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Adoro gli stereotipi. È vero, sono ingiusti, demistificatori e semplificano la realtà. Erano una forma popolare e sono diventati una forma borghese di pensiero ed espressione, sono un luogo comune in cui è facile cadere se non si ha una personale esperienza concreta e se non si possiede un buon bagaglio culturale. È finita l’epoca del saper scrivere e far di conto.

 

 Per sfatare questo mito, o più semplicemente per vedere qualche proiezione cinematografica più leggera e poco impegnata, per “fuggire” in piacevole compagnia da una cena diventata troppo ricca di pietanze e d’invitati, ho deciso di concedermi una proiezione di “Benvenuti al Sud”. Non vi avrei investito più di cinque euro, non come giudizio di valore, ma, di fatto, perché si sa, e lo ripeterò spesso, il patrimonio dello studente universitario fuori sede fa gola solo alla Guinea di Dadis Camara. Piuttosto vi invito ad assaporare l’opera cinematografica in streaming, tranquillamente e, soprattutto, nella comodità di casa vostra. Abbandonando i preamboli, passo alle considerazioni sullo stesso e invito anche voi, lettori di Sconfinare, ad abbandonarvi al mondo dello stereotipato, di cui il film, come lascia intendere già il titolo, è assai ricco. Dopo la visione, anche voi come me, lascerete la sala con un leggero sorriso in volto.

 È magistrale la rappresentazione, prima, della lugubre Valle Padana, luogo d’inizio e di avvio della trama, costantemente avvolta da una fitta e densa nebbia che mi ricorda più un infernale Stige che il nostrano Po: gli unici sprazzi di luce, in questo buio totale, compaiono nelle ore centrali e più calde della giornata. Giudico senza esperienza vissuta, non essendo nato ne vissuto nel territorio compreso tra Cuneo e Rovigo, se non per brevi periodi, ma vi assicuro che l’immagine offerta era più da paese scandinavo che non da suolo italico, nonostante qualcuno continui a considerarlo come altra entità…(vi assicuro: non mi riferisco a Metternich).

 Le prime impressioni sul Sud e l’immagine di questo mondo mitico ed ancestrale agli occhi dei “polentoni”, è ancora più esilarante, neanche si trattasse della Persia o di qualche lontana repubblica d’Africa: sole, caldo (tutte le stagioni), mare e, per ciò che concerne i suoi abitanti, quasi da romanzo verghiano, lassismo, incuria ed una vita sociale da Far West come neppure Sergio Leone ha mai saputo proporre. Il tutto ovviamente condito con un’onnipresente cadenza linguistica più vicina all’arabo e al sanscrito che non ad una parlata indoeuropea.

 È evidente, che con questi presupposti, cadere nello stereotipo è facile, è ciò che desidera il regista, è ciò che ambisce fare il film senza, però, mai riuscirci del tutto. Sono sicuro che neppure i miei cari anziani veneto-friulani conservino più, se non rare eccezioni, un tale punto di vista ed una tale prospettiva. Come, mi pare evidente sia assodato per tutti, la fine della tristemente nota epoca del brigantaggio risale a fine ottocento. Se non altro perché, ormai, viaggiare non è più un lusso e, si sa, l’esperienza personale illumina molto più dei quotidiani, dei servizi e delle riviste.

 “Benvenuti al Sud” è la versione italiana di “Giù al Nord”, la commedia francese di Dany Boon. Questo groviglio di punti cardinali, presenta la vicenda di un direttore di un’agenzia postale costretto a trasferirsi dalla profonda Pianura Padana in Campania, con l’evidente e grottesca avventura che ne consegue. Il lieto fine, si capisce, è scontato.

 La pellicola è piacevole, anche se nello sfatare i molti cliché e per dimostrare come il Mezzogiorno non sia la caricatura dipinta e tinteggiata da molti settentrionali, finisce per apparire piatta e poco spontanea. Il Meridione appare quasi irreale, da cartolina, senza contraddizioni. Le sue ferite che sono innegabili e che, da sempre, sono il canovaccio perfetto per la commedia sociale, soprattutto italiana, sono spazzate via non si capisce bene come e quando, quasi che, per cambiare l’Italia, sia sufficiente portare in vacanza i lombardi in Sicilia e i campani in Veneto.

Sicuramente una lode è per Bisio, bravo ed esilarante nel caricaturare l’homo nordicus, anche se, è evidente, rende molto di più su di un palcoscenico che non al cinema in pellicola. Un film divertente, che fa sorridere, ma niente di più.

Francesco Plazzotta

Per il trailer del film: watch?v=KAxmBFba4l8

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Dopo gli esordi sul Bosforo, Ferzan Ozpetek si allontana per la prima volta dalla location Romana per l’ennesima commedia a tema omosessuale (il set salentino mi spinge a immaginare una sorta di omaggio preelettorale al presidente Nichi Vendola, ma forse è una malignità priva di fondamento).

Ambientato in una Lecce raggiante, Mine Vaganti racconta la storia di Tommaso (Riccardo Scamarcio), aspirante scrittore che torna in famiglia per dichiarare la propria omosessualità ma anticipato in questo dal fratello maggiore (Alessandro Preziosi) si ritrova costretto dagli eventi a seguire l’azienda di famiglia.

Rispetto al precedente Saturno Contro, Ozpetek ci presenta un racconto privo di connotazione politica. Non sono più all’ordine del giorno le battaglie per i diritti delle coppie di fatto alle quali si accennava nel film del 2008 e che per qualche tempo hanno infiammato di polemiche giornali e talk show. Se i temi principali in Saturno Contro o Le Fate Ignoranti erano l’amicizia, la convivenza e le relazioni, con Mine Vaganti si passa alla famiglia, “l’unica cosa più difficile dell’amore”, come recita il motto del film.

Sono proprio i membri di una famiglia fin troppo retrograda le mine vaganti del titolo, che si muovono ansiose e smarrite non riuscendo ad accettare l’improvviso coming out del primogenito:

Una variegata parentela tra cui si distinguono, un po’ tipizzati, il padre padrone (Ennio Fantastichini), la madre ingenua (Lunetta Savino), una zia alcolica (Elena Sofia Ricci), un cognato logorroico e, avvolta dai ricordi, una nonna bellissima e profonda ( la straordinaria Ilaria Occhini).

Il ritorno a casa porta Tommaso, che ha sempre mentito ai suoi sugli studi e sulle sue aspirazioni, a trasformarsi per un momento nel ragazzo che gli altri si aspettano sia. Nel pastificio che si trova a gestire in compagnia della bellissima Alba (Nicole Grimaudo), riaffiorano i legami e gli affetti sopiti dalla lontananza, portando Tommaso a confrontarsi con il passato, la sua terra, le sue tradizioni, e con i legami dai quali non può prescindere.

Tanta incomprensione per la natura dei figli appare senza dubbio un po’ irreale nel contesto alto borghese che viene proposto, ma l’incomunicabilità di cui sono vittime le mine vaganti è giustificata dal quadro di una famiglia ancora allargata e patriarcale.

Tra elementi ormai caratteristici (le bellissime riprese a tavola) e una colonna sonora – al solito – malinconica e retrò, Ozpetek riesce ancora una volta nel realizzare esattamente quello che il suo pubblico ormai si aspetta: tanti sentimenti alleggeriti e costretti tra situazioni equivoche e ironia per due ore (scarse) in cui non ci si annoia, ma che anzi ci lasciano fuori dalla sala un po’ pensosi e intristiti.

Bellissima l’ambientazione: tra gli uliveti, le ville barocche, i torrioni sulla costa ionia e le stradine del centro, la fotografia fa senza dubbio un’opera gradita all’ente per il turismo locale presentandoci un Salento incantevole con immagini luminose e vivaci anche negli interni… ma perdonate il campanilismo.

Giacomo Manca

 

Dopo “Vicky Cristina Barcelona” – che onestamente non ci ha affatto convinto – Woody Allen sembra essere tornato in sé con la sua ultima uscita: “Basta che Funzioni” (titolo originale “Whatever Works”). Un film che, per fortuna, ci mostra che il nostro vecchio Woody è quello di sempre: paranoico, fissato con l’altrui antisemitismo, logorroico ed infinitamente acuto. Lo schema del film in realtà non è nulla di innovativo come non lo sono gli espedienti cinematografici usati: il protagonista che si rivolge al pubblico (già visto in “Io e Annie”), le battute balbettate e le grandi conversazioni sui massimi sistemi al bar, ma la pellicola in generale scorre frizzante e piacevole.basta-che-funzioni-loc-2[1]

Questa vicenda è – prevedibilmente – ambientata a New York, ed i personaggi intrecciano le loro vicende in maniera lineare ma brillante. Una giovane ragazzina di campagna, interpretata nella sua ingenuità da una graziosissima Evan Rachel Wood, si perde a New York ed incappa per caso in un vecchio, pessimista, scorbutico, ebreo genio della fisica – Larry David – con il quale comincia una bizzarra convivenza. A poco a poco il professore, che può vantare solo di “essere stato preso in considerazione” per la nomination al nobel, si lascia intenerire dalla bellezza della ragazzina e nonostante la consideri allo stesso livello intellettivo di un “vermetto” finisce per sposarla. La vita di coppia dei due procede in un fragile equilibrio in cui il professore è il pigmalione della giovane e lei la fair lady innamorata dell’arguzia del vecchio marito. In questo quadretto bislacco interviene la madre della ragazza, una donna dell’alta società conservatrice che detesta il genero e fa di tutto per rompere l’unione tra lui e la figlia. Ma la tremenda morale materna sembra non essere immune al fascino devastante della capitale e in breve la donna scopre la propria vena artistica e si trasforma da casalinga stereotipata in fotografa alternativa e provocante. Il tutto condito con triangoli amorosi, foto scandalose, il ritorno del marito fedifrago che scopre di essere gay…

Insomma, un’altra piccola gioia di Woody Allen, che gioca con la psicologia dei personaggi e mette in luce l’influenza rivelatrice di New York: la città che ha il magico potere di trasformare la potenza in atto, di far emergere e sbocciare le qualità dei singoli, la città che permette la piena realizzazione di un io che fuori dal mondo urbano è represso e soffocato nell’attaccamento alla tradizione. Tutti i personaggi sembrano passare per questo processo metamorfico: la giovane trovando finalmente la capacità di formulare opinioni personali ed indipendenti dal marito, la madre dedicandosi all’arte e ai menage, il padre con il nuovo compagno. L’unico che sembra essere immune alla forza di New York è prorio Larry David, che dall’alto della propria ipertrofica autostima si rifiuta di evolversi in una versione migliore di se stesso. E dal momento che è evidente che l’attore è l’alter ego di Allen, ci si può forse leggere un po’ di autocritica da parte del regista: l’uomo che si riconosce nella sua genialità ma che sa di essere pieno di piccoli difetti e manie ridicole. Probabilmente non il maggior capolavoro del regista ma sicuramente un film che ne riflette profondamente la poetica e lo stile. L’unica pecca: Allen avrebbe dovuto recitarvi.

Francesco Gallio

Francesco.gallio@sconfinare.net

1967, Stato della California, città di Palo Alto, un professore di liceo, Ron Jones, con lo scopo di analizzare la Germania del Terzo Reich impone ai suoi alunni un semplice regolamento: Strength through community, pride, action and discipline. Il nome del movimento, la Terza Onda, si riferisce ad una caratteristica dell’Oceano, la terza, è l’ultima e la più alta delle onde.

Tutto prende avvio il 3 aprile, lo spunto all’immedesimazione è dato dalla difficoltà del professore a rispondere ad una domanda degli studenti su come fosse stato possibile che un intero popolo ignorasse le deportazioni, le segregazioni e lo sterminio operato dal regime. Come risposta: la sperimentazione in classe. Le regole del movimento sono puramente formali, le stesse riprese dal film: una postura corretta e disciplinata, per prendere parola alzarsi in piedi e rispondere ai quesiti del leader, rivolgendosi a lui come “Mr Jones”, nel modo più rapido ed essenziale, tre parole o meno.

I partecipanti aumentano, nel corso delle quattro giornate, passando da 30 a 200; con l’aumento degli adepti accresce il senso di appartenenza e ci si identifica con un proprio saluto, usato anche al di fuori della classe. Le derive collaterali, tipiche di ogni regime, non tardano ad arrivare, nel modo più spontaneo, c’è chi fa la spia e riferisce a Jones gli sgarri e la disobbedienza agli ordini da parte degli altri membri. Tutto termina con la convocazione di tutti i membri del movimento e l’aperta denuncia, da parte dello stesso leader, della degenerazione totalitaria a cui i giovani studenti erano incoscientemente  arrivati. In meno di una settimana si era riprodotto lo stesso meccanismo manipolativo che gli stessi denunciavano come ormai superato e definitivamente tramontato.

Oggi, studenti e professore della terza Onda, sono in rete: http://www.ronjoneswriter.com

Gabriella De Domenico e Francesco Plazzotta

gabriella.dedomenico@sconfinare.net
francesco.plazzotta@sconfinare.net

È ancora possibile un regime totalitario nel cuore dell’Europa democratica nel XXI secolo?

La risposta, neppure troppo sorprendente, sembra proprio essere si. E forse non era necessario Dennis Gansel e il suo film “L’Onda” (Die Welle) a ricordarci quali sono i presupposti e le modalità per l’avvento di una degenerazione autoritaria, anche se molto sembra essersi perso nel passato: con a capo un leader carismatico, addomesticati al potere e alla disciplina del branco, rinchiusi nella corazza della camicia bianca, un gruppo di giovani allievi tedeschi sperimenta, tra i banchi di scuola, la nascita del regime, il fascino della dittatura.

Si inizia con la teoria: disoccupazione, ingiustizia sociale, inflazione, insoddisfazione politica e nazionalismo, queste sono le basi, questi i presupposti, il terreno fertile per l’ascesa al dominio incontrastato, più o meno cosciente. Non basta, agli scettici studenti la teoria puzza di vecchio, di sentito e letto nei polverosi libri di scuola, c’è bisogno di andare oltre, di osare ancora, di superare il sottile confine tra sperimentazione e immedesimazione. Inizia il gioco delle parti, tutto prende forma. Poche regole, una divisa e alcuni gesti comuni identificano i membri dell’Onda. La razza, la religione, il successo entro e fuori le mura scolastiche non contano, l’Onda abbatte le barriere, supera le amicizie collaudate, rende tutti uguali. L’altro, il diverso è chi vive fuori dal movimento. Per i giovani studenti, tutto ora ha un senso, tutto ha uno scopo, fino alle tragiche conseguenze.

Film forse troppo “didascalico” nel suo svolgersi, ma spettacolare e coinvolgente nei suoi 100 minuti di pellicola. Il Der Spiegel lo ha definito uno dei piu importanti degli ultimi anni per la sua lucida descrizione del potere fascinatore del totalitarismo. Un pugno nello stomaco. Se crediamo che gli autoritarismi siano solo un ricordo del passato, sia per la nostra giovane Europa che per il Mondo intero, prepariamoci ad essere i nuovi perdenti.

L’Europa, la nostra cultura europea, ha in questo molto da insegnare ai nostri cugini d’oltreoceano, in questo, emblematico, è come le esperienze di Hiroshima e Nagasaki, il razzismo e la violenza non abbiano lasciato un senso di colpa nella coscienza del popolo americano paragonabile alle responsabilità che pesano e continuano a pesare sul popolo tedesco ed europeo per dei crimini come i genocidi e le lotte civili dell’ultima guerra mondiale.

La domanda per tutti più ovvia: nella nostra Italia e soprattutto nella nostra università italiana e, perché no, nella nostra confinata Gorizia, può prendere avvio un’escalation di questo tipo? A voi l’ardua sentenza! certo è che l’Italia non è certo il Paese più libero, ma qui si smentisce lo stesso concetto di democrazia e di libertà come condizione necessaria perché una ricaduta totalitaria non avvenga; Noi crediamo che la democrazia sia solo il punto di partenza, non la meta. Fino a quando ci sarà una presunta libertà, una ipotetica democrazia, ma mancheranno, giustizia sociale, distribuzione adeguata delle risorse e accesso per tutti ai servizi più indispensabili, finché ci sarà corruzione, limitate possibilità per ottenere un’adeguata istruzione e preparazione scolastica, finché mancherà il diritto per tutti al lavoro e ad un lavoro umano..mancherà non solo la Democrazia, ma anche verrà meno il concetto moderno di Stato! Come si può creare l’Europa Unita, come si può “esportare” la Libertà nel Mondo se Noi stessi abbiamo solo un’idea teorica di cosa sia veramente?  La nostra Italia, l’Italia che si arrabatta, che cerca di tirare avanti, questa Italia, questa volta, è destinata a soccombere.

E noi studenti? A noi il compito più arduo, capire e far capire che solo con la cultura, con una coscienza ed un’autocoscienza possiamo definirci veramente liberi. Un piccolo pezzo di questa libertà l’anno già conquistata prima di noi nei secoli passati, ora a noi la sfida più difficile.

Francesco Plazzotta
francesco.plazzotta@sconfinare.net

Tarda serata del 28 dicembre, siamo all’ingresso del cinema e osserviamo lo schermo su cui vengono proposte le varie programmazioni della serata: la scelta è rapida e avviene, come d’abitudine, per via negativa. Escludiamo a priori tutto quel cinema pseudo-gogliardico e troppo commerciale che ha il piacere ogni anno di invadere le sale cinematografiche della nostra Italia, soprattutto durante le feste, soprattutto se sono quelle natalizie. Tra le poche possibilità rimaste la nostra scelta cade subito sull’ultimo film di Salvatores: Come Dio comanda.

Non voglio annoiarvi, lettori, sia che siate una giovane o un giovane studente universitario immerso nella preparazione degli esami, sia un simpatico e raro affezionato di Sconfinare autoctono e residente nella città di Gorizia, con la trattazione della trama. Per questo mi affido al vostro livello di cinefilia e di frequenza delle sale di proiezione.

Vi vorrei piuttosto rendere partecipe di alcune, perdonate la mia presunzione, considerazioni emerse dopo la visione del suddetto.

Due sono gli aspetti che più mi hanno colpito: la descrizione del paesaggio e della società, pur nei limiti della rappresentazione, del nostro caro e vicino Nord-Est, e le peculiarità che contraddistinguono ciascuno dei personaggi.

Una compagine regionale, la nostra, in cui forte appare la sviluppo, l’impegno e l’operosità dei suoi abitanti, che però non sono stati altrettanto capaci di accompagnare questo sviluppo meramente economico ad una viva e decisa crescita sociale e direi anche ad una maturità mentale e relazionale dei suoi fautori. Con la devastante conseguenza che molti settori e sempre più ampie fette della nostra società non sono riuscite e tutt’ora non riescono a prendere parte a questo lauto e ricco banchetto. Così si viene a creare una nuova borghesia che, nonostante si senta forte sul piano delle conquiste e dell’operosità, ha dimenticato di saper vivere e affrontare le più vicine tematiche di povertà affettiva e culturale che la investono.

Emblematiche sono scene come quelle del funerale della giovane Fabiana o dell’incontro tra Rino e il suo vecchio datore di lavoro, troppo preoccupato al mero guadagno, tanto da dimenticare di avere alle dipendenza degli esseri umani e non delle macchine. A questo mondo, malato al suo interno, ma limpido, se osservato dal di fuori, si contrappone l’esistenza di Rino, del figlio Cristiano e del ritardato Quattro Formaggi, splendidamente interpretato da Elio Germano, che pur apparendo in tutta la loro difficoltà e desolazione di esclusi dal resto della società, sanno far valere e contemplare gli ideali di amicizia, di sacrificio e di vero amore che li unisce, soprattutto tra padre e figlio. Tanto da poter ottenere, agli occhi dello spettatore, quel riscatto e quella riabilitazione che cancella o se non altro smorza i loro crimini, che restano sempre atti da condannare, ma che dimostrano un attaccamento alla vita e un’autentica vitalità che non si dà mai per vinta, che sa affrontare le fatiche di ogni giorno, e che il resto della società ha ormai irrimediabilmente perso e abbandonato.
Francesco Plazzotta

Questo mese vi parlo di due film. Il giardino di limoni di Eran Riklis – regista anche de La sposa siriana- racconta di una donna palestinese qualsiasi, Salma, una vedova, che vive nella sua casa in Cisgiordania da sempre, devota al giardino di limoni che ha coltivato assieme al padre e al marito. Sfortunatamente vive proprio sul confine con Israele. Il giorno in cui il ministro degli Esteri israeliano prende casa proprio davanti al suo limoneto, comincia l’ Odissea della donna. Le viene notificata l’ intenzione del governo israeliano di sradicare i suoi alberi di limoni, perché questi rappresentano un pericolo per il ministro e sua moglie, visto che potrebbero nascondere terroristi. Ma il volere del ministro si scontra con la determinazione di Salma: la questione viene portata in tribunale. Il giovane avvocato della donna, richiamando l’ attenzione dei media internazionali, riesce ad impedire l’ abbattimento degli alberi.

Film leggermente controverso. Se andrete a vederlo (forse al Kinemax uscirà tra un po’ tra le serate dei film d’ autore) capirete quello che sto per dire. Non è un caso che il film sia stato finanziato dalla Israeli Film Commission; i principali personaggi, ovvero Salma e il ministro Avon, che inizialmente incarnano gli archetipi del buono e del cattivo, tendono in modo poco percettibile a cambiare ruolo nell’ arco della proiezione. La palestinese, da povera donna vittima di un’ ingiustizia, finisce per diventare la “solita araba incontentabile”, mentre il ministro, da animale insensibile, si umanizza e quasi si prova compassione per quel personaggio che verso la fine cerca di redimere la propria colpa di doversi comportare da israeliano. Dopo aver tanto lottato da una parte per sradicare gli alberi, dall’ altra per difenderli, sul confine viene calato un muro che impedisce la vista dei rispettivi territori: il ministro, guardando il muro, si commuove e sembra scusarsi per le brutalità commesse a quella donna che oltre il muro lo guarda in cagnesco. Un’ inversione di ruoli che proprio non condivido. Come dice Zulawski, un film è bello in base alle emozioni che ci trasmette. È quindi personale, come personali sono le meditazioni che vi facciamo dopo averlo visto.

Di ritorno dal Trieste Film Festival, vi consiglio Delta dell’ ungherese Kornél Mundruczo. Passato quest’ anno al festival del cinema di Cannes, è transitato al Trieste Film Festival in anteprima italiana. Un giovane fa ritorno al paese sul delta del Danubio dove aveva vissuto da bambino. Un luogo isolato e selvaggio dove gli viene presentata la sorella di cui ignorava l’ esistenza. Il ragazzo si stabilisce nella capanna che un tempo era stata di suo padre e decide di costruire una palafitta in mezzo all’ acqua dove poter vivere lontano da tutti. Sua sorella, una ragazza fragile e timida, lo segue e lo aiuta nella costruzione della loro casa. Tra i due si instaura un rapporto fatto di estrema naturalezza e complicità, qualcosa di più che un rapporto tra fratello e sorella. Nella bellezza dei paesaggi del Parco del Delta del Danubio, i due ragazzi sono così belli nella loro esistenza, soprattutto in confronto alla bestialità della gente del paese, ubriaconi e molesti, che non vedono di buon occhio la relazione tra i due. Quando, un giorno, il giovane pesca una grossa quantità di pesce, i due decidono di dare una festa ed invitano gli abitanti del paese. La festa diventa il motivo scatenante di tutta la rabbia repressa degli invitati; diventa una spedizione punitiva nella quale la ragazza viene violentata (e forse assassinata) e il ragazzo accoltellato a morte. Dice il regista: “Piuttosto che parlare di una deviazione sessuale, quello che mi interessava era arrivare a capire il genere di libertà che permette a una persona di trascendere la regola. Al cuore della storia non c’ è l’ incesto, bensì il coraggio che ci vuole per accettare un’ attrazione naturale, anche se questa rompe con le convenzioni. La cosa veramente intollerabile è che esistano persone che credono di potersi arrogare il diritto di condannare chi esce dalla norma”. Un film stupendo, quasi epico. I due giovani sanno bene che non vale la pena lottare per il bene all’ interno della società; è probabilmente per questo che si ritagliano il loro angolo personale lontano da tutti, in un luogo così sperduto e irraggiungibile. Ma c’è chi, per invidia e arroganza, a costo di remare controcorrente, è sempre pronto a fagocitare ogni fremito di libertà pur di ottenere il primato. Su cosa?

(Visto che mi firmo e metto la mail: se avete visto, avete intenzione di vedere o non vedrete mai questi film ma volete commentare fatelo pure. Sarà cosa molto gradita)

Alessandro Battiston

schlagstein@gmail.com

Sembra lontano il momento in cui sul grande schermo qualcosa ha iniziato a muoversi. Poi si sono sentiti i primi rumori, anni dopo timidamente le prime macchie di colore, e poi via con un crescendo di dolby surround, filtri da cinepresa, effetti speciali, computer grafica… Il cinema non finisce mai di intrattenerci e di stupirci con nuove, mirabolanti – e generalmente costosissime – sorprese. Oggi anche l’ultima frontiera, quella dello schermo bidimensionale, è stata abbattuta e i film stanno letteralmente entrando nella sala di proiezione.

Sicuramente tutti ricordano con affetto i vecchi occhiali stroboscopici con le lenti rosse e blu che permettevano di vedere fotografie, generalmente in bianco e nero, con un effetto di profondità tridimensionale. In effetti, studi sulla tecnologia 3d esistono fin dagli anni venti. Sino ad ora i risultati erano stati piuttosto insoddisfacenti: gli occhiali con le lenti colorate alteravano le cromie delle immagini e quelli con le lenti trasparenti provocavano forti emicranie e senso di nausea. Oggi la ricerca ha finalmente messo a punto una tecnologia che non distorce la percezione dei colori e non obbliga a masticare travelgum durante la proiezione.

Ricordo ancora una visita al museo della Scienza e della Tecnica di Parigi nel 2000, durante la quale alla Géode proiettavano per la prima volta un cortometraggio sulla storia del cinema tridimensionale. Senza occhiali l’immagine risultava sfocata e piena di ghost, ma indossando le lenti l’effetto era davvero straordinario: le figure uscivano realmente dallo schermo percorrendo tutta la sala e rimanendo sospese a mezz’aria davanti a una folla incredula che cercava di acchiapparle con le mani. Ironizzando sulla storia del cinema, il filmato proponeva la celebre locomotiva dei fratelli Lumière che fece fuggire dal panico gli spettatori che credevano di essere investiti. La versione 2000 trasformava la locomotiva in un modello tridimensionale al computer e lo proiettava, grazie all’effetto degli occhiali, di gran carriera verso il pubblico. Pur conscia della finzione della proiezione tutta la sala urlava per lo spavento.

Da allora il cinema tridimensionale ha iniziato a farsi strada a passi sempre più decisi. I primi ad adottare questa tecnologia sono stati i grandi parchi divertimento che, approfittando della grande disponibilità di risorse si possono permettere tecnologie costose e all’avanguardia. Quando alla Géode la proiezione stroboscopica era presentata come l’ultimo ritrovato della filmografia, Disneyland già offriva un cinema dinamico con occhiali 3d e seggiolini in movimento. Molti altri parchi tematici, anche in Italia, hanno seguito questa moda e si sono attrezzarti con cortometraggi tridimensionali.

Quest’anno finalmente la tecnologia stroboscopica arriva anche sul grande schermo con due titoli di nuova uscita che la redazione di Sconfinare non si è certo persa. “Bolt”, l’orripilante animazione della Walt Disney che narra le vicende di un cane che si crede superdog ma scoprirà che non servono super poteri per essere veri eroi – voto della redazione: inguardabile – e “Viaggio al centro della Terra”, il primo lungometraggio integralmente filmato con la doppia telecamera, tratto dall’omonimo romanzo di Verne. Un divertente Brendan Fraser nei panni del geologo incompreso si ritrova a viaggiare alla scoperta di un mondo sepolto a migliaia di miglia all’interno della superficie terrestre. Molte scene assolutamente inutili per lo svolgimento della trama sono state girate solo per far sfoggio di effetti speciali in tre dimensioni ma nel complesso la pellicola è gradevole. E la moda del 3d si sta imponendo in maniera sempre più ferma: la Pixar ha deciso di investire massicciamente in questo settore ed ha già in forno nuove animazioni stroboscopiche come “Mostri VS Alieni”. Anche il capolavoro di Burton “Nightmare Before Christmas” è stato ‘rimasterizzato’ in tre dimensioni e perfino gli antipatici bimbi spia hanno avuto il terzo episodio della loro saga in tre dimensioni “Spy Kids 3-d. Game Over”. E’ arrivato quindi il momento di abbandonare il vecchio schermo ad assi cartesiani e cominciare a pensare a tutto tondo, il cinema ormai cammina verso frontiere nuove in cui l’interazione con la platea non potrebbe essere più diretta e reale.

 
Francesco Gallio

Il racconto che segue è reale. Riguarda mia sorella, che ha contratto come tante (tanti? Non so, forse le preferenze di genere non esistono; occhio, si potrebbe esser tacciati di sessismo) il virus di Twilight. Preciso: sto parlando del libro della Mayer (non l’ho letto e non intendo farlo, quindi m’astengo da giudizi di valore. Non lo conosco, punto. Però so ch’è piaciuto a parecchia gente, tant’è che insegnanti di licei classici – che teoricamente di letteratura ne sanno a pacchi – l’hanno consigliato ai loro alunni).

Il libro è piaciuto tanto (leggasi: ha venduto tanto) che se n’è fatto un film, come tragicamente capita in questi casi. E dico “tragicamente” perché a me, nel mio piccolo, è accaduto lo stesso anni fa, quando lessi “Il Signore Degli Anelli” molto prima che ne facessero una versione cinematografica. E sapete qual è il trauma? Che se t’innamori d’un libro, immaginandolo per bene come vuoi tu, e poi ne guardi la “versione Hollywood”, se si è sfortunati come il sottoscritto (e la di lui sorella) dopo, quando ti capita di rileggerlo, non sei più capace di ricreare il mondo che avevi incontrato la prima volta. E’ finita, Frodo è Elijah Wood. Argh.

La mente è pigra. E’ più facile vedere che immaginare.

Consapevole dei suoi limiti, mia sorella ha deciso che per non guastare l’immagine dell’aitante, affascinante, romantico, […] impossibile protagonista che s’era creata avrebbe scrupolosamente evitato le occasioni di vedere le immagini del film. La capisco. Non che m’interessi particolarmente questo Edward (si chiama così) però l’amore per un libro che sentiamo nostro e che vogliamo proteggere, questo sì che lo condivido. E mia sorella non ha chiesto tanto al mondo. Solo ha domandato per una volta, per favore, di essere lasciata in pace.

E qui entro nel cuore della vicenda, il fatto che mi ha portato a scrivere un articolo che può sembrare ridicolo ma in fondo non lo è. Perché è un esempio, nel suo piccolo, di come la società alla fine riesca ad imporsi. Volente o nolente, non cambia nulla: alla fine vedrai quello che vogliono farti vedere.

Mia sorella, per un mese, ha vissuto da funambola riuscendo per un po’ in un’impresa che ha dell’incredibile. Tanto per non sbagliare, ha preso tutta una serie d’accorgimenti: 1. Niente trailer al cinema (logicamente) 2. Niente giornali (hanno la pubblicità) 3. Schivare i muri dove di solito s’appendono le locandine 4. Evitare i luoghi pubblici, le stazioni ferroviarie (le maggiori hanno gli schermi televisivi, come a Mestre), le librerie, le fiancate degli autobus … già che c’era, passeggiando si levava gli occhiali 5. Spegnere la tivù durante la pubblicità 6. Ridurre al minimo indispensabile internet.

Una fuga dal mondo. Ci vuole una disciplina ferrea anche in un piccolo paesino (ad un certo punto se n’è andata a Londra, lì sì che è stato un trauma). E già così le cose parrebbero difficili. Pensate un po’ come deve essere se tutti quelli che ti circondano diventano nemici. Se sanno che qualcosa ti dà fastidio, non faranno che parlartene (e nel caso concreto ti diranno il nome dell’attore). Le sue coinquiline hanno persino appeso un volantino in appartamento, che stronze.

E qualcosa in questa piccola vicenda è mostruoso, se ci riflettete. Quello che fa pensare, a me che sono un tizio pieno di paranoie, è il perverso meccanismo che porta la società intera (e qui, in particolare, le compagne di corso, le amiche, le conoscenti) ad accanirsi verso gli atteggiamenti difformi, a schernirli, a non comprenderli o a minimizzarli; e – infine – ad essere degli iniettori dello standard, di ciò a cui ci si deve conformare. So che rischio la retorica, ma è sorprendente quanto bene funzioni. Ed è solo un film, messa così fa ridere.

Ah. Comunque c’è un lieto fine, se volete. L’ho visto io per primo, l’Edward “vero”. Le ho detto che non aveva niente da temere e l’ho portata davanti alla vetrina d’una libreria, mosso a pietà dal suo titanico sforzo. Era un po’ titubante, ma alla fine s’è voltata. Per fortuna, ha detto ridendo, è un bambinetto, praticamente un Emo, questo qui è talmente deludente da essere innocuo. Però non andrà a vedere il film. Penso che – almeno in questo – nessuno potrà costringerla.

Rodolfo Toè
rodolfo.toe@sconfinare.net

Regia: Ridley Scott.

Cast: Leonardo di Caprio, Russell Crowe, Mark Strong, Golshiften Faranani, Oscar Isaac. «continua

Ali Suliman, Alon Abutbul, Vince Colosimo, Simon McBurney, Mehdi Nebbou, Michael Gaston, Kais Nashif, Jamil Khoury, Lubna Azabal, Ghali Benlafkih

Titolo originale: Body of Lies.

Drammaticao, durata 128 min.

USA 2008 – Warner Bros.

Dopo “I diamante di Sangue” Leonardo di Caprio torna alla ribalta, questa volta non in Africa ma nel Medio Oriente, vestendo i panni di Roger Ferris, agente CIA incaricato di raccogliere informazioni per l’agenzia. Capo generale dei servizi segreti è Hoffman – un convincente Russell Crowe – che interpreta la parte del padre di famiglia americano tutto casa e lavoro. In maniera forse un po’ caricaturale, Hoffman passa la giornata al telefonino e svolge tutte le attività del buon padre di famiglia – come accompagnare i bambini a scuola – mentre pacatamente ordina ai suoi uomini di sacrificare vittime in nome della libertà e della sicurezza del mondo. Terzo, geniale, personaggio centrale nella storia è il capo dei servizi segreti girordani, Hani Salama, elegantissimo, sicuro di sé, signorile e sempre impeccabilmente vestito.

Tratto dal romanzo del columnist del Washington Post David Ignatius e sceneggiato da William Monahan, “Nessuna verità” nelle mani di Ridley Scott diviene un gioco di prospettive e punti di vista. Sullo sfondo degli attentati terroristici in Europa, e della guerra di intelligence nel Medio Oriente, Ferris (Di Caprio) è il punto di vista interno, Hoffman è quello esterno e globale e Hani è li sguardo sia esterno che interno ma concentrato sul locale. Ferris, che parla correntemente l’arabo, ha una capacità innata di districarsi sul territorio e raccogliere informazioni e rischia la vita in ogni volta che è impegnato in un’operazione. Perennemente escoriato, rincorso da cani e proiettili, Ferris vive sulla sua pelle gli sforzi per portare allo scoperto il pericoloso terrorista Al-SAleem, e tra i vari personaggi sembra essere l’unico a possedere scrupoli morali e capacità affettive. Hoffman è invece l’opulento e tracotante capo dell’agenzia americana e gestisce tutta la guerra in mediaticamente tramite cellulare e satellite. L’occhio vigile del “grande fratello” è sempre presente e gli schermi della sala di controllo trasformano in spettacolo la tragicità umana delle vicende di Ferris, che ad un certo punto del film si trova addirittura cosparso di pezzi di ossa di un suo amico dilaniato da una esplosione. Hoffman, forte della distanza e della sua missione di paladino della giustizia non possiede la stessa rotondità emotiva di Ferris e gestisce le operazioni come una grande partita in cui è necessario sacrificare le pedine per dare scacco all’avversario. Hani, il capo dell’intelligence Giordana è invece un boss completamente diverso, molto più preoccupato a mantenere il potere nel proprio feudo che a salvaguardare un qualche ordine o controllo globale. Pur essendo il vertice di un corpo di spionaggio – e disponendo quindi di una visione d'”insieme” o dall’alto – Hani è pur sempre un giordano e la sua prospettiva si colloca a metà tra l’uomo della ribalta – Ferris – e il grande burattinaio – Hoffman. Anche le procedure operative dei servizi segreti rispecchiano questa diversa impostazione prospettica: mentre gli americani gestiscono tutto via telematica tramite cellulare e schermo, i giordani si affidano agli informatori e agli infiltrati e alla fine la loro strategia di dimostrerà vincente. La pellicola non perde quindi l’occasione di sottolineare che la tecnologia, per quanto innovativa ed avanzata dà solo l’illusione del controllo e non può che soccombere alla conoscenza del territorio al vecchio passaparola.

Nessuna verità è quindi una spy-story di menzogne e tradimenti incrociati, sapientemente costruita tramite il contrasto di prospettive, e intrecciata a una pallida vicenda di amore tra Ferris e una dottoressa giordana. Un saggio di relativismo etico e morale, che non cede alle facili tentazioni di buonismo americano o alla retorica semplificata del bene contro il male. Un cast di buon livello, una fotografia piacevole senza abuso di effetti speciali e una trama coinvolgente ne fanno una pellicola decisamente gradevole. Voto della redazione: otto e mezzo.

Francesco Gallio
francesco.gallio@sconfinare.net

Si è conclusa il 31 ottobre la quinta edizione del Festival Internazionale del Cinema di Roma, con grande partecipazione di pubblico e ovviamente della stampa. Ho provato ad accedere alla struttura dell’Auditorium del Parco della Musica, il luogo con il maggior numero di sale e di proiezioni, quello con i tappeti rossi e la gente urlante ad acclamare attori e attrici ma anche con i prezzi più alti (alcuni film costavano anche 20 euro secondo il programma) Ma non mi è andata bene: la prima volta dopo una fila di un’ora i posti erano già esauriti, la seconda era una proiezione riservata ai soli giornalisti (ho provato a passare come giornalista di Sconfinare, ma come si può immaginare non mi hanno fatto entrare). Un po’ sconsolata dalle esperienze, stavo quasi abbandonando l’idea di godermi qualche buon film, ma poi ho scoperto la Casa del Cinema: un edificio nel parco di Villa Borghese inaugurato a tale uso nel 2005 e che sotto la direzione di Felice Laudario propone rassegne cinematografiche con ingresso gratuito. Nell’ambito del Festival, alla Casa del Cinema sono stati proiettati i film della categoria La Fabbrica dei Progetti, comprendenti cioè le opere prime di alcuni registi. Tra quelli che ho potuto vedere, da segnalare è “Astropia”, film islandese di Gunnar Bjorn Gudmundsson, in cui una giovane donna dell’alta società si ritrova improvvisamente povera e per guadagnarsi da vivere inizia a lavorare in un negozio di fumetti e giochi di ruolo, mondo del quale è completamente ignara. Col tempo imparerà a conoscerlo e nel frattempo a maturare, imparando a guardare oltre le apparenze e nonostante un ex fidanzato intrigante. Vincitore della categoria è risultato “Bird Can’t Fly”, di produzione sudafricana e irlandese, premiato probabilmente per l’intensità dei personaggi e la bravura della protagonista (Barbara Hershey), anche se a tratti è un po’ pesante. Nel film, una donna di nome Melody, dopo la morte improvvisa della figlia, fa ritorno in Sudafrica peri suoi funerali e lì ritrova il suo passato ma anche un nipote di cui non sapeva l’esistenza. Altra iniziativa interessante, sempre alla Casa del Cinema durante il festival è stata la giornata dedicata alla Mosfilm, una casa di produzione sovietica e che ancora oggi, seppur con minore successo, è attiva. Sono stai proiettati 4 film: “L’Impero Scomparso” (2007, l’unico che non ho visto), “Quando Volano le Cicogne” (1957, vincitore del Festival di Cannes, molto bravi gli interpreti), “Cinque Serate”(1978, storia d’amore dopo 18 anni di lontananza) e “The Inner Circle” o “Il Proiezionista” (1991, del regista Andrej Konchalovskij, quest’ultimo molto bello in quanto racconta la storia di un uomo devotissimo a Stalin e alla causa comunista, ma che proprio in nome di essa perde il suo grande amore, e nonostante ciò non rinnega le sue convinzioni. Non ho partecipato quindi al Festival ufficiale, è vero, ma sono soddisfatta di quello che ho visto: ne valeva assolutamente la pena!

Lisa Cuccato

Lisa.cuccato@sconfinare.net

con Natalie Morales, Matt Keeslar

Tratto dall’omonima serie a fumetti di Xavier Grillo-Marxuach, the Middleman è una serie televisiva che segue le inverosimili avventure di Wendy, una giovane artista bloccata in un lavoro precario che vive in subaffitto illegale con la sua migliore amica Lacey, una vegetariana militante. La sua routine viene interrotta dall’attacco di un orrendo mutante, dopo il quale Wendy si trova ad essere reclutata da una agenzia dedita a combattere il Male. In segreto, infatti, il modo brulica di alieni, vampiri, scienziati pazzi e mostri assortiti, e qualcuno deve occuparsene. Insieme al suo misterioso capo, noto solo con il titolo ereditario di Middleman, e ad una robot-bibliotecaria sorprendentemente acida; Wendy inizia un lungo addestramento sul campo, affrontando le minacce più paradossali: zombie divoratori di trote, gorilla mafiosi, tube maledette, collegiali fantasma, universi paralleli e luchadores assetati di sangue. Sfortunatamente tali avventure continuano solo per 12 puntate, dato che la serie è stata sospesa, ma si tratta comunque di dodici puntate ricolme di pura e sofisticata intelligenza. Gli attori sono abili, i dialoghi frizzanti e talmente pieni di arguzie che spesso mi sono trovato a dover riguardare la stessa scena più volte, avendo perso una battuta mentre ero impegnato a ridere per quella precedente. Malgrado i personaggi siano potenzialmente stereotipati gli autori riescono a rendere ognuno di loro credibile, oltre che godibile. Scaricate illegalmente questa serie, perchè è troppo buona per essere trasmessa in Italia.

Luca Nicolai

Luca.nicolai@sconfinare.net

Un film di Marc Forster.  Khalid Abdalla, Homayoun Ershadi, Shaun Toub, Atossa Leoni, Saïd Taghmaoui, Zekiria Ebrahibi. Genere Drammatico, colore 131 minuti. – Produzione USA 2007.

Non bisognerebbe mai andare al cinema avendo già letto il libro da cui il film è tratto. Perché, pur non volendolo, si finisce per fare dei confronti che andrebbero forse evitati, trattandosi di due forme di comunicazione molto diverse. Insomma, ci si siede sulla poltroncina del cinema con il pressante timore che il film non sarà mai bello come il libro e, nella maggior parte dei casi, si esce dalla sala con una netta conferma dei propri sospetti.

E’ un po’ quello che mi è successo vedendo “Il cacciatore di aquiloni” di Marc Foster, tratto dall’omonimo best seller di Khaled Hosseini, anche se -devo ammettere- non nella misura in cui me lo aspettavo. In effetti, la pellicola è più che dignitosa, in molte sequenze intensa ed emozionante e decisamente fedele al romanzo di Hosseini (nonostante alcune parti siano state inevitabilmente tagliate).

Certo, gioca a suo favore il fatto di narrare una storia (attraverso un lungo flashback) di per sé molto originale e toccante. Si tratta dell’amicizia tra due bimbi afgani, Amir, figlio di un notabile pashtun, e Hassan, il suo piccolo servitore azara -etnia considerata inferiore nel paese-, sullo sfondo della florida Kabul degli anni settanta. I due formano una coppia eccezionale nei tornei cittadini di combattimenti tra aquiloni, ma è proprio in occasione di quello che li vede vincitori che la loro amicizia finisce per sfaldarsi. Al termine dell’evento Amir assiste (senza avere il coraggio di intervenire) alla sodomizzazione di Hassan da parte di tre ragazzini ricchi e razzisti. Da quel giorno il piccolo azara diventerà per Amir la denuncia vivente della propria vigliaccheria, un fardello che si porterà dietro fino a quando, ormai adulto ed emigrato negli USA in seguito all’occupazione sovietica dell’Afganistan, avrà l’occasione di tornare nel proprio paese d’origine per “redimersi” e combattere i fantasmi del proprio passato.

Racchiudere in due ore di film le intense sensazioni che il libro riesce a suscitare o rendere sul grande schermo la complessità psicologica dei suoi protagonisti in modo efficace era forse impossibile, ma rimane, tuttavia, la sensazione che Foster avrebbe potuto fare qualcosa di più. Non basta la fedeltà narrativa per far rivivere un libro sulla pellicola: trattandosi di due linguaggi comunicativi differenti, il regista ha l’arduo compito di dover rendere con immagini ciò che in un libro viene espresso più agevolmente con le parole, cercando di mantenerne l’intensità e la significatività. Compito molto difficile da svolgersi, soprattutto se non si è Visconti e si è Foster…

A mio avviso non sono stati inseriti, o non sono stati abbastanza rimarcati, alcuni episodi che avrebbero permesso di entrare meglio nella psiche dei personaggi, di donar loro maggiore spessore, e ciò soprattutto poiché il regista si è dilungato troppo sulla vita americana del protagonista quando avrebbe fatto meglio a ritagliare un po’ di minuti a favore delle vicende afgane e per trattare in modo meno frettoloso il difficile instaurarsi di un rapporto di fiducia tra Amir ed il figlio di Hassan (episodio quasi completamente tralasciato dal film!).

Tuttavia, non voglio sembrare troppo ingiusta nei confronti di questo regista e di un film che, tutto sommato, ha una propria dignità e una buona capacità di coinvolgere ed emozionare lo spettatore. Nonostante il finale un po’ troppo Holliwoodiano ed una visione dell’Afganistan leggermente di parte (è vero che Hosseini è afgano, ma è anche vero che vive negli Stati Uniti da 25 anni…) il film vale la pena di essere visto, sia per la bellezza della storia narrata, sia per la capacità di offrire, in modo non banale, spunti di riflessione importanti sulla guerra, il razzismo, il fanatismo religioso…

Un voto? Otto. Perché anche se la circostanza che “il libro sia sempre migliore del film” è oramai una legge di natura, “Il cacciatore di aquiloni” l’ha messa a dura prova.

Elisa Calliari

Nazione: USA

Cast: Hayden Christensen

Samuel L. Jackson

Diane Lane

Durata: 88′

Un ragazzo scopre di avere il potere di teletrasportarsi ovunque, impara a controllare i suoi poteri e vive una vita idilliaca tra viaggi e piaceri: colazione sulla Sfinge di Giza, un po’ di surf alle Fiji, pranzo a New York e poi serata in discoteca a Londra. Tutto meraviglioso, finché non scopre che qualcuno gli è alle costole, e che questo qualcuno vuole eliminarlo.

Fin qui nulla di nuovo, anzi, sembra quasi la trama di un episodio di “Heroes”. Ma il teletrasporto ha sempre il suo fascino, come i viaggi nel tempo: d’altra parte, chi non ha mai sognato di potersi spostare in questo modo, magari con un vezzoso schioccare delle dita? L’argomento, se ben sfruttato, può dare risultati senz’altro interessanti. Può, o potrebbe. Infatti, nonostante le promettenti premesse, “Jumper” non riesce a coinvolgere come avrebbe potuto.

Le scene d’azione e di teletrasporto, naturalmente, sono ben fatte come ormai ci si aspetta dalle produzioni di Hollywood, ma tutto il resto non convince: soprattutto, non c’è intesa fra David e Milly, protagonisti di un’improbabile relazione (dopo non essersi visti per 8 anni!) a margine della fuga dai cacciatori di Jumpers. Di questa guerra secolare, tra l’altro, non viene detto quasi nulla, ed è un peccato, perché qualche flashback storico ad hoc avrebbe reso il film notevolmente più interessante. Più in generale, si ha l’impressione che il film non scavi mai nella storia dei personaggi, restando sempre sul vago. Altro punto dolente sono i molti “buchi” nella trama: non sappiamo cosa succeda al padre di David, che fine faccia l’altro “Jumper”, Griffin, eccetera. Sono talmente tante le questioni lasciate in sospeso che viene da chiedersi se sia già previsto un sequel: pare quasi una moda, quella di confezionare i film sin dall’inizio in modo tale che sia necessario un seguito.

Riassumendo: ottimi effetti speciali, trama superficiale, personaggi poco convincenti (a parte il sempreverde Jackson, e Griffin, ovvero l’inglese Jamie Bell, senz’altro una spanna sopra Christensen) e molte domande senza risposta. Come mix non sembra essere dei migliori.

Tuttavia, il film non è del tutto senza merito: è da apprezzare il fatto che il protagonista non sia il tipico supereroe cauto e responsabile (tipo Spiderman, per intenderci), ma anzi, una volta scoperti i suoi poteri, si dia alla pazza gioia. È molto più veritiero e divertente dei classici ammonimenti sulle “grandi responsabilità” imposte dai “grandi poteri”, ed è il motivo principale per cui “Jumper” si merita la sufficienza.

VOTO: 6

“Mi interessava il confine labile fra logica e creatività. Quando intorno non cambia niente da secoli, come nei Sassi di Matera, le persone tendono a crearsi i propri mondi, fatti di immaginazione e ossessioni. I personaggi del film vivono in una marginalità che diventa possibilità di creare, reinterpretare, dissacrare senza che importi più la distinzione tra il vero e il falso. Ho cercato uno sguardo ironico e astratto che potesse restituire il senso di eccentricità e solitudine dei personaggi ma anche la loro estrema vitalità”.

Federica Di Giacomo

I sassi di Matera sono meta turistica internazionale. Federica Di Giacomo ci racconta quei pochi abitanti rimasti in quel luogo. Il Lato Grottesco della Vita è un apologo sulla purezza dei sentimenti, è la descrizione di un “altro mondo” e di “un altro tempo”.

La macchina da presa segue passo passo due personaggi in particolare: Giuseppe, guida turistica e membro della comunità dei testimoni di Geova; e Paradiso, candidato politico al consiglio comunale. I due protagonisti sono presi come figure emblematiche della gente dei Sassi. In loro l’autrice vede soprattutto innocenza e ignoranza. Ma non semplicità e stupidità. Loro infatti ostentano il loro poco sapere come se fosse alta cultura e non hanno timore di esprimere qualunque idea. I loro discorsi sfiorano il ridicolo e l’incomprensibile. Ma il fatto che non se ne rendano conto, anzi che si sentano in grado di definirsi storico uno, politico l’altro, li rende non tanto assurdi ma, come suggerisce il titolo, grotteschi.

Il documentarismo di questa pellicola non è semplice ripresa della vita. Il film è costruito sapientemente al montaggio; e la pulizia delle inquadrature e il frequente uso del campo-controcampo nei dialoghi, cosa insolita in un documentario classico, denotano una minuziosa attenzione. Tale sapiente costruzione cadenza il racconto, ma nonostante ciò, emerge la verità del luogo, con un ritmo da film di finzione. Ed è per questo che lo spettatore riesce facilmente ad affezionarsi ai protagonisti. Inoltre, l’affascinante ambientazione fa da perfetta cornice agli eventi, in quanto è un perfetto contraltare dei personaggi. Matera infatti è intrisa di storia, di cultura, di arte, tanto da dimostrasi un set meraviglioso per cogliere la poesia del quotidiano vivere dei suoi abitanti.

La rappresentazione delle preghiere di gruppo a cui partecipa Giuseppe e dei comizi nelle piazze della città fa emergere, senza mai disprezzare, il lato grottesco presente nel mondo della politica. E Federica Di Giacomo, riuscendo ad attrarre così bene l’attenzione del pubblico, dimostra implicitamente come questo lato sia presente in ognuno di noi.

La pellicola mostra una realtà difficile sebbene i personaggi “non appaiono depressi o rassegnati alla loro condizione lavorativa, ma al contrario esprimono un’improbabile creatività. I 75 minuti del film documentano una serie di situazioni che nascondono squilibri sociali, politici ed economici che i personaggi denunciano con forza, sebbene in modo bizzarro. Questa “denuncia” passa attraverso la vena comica dei personaggi aggiungendo valore alla ricerca socio-antropologico che Federica Di Giacomo ha evidenziato nel film.

Dal proprio canto Federica Di Giacomo coglie il perpetuarsi del conflitto che intercorre tra soggetti di evidente interdizione mentale,come nel caso del Sig. Giuseppe e il Sig. Paradiso, e i parametri di ” normalità sociale ” che prevedono il rispetto generalizzato delle norme comportamentali e degli standards di vita, a loro volta causa propulsiva di un anonimato richiesto dalla società moderna e globalizzata.

I protagonisti, portatori di una sana anormalità, sono l’espressione genuina di una originalità e genialità che trasgredisce la norma ma che, contemporaneamente, può esprimere lo spirito umano in modo più spontaneo, al di fuori di ogni schematismo convenzionale che “intrappola” gli impulsi vitali dell’uomo. La stravaganza che accompagna questi malati mentali nelle innumerevoli peripezie quotidiane sono fonte del binomio ammirazione-gelosia da parte di coloro che, con occhio di rammarico, sono assoggettati ad un rigido potere etico-sociale.

Italo Svevo, autore del romanzo “La coscienza di Zeno”, avrebbe dal proprio canto evidenziato questo contrasto configurando un duplice visione societaria: da un lato la società dei “malati” e dall’altra la società dei presunti “giusti”, o meglio di malati mentali che non sanno di esserlo.

Le prime reali parole spese a difesa dei dissidenti mentali, cosi definiti coloro che soffrono di deficit mentale da parte dello psichiatra italiano Luca de Stefano, furono quelle formulate da Franco Basaglia, nei primi anni ’60, a supporto di una concezione antipsichiatrica e anti-manicomiale della malattia mentale: la follia veniva interpretata come una risposta disperata dell’individuo alla condizione umanamente insopportabile, cui è costretto dal sistema capitalista, basato sull’efficientismo,consumismo e privo totalmente di senso umano.

Tale concezione anti-psichiatrica della malattia mentale viene recepita nella legge n.180 del 1978 che di fatto abolisce i manicomi in quanto strumento di una società folle che cerca di reprimere le ragioni di coloro che si rivoltano contro essa.

Gli anni ’60 ha dunque rappresentato un decennio dall’ evidente sovraculturalizzazione da intendere come una nuova fase della modernità, le cui concezioni sono state soggette ad una serie di evoluzioni storico-culturali nel corse dei decenni successivi, fino ad approdare ad un XXI secolo, che se purché caratterizzato da una più ampia coscienza dei problemi che affiggono la nostra società, “ammira”
l’ inarrestabile avanzare del progresso e della modernità, così come le conseguenze che questi portano con sé.

Di tutto ciò però attori come il Sig. Giuseppe e il Sig. Paradiso non ne hanno la più lontana percezione perché troppo intenti nel sviluppare, nel proprio immaginario, mondi fantastici nei quali loro solo sono gli unici protagonisti e portatori di verità.

Francesco Bruno

Flickr Photos

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