzione geografica, con Bangkok contro di lui e il resto del Paese a lui favorevole.

Il nuovo Primo Ministro è Samak Sundaravej. La piattaforma politica è identica a quella di Shinawatra. Di nuovo il responso democratico non è accettato e le forze che prima si erano mobilitate contro Thaksin si ribellano contro quello che si reputa il suo portavoce. Primo blocco degli aeroporti. Gli scali di Phuket, Krabi e Hat Yai sono bloccati per 2 giorni, ad agosto. E primi scontri. La soluzione la risolve la Corte Costituzionale, il 9 settembre, che afferma che Samak non è più compatibile con la carica di Primo Ministro in quanto ha accettato un compenso per una apparizione in una trasmissione culinaria in televisione. Faccio i miei complimenti alla solerzia della Corte Suprema, evitando accuratamente di dire che la parte verso cui pendono è piuttosto evidente.

Il PPP ha ancora la maggioranza, e sale al governo Somchai Wongsawat. Lo si presenta come uomo di dialogo. E sicuramente si presenta più pacato nei toni del suo predecessore. Ma è il genero di Thaksin. Forse non proprio la scelta migliore in una situazione di crisi.

Il gruppo attorno a cui si raggruppano le istanze dei gruppi conservatori e anti-thaksiniani si chiama People’s Alliance for Democracy, guidato da un altro magnate delle telecomunicazioni (tanto per cambiare), Sondhi Limthongkul.

La situazione era divenuta grave già in agosto, con l’occupazione del Parlamento da parte del PAD, protrattasi sino a pochi giorni or sono. La piattaforma politica del PAD rimane però confusa. Segnata dall’essere fortemente filo monarchico e nazionalista, il PAD ha richiesto le dimissioni di Samak, prima, e di Somchai, poi, mentre il piano propositivo è stato senza dubbio carente. Certamente preoccupante è invece lo statement di Somchai secondo cui “la democrazia rappresentativa non è adatta alla Thailandia”.

Le tensioni si sono rafforzate a seguito della creazione di milizie pro- e anti- governative. Gli scontri più gravi risalgono al 7 ottobre, quando la polizia ha tentato di evacuare il Parlamento causando due morti e 300 feriti.

Ai funerali di una delle vittime degli scontri è presente la regina, Sirikit, per molti un avvallo tacito alle politiche del PAD. PAD che decide di alzare i toni. E l’azione è spettacolare: tra il 25 e il 26 novembre migliaia di manifestanti occupano gli aeroporti di Suwarnabhumi e Don Muang.

Gli aeroporti resteranno bloccati sino al 3 dicembre.

Kamikaze.

Distrutta la maggiore industria del Paese, il turismo. Fuga degli investitori. Riduzione stimata della crescita del PIL del 2% in maniera ottimistica. Perdita di 500.000 posti di lavoro nel settore turistico come minimo. Credibilità internazionale distrutta.

Il PAD ha vinto una partita non ancora finita. Somchai, in un’altra pronuncia della Corte Costituzionale, è stato costretto alle dimissioni per brogli elettorali presunti. Il partito sciolto. Si è già ricostituito con un altro nome.

La partita continua. Thaksin potrebbe tornare nel Paese a Natale. Il re ha ottantun anni e la sua salute è discussa.

Il monsone durerà lunghi anni in questo Paese.

Davide Ambrosio

davideambrosio@yahoo.it

Davide Ambrosio è studente SID in stage presso l’Ambasciata Italiana a Bangkok

Intervista al professor Diego Abenante, docente di storia e istituzioni dei Paesi Afroasiatici. E’ possibile scaricare l’audio completo dell’intervista sul sito http://www.sconfinare.net.

  1. Professor Abenante, quale pensa saranno le modifiche agli assetti politici indiani in seguito a questi attentati? Pensa che ne risulterà avvantaggiato il partito nazionalista indù, il Bjp? E quali sono le basi del fondamentalismo indù?

    E’ difficile fare previsioni, di ogni tipo; bisogna essere cauti. Dobbiamo vedere cosa succederà nei prossimi giorni. Però è vero che gli attentati hanno già messo in difficoltà la coalizione guidata dal partito del Congresso; infatti si è già visto che il Bjp, il principale partito di opposizione, prima ancora che fosse appurata l’identità degli attentatori, ha criticato aspramente l’inefficienza delle politiche di sicurezza del Congresso. E’ possibile che questo possa avere delle ripercussioni sul piano elettorale. Però, bisogna considerare una cosa: è vero che la coalizione nazionale è l’obiettivo delle critiche, ma non dobbiamo dimenticare che l’India è una federazione, quindi spesso la responsabilità cade in egual misura anche sui governi locali. Ovviamente, adesso il governo del Maharashtra è nel mezzo di una bufera… In secondo luogo, da un certo punto di vista la coalizione è ‘fortunata’, perché le elezioni nazionali saranno nel 2009; quindi, da qui ad allora c’è tempo per recuperare un po’ di consenso. Già ora ci sono segnali da questo punto di vista: il governo ha gestito abbastanza bene le fasi dell’emergenza, ed ha anche arrestato un attentatore, da cui pare stia ricevendo molte informazioni. Per quanto riguarda la seconda domanda, essa ci porta lontano; il Bjp non è che l’ultima forma che ha assunto la corrente politico-religiosa del nazionalismo indù. Essa prende le sue mosse già nel XIX secolo, da certi movimenti di riforma dell’induismo che si rifanno ad una base cristiana, razionalista e critica delle superstizioni. L’interpretazione politica di queste teorie si avrà nel ‘900, quando i nascenti movimenti politici collegheranno questo induismo riformato alla nazione: essere indiani vorrà dire essere indù. Avremo quindi vari partiti nazionalisti, dei quali il Bjp è l’ultimo. Questo nazionalismo si distingue dagli altri nazionalismi “classici”, perché è una qualità che si può acquisire: tutti possono diventare indiani, se accettano la religione e la cultura indù. Il concetto principale, insomma, è quello di ‘indianità’. Infatti, il Bjp ha una politica fortemente antimusulmana, e non riconosce i musulmani – e nemmeno le altre comunità religiose – come veri indiani.

  2. Quanto è fondato il timore di una seria battuta d’arresto nel processo di pace India- Pakistan?

    Anche qui è difficile fare precisioni. Si vedrà abbastanza presto se la situazione è seria oppure no, perché la politica nel subcontinente segue schemi piuttosto consueti. Secondo me, in ogni caso, nessuno dei due governi ha interesse ad interrompere il dialogo. Il governo indiano ha anzi un interesse opposto, sostenere il governo civile pakistano, che è ancora debole, essendosi insediato da pochi mesi; un conflitto ora lo destabilizzerebbe, e lo porterebbe a delle derive preoccupanti, con un nuovo governo militare o, nel peggiore scenario, anche se piuttosto improbabile, uno sviluppo islamista. Da un confronto militare India- Pakistan prendono sempre forza i gruppi nazionalisti. E’ vero però che il governo deve rassicurare l’opinione pubblica; queste tracce che riconducono al Pakistan devono essere analizzate, anche assicurandosi un forte appoggio da parte del Pakistan nella lotta al terrorismo, altrimenti si rischia di favorire il Bjp. Da parte pakistana, il governo ha ben altri problemi: è un governo civile giovane, che sta cercando di agganciare rapporti con l’esercito e le altre forze al potere precedentemente. Per questo io tendo ad escludere un coinvolgimento diretto del Pakistan.

  3. Cosa significava la presenza dei tecnici israeliani, al servizio del governo indiano, colpiti dai terroristi?

    Francamente, credo che questo punto debba essere verificato. Può essere benissimo che si trattasse di tecnici israeliani. La vicinanza tra India ed Israele non è una novità; quello che mi colpisce non è tanto la presenza di quei tecnici, quanto la volontà dei terroristi di colpire principalmente gli israeliani. Questo mi rafforza nella convinzione che questi attentati avessero una matrice esterna al subcontinente, perchè in India non c’è una tradizione di violenza politica diretta specificatamente verso gli ebrei. La matrice degli attentati è sicuramente situata al di fuori, almeno nella regia; gli esecutori sono sicuramente locali, anche perché degli Arabi avrebbero destato attenzione. Il tipo di violenza si ricollega anch’esso ad una matrice esterna all’India, di tipo islamista; è probabile che ci sia un coinvolgimento di Al Qaeda. Per la storia del subcontinente sono nuovi questi attacchi indiscriminati ad alberghi e luoghi civili; normalmente la violenza religiosa e politica nel subcontinente colpiva leader politici, non nel mucchio, oppure, più recentemente, soprattutto in Pakistan, luoghi di culto, lì in maniera indiscriminata, ma era sempre una violenza tradizionale.

  4. Considera quest’attacco come l’ultimo e il più eclatante di una lunga serie, con gli stessi obiettivi di sempre, o come il primo di una nuova generazione con nuove finalità e nuove modalità?

    Purtroppo, adesso propendo più per la seconda ipotesi: questo attentato dimostra che il terrorismo si è insediato nel subcontinente; la zona tra Afghanistan e Bangladesh è diventata una zona critica per il terrorismo, soprattutto islamista. Sarebbe interessante approfondire i motivi per cui questo è avvenuto, e ci sono sicuramente delle responsabilità del’Occidente, ma anche ragioni legate alla storia dell’area. Si sta imponendo questo modello globalizzato di violenza terroristica, che è diversa da quella tradizionale. Non voglio parlar bene della violenza tradizionale, nel senso che colpire luoghi di culto in maniera indiscriminata è bestiale, ma era un tipo di violenza più legato alla religione. Poi si è passati gradualmente ad una violenza più allargata, ma sempre artigianale; ora, totalmente nuovi al subcontinente sono questi attentati, come quello del Marriott ad Islamabad, che secondo me è dovuto alla stessa mano di quello di Mumbai. Secondo me, purtroppo, dobbiamo aspettarci un nuovo stile della violenza nell’Asia meridionale.

    Per certi aspetti, si potrebbe dire, con Ahmed Rashid, che con questi attentati l’India sia entrata, simbolicamente, nella modernità?

    E’ brutto a dirsi; si può anche non essere del tutto d’accordo, nel senso che l’India è entrata da un pezzo nella modernità; però, dal punto di vista della violenza, forse sì, nel senso che da una violenza ‘tradizionale’ che si nutre di obiettivi specifici e di un linguaggio simbolico con valenza locale si è passati ad una violenza globalizzata. Non va dimenticata poi un’altra dimensione: questo attentato mette in forse i rapporti tra la comunità musulmana indiana e le istituzioni. La comunità musulmana in India è solitamente molto svantaggiata, soffre di condizioni di vita di notevole difficoltà; il fatto che in più venga vista dal resto della popolazione come filo-terrorista mette in difficoltà la coesione della democrazia indiana. Bisogna trovare dei modi per rassicurare la stessa comunità musulmana indiana, non dimenticando che molte vittime sono musulmane.

  5. Mumbai è la Porta e la capitale finanziaria dell’India. Quanto ha contato questa simbologia nella scelta degli attentatori?

    Questo è un aspetto molto interessante, che è stato colpevolmente trascurato nelle analisi dei media. Bombay ha un significato simbolico molto forte, perché è aperto storicamente a molte influenze; anche prima dell’arrivo dei britannici era un luogo di scambi e di interazioni culturali; era uno dei luoghi della tolleranza. Da questo punto di vista, non mi stupirei se il luogo fosse stato scelto dai terroristi anche per colpire il simbolo della tolleranza. Inoltre, c’è un’altra cosa da dire, a cui forse nessuno ha fatto caso: pare che la nave che portava i terroristi abbia fatto scalo a Port Bandar, nel Gujarat. Port Bandar è la città natale di Ghandi. Che essi abbiano fatto scalo proprio lì può avere una valenza casuale, ma si tratta comunque di una triste coincidenza.

    Giovanni Collot e Francesco Scatigna

    giovanni.collot@sconfinare.net

    francesco.scatigna@sconfinare.net

Messico sull’orlo della guerra civile

Ogni giorno giungono notizie di sparatorie ed efferati fatti di sangue, la cifra degli omicidi ha raggiunto la spaventosa cifra di 4000 nell’ultimo anno. Queste sono le spaventose cifre dell’ondata di violenza scatenata dai narcotrafficanti in Messico.

Il ritrovamento di nove teste mozzate alla periferia di Tijuana, regno incontrastato dei criminali, e solo uno degli ultimi efferati atti delle sempre più sanguinarie bande criminali.

Lo scontro ormai non guarda in faccia più nessuno, coinvolgendo oltre ai membri delle forze dell’ordine anche civili, donne e bambini, che sempre più spesso vengono trovati morti dopo aver subito torture e mutilazioni.

Ed è proprio questa la piega più spaventosa che sta prendendo la guerra tra narcos e governo, sempre più spesso i corpi vengono ritrovati con sopra i segni di brutali torture, pestaggi ed orrende mutilazioni come la decapitazione, praticata sempre più spesso per uccidere gli agenti di polizia.

L’ultimo gradino percorso in questa discesa all’inferno è la diffusione su internet dei filmati delle uccisioni, con sottofondo musicale inneggiante ai vari “cartelli” della droga prendendo a modello i video del conflitto iracheno.

Il sempre maggior grado di instabilità in Messico sta costringendo ad intervenire anche i paesi che sono il terminale del traffico di cocaina, gli Usa in primis, ma anche l’Italia.

Un’operazione condotta dai Carabinieri del Ros ha portato all’arresto di 200 persone lo scorso 17 settembre ed ha svelato la sempre maggior connessione tra ‘Ndrangheta calabrese, cartelli messicani e produttori di cocaina colombiani.

L’indagine, che ha coinvolto anche FBI e DEA, ha svelato proprio i traffici che intercorrono lungo l’asse Colombia-Messico-Usa-Italia, con il coinvolgimento di Farc e paramilitari colombiani nella produzione di droga, i famigerati Los Zetas messicani incaricati dello stoccaggio della cocaina ed infine l’invio dagli Usa verso i mercati italiani ed europei.

L’operazione ha portato all’arresto di numerosi latitanti, sia italiani che messicani, ed ha consentito il sequestro di 16 tonnellate di cocaina e di 57 milioni di dollari oltre ad evidenziare la sempre maggior importanza del Messico nel traffico di droga.

Anche gli Stati Uniti hanno deciso di intervenire sempre più massicciamente nella lotta alle bande messicane, che hanno iniziato a compiere regolamenti di conti anche al di là del confine ed in cui esportano quantità enormi di cocaina e riciclano il denaro.

L’avvio dell’operazione “Merida”, uno stanziamento di 400 milioni di dollari di aiuti, iniziata con una cerimonia a Città del Messico è un segnale della volontà americana di intervenire sempre più massicciamente nella lotta ai narcotrafficanti messicani.

Emiliano Quercioli
e.quercioli@yahoo.it

Cosa vi aspettate per il prossimo anno? Non pensate in piccolo, non pensate alle prime settimane, non disperatevi già ora per i prossimi esami. Pensate alle notizie che leggerete, che ascolterete. Cosa realmente vorreste vedere nel mondo? E invece cosa è più probabile che accada?

Non temete, non rivelerò qui tutte le trame del 2009, quelli sono articoli ancora da scrivere. Piuttosto tenterei di vedere cosa potrebbe accadere il prossimo anno, visti i principali eventi degli ultimi mesi del 2008.

L’Europa, lo scenario internazionale a noi più vicino, è stata scossa pesantemente dagli scandali, ricorderete Société Générale, e dall’ultima crisi finanziaria. Questa non è piombata dal cielo improvvisamente, ma mostra le prime e più superficiali radici nell’estate 2007 con la crisi dei mutui subprime. Risultato: crescita economica vicina allo zero per la maggior parte dei paesi europei, o comunque previsioni di crescita aggiornate in negativo. Nel processo integrativo europeo invece pesa il parere negativo del referendum irlandese sul Trattato di Lisbona, e nel Consiglio Europeo dell’11 dicembre “sarebbe utile che il consiglio di giovedì stabilisse una road map – per il 2009 – per l’approvazione del Trattato da parte dell’Irlanda” scrive La Stampa citando il ministro Frattini, “dicembre sarà, sotto certi aspetti, un punto di non ritorno per il futuro dell’Unione europea”.

Dall’altra parte dell’oceano invece gli Stati Uniti piangono e festeggiano allo stesso tempo. La crisi che è arrivata poi anche nei nostri mercati azionari è scoppiata proprio qui. Allo stesso tempo il Presidente Eletto, Mr. Obama, è il motivo di tanta speranza per il 2009. Oltre ad essere un simbolo vivente, in quanto primo presidente afro-americano, la sua amministrazione è chiamata a risolvere i numerosi problemi che gli Stati Uniti stanno affrontando. La crisi finanziaria ha trascinato nell’area negativa tutta l’economia e Washington è costretta a rispondere con aiuti di stato da miliardi di dollari, per sostenere, contrariamente a ogni principio economico, imprese e aziende imprudenti o semplicemente sorprese dalla crisi dei consumi.

Nello scenario più instabile di sempre, il Medio Oriente, sono ancora molti i contenziosi e le crisi in corso. La guerra in Afghanistan è ancora lontana da una conclusione e nonostante gli sforzi della Coalizione Internazionale le milizie talebane hanno conquistato il controllo di numerose aree. Nell’altra guerra ancora in corso, in Iraq, il governo inglese ha annunciato il ritiro delle sue truppe dall’area nel marzo 2009, mentre le truppe americane dovranno attendere almeno il 2010. Tra i due paesi, l’Iran è tornato al centro dell’attenzione mondiale con il suo programma nucleare civile e nel 2008 l’amministrazione Bush sembrava veramente vicina a dichiarare guerra anche alla Repubblica Islamica. Nonostante i tentativi di discredito degli Stati Uniti e di Israele, Teheran continua ad operare sotto il controllo dell’AIEA, rimanendo dichiaratamente in ambito civile. Più a est, i recenti attacchi terroristici in India hanno trascinato il Pakistan in una nuova profonda crisi. Si sta diffondendo l’idea che la guerra al terrorismo in Afghanistan e gli sforzi americani in Iraq richiedano la caccia alle organizzazioni terroristiche presenti e operative nel territorio pakistano. Ritornando ad affacciarci nel Mediterraneo, rimane ancora molto tesa la situazione in Palestina e nella Striscia di Gaza, e la questione dei Curdi in Turchia, mentre appare probabile che nel 2009 si concluderà il contenzioso tra Atene e Ankara per Cipro.

“But 2009 will bring disappointment. It will become evident that it will take more than a new American president to breathe new life into multilateral diplomacy and international institutions.”

Gideon Rachman: chief foreign-affairs columnist, Financial Times.

Diego Pinna
diego.pinna@sconfinare.net

Si sa, il mondo cambia velocemente. Così velocemente che spesso si fa fatica a rimanere al passo con le novità. Novità che troviamo in tutti i campi, dalla tecnologia all’economia, per non parlare della medicina. Fino ad oggi, però, la diplomazia si è mostrata un lido felice, al riparo da questo vortice. Certo, le situazioni cambiano, si passa da una guerra ad una cooperazione, e così via; ma le regole scritte e, soprattutto, non scritte, sono rimaste sempre quelle, rassicuranti e nobili. Ma tutto è cambiato con l’avvento di quel Genio politico assoluto che è Silvio Berlusconi. Egli ha portato qualcosa di assimilabile ad uno tsunami non solo in Italia, ma anche nel mondo delle relazioni internazionali. Dato che però il genio è per sua natura ineffabile e incomprensibile, non riusciamo ancora a capire con precisione le nuove regole di comportamento introdotte dal nostro Primo Ministro.

Consapevole di questo problema, che attanaglia soprattutto noi, studenti di Scienze Internazionali e Diplomatiche, ho deciso di raccogliere alcune regole che potessero dare vita ad un piccolo Vademecum. Esso è necessario per rimanere al passo coi tempi, per permetterci di capire come comportarci nelle sedi più prestigiose in cui, forse, ci potremo trovare a tenere alto il nome della Nazione. E’ chiaramente un elenco riduttivo; forse è un po’ eccessivo definire ‘lezioni’, ma speriamo che vi possa comunque essere di aiuto.

1- Ricordati sempre che la gente ama essere rassicurata in quello in cui crede e che si aspetta di vedere. Per questa ragione, quando riceverai visite di capi di Stato o importanti personalità estere, fai di tutto per mostrare loro che tutti i luoghi comuni triti e ritriti sul tuo Paese sono veri. Ad esempio, canta TU STESSO vecchie e romantiche canzoni napoletane, presenta loro i giocatori della TUA squadra di calcio originari del loro stesso Paese, e portali nella TUA villa in Sardegna (sole, mare e fantasia). Potresti inoltre organizzare una cena a base di spaghetti e mozzarella di bufala, magari invitando anche i più prestigiosi capimafia, pregandoli, naturalmente, di parlare esclusivamente in siciliano durante tutta la cena.

2- L’italiano ha la fama del ‘latin lover’. Tieni fede a questa tradizione. Questo punto può essere considerato un corollario di quello precedente, ma vista la sua importanza, è meglio esplicitarlo. Qualora ti trovassi ad avere a che fare, ad un vertice, con controparti di sesso femminile, comportati in modo quanto più ‘galante’ possibile, facendo alla lei di turno dei complimenti. Continua ad insistere se i tuoi apprezzamenti non smuovono la controparte, che non si corra il rischio che qualche giornalista estero dica che gli Italiani non sanno apprezzare il fascino femminile. L’ideale sarebbe, poi, che ti vantassi con la stampa delle tue innegabili doti da seduttore.

3- Non c’è niente di meglio che creare un po’ di sano cameratismo per sviluppare un clima di lavoro sereno e proficuo. Basta che tu abbia alcune semplici attenzioni, che usi un po’ del tuo ingegno per capire quando è necessario intervenire. Ad esempio, se durante una discussione importante, su una guerra, una crisi finanziaria o altri argomenti, si crea una situazione di particolare tensione e nervosismo, puoi rasserenare gli animi dei tuoi colleghi raccontando una divertentissima barzelletta. Oppure, e sarebbe ancora meglio, durante una foto con tutti i leader partecipanti ad un vertice potresti fare il simpatico gesto delle corna a chi si trova davanti a te. Ma basta anche che tu, alzandoti, batta con i polpastrelli sulla testa di chi ti è seduto a fianco per avere un effetto soddisfacente.

4- L’opinione pubblica è, per sua natura, diffidente nei confronti dei leader senza senso dell’umorismo. Consapevole di ciò, dimostra in ogni occasione possibile la tua verve e la tua simpatia, farcendo di battute acute ed intelligentissime ogni tuo discorso o commento. In particolare, sottolinea i difetti o le particolarità fisiche dei tuoi colleghi ai vertici; questo adempie ad una duplice funzione: da un lato, dimostra la tua grande capacità di caricaturista, molto apprezzata dall’opinione pubblica; dall’altro, crea quel senso di familiarità molto importante per la buona riuscita del vertice (come già detto al punto 3). Un altro modo per mostrare il tuo umorismo può consistere nel fare simpatici scherzi ai tuoi colleghi stranieri; ad esempio, nascondersi dietro un palo della luce e sbucare improvvisamente al loro passaggio, meglio se accompagnando il tutto con un significativo e ben modulato ‘cucù!’. In ogni caso, naturalmente, prima di fare tutto ciò assicurati che ci siano delle telecamere presenti: sarebbe un vero peccato che si perdessero le tue perle. Se per un caso malaugurato qualcuno non dovesse capire una tua battuta, mostrati deciso: accusalo di non avere il minimo senso dell’umorismo. Scusarsi significherebbe cedere alla stupidità imperante oggigiorno.

Questo è quanto. Sono poche regole, ma molto impegnative; in ogni caso, sono un insostituibile guida da seguire passo passo verso una soddisfacente carriera diplomatica all’ultima moda. Buona fortuna!

Giovanni Collot

giovanni.collot@sconfinare.net

Il racconto breve di Tommaso

Cari lettori, quanto segue non è un articolo, ma il primo episodio di una storia a puntate che – se, con il vostro gradimento, sosterrete – avrei intenzione di pubblicare d’ora in avanti in questa rubrica. Essendo questo una progetto in itinere, attendo con trepidazione vostri commenti, suggerimenti e spunti per proseguire il mio lavoro. Buona lettura!

Episodio 1 – Il risveglio

Paolo non sapeva bene come avesse fatto a trovarsi lì. La sua mente era annebbiata. Non vedeva bene. Sebbene i suoi occhi fossero aperti, era come se ci fosse un muro di nebbia. Tentò di alzarsi, ma non ci riuscì. Dov’era? Perché non riusciva a vedere? Pian piano, la nebbia nei suoi occhi si diradò. Era pieno giorno. Una luce intensa per un attimo gli ferì gli occhi. Proveniva da un’ampia vetrata, inondando la stanza. Era una luce dorata, ma tenue, non sicuramente potente come quella di una calda giornata estiva. Si accorse di essere seduto per terra, con la schiena appoggiata verso il muro.

Cercò di alzarsi, ma solo con fatica vi riuscì, sostenendosi alla parete bianca. Sentiva in sé un dolore soffuso… Accennò un passo, ma delle fitte laceranti lo bloccarono a metà, facendolo ritornare malamente appoggiato. Tutti i muscoli gli facevano un gran male: come se lo avessero bastonato. Per il momento, camminare sarebbe stato troppo faticoso. Iniziò ad osservare intorno a sé. C’era da un lato, sulla sinistra, una lunga vetrata, oltre la quale si vedeva un ampio terrazzo, raggiungibile tramite una porta-finestra sul fondo della stanza. Varie piante lo decoravano con i colori delle loro foglie, anche se molte di queste erano ormai a terra. Dall’altro lato, dietro un angolo, poteva intravvedere un elegante tavolo da pranzo in vetro con delle sedie di metallo e un sofà bianco, una lampada su un tavolino. Che strano…quel luogo gli era familiare… perché? Provava un’inquietante sensazione: anche se non aveva piena visuale su quel lato della stanza, sentiva, però, che qualcosa non era come doveva essere.

Una brezza fredda lo fece rabbrividire: la porta finestra era aperta. Il dolore lo aveva abbandonato un poco… forse sarebbe riuscito a camminare. Lentamente, si avviò verso l’ingresso della terrazza.

Concentrò le sue energie nel muoversi, fino a raggiungere l’altro lato della stanza. Affaticato, si appoggiò al vetro, con il viso rivolto verso il centro della stanza.

Quello era il soggiorno di casa sua!

Ma, cosa era successo? I cuscini del divano erano in completo disordine: uno da un lato, strappato e svuotato del suo contenuto – che si trovava tutt’intorno – mentre l’altro era dall’altro lato della stanza. La lampada, invece, si trovava ancora dove doveva essere, ma era tutta incrinata:che fosse stata raccolta da terra? Si mise una mano alla tempia. Gli stava venendo un terribile mal di testa; un’incessante serie di pulsazioni alla tempia che non gli permettevano di riflettere. Forse, se avesse chiuso la finestra, sarebbe stato meglio. Chiuse la porta finestra. Quando, però, tolse la mano dalla maniglia, scoprì con orribile sorpresa che era macchiata di sangue. La vista del sangue peggiorò immediatamente il suo mal di testa: la stanza iniziò ad oscillare. Si ritrovò di nuovo per terra, colto dal panico: che diavolo era successo in casa sua?!

Chiuse gli occhi per cercare di riprendersi, respirando a fondo mentre provava a fare quiete nella sua mente sconvolta. Continuò così finché il mal di testa non gli diede tregua.

Quando aprì nuovamente gli occhi non avrebbe mai saputo dire quanto tempo fosse passato all’incirca – se non fosse stato per il fatto che la luce era cambiata molto rispetto a quando li aveva chiusi. Doveva essere l’ora del tramonto.

Sentiva in bocca il sapore del sangue. Si portò una mano al volto e ben presto capì che era perché la sua tempia sanguinava. Aveva ricevuto forse un colpo in testa?

Si accorse di una porta leggermente socchiusa, che prima non aveva notato.

Questa volta si rialzò con più facilità e, ansioso per ciò che avrebbe potuto trovarvi al di là, pose la mano tremante sulla maniglia…la scena che vide spazzò via in una sola folata di vento tutta la nebbia che aveva gravato sulla sua mente: Bianca distesa sul letto, morta.

Tommaso Ripani

Io non so esattamente quanto spazio occupi la provincia di Varese, o come la chiamano in quelle zone, il Varesotto. Non so nemmeno se i luoghi che frequento da vent’anni siano o meno lì, piuttosto che sotto Monza o Milano o Como o che altro. Il fatto è questo: troppi paesi, lì.

Ma andiamo con ordine. E’ un posto strano, dove tutto, o quasi, è uguale. Dove tutto, o quasi, è iper-concentrato.

Credo sia l’ideale, per un vignettista. Campi e campi e campi, intervallati da rotonde e paesi con le stesse case, rotonde e paesi con le stesse case. Io mi perderei, sempre. E poi, i centri commerciali. Tanti centri commerciali. L’ideale, disegnare tutto questo dal sedile posteriore di un auto. E sullo sfondo, le montagne.

Sì, perché la provincia di Varese, il Varesotto, o i dintorni di Saronno, o qualunque sia la definizione per quella terra tra Varese, Como e Monza –con Milano a venti minuti di treno- segna anche la fine della Pianura Padana.

E dove la Pianura Padana finisce, inizia la Lega. Varese, la patria della Lega Nord!

Sì, questo posto è proprio strano. E anche quello che sto dicendo, in fondo, pare mancare di un filo logico; ma tranquilli, è tutto voluto: una narrazione che si rispetti si adegua a ciò che racconta.

E questo posto, sì, è proprio strano.

I treni, per esempio. I treni! Qui non c’è Trenitalia, nossignori. Qui ci sono le ferrovie Nord –il loro colore è il verde, già. Poi, non so se questa sia una fortuna, eh. Che non ci sia Trenitalia, intendo. Non so nemmeno come sia potuto accadere, fatto sta che ci sono stazioni solo per la Nord, la gente dice prendiamo le Nord –e cos’altro potrebbe fare, dato che è l’unico modo per spostersi col treno?- e per andare a Como, in riva al lago, si deve prendere la Nord. E scusatemi se non vi sembra strano.

Qui è tutto diverso.

Ma a parte le ferrovie. E’ diversa anche la messa –ricordi di quando ancora ci andavo, a messa. E’ il rito ambrosiano, perciò anche di Milano, ma qui, chissà perché, fa più effetto, perché la campagna cittadina dei dintorni fa tanto Don Abbondio, e pazienza se, alla fine, non era proprio qui il paesello di Renzo e Lucia, ma era più verso Lecco. Vabbè, non credo cambi di molto l’ambiente. La messa, per quel che ricordo, è strana perché è tutto uguale, o quasi; ma lo scambio della pace avviene all’inizio della cerimonia, invece che verso la fine. Un po’ come il luogo in generale, dove sembra tutto uguale, e anche un po’ noiosetto, ma in realtà poi quei due-tre elementi fuori posto scombinano le abitudini dei forestieri.

La gente, poi. Un po’ di signori milanesi vecchio stampo, che trascorrono la pensione in quella che fu campagna, chissà quanto tempo fa, ed ora è tutto un susseguirsi di paesi –intervallati, ripeto, da rotonde. Quante rotonde!

Ma non solo vecchi milanesi. Tanti ragazzi, con l’accento un po’ cerchiato, se così si può dire –è molto difficile descrivere un dialetto, non ci avete mai provato? E a casa, quando tornano, hanno le nonne che parlano in un altro modo. Sì, in un altro modo, che spesso è il calabrese.

Ho visto meno calabresi in Calabria, in effetti. Qui ci sono interi paesi composti da calabresi e limitrofi. Eppure, è la patria della Lega Nord.

Bah, misteri d’Italia. Eppure vorrei capirlo.

Qui le strisce sono verdi. Davvero, sono verdi. Un verde sgargiante tra l’altro, quando non è consunto, che colpisce l’occhio e accende il paesaggio. Non potrei mai guidare qui, andrei fuori strada ad ogni striscia pedonale. E i cartelli. I cartelli con i nomi dei luoghi, sono spettacolari. E’ vero, non è una prerogativa lùmbard, ma qui l’arte della ricerca delle radici popolar-dialettali raggiunge livelli inavvicinabili da alcun altro luogo. C’è un paese…Dico sul serio, eh. C’è un paese che, fondato da poco, non ha un nome in dialetto. E ce lo hanno messo lo stesso. ‘A metà tra berghèm e milèn’, hanno scritto. Davvero. Ci sono stato, lì –sono andato in pizzeria, una sera.

E quindi. La Lega ormai è parte della storia del luogo, e in effetti non saprei immaginarmi Lazzate (provincia brianzola, eh) senza il suo bel cartello ‘Lazzàa’, né Cogliate senza il suo ‘San Dalmazi’, e nessuno che sappia spiegarmene il perché.

Ma la vita scorre placida, placida davvero, e allora perché andare a disturbare gli abitanti? La mattina prendono l’auto e vanno in tante diverse direzioni quanti sono gli innumerevoli paesini dove la sorte li ha spediti a lavorare, e superano, senza farci quasi caso, quei cartelli in marroncino, che per alcuni rappresentano, caspita, l’orgoglio della tradizione. Ma questi alcuni, perlomeno, una cosa l’hanno azzeccata: a parte il grigio delle strade e il rosso dei tetti delle case tutte uguali, qui è davvero tutto un po’ verde, sotto sotto.

Francesco Scatigna

Anche il numero 16 è fatto. E’ stato faticoso, ma speriamo sia un numero gradito, nei contenuti e nei nuovi piccoli dettagli che cambiano di volta in volta. Perché Sconfinare non è solo scrivere l’articolo o vedersi a riunione, o organizzare una bella serata a bere fuori. C’è anche, e sempre, qualcuno che dietro le quinte lavora alla luce di una candela per completare un nuovo numero.Il numero appare magicamente nella sua forma solo dopo il lavoro di alcuni baldi giovani, che puntualmente si ritrovano con l’impegno (o fardello, o fate voi, ma siate educati) dell’IMPAGINAZIONE del nuovo numero…..
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Per tutti i lettori di Sconfinare.net il nuovo numero è ora completamente disponibile. Come avrete notato è cambiata un pelo un bel po’ la grafica del sito internet. Spero sia ora più leggibile e più semplice ritrovare i contenuti. Gli elementi più importanti sono le due barre: una orizzontale in alto con le sezioni Redazione e Pdf. La seconda barra invece mostra le statistiche del sito, le foto della redazione e cliccando sulle categorie potrete visualizzare solo gli articoli di quelle rubriche di tutti i numeri, oppure scegliendo un archivio più in basso visualizzerete gli articoli pubblicati in quei mesi. Buona lettura a tutti.
Diego Pinna

Non deve apprendere nessuna conoscenza con spirito servile. L’ha detto Platone.

Nel mio piccolo, io sarei dovuto andare a lezione di Arabo oggi. Però non l’ho fatto.

Mi chiamo Rodolfo e sono a Gorizia da cinque anni. Lo direi un periodo lunghetto, anche se un anno ho deciso di giocarmi il jolly Erasmus. Non mi sono ancora ambientato, ma fortunatamente la stabilità non è più una priorità. Da quando mi sono immatricolato per la prima volta sono cambiate così tante cose che ho rinunciato persino a tenerle a mente. Ora, per sapere quanti e quali esami mi mancano faccio affidamento sul mio libretto elettronico. E sbaglio sempre.

Il punto, comunque, non è questo. Se scrivo questo articolo, e so che finirà in “stile libero” e non in “università”, è proprio perché non voglio muovere critiche ad alcunché di concreto e di modificabile. Se scrivo parlo di me, ed è perché mi sembra con ciò di riuscire a sfogare un senso di frustrazione e d’umiliazione che spero non mio solamente.

Il punto è questo: non sono andato a lezione di Arabo. Avrei voluto andarci, sapete, ma semplicemente non l’ho fatto. Perché da un po’ di tempo, a mio vedere, qualcosa si è inceppato nel senso del grande meccanismo generale, qualcosa si è inceppato ed a volte mi pare che sia quasi un portato biologico, il rifiutare di comprendere perché degli esseri umani di ventitré anni, l’età più vitale, l’età più fertile in un certo senso, debbano essere costretti ad imparare.

“Imparare”, capite? Ancora. Quando concluderò la laurea specialistica, avrò studiato per diciotto anni della mia vita, se a Dio piacendo sarò in orario, senza essermi perso troppo e stringendo i denti, come tutti. Diciotto anni (so che in questo momento non ci credete e state contando. Però è così. Pazzesco, eh?). E cosa mi sarà rimasto? Probabilmente la mia sola capacità di leggere e scrivere (sulla terza, il “far di conto”, ho già i miei dubbi). Non credo d’essere particolarmente stupido. Però quello che resta di ogni libro, di ogni esame, è un sorso un fondo un residuo, un po’ di cenere, un “non lo so”. Quali sono le clausole dei trattati x e y? Non lo so. Chi si ricorda anche solo i princípi basilari della statistica? Io no di certo. Eppure quello fu l’esame che preparai meglio, sei mesi passati a sudar duro e punteggi pieni ad ogni parziale. Non ci fu nemmeno bisogno dell’orale, ottenni la piena assoluzione con lode sulla fiducia. Ed è come se non avessi mai aperto quei libri.

E allora, perché continuare? Onestamente, voglio dire.

A volte ho l’impressione che tutto ciò serva ad autoalimentare una struttura. La laurea è richiesta per trovare lavoro, teoricamente. E non sto parlando della laurea triennale, perché quella è lo scherzo più sadico ed inutile che questo sistema ha giocato alla mia generazione. Ogni laureato è prezioso alla società. E non solo in senso ideale. Per ogni laureato ci sono soldi, molti soldi: i soldi dei professori e dei segretari, certo; ma anche delle imprese delle pulizie; dei portinai; delle librerie e delle copisterie; dei padroni di casa; dei baristi; dei locali; anche delle ferrovie, a ben vedere. Avete mai preso un treno di pendolari? Siamo troppi. Viene da chiedersi se non siamo per caso tutti le consenzienti vittime di un’illusione collettiva, di una grande mistificazione, di una presa in giro. Malthus riderebbe di gusto.

Diranno che ciò che si acquisisce all’università, o nell’apprendimento in generale, è un modus vivendi. Ed abbiamo imparato benissimo, ed a velocità sconcertante, tutto ciò che occorre, giusto? Giusto. Abbiamo imparato a non avere ragione; a temere ogni esame o ritorsione minacciata, vera o presunta; abbiamo imparato mezzucci e gelosie; ad essere più svelti degli altri oppure ad imitarli; soprattutto abbiamo imparato ad appiattire la nostra stupenda vivacità intellettuale sulla spenta corda d’una cultura sempre identica a sé, che spicca solo per la sua autoreferenzialità.

E per questo era già sufficiente un liceo. Ci fossimo fermati lì, avremmo impiegato solo tredici anni. Invece ne bruceremo diciotto, e forse ancora non avremo appreso nulla della vita, e continueremo a sonnecchiare, eterni adolescenti nella nostra bella cameretta, ed Almalaurea ci proporrà nuovi master. Perché non si finisce mai di imparare.

Però insomma, eccoci qui. Ci piaccia oppure no. L’inerzia è una cosa meravigliosa. Al quinto anno, teoricamente l’ultimo, con degli esami che hanno il nome di quelli già sostenuti alla triennale, e spesso con i medesimi professori. Almeno nel mio caso.

Così torniamo al punto di partenza. Ed avrei voluto andarci a quel corso di Arabo. Sul serio. E’ un ottimo corso, l’insegnante è davvero fantastica, e mi pare un’opportunità da non perdere. Magari alla prossima lezione sarò presente. Però oggi non l’ho fatto.

Rodolfo Toè

Rodolfo.toe@sconfinare.net

3 referendum popolari, tre bocciature: Dal “Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa”, bocciato nel 2005 da Francia e Olanda, al trattato di Lisbona firmato lo scorso dicembre e respinto nuovamente dagli irlandesi. La crisi attraversata dal vecchio continente non accenna dunque a concludersi, e con il terzo colpo d’arresto è ormai chiaro il clamoroso  preoccupante cortocircuito fra le istituzioni europee e il proprio popolo.

Credo fermamente che non vi sia nulla da festeggiare di fronte a questa crisi senza precedenti. E’ da troppo tempo che i paesi membri come il mondo intero hanno bisogno di un’Europa forte, autorevole, indipendente: lo scenario di crisi internazionale che si sta disegnando in questi mesi, come i venti di guerra degli otto anni di amministrazione Bush, hanno visto un’Europa totalmente incapace di appoggiare, opporsi, o semplicemente incidere nel panorama mondiale e guadagnarsi il ruolo di guida nello sviluppo della pace, di politiche sociali e ambientali.

Ma la colpa di tale arresto non può certo ricadere sugli irlandesi, il cui rifiuto non è stato minimamente indagato dai media nostrani; o su francesi e olandesi, sul cui rifiuto forse bisognava riflettere un pochino di più. Certo, il fatto che l’1 % rappresentato dal popolo irlandese tenga in scacco i 26 parlamenti nazionali che hanno ratificato – o si apprestano a farlo – il trattato (serve l’unanimità dei paesi membri per l’applicazione) pone un serio problema di democrazia all’interno dell’Unione. Ma che questa, alla prova democratica dei referendum popolari (saggiamente evitati ove possibile), sia stata clamorosamente respinta in tempi e luoghi diversi, rappresenta un problema non da poco. Considerando che il rifiuto è stato espresso in maggioranza da giovani, donne, e lavoratori; forse si dovrebbe riflettere su che Europa vogliamo costruire con questo trattato. E che questi sia, in sostanza, una copia di quello che era stato presentato come un grande progetto di Costituzione europea, salvo poi tramutarlo in un tronfio e incomprensibile accordo che, proprio per la sua oscurità, era meglio far approvare in silenzio dai potenti e dai parlamenti… be, questi sono altrettanto gravi problemi di democrazia. Il trattato di Lisbona influenzerà pesantemente le nostre vite, incidendo sugli organi – parlamento europeo e commissione – che oramai producono la gran parte del corpo legislativo che il parlamento nazionale si limita a percepire. Ebbene, in Italia è stato votato all’unanimità in un caldo giorno d’estate, senza che la stragrande maggioranza dei cittadini non solo l’abbia letto, ma sappia almeno di cosa si tratta. Informare, capire, correggere, elaborare un testo convincente e perlomeno leggibile; affidare la sua approvazione ad un referendum comune a tutti i cittadini Europei, magari da svolgersi con le stesse modalità e tempi in tutto il continente… Niente di tutto questo è stato vagliato per uscire dall’impasse dei primi “no”. La scelta è ricaduta sulla via più facile, caratterizzata da un sostanziale deficit di democrazia. Che, tra l’altro, continua ad essere la strada prescelta: Ora aboliamo la regola dell’unanimità, secondo cui ogni riforma deve essere accettata da tutti e 27 i membri, affidiamoci – snaturandolo – al principio di “Europa a due velocità”, e approviamo in fretta e furia questo pasticcio incomprensibile che – parole del commissario UE McCreevy – “difficilmente una persona sana o a posto mentalmente lo leggerebbe dall’inizio alla fine”. Gli Irlandesi, si arrangino: facciamoli rivotare una seconda e una terza volta, magari, finché si decideranno a votare sì. Fortuna che siamo in Europa, l’avamposto democratico dell’intero pianeta.

Non credo che Irlandesi, Francesi o Olandesi siano anti – europeisti. Abbiamo un disperato bisogno di un’Europa forte. Di un’Europa, però, che si schieri dalla parte dei cittadini, invece che con le banche e le burocrazie. Di un’Europa che ascriva nel suo DNA il fondamentale requisito di essere “sociale”, che difenda e promuova il welfare state invece di liberalizzare i servizi. Un’Europa che sappia schierarsi all’unanimità e senza tentennamenti contro la guerra, che riannodi i fili perduti per la ricerca di un dialogo volto a risolvere i conflitti che insanguinano il pianeta. Che rifiuti categoricamente l’idea di una sottomissione alla NATO, che non permetta ai governi di Praga e Varsavia l’installazione di missili e radar statunitensi senza alcuna discussione concertata con i partner europei – e del resto scelta osteggiata dalla maggioranza dei governati -. Abbiamo bisogno di un’Europa che lotti contro la pena di morte, invece di riabilitarla tramite protocolli e articoli del trattato (art 2 paragrafo 2 della CEDU). Di un’Europa che parli di integrazione e accoglienza e non costruisca fortezze, o si appresti a votare la “direttiva della vergogna”, prevedendo la detenzione degli stranieri irregolari fino a 18 mesi prima dell’espulsione. Un’Europa che difenda e promuova le conquiste dei lavoratori del secolo scorso, invece di cancellare con un colpo di spugna la settimana lavorativa di 48 ore e la contrattazione collettiva.

Abbiamo bisogno di un’Europa che ritrovi se stessa, la sua identità, rappresentata da qualcosa di più di una moneta comune. Che riparta, utilizzando la democrazia non solo a parole. Che si dia nuove regole per essere più aperta, democratica e trasparente, rivedendo i meccanismi di elezione e di decisione dei suoi organi, in primis il Parlamento. La vitale necessità di una Costituzione, però, deve passare per una ridefinizione dell’idea di Europa che vogliamo costruire, e una vera e propria rifondazione democratica dell’Unione.

Matteo Lucatello
Matteo.lucatello@sconfinare.net
http://www.lucatello.it

Roma, 19 Ottobre: dallo studio Rai di “Che tempo che fa”,il leader del PD Walter Veltroni annuncia pubblicamente la rottura dell’alleanza fra il suo partito e l’IDV dell’ex pm molisano Antonio Di Pietro. I motivi addotti per giustificare questa decisione sono stati le differenze sui modi di affrontare molte delle questioni dell’agenda politica ed il modo con cui il partito di pietrino sta conducendo la sua opposizione al governo, “Distante anni luce dall’alfabeto democratico del centrosinistra”.

Lo strappo si è consumato così nel tempo di una breve intervista,cogliendo di sorpresa i vertici dell’Italia dei valori e suscitando stupore e qualche disappunto fra i parlamentari del PD stesso (vedi ad esempio Parisi). La mossa di Veltroni è qualcosa di inedito nella storia della sinistra italiana del dopo tangentopoli:mai era successo infatti che una rottura fra partiti alleati si concretizzasse all’opposizione (finora era sempre accaduto il contrario).Ai motivi già esposti nell’intervista dal leader del centrosinistra per spiegare questa decisione, nuova per una democrazia come quella italiana, ma che probabilmente in altri paesi sarebbe stata quantomeno nell’aria,ne vanno aggiunti alcuni e chiariti altri. È vero per esempio che le opinioni dei due capi su molte questioni di politica erano divergenti, ma sul modo di condurre l’opposizione al governo la differenza era più formale che sostanziale,da Di Pietro a Veltroni il modo di criticare le politiche del governo cambia nei toni,ma non nella sostanza. Bisogna dire che , se l’alleanza è esistita nessuna delle due parti ha mai cercato veramente una mediazione con l’altra che andasse oltre alle dichiarazioni di intenti fatte agli organi d’informazione;la rottura fra i due partiti si è consumata a partire dalla tanto discussa manifestazione chiamata “No Cav Day”,tenutasi l’8 Luglio in Piazza Navona ed organizzata dall’IDV,dopo la quale Veltroni aveva per la prima volta parlato di divorzio fra i due partiti,questa volta facendolo dagli studi di matrix. Da lì in poi l’intesa si è trasformata in coabitazione forzata,e si è deteriorata col passare delle settimane,anche per via della “recidività” di Di Pietro,che nonostante i richiami alla calma degli alleati non ha addolcito i suoi modi di fare opposizione. Va poi detto che la fine dell’alleanza appare come una decisione presa non di concerto con tutte le correnti interne al partito,ma solamente dagli ambienti più vicini al segretario (con ovvie zone di tacito consenso), come dimostrano i non pochi mugugni che la notizia ha sollevato. Questo cambio di rotta mira a dare una scossa, a tentare di ristabilire o forse è meglio dire a tentare di creare quell’ordine che manca all’interno del PD: Veltroni ha pensato di andare avanti da solo per poter dedicarsi esclusivamente a cercare di ricomporre i numerosi dissidi interni al partito, una volta per tutte, senza dovere allo stesso tempo occuparsi di correggere il tiro delle dichiarazioni dell’ormai ex alleato, sempre più accese e distanti dalle sue più controllate affermazioni . La leadership del capo del maggior partito di centrosinistra è infatti da alcuni mesi messa in discussione da vari esponenti del suo partito, e questa mossa mira a cambiare gli equilibri del partito,a ristabilire l’ordine all’interno della compagine democratica, a dargli ,forse, una nuova forma, come dimostra il commento di Rutelli,che all’indomani della frattura ha parlato della necessità di rifondare il partito. Un altro obiettivo che si vuole raggiungere con la rottura è anche quello di guadagnare i voti di coloro che non voterebbero il PD se questo fosse alleato con Di Pietro, e allo stesso tempo la misura punta a sottrarre voti alla stessa Italia dei valori, uscita secondo molti democratici troppo rinforzata dalle urne delle politiche. Qualora il PD si riuscisse a ricompattare e a perseguire un programma coerente, mostrando una sola volontà comune e non cento intenzioni e programmi diversi,allora sicuramente si potrebbe riformare l’alleanza con Di Pietro, visto che l’Italia dei valori nella riunione dei vertici di partito del 22 Ottobre non ha chiuso,anche se avrebbe potuto farlo, le porte ai democratici malgrado l’ex pm di mani pulite.

Il banco di prova per la strategia Veltroniana sarà quello delle elezioni europee, ma nel frattempo se si vorrà fare in modo che questa scelta non sia stata un grosso errore strategico per il PD e la sinistra in generale, bisognerà lavorare moltissimo sulla rifondazione del partito, dandogli almeno un minimo di coerenza interna, chiarezza e coesione di programma,ma soprattutto creare un partito unico e compatto e non un collage di anime e correnti diverse.

Matteo Sulfaro

Matteo.sulfaro@sconfinare.net

Per presentarvi Ramin Bahrami vi direi che è un pianista iraniano. Ma lui dice che non gli piace il pianoforte e che non è iraniano. Preferisce piuttosto definirsi un musicista cosmopolita. Suo padre era per metà iraniano e per metà tedesco, la madre turco-russa. Ramin Bahrami fa parte di quella generazione di Iraniani raccontata da Marjane Satrapi in Persepolis, quella che nasce sotto la monarchia dello Scià Reza Pahlavi, che vive la rivoluzione islamica di Khomeini, che cresce durante la guerra contro Saddam, e che si trova poi di fronte alla difficile scelta di lasciare il proprio paese per poter vedere realizzati i propri sogni. Ho incontrato Bahrami nei camerini del Teatro Verdi di Gorizia, dove ha suonato il 23 ottobre con l’Orchestra Sinfonica del Friuli Venezia Giulia diretta da Andres Mustonen. Il programma prevedeva il pezzo Oriente Occidente del compositore contemporaneo estone Arvo Pärt, la Sinfonia n. 2 di L. van Beethoven, e il Concerto n. 20 in re min. KV 466 per pianoforte e orchestra di W.A. Mozart, con al pianoforte R. Bahrami.

Bahrami nasce a Teheran nel 1976 e all’età di 11 anni lascia l’Iran per l’Italia accompagnato dalla madre, dopo che il padre Paviz, ingegnere sotto lo Scià, viene arrestato con l’accusa di essere un oppositore del regime. Paviz morirà in carcere nel 1991 e il referto ufficiale dirà per infarto, causa di morte diffusa tra i detenuti politici. Bahrami nel frattempo può studiare al Conservatorio G.Verdi di Milano con Piero Rattalino grazie ad una borsa di studio donatagli dalla Italimpianti. Dopo tre anni la borsa di studio viene però interrotta e seguono anni di difficoltà economiche per lui e la madre. Bahrami riesce comunque a diplomarsi nel 1997 e a proseguire i suoi studi, e comincia ad imporsi all’attenzione delle maggiori istituzioni musicali italiane e tedesche grazie alle sue interpretazioni di Bach, compositore per il quale nutre una profonda venerazione. Nel 1998 ottiene la cittadinanza onoraria in seguito al debutto al Teatro Bellini di Catania, e nel 2004 corona infine il suo sogno di gioventù registrando per la casa editrice musicale Decca le Variazioni Goldberg di Bach. Ora sta lavorando ad un progetto con la Gewandhausorchester di Lipsia, patria di. Bach, per eseguire nella stagione 2008/09 tutta l’opera di Bach per pianoforte e orchestra sotto la guida del Maestro Riccardo Chailly.

Quando lo incontro, Bahrami è contento di rispondere alle mie domande. Sono curiosa di sapere come sia nata la sua passione per la musica. Inizia a raccontarmi che già a Teheran amava ascoltare il grande violinista ebreo Jascha Heifetz e che, guidato da un vinile di Beethoven, dirigeva un’orchestra immaginaria dall’alto del tavolino del salotto. Dopo la rivoluzione, la musica divenne per lui un rifugio dal dolore della realtà esterna. Negli anni della guerra contro Saddam, egli avvertiva i bombardamenti prima ancora che ne venisse dato l’allarme e, a volte, invece di correre ai rifugi sotterranei, preferiva rimanere in casa ad ascoltare musica classica o a suonare il piano mentre fuori cadevano le bombe. Ricorda in particolare di quando Teheran era bianca sotto la neve e, mentre suonava, aveva visto dalla finestra una casa colpita da una bomba incendiarsi. La musica riusciva così a lenire il dolore e la paura dei momenti più duri. Sempre a Teheran iniziò l’amore di Bahrami per la musica di Bach. Lo scoprì a casa di una amica iraniana dove sentì un disco interpretato da Glenn Gould, celebre interprete bachiano canadese. Lo stesso padre Paviz, in una delle sue ultime lettere dal carcere, lo aveva incoraggiato allo studio di Bach, perché la sua musica lo avrebbe potuto aiutare molto. E Bahrami rivolge un invito ai giovani ad ascoltare più musica classica, e soprattutto Bach, per l’universalità della sua musica, valida in ogni tempo.

Gli chiedo se fece fatica ad adattarsi in Italia. Mi dice che no, che fin da subito ha potuto immergersi nella realtà italiana studiando in scuole italiane e circondato da bambini italiani. Proprio per questa sua esperienza è contrario al progetto del governo di creare nelle scuole apposite classi per stranieri, e crede invece che sia molto importante favorire la “polifonia” culturale, che in linguaggio musicale non significa altro che l’incontro armonico di voci diverse. Ramin Bahrami non ha più rivisto il suo paese da quando lo ha lasciato. Vorrebbe ritornare in un Iran democratico pur avendo nostalgia dei tempi della monarchia e dello Scià, a sua detta spesso ingiustamente frainteso in Occidente. Prima di salutarlo voglio ancora sapere se, per la sua storia e il suo vissuto, si considera un musicista politico. Mi risponde che si sente sì un musicista politico, ma solo in quanto portatore di un messaggio universale di pace. Peccato che giovedì 23, al Teatro Verdi di Gorizia, solo in pochi sono venuti ad ascoltare il suo messaggio.

Margherita Gianessi

Margherita.gianessi@sconfinare.net

 

Ogni romanzo, per definizione, racconta una storia. Oggi siamo sommersi da romanzi di ogni genere e da ogni parte del mondo. È però veramente raro trovare un libro che non si limiti a raccontare una storia, ma che presenti e condensi in sé tutto un Paese, tutta una società, tutta un’epoca. Questo è il caso di Palazzo Yacoubian, primo romanzo del medico egiziano ‘Ala Al-Aswani. In esso si raccontano le vite di diversi abitanti,ricchi e poveri, di questo palazzo nel cuore del Cairo, una volta sfarzoso, oggi decadente. Davanti a noi compaiono l’aristocratico decaduto amante della Francia e delle donne, il figlio del portiere che abita sul tetto e sogna di fare il poliziotto, ma finisce per unirsi ai Fratelli Musulmani, la sua fidanzata, che per lavorare deve sottostare alle “richieste” dei datori di lavoro, l’intellettuale gay, e molti altri personaggi. Al-Aswani è molto abile nel tenere l’attenzione sullo svolgimento dell’azione, alternando le varie storie, accompagnandoci un po’ nelle vite dei protagonisti e poi lasciandoli ad un certo punto, per poi riprenderli dopo alcune pagine. In questo modo, riesce a creare una narrazione corale in cui nulla è ridondante, nulla è fuori posto, e tutto fluisce dalla prima all’ultima pagina. Infatti, la caratteristica del romanzo è quella di essere, potremmo dire, “neorealista”: l’autore non compare, si limita a raccontare e ad ordinare i fatti, lasciando il giudizio su ciò che accade agli stessi personaggi e al lettore, che è chiamato a raccogliere tutti i segni nelle singole storie per capire la società egiziana nel suo complesso. Ma comunque l’intento del “documentarista” è ben chiaro: si tratta di un’accusa violenta alla società egiziana, in preda all’ipocrisia, alla corruzione , al classismo e ad un servilismo interessato. Per l’autore, l’Egitto moderno è governato da una classe dirigente per cui “quello egiziano è il popolo più obbediente che ci sia, perché è fondamentalmente pigro e accondiscendente; non occorrono brogli, l’Egiziano voterà per chi ha il potere in quel momento”. Ma nonostante i politici del libro dicano così, la corruzione c’è, ed è tanta, a tutti i livelli. Per qualunque posto di rilievo occorre pagare, ed è così che i poveri sono senza speranza, e la ricchezza si perpetua nelle mani degli stessi ricchi. Nelle figure di Taha, il povero figlio del portiere, e la sua fidanzata Buthyaina si legge la rassegnazione, il desiderio di uscire da un Paese che non può offrire niente a loro se non umiliazioni. Un Paese claustrofobico, chiuso deliberatamente ad ogni progresso. Ed è in tale situazione che la rassegnazione e la povertà si mescolano, e portano giovani come Taha ad avvicinarsi al fondamentalismo islamico, visto come promessa di una vita migliore, ma anche come protesta verso uno Stato, che si proclama laico, che ha fallito.

Quindi, questo romanzo ha una forte valenza sociale, anche per il fatto che Al-Aswani in Egitto è uno degli intellettuali più attivi nella protesta contro la dittatura di Mubarak. Ma oltre a presentare il Cairo del 2002, dà anche a noi, lettori occidentali di regimi cosiddetti “democratici”, motivi di riflessione. Dopotutto, i personaggi sono sì abitanti dell’Egitto contemporaneo, e in quanto tali ben caratterizzati; ma essi sono anche un esempio vivido di tutti i tipi umani. I desideri e i sogni di Taha sono gli stessi sogni e desideri di ogni adolescente, e così sono le sue delusioni e le sue angosce, che lo spingono a trovare riparo tra i Fratelli Musulmani; cerca un nuovo senso nella vita, e questa ricerca si mescola alla rabbia di non essere accettato com’è. Ogni giovane ci si può riconoscere, come si può riconoscere nel desiderio di andarsene di Buthyaina. Poi c’è il vecchio nobile nostalgico, amante delle donne e del vino, simbolo di un edonismo orgoglioso , ma anche della paura di invecchiare; e l’intellettuale gay, alfiere di una minoranza combattuta, ma nonostante ciò orgoglioso e dignitoso nella sua scelta di vita. Si potrebbe continuare così per molto, visto che ogni personaggio racchiude in sé un mondo; ma ciò che veramente conta è che questo dentista del Cairo, strenuo difensore della libertà di parola, è riuscito a creare un gioiello di letteratura, ben calato nella società in cui vive, ma contenente tutto l’universo delle passioni e dei difetti umani. Proprio come solo i grandi libri possono fare. ‘Ala è grande.

 

Giovanni Collot

giovanni.collot@sconfinare.net

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