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Da un po’ d’anni a questa parte le radio trasmettono sempre la stessa musica. È una cosa chiamata playlist, un espediente delle compagnie musicali per pubblicizzare i loro protetti. Sfortunatamente le grandi compagnie puntano a massimizzare le vendite, e a questo scopo operano una selezione di musiche e testi, scegliendo quelli che possano piacere ad un pubblico vasto. Questo porta inevitabilmente ad una desolante banalità.. Fortunatamente il mondo informatizzato in cui viviamo ci fornisce un buon numero di alternative all’ottusità dell’industria discografica mainstream. Jonathan Coulton è la mia ultima scoperta, un cantautore americano dalla voce dolce e dalla mente bizzarra, esponente di punta della cosiddetta geek music, musica per sfigati. Nelle sue canzoni la ballata melodica e il soft-rock accompagnano testi surreali ed esilaranti: in I Crush Everything si dà voce ad un calamaro gigante solo e depresso, mentre Mandelbrot Set è l’elogio dell’inventore della teoria dei frattali. De-evolving affronta il dramma di un uomo che assiste impotente alla propria trasformazione in scimmia, e The Future Soon ci immerge nei sogni di un ragazzino alienato che aspira a costruire un esercito di robot guerrieri. Coulton ha anche un lato più apertamente sarcastico, e con I Feel Fantastic disegna un impietoso ritratto d’uomo moderno imbottito di farmaci e sempre di corsa, mentre I’m a Mason Now prende come bersaglio l’arrivismo generale. Ma il suo capolavoro è probabilmente Skullcrusher Mountain, la strana e goffa serenata di un genio malvagio da film di serie B. “Ho fatto per te questo mostro mezzo scimmia e mezzo pony” canta il villain innamorato, “ma ho la sensazione che non ti piaccia. Perché gridi tanto? Ti piacciono i pony, ti piacciono le scimmie, forse non ti piacciono i mostri? Oppure ho usato troppe scimmie? Non ti basta sapere che ho rovinato un pony per farti un regalo?” Straordinarie sono anche Ikea (probabilmente la prima canzone dedicata alla catena di mobilifici svedese e al rapporto di odio-amore che ci lega ad essa) e Re: your brains, un surreale dialogo tra un impiegato e il suo collega trasformato in zombie.

Finora Jonathan Coulton ha inciso tre dischi (Our Bodies, Ourselves, Our Cybernetic Arms,
Smoking Monkey e il meraviglioso Where Tradition Meets Tomorrow), ma temo che sia piuttosto difficile trovarli nei negozi. Fortunatamente è possibile ascoltarli gratuitamente su www.jonathancoulton.com. Gratuitamente perché il Nostro crede fermamente nel “dare via roba come strumento di autopromozione”. Chiunque dovesse apprezzare le sue canzoni potrà poi scaricarle permanentemente al prezzo simbolico di un dollaro. Ne vale ogni centesimo.

 

 

 

 

 

 

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Parigi, un caldo luglio di due anni fa. Ero appena approdata sulla rive Gauche, lasciandomi Notre Dame alle spalle, quando l’ho visto apparire al numero 37 di rue de la Bucherie: forse sono state le pile accatastate di libri fuori dall’ingresso o il gruppetto di ragazzi seduti per terra intenti ad ascoltare una lettura di poesie, ma appena è comparsa l’insegna di legno di Shakespeare & Co. davanti ai miei occhi ho capito che si trattava di un posto speciale. Non potevo non entrare, e così ho varcato la soglia, impaziente di vedere cosa si nascondeva all’interno. Ed è stato subito come essere catapultati in un mondo lontano, tanti anni fa: infiniti scaffali fino al soffitto colmi di libri polverosi, scalette di legno appoggiate qua e là e un ragazzo decisamente eccentrico dietro ad un vecchi tavolo. Mi aggiravo con aria sognante tra le montagne di volumi, per gli angoli della libreria, quando ho notato una misteriosa frase di Yeats vicino ad una scala di legno: “I must go down where all the ledders start, in the full rag and bone shop of the heart”. Piena di curiosità sono salita per la scala scricchiolante e mi sono trovata in una vecchia biblioteca cosparsa di libri e letti ovunque e sotto i letti zaini, vestiti e fogli scritti. In cima alle scale poche lettere incise sul muro: “Be not inhospitable to strangers, lets they be angels in disguise”. Così, rinfrancata dalle parole di accoglienza, ho iniziato a curiosare per le stanze indisturbata. C’erano ragazzi che leggevano attorno ad un tavolo, qualcuno che faceva il caffè in una piccola cucina installata in corridoio e una macchina da scrivere in una nicchia di legno. Decisamente sbalordita, stavo iniziando a fantasticare su che razza di posto avessi trovato, quando un ragazzo, giunto al mio fianco, ha iniziato a raccontarmi la storia di Shakespeare & Co. Prima libreria americana di Parigi, aperta negli anni ’20 da una ragazza americana di nome Sylvia Beach, era diventata poi anche un rifugio per poeti e ragazzi disposti a lavorare tra i libri in cambio di un letto in cui dormire. Così ho scoperto che era qui che James Joyce aveva pubblicato l’Ulisse per la prima volta, che Hemingway era uno di casa e che tutti i migliori scrittori del XX secolo si erano fermati qui almeno una volta. Ho ascoltato i racconti delle vite dei ragazzi che alloggiavano al Tumbleweed hotel -questo è il nome dato alla parte della libreria trasformata in ostello negli anni ’50-, di chi era scappato di casa, di chi veniva da molto lontano, di chi era rimasto una notte soltanto. Come potete immaginare è stato facile innamorarsi di un posto come questo. Sono tornata a Shakespeare & Co. tutti i pomeriggi per una settimana, ho conosciuto personaggi folli dalle storie più assurde, ho frugato ovunque, letto intensamente, scoperto qualche segreto degli abitanti di questo piccolo mondo perduto. E’ stato qui che ho sognato, che ho visto la Parigi d’altri tempi, che mi sono sentita un po’ a casa. E’ incredibile cosa possa succedere da Shakespeare & Co., e comunque sia è un luogo da cui si esce cambiati. Io mi auguro di tornarci presto, e spero possiate farlo anche voi.

Agnese Ortolani

Parigi, un caldo luglio di due anni fa. Ero appena approdata sulla rive Gauche, lasciandomi Notre Dame alle spalle, quando l’ho visto apparire al numero 37 di rue de la Bucherie: forse sono state le pile accatastate di libri fuori dall’ingresso o il gruppetto di ragazzi seduti per terra intenti ad ascoltare una lettura di poesie, ma appena è comparsa l’insegna di legno di Shakespeare & Co. davanti ai miei occhi ho capito che si trattava di un posto speciale. Non potevo non entrare, e così ho varcato la soglia, impaziente di vedere cosa si nascondeva all’interno. Ed è stato subito come essere catapultati in un mondo lontano, tanti anni fa: infiniti scaffali fino al soffitto colmi di libri polverosi, scalette di legno appoggiate qua e là e un ragazzo decisamente eccentrico dietro ad un vecchi tavolo. Mi aggiravo con aria sognante tra le montagne di volumi, per gli angoli della libreria, quando ho notato una misteriosa frase di Yeats vicino ad una scala di legno: “I must go down where all the ledders start, in the full rag and bone shop of the heart”. Piena di curiosità sono salita per la scala scricchiolante e mi sono trovata in una vecchia biblioteca cosparsa di libri e letti ovunque e sotto i letti zaini, vestiti e fogli scritti. In cima alle scale poche lettere incise sul muro: “Be not inhospitable to strangers, lets they be angels in disguise”. Così, rinfrancata dalle parole di accoglienza, ho iniziato a curiosare per le stanze indisturbata. C’erano ragazzi che leggevano attorno ad un tavolo, qualcuno che faceva il caffè in una piccola cucina installata in corridoio e una macchina da scrivere in una nicchia di legno. Decisamente sbalordita, stavo iniziando a fantasticare su che razza di posto avessi trovato, quando un ragazzo, giunto al mio fianco, ha iniziato a raccontarmi la storia di Shakespeare & Co. Prima libreria americana di Parigi, aperta negli anni ’20 da una ragazza americana di nome Sylvia Beach, era diventata poi anche un rifugio per poeti e ragazzi disposti a lavorare tra i libri in cambio di un letto in cui dormire. Così ho scoperto che era qui che James Joyce aveva pubblicato l’Ulisse per la prima volta, che Hemingway era uno di casa e che tutti i migliori scrittori del XX secolo si erano fermati qui almeno una volta. Ho ascoltato i racconti delle vite dei ragazzi che alloggiavano al Tumbleweed hotel -questo è il nome dato alla parte della libreria trasformata in ostello negli anni ’50-, di chi era scappato di casa, di chi veniva da molto lontano, di chi era rimasto una notte soltanto. Come potete immaginare è stato facile innamorarsi di un posto come questo. Sono tornata a Shakespeare & Co. tutti i pomeriggi per una settimana, ho conosciuto personaggi folli dalle storie più assurde, ho frugato ovunque, letto intensamente, scoperto qualche segreto degli abitanti di questo piccolo mondo perduto. E’ stato qui che ho sognato, che ho visto la Parigi d’altri tempi, che mi sono sentita un po’ a casa. E’ incredibile cosa possa succedere da Shakespeare & Co., e comunque sia è un luogo da cui si esce cambiati. Io mi auguro di tornarci presto, e spero possiate farlo anche voi.

Agnese Ortolani

Il meno che si possa dire è che le due grandi religioni non respirano una buon’aria questi tempi. Ad inquinare l’atmosfera, c’è la libertà di stampa che è un sacrosanto principio della società occidentale. Così l’Islam ha avuto le sue vignette e la chiesa cattolica il suo Codice da Vinci. Tutti abbiamo visto o ascoltato parlare delle diverse caricature del profeta Maometto. La prima lo rappresentava vestito di un turbante in forma di bomba. Tutti siamo testimoni del successo planetario del Codice da Vinci. Dan Brown (l’autore) si fonda sull’idea che Gesù abbia sposato Maria Maddalena e che il nucleo centrale dell’insegnamento della chiesa cattolica sulla divinità di Cristo sia un autentico inganno. Per peggiorare le cose Brown presenta sotto cattiva luce l’Opus Dei, la perla della Chiesa di Benedetto XVI. Il destino delle due religioni finisce qui perché per quanto riguarda le reazioni ognuno seguirà la sua strada.

Dal lato mussulmano la reazione è stata violenta anzi violentissima. Manifestanti scatenati hanno bruciato bandiere, ambasciate dei Paesi occidentali e purtroppo alcuni cristiani sono stati uccisi in rappresaglia. Sul versante cattolico, la reazione contro il Codice da Vinci è più misurata: delusione, incomprensione e collera. Il Segretario della Congregazione per la dottrina della fede ha parlato di “calunnie, offese ed errori che se fossero stati indirizzati al Corano o alla Shoah avrebbero provocato giustamente una sollevazione mondiale”. Monsignor Amato più duro si è detto favorevole al boicottaggio economico come quello imposto dai cattolici americani nel 1988 all'”Ultima tentazione di Cristo” di Scorsese. Insomma la reazione della chiesa cattolica è più cauta. Alcuni diranno che le vignette sono più offensive.

La domanda è: cosa succederebbe se Brown facesse un Codice da Vinci su Maometto? Tuttavia, ciò dimostra una differenza di percezione delle due religioni. Le violente manifestazioni dei mussulmani hanno dato più sostegno alla svolta di Benedetto XVI sull’Islam. Infatti, il lavoratore nella Vigna del Signore ha archiviato il dialogo teologico con i mussulmani chiedendo prima uno sforzo sui diritti umani. La mancanza di un’autorità centrale islamica e le difficoltà dell’Islam di vivere in una società secolarizzata non faciliteranno sicuramente le cose. Notiamo però, per concludere, che geopoliticamente la nuova linea del Papa si riavvicina alla politica del Presidente Bush, che si crede incaricato di una missione divina: quella di portare la democrazia nel mondo arabo mussulmano

Agota Kristof, nata ungherese, ma estirpata dalla sua terra nel 1956, sembra soffrire in tutti i meandri dei suoi libri del distacco e della perdita.
La sua è una scrittura sintatticamente semplice, costituita da frasi concise, poche subordinate. Eppure, pur nella mancanza più assoluta di orpelli ornamentali o descrittivi, l’immagine che si ricava è brutale, secca.
La sua apparente semplicità è in realtà un taglio alla Fontana, qualcosa che lascia interdetti, inabilita il pensiero e lascia solo una coltre di amaro, di tristezza, di malinconia lontana.
L’immediatezza della parola, così come posta, si perde nella realtà di personaggi alienati, senza identità, né adesione al mondo o ai valori.
In “la Vendetta”, edito da Einaudi (come anche “Ieri” e “La Trilogia della città di K.”, entrambi vivamente consigliati), delle figure senza nome esprimono con brevi pennellate la loro estraniazione, si rendono quanto più surreali, grotteschi e distanti possibili da noi. Il loro individualismo, la loro tristezza, i loro gesti apparentemente aberranti, allucinati e distorti ci urlano addosso “vendetta” parola che, più o meno distante, accomuna i tutti.
Ma più ci immergiamo in questi brevissimi racconti, più ci accorgiamo che non si tratta di scherzi, invenzioni letterarie. Sentiamo che questo mondo irreale ed allucinato è anche il nostro, che i personaggi, anche -ma non unicamente- perchè anonimi, possono assomigliarci, e la reazione non può essere altra che l’amarezza.
Questo piccolo libro, una settantina di pagine, viene a dimostrarsi come piccolo fardello, come qualcosa che soppesa le allegrie quotidiane e ci rende, per un’ora o poco più, leggermente più pesanti.
Ma non è mia intenzione, con questo, di allontanare nessuno dalla lettura di questa splendida scrittrice. Il piccolo fardello che ci chiede di portare è ampiamente alleggerito dalla leggiadria, dal lirismo che queste frasi concise portano con sé.
Il fardello stesso si trasfigura e diventa  piuma.

Buona lettura.

Un’esplosione nucleare: otto persone finiscono in un mondo parallelo e, come il detto di casa Savoia, governano il mondo uno per volta. Ci si crederebbe nel classico scenario fantascientifico, con finale scontato e morale banale e al solito si finisce col chiedersi dove sia l’originalità dell’opera di questo autore, recentemente rivalutato a livello letterario (ennesimo riconoscimento postumo). Eppure ciò che ci viene rappresentato in questo romanzo non è un classico sfondo fantascientifico dove il progresso diventa discopìa, appartiene piuttosto alla trama classica di un romanzo fantastico dove quello che è al di sopra di noi non è né divino né inspiegabile: è semplicemente illusione, prodotto della psiche umana e, in quanto frutto della psiche, legato alla sua etica della responsabilità. In questo senso si definisce una dimensione “laica”, una dimensione dove Dio non è mai stato così uomo, dove il religioso rappresenta a tratti solo un modo per l’uomo di deresponsabilizzarsi di ciò che avviene intorno, quasi un ritorno al paganesimo dove esiste un Dio per tutto. Allo stesso tempo però ci si chiede se l’altro opposto, la grande industrializzazione, la specializzazione e il progresso tecnologico, garantiscano davvero la realizzazione di un equilibrio di benessere per questa società o se non sia solo un mezzo per “governare”, nel senso più claustrofobico del termine. Ci si ritrova quasi in un mondo a compartimenti stagni e gli interessi individuali soffocano e stravolgono anche i concetti più importanti della sociologia in quanto rete di rapporti mirata alla convivenza. Il concetto weberiano è così il vero fondamento di questo romanzo, dove il ruolo delle scienze umane sta nel far riconoscere come norma universale il fatto che gli individui scelgono diverse posizioni di valore, ma che ogni valore equivale all’impegno di osservare una coerenza tra mezzi e fini. Al contrario, ciò che nel romanzo viene messo in luce in maniera negativa è proprio l’assenza di una capacità valutativa, la discresìa di ciò che è bene e male, non come posizione di partenza ad un dialogo con l’altro ma come corazza difensiva nei confronti dello stesso. La mancata conoscenza dello “straniero”, dell’hostis greco, significa cioè pregiudizio nei suoi confronti e inficia per forza qualsiasi costruzione di una società. La critica nascosta dietro le parole è forte e richiede del tempo, non di lettura ma di riflessione. L’autore si inebria di utopie su una società collaborazionista, dove nessuno venga tagliato fuori e dove tutti possano trovare la strada per un comune futuro. Eppure, nonostante il tentativo molto ambizioso, il solo fatto di far nascere una riflessione è un risultato raggiunto.
E.B.

No,non si parla di enogastronomia

Ho rinunciato al tentativo di trovare una spiegazione razionale al voto di aprile. Non contano più il declino italiano e il controllo mediatico o,a seconda dei punti di vista,il miracolo post 11 settembre e il controllo delle scuole superiori. Non un aspetto su cui le due parti concordassero;condizione che ha reso inevitabile un voto ideologico,sia dall’una che dall’altra parte. E non tanto per un ritorno in auge delle ideologie(personalmente,stento a considerare tale il berlusconismo),quanto perché,per qualunque simbolo si volesse barrare il 9 aprile,era richiesto un vero e proprio atto di fede. Del resto,come sperare in qualcosa di diverso,dopo mesi,anzi anni,di campagna perenne,in cui le parti si accusavano regolarmente di mistificare la realtà? Si è arrivati così al paradosso delle cifre militanti,dell’opinabilità della matematica o,perlomeno,di una sua doppia versione. Inevitabilmente gli elettori, disorientati sul confine fra due mondi diametralmente opposti, hanno votato col cuore e con la pancia. E non solo per un senso di appartenenza,quanto anche perché anni di campagna avevano messo fuori combattimento persino i neuroni più tenaci.
Non che questo costituisca una novità nel nostro panorama,per carità. Da garibaldini e cavouriani,interventisti e pacifisti,repubblichini e partigiani,democristiani e comunisti,socialisti e dipietristi,passando per la ben più pregnante divisione fra coppiani e bartaliani,era inevitabile che si diventasse tutti,anche a malincuore,o berlusconiani o prodiani. A dire il vero,forse mai come negli ultimi mesi i Fratelli d’Italia sono sembrati così simili nelle loro differenze. Due bisbetici chiusi nella stessa stanza, resi impresentabili dai loro tic e manie. Un braccio che va a sinistra e l’altro a destra,le gambe che,fatalmente,tendono al centro,la testa che cerca di mediare e perde completamente il controllo,un occhio socchiuso e l’altro semi aperto. Vittime delle loro manie,era ovvio che si andassero a scontrare ripetutamente e che,incapaci di un minimo di  autoanalisi,attribuissero tutte le colpe al fratello-nemico e,anzi,che trovassero nella sua esistenza la loro stessa ragion d’essere. Con tutte le debite proporzioni,perché mi rifiuto di associare Rifondazione alla Fiamma Tricolore,la stessa composizione degli schieramenti era similmente opposta:due ali estreme che ,di partito in parititino,sfumano in un centro indistinto e indistinguibile. E un altissimo tasso di divisioni interne,come testimoniato dalle prime dichiarazioni di vincitori e sconfitti vincenti.
E questa schizofrenia non ha potuto che riverberarsi,anzi piombare come un’incudine,sul 10 aprile. Siamo andati a dormire,dopo un pomeriggio hitchcockiano,senza capire in che paese avremmo vissuto,con Prodi e sodali che festeggiavano in piazza dopo la notizia che,prima del voto estero,avevano perso il senato,e Scajola  che parlava di golpe sudamericano,lui che dei metodi sudamericani è stato un ottimo imitatore a Genova. Situazione paradossale,che ha portato l’Unione ad affermarsi solo grazie al voto estero e ad una legge elettorale scritta con tutt’altre finalità. E il paradosso non poteva che trovare la sua apoteosi nell’ammissione(implicita) della sconfitta da parte di Berlusconi:non con una telefonata di auguri a Prodi,non con una dichiarazione pubblica,ma con una canzone accompagnata dall’immancabile Apicella.
Certo,rimarrebbe la questione dei valori che hanno diviso i due schieramenti. Anche per questo è inevitabile parlare di voto ideologico. Chi ha votato con la pancia,non l’ha fatto solo per il proprio tornaconto,ma anche perché nauseato,o estasiato,dallo spettacolo offerto dalla maggioranza negli ultimi cinque anni. Perchè è chiaro che c’è una differenza fra Tremaglia,che vorrebbe equiparare i repubblichini ai partigiani,e Ingrao,che la Resistenza l’ha fatta,fra Buttiglione,che parla dell’omosessualità come di una devianza,e Luxuria,persona che ha fatto della libertà nell’orientamento sessuale la sua bandiera.
Ma,anche in questo caso,è solo una questione di punti di vista.

Tranne il bolscevico Rodolfovskji Toevskji

Non è che mi aspettassi che alla fine del comizio venisse portato in trionfo e usato come ariete per sfondare il portone del comune reazionario. Ma insomma,pur sempre del comizio di un partito comunista si trattava…
Diciamo che le premesse non erano state delle migliori; vedere in città manifesti che dicevano:”E se davvero Bertinotti venisse a Trieste?”,ti faceva venir voglia di tifare per chi aggiungeva sotto:”Speriamo di no”. E scoprire poi che l’incontro si sarebbe tenuto in un teatro con 300 posti al massimo allontanava definitivamente il sogno di vedere fiumi di operai invasati sulle note di Bandiera rossa. Però un po’ ci credevo, speravo che Berlusca  ci avesse visto giusto, che ci fossero almeno un po’di quei pensionanti militanti, malevoli e astiosi, che passano le giornate sugli autobus a diffondere ventate di pessimismo. A vedere la platea del comizio, veniva voglia di dire che non ci sono più i comunisti di una volta, o forse proprio i comunisti. Il che può far ridere, perché una volta non ero neanche nato. Non so, sarà che il passato viene sempre ingigantito nei ricordi, però è difficile non credere allo zio(o,più facilmente, nuovo compagno della zia)che,quando vede un quarto di vino,inizia a raccontarti la storia delle feste dell’Unità dal 1964 a oggi, quello che è scappato di casa per andare al funerale di Togliatti ed è rimasto là con la testa. Oppure alla nonna democristiana, quella che quando ti raccontava le fiabe della buonanotte battezzava il lupo cattivo Stalin e che, quando ha scoperto dove era scappato suo figlio, ha sistemato uno sgabello davanti alla porta e l’ha aspettato armata di cinghia e acqua santa.
Così , al Miela speravo di trovare almeno un’atmosfera cospiratoria:immaginavo decine di personaggi ingobbiti, curvi sotto il peso dello sfruttamento borghese, avvolti in una cappa di fumo da bar di Belgrado. Falci e martello ovunque, sindacalisti incazzosi,un’esposizione di scalpi di bambini. O almeno un Della Valle con la maglietta del Che e sigaro cubano. E invece niente, le stesse facce anonime di ogni giorno; al massimo, un paio di studenti fuori corso con le barbe un po’lunghe e occhialoni a fondo di bottiglia. Sul palco, due bandiere della pace rigorosamente bilingui e una del partito, qualche cartellone contro all’apertura del CPT e il microfono. E basta. Un ambiente più morto che ad un Concilio Vaticano(dove,peraltro,sono di casa).
Un po’ deluso, mi sono seduto in ultima fila,fra un cattolico della rete Lilliput e un diessino pentito, ad aspettare che comparisse la nostra avanguardia rivoluzionaria, confidando negli oratori per vedere un po’di pathos.Insomma,se la platea non era proprio infiammata,speravo che fosse almeno infiammabile. E invece, quelli che si sono presentati al microfono avevano più l’aria da pompieri che da piromani:tre o quattro oscuri dirigenti di partito locali,la mediocrità fatta persona e parola e perfettamente incarnata da Antonaz. E due donne over 60 così femministe da considerare lo specchio strumento della tirannia maschile;la prima ha ucciso il suo intervento sui movimenti con una verve degna di Paolo Limiti. L’altra,l’unica che abbia trasmesso un po’di emozioni,era una femminista dura e pura,del tipo”tremate,le streghe son tornate!”;una vecchiaccia arzilla alla Margherita Hack,solo meno toscana e più bolzanina. Al centro,naturalmente,troneggiava il Lider maximo,palesemente distrutto dai precedenti comizi e vestito persino meglio che da Vespa, con il solito porta-occhiali a tracolla del XIX secolo .
Unica,lieta sorpresa un rappresentante dei lavoratori precari, che ha interrotto la sfilza di politucoli nostrani con un intervento da Piazza Rossa nel’17;davvero un personaggio notevole:magro e occhialuto,parlata incerta ed erre moscia alla Agnelli,ma una carica da bombarolo e il coraggio di criticare Bertinotti a nemmeno mezzo metro di distanza. Mi piace immaginarlo,adesso che sarà disperso in Siberia,fiero e ringhioso anche mentre spacca legna sotto tonnellate di neve,con quel sorriso da pazzo giulivo che nemmeno Calderoli.
Ma,oltre al nostro Ciò Guevara,il nulla,almeno fino al comizio di Bertinotti.In platea,qualche bolscevico aveva mollato il colpo già prima di Fausto. Che pure era riuscito a deliziarci nel mezzo degli interventi altrui, con un’incredibile gamma di espressioni scimmiesche,testa penzolante e palpebra calante,oltre a un paio di trafori nasali magistralmente realizzati. Ma quando ha preso la parola, è stato uno spettacolo. È il Dorian Gray dei comizi:parte esausto e finisce con una carica tale che potrebbe abbattere il Palazzo d’inverno a morsi, trasmettendo la sua stanchezza al pubblico.Parla sulla tre quarti, leggermente inclinato,come se gli stessero tirando il collo;soffre palesemente la fatica ma resiste,e si esalta nei punti forti di un discorso che avrà pronunciato per la prima volta nel 1932,schiaffeggiandosi le mani con violenza e saltellando leggermente. Ricorda vagamente King Kong nelle movenze e Ancelotti nell’inarcare il sopracciglio.Un ballerino del comizio,impossibile da arginare.Non c’è che dire,ha reso la platea finalmente partecipe:si è lasciata andare persino ad un paio di ovazioni. È a quel punto che mi sono girato verso uno che potrebbe essere benissimo lo zio vetero comunista,quello di Togliatti,e l’ho visto emozionato come non doveva essere nemmeno il giorno della nascita di suo figlio.E dire che non è stata pronunciata una volta la parola proletariato. Bertinotti ha continuato a riprodurre il suo repertorio televisivo,i gesti preferiti,come i pugni serrati attirati verso il petto o quell’aria da saputello milanese,che lo fa sembrare più un piccolo imprenditore che il segretario di un partito comunista. è passato quasi inosservato che abbia confuso i moti di Los Angeles del ’92 con l’alluvione di New Orleans;ma pazienza,sempre di Zio Sam si tratta.
È alla fine dell’ intervento di Bertinotti che si spiega la presenza di Antonaz.In mezzo agli applausi di una platea ben più provata del segretario,che sembrava ormai un bimbo iper-attivo, Antonaz, solo, statuario, quasi eroico, si è alzato in piedi, tributando, unico in tutta la sala,una standing ovation un po’imbarazzata al suo leader. Roba che Bondi si sta ancora mangiando le mani dall’invidia. È a quel punto che uno si sarebbe potuto aspettare, oltre alla lapidazione di Antonaz, che la gente iniziasse a cantare con trasporto qualcosa come l’Internazionale o La locomotiva. Invece niente,l’altoparlante ha diffuso giusto l’ultima strofa di Bella ciao,nell’indifferenza generale,e poi ha attaccato con Messico e nuvole. Però Bertinotti ha iniziato a firmare gli autografi.

Come una voragine la scomparsa dell’ex- presidente serbo Slobodan Milosevic (avvenuta l’11mazo scorso n.d.r.) ha catturato l’attenzione delle principali testate giornalistiche europee. Abbiamo appreso così le cause apparentemente naturali del decesso, il rammarico dei nostalgici e quello, forse maggiore degli inquisitori, i litigi riguardanti la sepoltura. Oltre la sua cronaca però l’evento spinge a focalizzare l’attenzione sulla regione balcanica e sull’istituzione del Tribunale Internazionale per i crimini in ex-Jugoslavia. In entrambi i casi è naturale chiedersi che cosa rappresenti la scomparsa del leader.
Per la Serbia essa potrebbe costituire un’occasione per affrontare la propria storia recente ed esorcizzare i demoni del passato, operazione tuttavia molto ardua. Oggi il Paese è attraversato da una divisione politica variegata tra progressisti e nazionalisti, con una leggera prevalenza della destra. L’attuale governo è infatti portavoce di un nazionalismo conservatore e tradizionalista amplificato dal risorgere della Chiesa Ortodossa. La religione non solo ha ritrovato il fervore popolare, ma si è inserita nel mondo politico, caricandolo di simboli e miti che, in spregio ad ogni laicità dello stato, hanno portato verso una “divinizzazione della nazione”. La possiamo riconoscere nell’atteggiamento serbo verso il Kosovo. La regione è infatti considerata la culla della nazione, sede di monasteri e luoghi sacri che hanno forgiato l’identità nazionale. Tuttavia esso è, ormai da un decennio, un corpo estraneo inaccessibile ai serbi non residenti e da altrettanto i luoghi di culto non sono più oggetto di visite e pellegrinaggi. L’indipendenza probabilmente permetterebbe un transito più agevole, riaprendo ai serbi il proprio patrimonio identitario senza minarne l’autenticità, ma “la religione politica della nazione” (secondo un’espressione di Ivan Colovic) cozza con queste considerazioni.
Non sorprende quindi lo scontro continuo tra i messaggi di commiato all’ex-presidente lasciati dai cittadini di Belgrado a radio B92, tra saluti affettuosi e addii velenosi, elogi ad un eroe e maledizioni per la mancata condanna di un criminale: è lo specchio di una Serbia divisa e brancolante. La morte di Milosevic potrebbe spingerla ad imboccare una direzione definitiva, ma i tempi non sono maturi. Scacciare i fantasmi del passato è difficile perché alla fine della guerra non è stato accusato l’intero popolo serbo; si è chiesto invece d’individuare dei singoli responsabili, soluzione certo opportuna, anzi ineccepibile, ma sposata alla difficoltà di definire nettamente criminali e non, liberando così un’ampia zona di contingenza (tra presunti carnefici, complici scampati, fiancheggiatori e sostenitori passivi) che naviga nella società serba rallentandone l’emancipazione dall’eredità delle guerre.
Infine un breve accenno alla situazione del Tribunale internazionale. Alcuni dicono che la morte di Milosevic l’abbia ucciso. Certo sarebbe stato meglio che tutto fosse accaduto dopo il raggiungimento di un verdetto. Ora infatti in mano a Carla Del Ponte e colleghi rimangono per lo più le critiche ai lunghi tempi di procedura. Non è certo questa la sede e non sono mie le competenze per discutere approfonditamente la questione. Vale solamente la pena di ricordare che alcuni criminali incriminati sono ancora in circolazione. Un’energica azione dei procuratori per spingere le autorità nazionali alla cattura e all’estradizione, potrebbe spegnere le polemiche. I protagonisti (procuratori, UE e governanti serbi) sembrano averlo capito: l’UE ha deciso di non sospendere i negoziati di associazione e stabilizzazione e in cambio la Serbia ha dichiarato il suo impegno nella cattura ed estradizione di Ratko Mladic, con toni tanto risoluti e precisi riguardo alle condizioni del ricercato da far pensare che egli abbia già un piede all’Aja. La convergenza d’interessi tra gli attori comunitari e governativi potrebbe dunque assicurare un altro criminale alla giustizia, risollevando le sorti del Tribunale Internazionale e il cammino della Serbia verso l’UE.

Sembra non trovare pace questa Francia, che ha ancora negli occhi le immagini delle auto in fiamme, delle banlieues  in rivolta e dei loro figli dimenticati in cerca di riscatto e che oggi affronta una nuove paralisi,ben piu’ trasversale ed estesa,in grado di mobilitare un intero popolo contro il governo e contro l’ormai famoso CPE.
Alla base di tutto un binomio che riguarda il mondo intero,disoccupazione e flessibilità,chimera e bellerofonte,che il governo francese aveva creduto di armonizzare e risolvere  nel contratto di primo impiego. Questo,permettendo ai datori di lavoro di licenziare i dipendenti sotto i 26 anni senza offrire una giusta causa nell’arco dei primi due anni di lavoro,avrebbe dovuto abbassare l’allarmante tasso di disoccupazione che,secondo fonti ministeriali arriva a toccare il 40% nei giovani minori di 25 anni.
Il provvedimento,che ha fatto gridare allo scandalo era stato concepito,in realtà,proprio per sostenere la stabilità del lavoro giovanile:il CPE ,infatti,a dispetto del trend che vede i giovani assunti  a contratti determinati e sottopagati ,è una forma nuova di contratto indeterminato,senza scadenza ,quindi,e che prevede sì un lungo periodo di prova ,ma offre una remunerazione adeguata  e numerose garanzie al dipendente in materia di indennizzi di licenziamento,accesso al credito bancario e formazione professionale.
Era tuttavia evidente ai francesi che tale libertà decisionale concessa agli imprenditori e il sostanziale annullamento di qualsivolglia regolamentazione in materia di licenziamento ,avrebbe fatto camminare su un filo sottilissimo e precario i giovani lavoratori per 24 interminabili mesi.

La reazione è stata immediata,una moltitudine composita e compatta le cui file annoveravano età e ceti i più diversi si è riversata prontamente nei boulevards e nelle piazze,come solo i francesi più volte hanno dimostrato di saper fare. In principio è stato lo scontro,governo e studenti più sindacati irremovibili,gli uni nel sostenere il progetto di legge,gli altri nel contestarlo,poi la paura di una vera guerriglia urbana e la forza dei quasi tre milioni di manifestanti scesi in strada il 28 Marzo durante lo sciopero generale hanno convinto il Governo ad ammorbidire  la propria posizione.
La questione assume una certa rilevanza politica se si considera  che de Villepin,primo ministro e più accanito sostenitore del Cpe si sta giocando la reputazione in vista di una sua molto probabile candidatura alla presidenza e che Chirac,al termine del mandato,vorrebbe concludere degnamente e senza macchie indelebili  la sua lunga carriera.
Il presidente della repubblica ha affermato che “quando una legge è approvata va applicata”,oltretutto la Corte Costituzionale francese  ha giudicato valido senza riserva alcuna il progetto,il CPE è divenuto dunque patrimonio o disgrazia,per come lo si veda,dei Francesi.
In molti avevano sperato in un repentino ritiro del progetto,ma ciò avrebbe costituito un grave precedente oltre che un segno di debolezza del Governo. A dispetto della rigidità ancora dimostrata dai sindacati,le istituzioni e Chirac in prima linea si sono parzialmente aperti al dialogo,quest’ultimo auspicando una riduzione a un anno del periodo di prova e sostenendo il diritto del lavoratore a conoscere le ragioni del proprio licenziamento.Il La fumata bianca di Chirac,tuttavia,non ha, schiarito il cielo di Parigi ,che anzi rimane grigio,l’opinione pubblica,secondo recenti sondaggi,si è detta contraria alla legge,pure con le modifiche ,per il 66%.
Il confronto,a questo punto,è ancora aperto, le sorti del CPE e del precariato giovanile dipenderanno in parte dalla resistenza dei manifestanti e dalla loro capacità di  trasporre le mille grida e i colori apparse sulle rues francesi in un’unica voce,seduti a un tavolo,e dalla posizione di de Villepin ,sempre più solo e ragionevolmente preoccupato per il tracollo della propria immagine pubblica.
E’difficile immaginare l’esito di questa crisi che ha riportato con la mente al sessantotto e ai suoi sogni  gli uomini che hanno marciato in questi giorni e che ha permesso ai più giovani,per una volta,di sentirsi padroni del proprio futuro,come una volta.
Ciò che rimane ,a mio avviso,è la grandezza e la coerenza di una repubblica come si deve,con istituzioni forti,ma pronte a recepire,pur non senza esitazioni,il messaggio della gente e con un popolo unito,convinto delle proprie idee e capace di sostenerle a lungo,con l’ostinazione di chi sa essere nel giusto. D’altronde le agitazioni di questi giorni non sono state la manifestazione di una battaglia,ma come diceva la voce più frequente,“Reve generale”(sogno generale,invece di “greve”,sciopero), l’inseguimento di un sogno comune.

Non è che mi aspettassi che Bertinotti venisse portato in trionfo e usato come ariete per sfondare il portone del comune reazionario.Ma insomma,pur sempre del comizio di un partito comunista si trattava.
Diciamo che le premesse non erano state delle migliori:scoprire che l’incontro si sarebbe tenuto in un piccolo teatro,allontanava il sogno di vedere fiumi di operai invasati sulle note di Bandiera Rossa.Però un po’ci credevo,speravo che ci fossero almeno quei pensionanti militanti,malevoli e astiosi,che passano le giornate sugli autobus a diffondere ventate di pessimismo.A vedere la platea,veniva voglia di dire che non ci sono più i comunisti di una volta,o forse proprio i comunisti.Il che può far ridere,perché una volta non ero neanche nato.Non so,sarà che il passato viene sempre ingigantito nei ricordi,però è difficile non credere allo zio che,quando vede un quarto di vino,inizia a raccontarti la storia delle feste dell’Unità dal’64 a oggi,quello che è scappato di casa per andare al funerale di Togliatti ed è rimasto là con la testa.Oppure alla nonna democristiana,che quando ti raccontava le fiabe della buonanotte battezzava il lupo cattivo Stalin e che,quando ha scoperto dove era scappato suo figlio,ha sistemato uno sgabello davanti alla porta e l’ha aspettato armata di cinghia e acqua santa.
Così,al Miela speravo di trovare almeno un’atmosfera cospiratoria:immaginavo decine di personaggi ingobbiti,curvi sotto il peso dello sfruttamento borghese,avvolti in una cappa di fumo da bar di Belgrado.Falci e martello ovunque,sindacalisti incazzosi,un’esposizione di scalpi di bambini.O almeno un Della Valle con la maglietta del Che e sigaro cubano.E invece niente,le stesse facce anonime di ogni giorno.Un ambiente più morto che ad un Concilio Vaticano.
Un po’deluso,mi sono seduto fra un cattolico della rete Lilliput e un diessino pentito,ad aspettare che comparisse la nostra avanguardia rivoluzionaria.Se la platea non era proprio infiammata,speravo che fosse almeno infiammabile.E invece,quelli che si sono presentati avevano più l’aria da pompieri che da piromani:tre oscuri dirigenti di partito,la mediocrità fatta persona e parola,e due donne over 60.Al centro,naturalmente,troneggiava il Lider maximo,palesemente distrutto dai precedenti comizi e vestito persino meglio che da Vespa.Unica,lieta sorpresa,un rappresentante dei lavoratori precari,che ha interrotto la sfilza di politucoli nostrani con un intervento da Piazza Rossa nel’17.Davvero un personaggio notevole:magro e occhialuto,parlata incerta ed erre moscia alla Agnelli,ma una carica da bombarolo e il coraggio di criticare Bertinotti a mezzo metro di distanza.Mi piace immaginarlo,adesso che sarà disperso in Siberia,fiero e ringhioso anche mentre spacca legna sotto tonnellate di neve,con quel sorriso da pazzo giulivo che nemmeno Calderoli.
Ma,oltre al nostro Ciò Guevara,il nulla,almeno fino al comizio di Bertinotti.Che,nel frattempo,era riuscito a deliziarci con un’incredibile gamma di espressioni scimmiesche,testa penzolante e palpebra calante.Ma,quando ha preso la parola,è stato uno spettacolo.È il Dorian Gray dei comizi:parte esausto e finisce con una carica tale che potrebbe abbattere il Palazzo d’inverno a morsi.Parla sulla tre quarti,come se gli stessero tirando il collo,e si esalta nei punti forti del discorso,schiaffeggiandosi le mani e saltellando.Ricorda King Kong nelle movenze e Ancelotti nell’inarcare il sopracciglio.Un ballerino del comizio,impossibile da arginare.Non c’è che dire,ha reso la platea finalmente partecipe:si è lasciata andare persino ad un paio di ovazioni.E pensare che non è stata pronunciata una volta la parola proletariato.
È a quel punto che uno si sarebbe potuto aspettare che la gente iniziasse a cantare con trasporto qualcosa come l’Internazionale.Invece niente,l’altoparlante ha diffuso giusto l’ultima strofa di Bella Ciao,nell’indifferenza generale,e poi ha attaccato con Messico e nuvole.Però Bertinotti ha iniziato a firmare gli autografi.

TRIESTE.Gloriosi stendardi tricolori e clima da finale di coppa del mondo. C’è un intero popolo di prodi (oops…)  difensori dell’italico vessillo all’apertura del comizio elettorale del ministro Gianfranco Fini, tenuto in un teatro Verdi di Trieste vestito a festa.
Pienone dunque, c’era da attenderselo: l’italianissima Trieste, strategico porto di frontiera, così a lungo attesa nel corso di secoli, discussa, divisa e poi mutilata della sua “naturale appendice”, non poteva che entusiasmarsi al richiamo risorgimentale del Gianfranco nazionale. E così tutti lì, cuore tricolore in mano e nostalgia negli occhi, ad attendersi ciò che in tivù non si può dire ma ad un comizio sì.
Pubblico di occhialuti e capelli bianchi, sembra un autobus su cui è doveroso lasciare il posto ai più anzianotti…
I gregari locali scaldano un auditorium mai così partecipe ed interagente;, perché se la politica attuale sa accendere la passione, il ricordo di ciò che è stato infiamma e coagula al tempo stesso, tizzone ardente su una ferita che rischia di essere ancora aperta (ahinoi…).
Sindaco Di Piazza, Scoccimarro, Lippi, Menia…Poi, bando ai convenevoli. Silenzio tutti, parla Fini. L’inizio è poderoso, da leader che non possa disattendere l’entusiasmo di una folla oceanica tutta lì, cuore, cervello e polmoni,  per lui. “Italiani e italiane di Trieste!” Il Verdi esplode. “Touché!” deve aver pensato Gianfranco. Il tasto da premere è quello, lo si sapeva anche prima di cominciare. Le prime parole sono un invito alla militanza, la folla risponde  il suo “obbedisco” di applausi, tra la baraonda spicca un “Vinceremo, vinceremo”. Sorriso sulle labbra di tutti. Compiacimento?
I toni sono accesi, Fini se ne rende conto ben presto e, da maldestro oratore che non sappia mantenere una folla in tensione ( o da abile giocatore di scacchi…), provvede a placarli. Il comizio del leader di AN è un Brasile che gioca col catenaccio; rapide e fugaci puntatine all’attacco, il pubblico per un momento s’infervora, tutti in piedi ad inseguire con lo sguardo quella punta che potrebbe essere così veloce… ed invece gioca con il freno tirato. Esigenze di campagna elettorale. Esigenze di moderare i toni. Fini lo sa bene; il suo comizio è poco sregolatezza e tanto senso tattico.  L’abile numero 8 dispensa assist quanto basta per non far sprofondare in letargo l’auditorium. A ogni calo di attenzione l’oratore lancia  un’esca a cui il pubblico abbocca con tanto tanto piacere.
E così è sufficiente un accenno alle irredente terre di Istria e Dalmazia per colpire il triestino laddove è più indifeso e scatenare bolgie furiose di applausi; basta un richiamino, tra le righe, all’amor patrio per svegliare chi, di sentire che la lotta al terrorismo verrà condotta senza tregua, ne ha piene le orecchie.
Il comizio continua singhiozzando talento a  monotonia, entusiasmo a politichese da Porta a Porta. Una domanda pare sorgere spontanea: è questa l’Alleanza Nazionale che esige più destra, che prima di Fiuggi…, che  conserva nel suo simbolo la fiamma tricolore? E’ questa l’Alleanza nazionale che una grande parte del popolo di sinistra non esita a definire ’ fassista’?
Il comizio si conclude sulle celebri note della Turandot di Puccini, un “vincerò, vincerò” che non sarà la scelta più originale ma di sicuro non lascia indifferenti. All’uscita m’imbatto in un tale al quale confido le mie perplessità riguardo il comizio. Troppo controllo palla, poche sortite all’attacco, come pretende di fare la punta questo Fini? E alleanza nazionale non rischia di snaturarsi, incatenata ai rigidi schemi imposti dalla politica di televisione, di elezione, di moderazione? Il tale risponde che no, che la via imboccata è quella giusta, che se non si vuole rimanere isolati in quella ragnatela all’angolino destro è necessario istituzionalizzarsi, moderarsi, allacciarsi. Melina? Sì,ma con la consapevolezza di restare attaccanti di razza!

“Sconfinare” significa andare oltre il confine. Che confine? Il confine di cui parliamo è, come avrete capito, il confine fisico che divide Gorizia da Nova Gorica. Ma non è il solo…dietro quel confine ce ne sono molti altri, meno concreti: istituzionali, mentali, culturali…
In questi anni d’integrazione europea si fa un gran parlare di collaborazione transfrontaliera. Le autorità per prime riconoscono la necessità (o, per qualche maligno, l’utilità) di agire in tal senso. A nostro modesto parere proprio questa esigenza è la prova più evidente di una distanza perpetratasi negli anni alla quale ora si cerca di rimediare, magari solo per un’inerzia europeista. Questo nuovo spirito collaborativo sembra più finalizzato ad esorcizzare una chiusura mentale che si vuole allontanare, ma tutt’ora esistente, piuttosto che l’espressione di una genuina volontà di conoscere l’altro.
Se per cultura s’intende l’espressione presente e l’affermazione storica della mentalità propria di un popolo, allora questo confine diventa anche culturale. Qual è, soprattutto nella nostra epoca mediatica, il veicolo privilegiato di espressione di una cultura se non la lingua?! Il nostro progetto parte proprio da questa constatazione: dal considerare la lingua il veicolo della cultura, la lettura uno strumento di conoscenza, lo scrivere una via d’espressione, un giornale uno spazio comune di dibattito.
Ad un progetto probabilmente ambizioso corrisponde in realtà un’idea semplice, cominciare a comunicare con la traduzione degli articoli considerati più vicini a quella che secondo noi è la sensibilità della comunità slovena e dei suoi giovani. Questo è il primo passo. Ci auguriamo che poi il nostro cammino incontri un’entusiastica risposta e si arricchisca della diretta partecipazione di chi, vivendolo in prima persona, può raccontarci cosa c’è veramente al di là del confine.

“Sconfinare” significa andare oltre il confine. Che confine? Il confine di cui parliamo è, come avrete capito, il confine fisico che divide Gorizia da Nova Gorica. Ma non è il solo…dietro quel confine ce ne sono molti altri, meno concreti: istituzionali, mentali, culturali…
In questi anni d’integrazione europea si fa un gran parlare di collaborazione transfrontaliera. Le autorità per prime riconoscono la necessità (o, per qualche maligno, l’utilità) di agire in tal senso. A nostro modesto parere proprio questa esigenza è la prova più evidente di una distanza perpetratasi negli anni alla quale ora si cerca di rimediare, magari solo per un’inerzia europeista. Questo nuovo spirito collaborativo sembra più finalizzato ad esorcizzare una chiusura mentale che si vuole allontanare, ma tutt’ora esistente, piuttosto che l’espressione di una genuina volontà di conoscere l’altro.
Se per cultura s’intende l’espressione presente e l’affermazione storica della mentalità propria di un popolo, allora questo confine diventa anche culturale. Qual è, soprattutto nella nostra epoca mediatica, il veicolo privilegiato di espressione di una cultura se non la lingua?! Il nostro progetto parte proprio da questa constatazione: dal considerare la lingua il veicolo della cultura, la lettura uno strumento di conoscenza, lo scrivere una via d’espressione, un giornale uno spazio comune di dibattito.
Ad un progetto probabilmente ambizioso corrisponde in realtà un’idea semplice, cominciare a comunicare con la traduzione degli articoli considerati più vicini a quella che secondo noi è la sensibilità della comunità slovena e dei suoi giovani. Questo è il primo passo. Ci auguriamo che poi il nostro cammino incontri un’entusiastica risposta e si arricchisca della diretta partecipazione di chi, vivendolo in prima persona, può raccontarci cosa c’è veramente al di là del confine.

E’ stato quasi per caso che mi sono ritrovata a lavare il pavimento di una cucina sporca, con la mia migliore amica, in una mattina di sole di un paio d’anni fa, ascoltando i Belle and Sebastian. Mi aveva detto che erano forti e così me li ha fatti ascoltare, tra una chiacchiera e l’altra. E’ stato quasi un colpo di fulmine, credo. Una melodia così fresca, un po’ retrò ( ho pensato subito ai Beatles, a Simon & Garfunkel ma nello stesso tempo era tutta un’altra cosa), una voce timida dalla grazia disarmante. La sensazione che ho avuto allora, ascoltandoli per la prima volta, è in parte diversa da quella che provo ora, conoscendo i testi, essendomi affezionata ai loro brani, ma ciò che mi capita sempre, appena sento diffondersi le note delle loro canzoni, è di sentirmi catapultata in un mondo parallelo in cui i suoni e i colori rimbalzano mettendomi di buon umore, facendomi sentire in pace con me stessa.
Ma è meglio parlare di loro…
I Belle and Sebastian sono un gruppo scozzese nato a Glasgow nel 1996 grazie ad un progetto di Stuart Murdoch che, dopo aver frequentato un corso di musica professionale all’università, pensò di mettere insieme una band composta da studenti del college per registrare un album. In realtà la cosa andò oltre l’idea di un semplice progetto, e divennero una band vera e propria.
un folk-pop dolce e delicato per altri un indie pop

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