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FS. Le manifestazioni studentesche che hanno attraversato il paese alla fine dello scorso anno lasciano pensare allo spettro del ’68…Lei, questo spettro, lo vede?

VB:  L’avvenimento che ha messo in moto le proteste di massa degli anni 60’ era una crescita travolgente della popolazione studentesca che ha sconvolto le strutture universitarie elitarie ed arcaiche del passato. La crescita impetuosa delle popolazioni studentesche riguardava tutti i paesi industrializzati, annunciava infatti l’avvento della società postindustriale, ovvero di una società fondata sulla conoscenza specializzata, sulle innovazioni e sui servizi –  le classi che producevano la conoscenza aspiravano ad un ruolo egemonico nella società e le rivolte studentesche ne erano un segno premonitore.

Bisognava democratizzare l’Università, vi è un legame indissolubile tra la democrazia e l’innovazione –  le gerarchie e l’autoritarismo sono infatti i più grandi ostacoli alla produzione della conoscenza, alla scoperta e alla critica.  Democratizzare l’università senza democratizzare tutta la società è comunque impossibile. “Il dato più importante”  – si dice nel celeberrimo proclama degli studenti in rivolta alla  Columbia University – “è che questa università esiste all’interno della società  …. Il nostro attacco all’università è veramente un attacco alla società ed agli effetti che questa ha su di noi”.

La società americana contro cui questi studenti si rivoltano, era negli anni 60’ comunque molto più democratica di quella italiana, ancora sotto il rigido controllo dei valori arcaici – famiglia, risparmio, paternalismo, chiesa cattolica, la donna ridotta ad essere angelo del focolare.  Il moralismo catto-comunista, le resistenze corporative, la difesa dei diritti costituiti erano ancora troppo forti nell’Italia di quegli anni, la cultura dominante era troppo arcaica per cui le contraddizioni sono esplose in modo drammatico. Cominciò la stagione di grandi rivendicazioni libertarie ma anche di terrorismo e di irresponsabilità politica le cui ombre si proiettano ancora oggi sulla società italiana.  Pasolini chiamò quella stagione storica “Italia durante la scomparsa delle lucciole”, ovvero durante il passaggio dall’economia “italiota” al capitalismo postindustriale globale.

I provvedimenti presi per rispondere allora alla crisi dell’università sono stati rovinosi. Non si trattava di regole universalistiche per rendere l’università più aperta e competitiva ma di offerte di privilegi per pacificare le frange più visibili della protesta. Hanno contribuito al deficit di “cultura delle regole” come la chiama Gherardo Colombo, anziché essere un esempio di quell’ordine “orizzontale” antigerarchico che rende la competizione tra gli uomini utile alla società.

Il vero male dell’università italiana è la distribuzione verticale dei privilegi che prevale totalmente sull’ordine orizzontale di cooperazione e di competizione.

FS:

I partiti odierni e i mass-media possono aver approfittato del movimento studentesco?

Non credo ne siano capaci. La dissoluzione della sinistra storica, non solamente in Italia ma in tutto l’Occidente, è il sintomo più visibile di una mutazione profonda a cui dobbiamo imparare a dare un senso. La vecchia sinistra si è dissolta perché non più capace di porre alcuna domanda veramente attuale, ad esempio  la relazione tra il logos e il bios – pensiamo al caso Eluana, la difesa dei beni pubblici radicali come ad esempio il genoma umano e non umano, la “tecnoibridazione” degli esseri viventi, la conoscenza e la comunicazione. Ora l’università è coinvolta in queste questioni più direttamente di ogni altra istituzione, qui cominciano a formarsi nuovi linguaggi in grado di cogliere il senso della crisi di senso radicale, in cui ci ha fatto sprofondare “la tecnoscienza” governata dal mercato globale deregolato. La sinistra è ancora prigioniera del secolo scorso.

I partiti politici come oggi si presentano non possono sfruttare il movimento studentesco ma possono purtroppo corromperlo offrendo ai gruppi privilegiati del sistema il sostegno nella difesa dei loro privilegi.

FS: La precarietà che il sistema universitario italiano registra in molti punti è sintomo di una società anch’essa precaria. Lei cosa ne pensa in merito?

L’università italiana nella sua configurazione storica non è caratterizzata dalla “precarietà” ma da una rigidità assurda, denunciata del resto già nel secondo dopoguerra da Luigi Einaudi, il primo presidente della repubblica, nelle sue riflessioni sul sistema universitario italiano. Combina il peggio del sistema tedesco e di quello francese, diceva…

Il primo passo per riformare veramente il sistema universitario sarebbe quello di renderci tutti precari ma in un senso specifico: far dipendere la nostra posizione nel sistema, ivi incluso il nostro salario, dalle valutazioni che i docenti, gli studenti e tutti gli altri utilizzatori dell’università fanno della sua efficienza in senso generale. Le valutazioni non sono minacce o atti di ostilità; al contrario, le valutazioni sono la forma più efficace di cooperazione alla gestione razionale di un’istituzione.

Purtroppo gli studenti non mi sembrano capaci di fare delle valutazioni razionali una leva efficace della riforma dell’università. Le valutazioni della didattica che si fanno ogni anno mi sembrano  piuttosto strampalate, spesso basate su giudizi casuali, insomma poco efficienti  per poter diventare un punto di partenza per rendere l’università più efficiente.

FS: Quali sono, a suo avviso, i reali problemi dell’università italiana?

Mi ricordo che l’attore americano Burt Lancaster, il celebre Gattopardo nel film di Visconti, scherzava sul fatto che Andreotti è “ministro ora come vent’anni fa, quando facevo il Gattopardo” – in Italia niente cambia.  La lentezza del mutamento istituzionale (compreso il ricambio generazionale) ha in Italia una ragione profonda. Cambiare le istituzioni di una società presuppone  che la gente abbia fiducia nel fatto, che coloro che propongono i cambiamenti lo facciano non per “proprio interesse” ma per ristabilire i valori veri, offuscati dai privilegi degli “insiders delle istituzioni”.

Questa fiducia che si chiama “capitale sociale pubblico”, è una risorsa essenziale nelle società a crescita rapida come la nostra. In Italia vi è una scarsità fatale del capitale sociale pubblico in conseguenza della quale la gente si sente minacciata dai mutamenti e li sabota in tutti i modi.

Per questo sono pessimista sul futuro in Italia delle istituzioni così radicalmente “da cambiare” come le università. Mi ricordo che nel 1966, l’anno in cui sono arrivato per la prima volta all’Università di Genova, si discuteva appassionatamente della necessità di modernizzare radicalmente il sistema universitario.

Bene, sono alla fine della mia carriera, modesta ma leale all’idea di università, e il sistema “resiste ancora”.

Federica Salvo
federica.salvo@sconfinare.net

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Abbiamo chiesto un’opinione al professor Georg Meyr, docente di Storia delle relazioni internazionali del corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche.

Può spiegare brevemente il contenuto del “Trattato di non proliferazione nucleare” entrato in vigore nel 1970?Che efficacia ha avuto negli anni?

Alla fine degli anni ’60 si ritiene, soprattutto sull’onda della crisi mediorientale del ’67, che vi sia un effettivo rischio di proliferazione degli armamenti nucleari da parte delle potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale. Sulla base di tutto questo si mette a punto un trattato che viene firmato nel 1968 il quale impegna chi firma a non trasferire e a non ricevere tecnologia e materiali idonei alla realizzazione di armamenti nucleari. Ci sono due considerazioni obbligatorie e immediate: la prima è il difficilissimo limite di demarcazione fra nucleare civile (centrali, propulsori di mezzi di trasporto) e il nucleare per uso militare. Nel momento in cui si è in grado di far funzionare correttamente una centrale atomica non ci sono problemi a realizzare una bomba atomica. La seconda è che il trattato ha anche la volontà non dichiarabile ma ben solida di cercare di fermare l’azione nucleare troppo autonoma di Cina e Francia, che proprio in quel periodo hanno preso entrambe le distanze: la prima dall’Unione Sovietica, la seconda dal dispositivo Nato. Non ritengo che possa aver avuto un’efficacia reale, perché chi era già potenza nucleare è rimasta tale, chi non aveva la minima intenzione di diventarlo se n’è guardato bene. Chi cercava di dotarsi di armi nucleari vi è sicuramente riuscito ed infatti siamo entrati in un’era di nuova e sicura proliferazione. C’è oggi un numero importante di Paesi che, senza dichiararlo, verosimilmente hanno armi atomiche.

In relazione ai recenti test nucleari effettuati dalla Corea del Nord, vorremmo avere la sua opinione: quali ripercussioni politiche hanno avuto a livello internazionale? Qual era l’obiettivo concreto della Corea?

E’ chiaro che, trattandosi di una forma di dittatura, le sue scelte politiche sono percepite con più timore, a livello internazionale, rispetto a quelle dei Paesi democratici. Io non credo minimamente che la Corea del Nord intenda realmente utilizzare l’arma atomica in maniera sconsiderata, non ha alcun senso logico. Si tratta di uno stato in estrema difficoltà economica, cercherà di far pesare sul piatto degli aiuti internazionali la sua disponibilità al disarmo. Anche se tutto è avvenuto fuori da un contesto di minaccia e di crisi, non dimentichiamo che alcuni Paesi dell’ex Unione Sovietica detentori di potenziale nucleare, hanno utilizzato quest’ultimo come merce di scambio per aiuti economici. E’ sicuramente vero che le potenze dell’area vivono con inquietudine tutto questo, ma sanno che il rischio non è così reale.

Il governo giapponese ha recentemente affermato di non escludere la possibilità di dotarsi di ordigni nucleari per scopi difensivi: che cosa ne pensa?

Il Giappone non avrebbe sicuramente problemi di natura tecnologica a dotarsi di un sistema nucleare a scopo difensivo, né credo che l’attuale scenario internazionale possa minimamente opporsi a questo. Ma credo che tali dichiarazioni vogliano fungere semplicemente da deterrente verso un Paese molto vicino come la Corea, portatore di vecchi rancori a causa del Protettorato impostole dal Giappone nel periodo che va dal 1910 al 1945. Tutto questo è il segnale grave di come ci sia una situazione di inquietudine e destabilizzazione: se l’unico Paese che ha patito veramente un attacco atomico e ha sempre guardato con assoluto disprezzo questo settore può pensare di dotarsi di quel tipo di armi, è evidente che ci sono delle tensioni da non sottovalutare.

Quali sono i Paesi che intrattengono relazioni migliori con la Corea? Quale ruolo potrebbero assumere nei confronti della Corea riguardo a queste tematiche?

L’unico Paese in grado di condizionare pesantemente la Corea è la Cina. Innanzitutto per l’evidente vicinanza geografica (a separarli c’è solo il fiume Yalu), in secondo luogo perché sta diventando velocemente un’ enorme potenza economica e commerciale ed in fine perché presenta una qualche apparenza di comunismo, anche se sappiamo tutti che sostanzialmente non lo è. Credo inoltre che la Cina abbia il “rubinetto” di tutti gli approvvigionamenti principali della Corea, sono cioè gli unici che hanno la possibilità di indirizzare la politica coreana. Se il mondo occidentale saprà agire intelligentemente con la Cina, essa diventerà probabilmente il controllore naturale dello scenario nord-coreano.


 

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