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Ci sono artisti silenziosi, che entrano nella vostra vita in punta di piedi, perché vogliono darvi la possibilità di scegliere se volete ospitarli o meno nel vostro mondo. Che preferiscono farsi trovare da chi li cerca veramente, piuttosto che da chi divora qualsiasi cosa offra il mercato. Ci sono talenti nascosti che sanno farsi apprezzare da quelli che sono disposti ad andare oltre ai soliti ritornelli, alle frasi d’effetto, alle melodie comuni. Non è sempre facile scovarli, ma una volta che li trovi, il più delle volte è amore puro. Perché racchiudono quel pizzico di fantasia e originalità ( e spesso una tale profondità), che riescono ogni volta a stupirti. Come se lavorassero sotto la superficie delle cose ( sì, per fortuna c’è ancora qualcuno che lo fa).
Voglio proporvi quelli che ho avuto la fortuna di incontrare lungo la strada ( grazie a riviste musicali, passaparola, o consigli di amici- decisamente i più utili ) in questo piccolo angolo del nostro giornale. La scelta degli artisti sarà sicuramente soggettiva e parziale, saranno solo piccoli pezzi di un puzzle molto più vasto di quanto possiamo immaginare, ma mi auguro che insieme ( io e chiunque altro voglia farlo) potremo far conoscere qualche voce fuori dal coro che vale davvero la pena di ascoltare.

Nelle poltrone strette del teatro Verdi non si sapeva bene cosa ci si doveva attendere: si aspettava l’entrata in scena di Vinicio Capossela che avrebbe sicuramente portato con sé la sua carovana di parole, sogni e musica. L’interrogativo? Lo spazio di scena forse esiguo, ma lo spazio del suo spettacolo è oltre il palco. La prova più dura, quella del pubblico seduto, è passata brillantemente. La mente si lascia sopraffare dai suoni, imbambolare dalle parole. L’attacco è forte: Vinicio entra in costume sardo, con pelliccia e campanacci, dietro di lui immagini e colori sfondano il muro del teatro, la musica prende un ritmo intenso, lascia lo spettatore senza fiato. C’è un silenzio di attrazione per i riferimenti continui a figure mitologiche, sacre, pagane e tradizionali. Lo spettatore viene condotto di forza in questo ritmo, ci prende gusto, ogni nota è una celebrazione e un brivido che corre. Vinicio capisce di avere il pubblico in mano, ne farà durante la serata tutto ciò che vuole. Ogni tanto si ferma, motivi di scena ma soprattutto motivi di fondo: non dare tutto insieme, lasciare un vuoto di attesa che provoca l’interesse. Ed ecco che ritorna, parla col pubblico, si racconta e al pubblico racconta di Gorizia e della zona, racconta dell’ora di vita che avremmo perso quella notte (l‘ora legale), racconta storie di bevute, di suonate, di amici. Trascina tutti a suon di musica nella nostalgia del suo ultimo album, Ovunque proteggi, sballottandoci da momenti di giubilo a momenti di profonda riflessione e nella quiete della poesia. Perché poesia è il brano “santissima dei naufragati”, perché poesia è l’uso degli strumenti a occhi chiusi, perché poesia è quel suo darci e poi riprendersi. Dopo aver navigato sulle note dell’ultimo cd, Vinicio è tornato alle origini, ai suoi classici, sempre non casuali nella loro scelta, con ritmi forti alternati ancora da note di amore, l’amore che ha voluto ritrovare nel suo pubblico che si è stretto in piedi, davanti a lui, in un abbraccio unico. E all’improvviso tutto è finito, il grande boom di colori e suoni in un istante se n’è andato e ci ha lasciato soli in mezzo alla strada. Come prima, col bisogno di proteggerci dal male. «L’illusione è il frutto della vita, quando siete morti è finita». Che illusione Vinicio!

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