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Bertrand Cantat tornerà a cantare. Stamattina mi guardo allo specchio. Nessuno ha ancora potuto dirmi dove si trovi, quest’anima che andiamo cercando da sempre. Perché c’è eh, almeno di questo siamo tutti sicuri. La nostra interezza, la nostra parte più completa. Meglio ancora, ciò che di noi è senza vergogna (l’anima non ha foglie di fico). Bertrand Cantat tornerà a cantare ed io ne sono felice. Lo stesso Bertrand che ha ammazzato di botte la compagna, lo stesso cui è bruciata la casa e la cui prima moglie si è ammazzata. Bertrand Cantat tornerà a cantare, era tanto che lo aspettavo.

Stamattina mi guardo allo specchio, l’uomo?, e mi dico che ci hanno mentito. Linea della fronte, naso, labbra ed occhi. L’anima, e sarebbe pure buona. Portata naturalmente al bene. L’iperuranio, signori, l’iperuranio anche quando il Demiurgo è visibilmente un incapace, o un assenteista, o peggio! E com’è che non la vedo. L’anima. Mi guardo uomo e so che l’Uomo è una sonora menzogna e non lo troverò mai. Non lo troverete mai. A meno che non vi rivolgiate anche a loro. Bertrand Cantat ritornerà a cantare, Michele Misseri è lì in prima serata. Ed io ne ho bisogno. Un disperato bisogno. Perché stamattina mi guardo allo specchio. Sono tutte menzogne, se volete saperlo, cercatelo voi l’uomo buono: cercatelo al di là di stupratori e assassini e se ci riuscite dategli un’occhiata oltre un cancello che invoca la libertà del lavoro, se ci riuscite cercatelo anche là dove la crudeltà è maggiore, tra quei Santi che ci condannano tutti, gli stessi al confronto dei quali noi siamo feccia e che sono liberi di riversarci il loro perdono come l’ultimo colpo: quello mortale. E’ questo l’uomo? Quanta retorica stamattina se mi guardo allo specchio. Ma voi pensate veramente che l’uomo sia buono? Non ne sono certo ed anzi tutte le prove se mi guardo indietro darebbero da pensare al contrario.

I miei occhi non sono quelli di una persona buona. I vostri non lo so perché non mi hanno mai interessato.

E allora io mi scruto allo specchio, mi misuro, mi mordo, Bertrand Cantat tornerà a cantare ed io con tutto il mio cuore desidero sapere: sapere com’è ammazzare di botte la persona che ami, voglio parlare con Misseri per capire, per fare un po’ più di luce sul nostro mistero. E’ l’unico enigma che valga la pena di sciogliere (per l’altro, quello degli dèi, tutto sommato vale ancora l’antica risposta: se esistono, di noi non si curano per certo). Anche Misseri ha la sua verità da portare, ed io non chiedo di diventarla, voglio soltanto prestarle ascolto. Sudo se mi guardo allo specchio. Cosa c’è in me che ci fa simili a loro, nostri fratelli, nostri uguali. Michele Misseri è crollato dopo dieci ore di interrogatorio quando qualcuno ha avuto l’idea di metterlo di fronte al suo passato, da bambino facevi il chierichetto, pezzo di merda, animale. Scommetto che a vent’anni anche lui si guardava allo specchio e non avrebbe mai pensato di finire così. Nemmeno io lo penso ma chi può dirlo, chi può dirlo. Forse in me c’è già la bestia, e in voi no? E ne siete sicuri? Sono miei simili, sono miei fratelli, sono umani (e oh se tutti potessero scrivere un disco, come Cantat). Loro sono l’uomo e loro sanno dell’anima più di me che ora ho la superbia di cercarla, perché loro vi si sono infilati, come un coltello, come un pugno o una mano che strozza una vita innocente. In quell’attimo loro l’hanno vista, l’anima. Prima di comprendere ed averne orrore. Mi piacerebbe parlare loro. Capirli. Vorrei, ecco, che mi aiutassero.

Bravi voi che avete sempre avuto in tasca il significato dell’essere umano. Lo bandite da secoli, l’avete chiamato in molti modi, ne avete scritto poesie, ci avete allestito religioni (ma l’impalcatura non regge perché sono tutte menzogne, mutilazioni della realtà. Ed anche questo lo sapete benissimo perché ogni volta restate lì sgomenti di fronte al sangue. E non capite). Eppure eccovi lì fissi a guardarlo, Misseri, eccoci qui trepidanti, perché Cantat è lì di nuovo sotto il riflettore. Ed io voglio sperare che non vi spinga solo la morbosa e pornografica volontà di toccare il crimine che grazie al cielo non ha toccato mia figlia; o peggio voglio sperare che non siate lì ad ergervi come giudici, voi stessi noi stessi che nel nostro cuore non siamo in nulla, e dico proprio in nulla, migliori di nessuno di loro. Voi avete in tasca il significato dell’essere umano, eppure dell’uomo non sapete alcunché. Anche voi siete lì perché da Misseri attendete una risposta, forse La risposta, ma avete paura di ammetterlo. Ed ecco che stamattina vi ritrovate di fronte allo specchio cercando di parlarvi (e di piacervi ancora), salve tu che sei il risultato ultimo e perfetto di millenni di erudizione, salve a te magnifico prodotto dell’evoluzione, anima pura, carogna! Tu sei quello che pregava per lo scudiscio di dio con la destra stringendo nella sinistra le tue carneficine, e sì bisognerebbe essere un Dostoevskji ma io ho non ho scritto nessun libro e ne ho letti pochi, e tutti malissimo, stamattina sei tu che finalmente riconosci che in te non c’è solo bene, quelle sono panzane da vecchie comari e sacerdoti, gente che la vita l’ha sempre temuta, guardati allo specchio e dillo di fronte ai tuoi simili, dillo che non avresti mai costruito un campo di concentramento, diglielo che non avresti mai violentato una bambina, ma ne sei sicuro? Sei sicuro che tra trent’anni non tornerai a casa uccidendo tua moglie e i tuoi figli, ne sei veramente sicuro? La tua anima è così superba? Perché se nei sei sicuro davvero allora alzati in piedi e grida allo scandalo, ma se fremi di un dubbio anche piccolissimo, ed allora hai paura è tutto chiaro, ti basta uno specchio perché in quel momento sei messo di fronte all’unica rivelazione che conti in questo piccolo mondo di periferia, giù la testa anima splendida, cerbero. Ecce homo.

Bertrand Cantat ritorna sui palchi. Lo ammetto: mi è mancato.

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I dischi sofferti e difficili da capire sono i migliori. Un’opera d’arte che si rivela immediatamente è noiosa. Non resta. Come ogni cosa, un disco può essere amato sul serio solo se ci si sente a poco poco avvinti ad esso, quasi morbosamente. E diventa come una droga. All’inizio non lo si riesce ad ascoltare, però avvertiamo un certo suo chiamarci irresistibilmente. Continuiamo, con nostra meraviglia, a tendere l’orecchio. Quando riusciamo finalmente a sentire, allora la ricompensa è enorme.

Al mondo ci sono montagne di dischi buoni, palate di dischi ottimi. Pochissimi hanno però il coraggio di essere veramente ambiziosi. E l’ambizione, in arte, è tutto: perché la creazione è l’atto con cui l’uomo si fa divino, ricommette il peccato originale, mescola bene e male a suo piacimento, spesso confondendoli. 17 RE è il migliore disco nella storia del rock italiano, senza discussioni. Perché è il più ambizioso. 17 RE è degno della febbre d’un dio – è un disco folle, tremendo, capace nell’arco di pochissimi accordi d’innalzare un inno religioso dal fango. Cosa che nella storia è riuscita a pochi, forse soltanto a un Dostoevskji. 17 RE è un disperato, accorato atto d’amore per l’uomo, per l’umanità – un amore puro e senza compromessi, dolce quanto crudele.

Ogni brano del disco meriterebbe, qui, di essere raccontato. “Café, Mexcal e Rosita”
è una canzone d’amore volutamente ossessiva, perversa. Solo nella distruzione e nell’umiliazione dell’oggetto del proprio desiderio si ama, si possiede davvero. Ognuno uccide il suo amore: solo i più sensuali usano il coltello. Pelù è una bestia, la sua voce è un pulsare di versi gutturali, istintivi, sta prima della ragione. E’ per questo che i testi, seppur a tratti geniali, significano poco o nulla. Si limitano ad essere evocativi, comunicano per via empatica, non razionale: è un ottimo esempio di questo il mantra sciamanico di “Gira nel mio Cerchio”, la rabbia di “Cane” o di “Ferito”.

Sospeso tra febbre e rinascita, il capolavoro del disco è “Pierrot e la Luna”, un crescendo che sembra spaziare verso l’infinito, per un istante di più completo fondersi con il tutto, per esserci / non mancar più. Ogni cosa è finalmente riconciliata nell’oblio di sé, si riscatta in un’armonia superiore, indifferente ed eterna. La notte si fonde in un crescendo finale di luce, si commuove chi per un attimo riesce a guardarsi innocente e perfetto, di nuovo bambino nonostante tutto sia così rovinato in questo nostro mondo così carnale e volgare, ma qui non siamo più sulla terra, siamo sulla luna e da qui tutto appare sereno ed immacolato. Prestami la tua penna, Pierrot, fammi scrivere la quiete alla luce della tua luna. Come un frammento che cade lontano, raggiungere quell’ultimo annullamento cantato anche in “Resta” e “Re del Silenzio”. “Pierrot e la Luna” è una canzone per l’innocenza, il folle volo di voler conoscere, di tentare, pura gioia, nirvana. Non c’è nulla che non si possa prendere con le mani e fare nostro. Non c’è nulla che sia davvero distante da noi, se sapremo esserne all’altezza. E’ una sensazione che riempie, estatica, molte canzoni del disco: “Come un Dio”, “Febbre”, “Apapaia”, “Univers”, “Ballata”. E’ questa la chiave di lettura più completa di 17 RE, un disco sempre alla prima persona singolare, l’Unico Io: in 17 RE l’Io si afferma in tutta la sua straordinaria, meravigliosa purezza e non c’è spazio per nulla che sia diverso da me, perché in me ed in me soltanto si deve riflettere ogni cosa creata.

I Litfiba, in queste sedici canzoni, sono Classici: sono Latini, sono Greci. Illuminano millenni di cultura mediterranea in un solo disco. Non esistono, tra quelli che mi sia mai capitato di ascoltare, dischi che rifulgano di altrettanta ambizione. Gli stessi Litfiba la tradiranno, diventeranno qualcosa di ridicolo e di patetico rispetto alla bellezza della loro promessa iniziale. Ma in questo preciso momento, un attimo prima della loro decadenza, confusi dalle droghe, ridotti in pezzi, riescono a creare l’immagine di un uomo perfettamente in equilibrio col creato – microcosmo e macrocosmo si uniscono ed il risultato è l’Arte e con essa, in una parola sola, la libertà. L’Io è una cosa sola con ciò che gli sta attorno, lo possiede tanto nel bene che nel male. E’ forte, affilato, leggero. E danza.

Ti parrà strano, però questo disco non l’ho ascoltato per nulla. Ultimamente non piove poi così spesso e voglio aspettare, tante volte un’idea è più importante del lavoro in cui s’esprime. Le cose sgretolano, si rovinano, passano. Con un po’ di pazienza invece l’idea può restare. Ti parrà strano Dean, scrivere di un disco che non ho mai ascoltato. Però io già me ne sono innamorato, perché sono molto naif e senza troppe pretese lo capisco. Capisco come ci si deve sentire se il tuo migliore amico si schianta da qualche parte a metà strada tra gli anni sessanta e l’eternità, proprio un attimo prima della festa che finisce; non era il momento Dean, ma chi avrebbe detto che avremmo dovuto appendere le tavole da surf al chiodo e vendere i nostri dischi dei Beach Boys, tagliarci i capelli e finircene in Vietnam senza mai avere avuto un mercoledì da leoni? E allora Jan, che fino a quel momento ha tenuto le redini del gruppo ben salde finisce fuori strada, ok, è paralizzato su un letto d’ospedale ed è in coma, ok, e non suonerà mai più. Mai più feste, pianti, risate, ragazze e chitarre, litigi e sogni, è l’estate, un altro bicchiere di vino e poi basta, la corsa ha superato il corridore; è stato tutto così improvviso Dean, ora che altro ti resta?, e tu pensi alla pioggia perché altrimenti non riusciresti a rispondere. Ti rinchiudi nel tuo studio casalingo e registri un disco di cover, e tutte parlano della pioggia, soltanto della pioggia.

Ti dirò, Dean, io il tuo disco non l’ho mica ascoltato ancora. Ce l’ho qui, davanti a me, ancora bello chiuso e impacchettato, perché ora non piove e seguo il tuo consiglio, preferisco aspettare e tenerlo da parte. Un giorno che pioverà potrei averne bisogno. E sai perché ne parlo adesso? Soltanto per la pioggia, Dean, perché appena ho letto il titolo la prima cosa che mi è venuta in mente è stato un qualche pomeriggio da bambino alla fine di agosto, chissà quando molto tempo fa, le prime gocce piovono dal cielo e lavano via dalla pelle la polvere ed il sole, e tu sai che l’estate volge al termine e ha un buon profumo mentre svanisce. L’ho perfino ordinato il tuo disco, Dean, l’ho fatto venire apposta qui perché in giro non lo si trova, e l’ho fatto solo per quel motivo. Perché per un attimo m’è parso di vederti, non come sei veramente o com’eri a vent’anni mentre lo registravi, no; ti vedo a cinque o sei anni con una bella chioma bionda ordinata che tua madre ogni mattina con cura ti pettina, ti vedo in un giorno d’estate ma non giochi mai, non sei in riva alla spiaggia o per strada, ma disteso sul tuo letto ed osservi le finestre rigarsi di pioggia. Perché l’estate non dura per sempre e soprattutto non torna, ci saranno altri anni, però è un peccato, Dean, è un vero peccato.

Il tuo disco non l’ho ancora ascoltato e non posso dir altro, è lì ad un lato della scrivania ed aspetta che arrivi il suo giorno di pioggia. Non c’è fretta, capita prima o poi ed allora sai che in qualche modo devi rimetterti in spalla la vita e pensarci da solo; lo fanno tutti e puoi solo sperare di dimenticare in fretta l’estate e vuoi saperla una cosa? – Dean,

spero di non trovarci nessun arcobaleno.

Rodolfo Toè

Amico fragile, in Volume VIII. 1975

 
“Evaporato in una nuvola rossa in una delle molte feritoie della notte con un bisogno d’attenzione e d’amore troppo, “Se mi vuoi bene piangi “, per essere corrisposti…”

 
E’ l’unica canzone autobiografica di De Andrè, scritta da solo, in una notte, con molto alcol tra le vene. Da qui bisogna partire per capire, o almeno parlare seriamente di Fabrizio De Andrè. Poi pian piano, aggiungere altri tasselli. Le musiche oniriche di Amico fragile accompagnano tutto quello che De Andrè ha scritto e cantato nella sua vita, i temi ricorrenti e quello che sembrava essergli più urgente: svelare l’ipocrisia, la speranza in una nuova umanità e dunque il bisogno di cantare e dar voce agli ultimi della terra, una visione del cristianesimo depurato dalle sovrastrutture della chiesa, l’amore e la politica. Tutto questo era Fabrizio De Andrè, morto dieci anni fa lasciando un tangibile vuoto.

Oggi la nostra Italia – dalla memoria corta, culturalmente lenta e conservatrice – ha dedicato 88 luoghi, tra piazze, scuole e teatri al genovese, che credo se la rida quando pensa che la sua musica è una di quelle poche cose che tiene assieme noi italiani: fine curiosa per un anarchico.

La sua vita musicale è stata influenzata da elementi diversi. Ha contribuito Genova, il mare e le mulattiere che lì vi arrivano(creuza de ma), l’amore per le donne, e ovviamente il caso. A sei esami dalla laurea in legge abbandona una possibile carriera da avvocato, quando trova il successo musicale grazie all’interpretazione di “Marinella” di Mina, dirà: “Se una voce miracolosa non avesse interpretato nel 1967 La canzone di Marinella, con tutta probabilità avrei terminato gli studi in legge per dedicarmi all’avvocatura. Ringrazio Mina per aver truccato le carte a mio favore e soprattutto a vantaggio dei miei virtuali assistiti”.

Inizia a scrivere e comporre, collabora con Piovani, De Gregori, Bentivoglio e Cohen, traduce Dylan e Brassens, mette in musica “l’antologia di Spoon River”, arrivata in Italia grazie alla traduzione della Pivano. Partecipa alla contestazione del 1968, segue il maggio francese, nel 1973 esce “storia di un impiegato”, irride l’ipocrisia borghese e condanna le degenerazioni dei violenti.

Fa ridere leggere oggi le inchieste dei servizi segreti italiani di quegli anni che lo volevano vicino al terrorismo di sinistra, arrivando a sospettare che la tenuta acquistata in Sardegna sarebbe servita come base per una comune. Era il 1973 ed erano altri tempi, oggi questa storiella non può che unirsi alla schiera di barzellette sulle forze dell’ordine. Lui in Sardegna c’era andato per cercare ragioni profonde dell’essere e, neanche i 117 giorni di sequestro faranno diminuire il suo amore per quella terra: dei sardi dirà che come i pellerossa sono un popolo orgoglioso, fiero delle tradizioni e vittima della “civiltà”.

Qualche sera fa, su Rai3 Fabio Fazio ha presentato un programma(di 3 ore,3!) dedicato al cantautore genovese-dovrà pur servire a qualcosa pagare il canone Rai!-, era presente anche la seconda moglie di De Andrè, Dori Ghezzi. Sorrideva, ringraziava e canticchiava ma, non ha ceduto ad un’emozione, una qualunque manifestazione non controllata, difficile in una serata nella quale tutti avevano gli occhi lucidi. Non credo fosse triste per la perdita del compagno, sembrava semplicemente assente, distante da quanto le accadeva intorno. De Andrè prima di tutto non è un rito collettivo, è qualcosa di più profondo che ognuno segue col proprio pensiero, credo Dori Ghezzi volesse significare questo l’altra sera.

Non dobbiamo cadere nell’errore di volerne fare un’icona, cercando di santificarlo, almeno per amore di verità, era estremamente umano, sapeva godersi la vita, era piuttosto pigro e per nulla al mondo avrebbe perso una partita del Genoa calcio. Era un uomo dalla smisurata sensibilità , ascoltandolo ci si può riavvicinare all’umanità, alla parte più profonda di essa, sfiorare la verità e ignorare la meschinità del quotidiano. Questo era Fabrizio De Andrè, grande poeta che oscilla tra umano e sublime.

Federico Nastasi

Due anni fa (magari c’è pure chi l’ha letta) qualcuno tra noi lanciò la proposta d’una pagina commemorativa per il decennale della sua morte. Ci mettemmo tutti all’opera entusiasti. L’anniversario, in realtà, non c’entrava per nulla (tra le altre cose, era pure maggio). Ma non ci importava poi molto. Anche perché, a ben vedere, i più furbi siamo stati comunque noi, anticipando di due anni tutti gli altri. Scusate se è poco.

Perché Bob Dylan, a dieci anni dalla sua scomparsa, significa davvero tanto per ognuno di noi. Guardate quanta attenzione gli hanno dedicato tutti quanti, ultimamente. Domenica sera ho smesso di osservare le nuvole e mi sono guardato il servizio, tanto in seconda serata non c’era niente di meglio. Hanno parlato in tanti, ma nella festa generale nessuno s’è fatto male.

La sua città natale, innanzitutto. Lì in molti sono convinti di vederlo ancora passeggiare ogni tanto, è sempre vivo con quei suoi orribili capelli e l’aria triste ed emaciata, e Jim Morrison a volte gli porta un croissant da Parigi (nemmeno lui sa ancora se morire sul serio). L’illustre suo cugino De Andrade, proprietario di un cannone nel cortile di Piazza Alimonda, indica alle passanti il ritratto di Dylan Thomas appeso da anni alla parete: “entrò un mattino e lo vide, e decise così di cambiare il suo nome, senza essere troppo sbronzo del resto”. Crede proprio che la cittadinanza gli dedicherà un monumento, giusto all’entrata di Via Della Povertà. Lo ritrarranno incatenato con la sua armonica eternata in un ultimo sol di libertà. Nonostante le polemiche, pare che la scelta della frase per la lapide cadrà sull’immortale “mi cercarono l’anima a forza di botte”.

Alla TV hanno intervistato tutti coloro che più gli furono vicini. Il Ghiro Deziz e Zio Bafri Renedda ricordano con affetto e un pizzico di lacrime il piccolo Bob che, stanco dei suoi Lego troppo borghesi, apprende a suonare la chitarra perché in effetti Mr. Tambourine è già morto tra i papaveri della guerra, qualcuno deve pur scriverci una canzone ed io mi sono stancato di questa città di minatori e della loro società-bene dai capelli corti. Anche tutti i suoi amori più celebri lo hanno pianto, e tra loro lei: Joan Baez, che non lo ha mai capito, e che invece avrebbe desiderato tanto dei diamanti, almeno una volta.

I suoi amici sardi hanno intonato un coro sul motivo di Brigante se more, superbamente riarrangiato dalla “E No, Mai Carpire Fra Martino”. Che bella festa gli hanno dedicato, pensavo, ed intanto il Presidente concludeva la celebrazione dicendo che Bob Dylan tiene ancora alto il nome dell’italianità nel mondo. La Patria, voi capirete sicuramente. Se non fosse stato cittadino italiano, l’avrei naturalizzato immediatamente.

Si fa presto a farne un mito, e lui se l’è meritato, spegnendo la tele ero quasi sollevato. Anche se Bob Dylan non ascoltava Bob Dylan. Bob Dylan ha preso quello che di meglio poteva trovare in giro, poesie e canzoni e droghe varie, fino a fare qualche cover di Cohen o di Brassens, lo ha rielaborato ed è andato un poco più avanti. Un giorno qualcuno farà altrettanto con lui, perché in fondo, in-fondo-in-fondo, i maestri servono solo per essere uccisi. Però povero Bob Dylan, mi chiedo se qualcuno lo consoli in paradiso, dev’essere tutto una noia pazzesca perché i tipi più lungimiranti sono finiti tutti all’inferno, e mi sa che lassù non c’è una chitarra nemmeno a dannarsi l’anima.

Rodolfo Toè

… E poi ti trovi a vent’anni a guardare rapito uno speciale televisivo su Fabrizio De Andrè, e ti rendi improvvisamente conto che forse buona parte di quello che sei oggi lo devi a lui, alla sua musica. Capisci come la tua sensibilità si sia modellata come cera sulla sua; come dagli anni dell’adolescenza interpreti ciò che ti succede attraverso le sue lenti. Come le sue rime si siano scolpite indelebilmente nel tuo subconscio, o in qualche altro posto lì in fondo, e come tu abbia conosciuto e catalogato la tua vita mediante esse.

E allora, cominci a pensare che forse è anche grazie a lui se sei sempre stato mosso a pietà e a commozione dai deboli, dagli umili, dagli emarginati, se in fondo senti battere anche in loro, “Anime Salve”, la luce fioca della dignità umana; se non li vedi in nessun caso colpevoli, ma solo vittime.

E forse, è anche grazie a lui se ancora oggi non puoi evitare di incazzarti quando vedi un’ingiustizia, se non riesci mai a dire “c’est la vie, chérie”, se non riesci ad accettare che il mondo vada diversamente da come credi esso debba andare, da come senti che potrebbe andare.

Ed è forse anche grazie a lui se, in fondo in fondo, dopo aver studiato, analizzato a fondo, compreso e ripetuto tutte le motivazioni che la possono scatenare, quello che ti rimane, e che vedi in una guerra, è soprattutto il lamento di un padre che piange la piccola morte del figlio maciullato, e il grido senza voce di una medaglia al valore militare. Questa visione può essere distorta e limitata, ma è più forte di te, e sai che dovrai conviverci sempre; è un tuo limite, e una tua forza.

E soprattutto, ti trovi a pensare che forse è anche grazie a lui se nei numerosi momenti di sconforto avuti negli anni bui dell’adolescenza, in cui ti sentivi diverso dagli altri, solo, limitato; in cui venivi sopraffatto dall’angoscia e dal desiderio di essere altro rispetto a quello che eri, di essere “come loro”, almeno una volta; se in tali momenti di abbandono sei riuscito, forse non a vederti parte di un tutto, quello no, ma se non altro, a sentirti orgoglioso di essere minoranza. Se sei riuscito a rimanere com’eri, a non cedere, a non lasciarti trascinare dal flusso, sempre “in direzione ostinata e contraria”; o se almeno ci hai provato. Se hai avuto le motivazioni necessarie per non abbatterti, e se alla fine sei riuscito a conoscerti meglio, ad accettare i tuoi limiti, a non sopravvalutare i tuoi punti di forza.

Per questo, sei presente anche tu nel momento in cui il porto di Genova saluta il suo figlio prediletto; ti unisci al grido di quella sirena, e senti come se l’Italia tutta si fermasse per un secondo, trattenendo il respiro. E allora, decidi all’improvviso di scrivere quello che senti in quel momento, di liberare il flusso di pensieri che ti accompagna da sempre, ma che solo ora si è fatto veramente chiaro.

Ti sfiora per un attimo il dubbio che tutto ciò sia un po’ troppo esagerato, che non sia altro che un futile esercizio di retorica dettato dall’emozione e dalla ricorrenza; dopotutto, si tratta solo di un cantante. Ma accantoni questo dubbio, per il momento: ne riparleremo domani, dopodomani, forse, a mente più fredda e distaccata. Ora, ti rendi solo conto del fatto che, come te, molte altre persone si sono viste stravolgere la vita da Fabrizio De Andrè, e che forse l’Italia di oggi, nonostante tutte le frustrazioni e il malgoverno, si è data un immaginario collettivo grazie a lui. E allora, sorge in te la speranza che, forse, nulla è ancora perduto.

Giovanni Collot

Giovanni.collot@sconfinare.net

Storia di polli nati negli ’80 oggi rigettati fuori dallo scaffale musicale

Piacere, mi presento: sono una ventenne che una volta, ahimè, rientrava nel target di Mtv Italia ma oggi forse si sente un po’ troppo vecchia per Amici e TRL; sono un perfetto prodotto di Tmc2 Videomusic e Viva ReteA, sono stata nutrita ed allevata per essere il succulento bocconcino di musica pop inscatolata a breve scadenza. Ignoro cosa sia una chiave di do e raramente mi accorgo delle stonature (ancora oggi porto i segni del trauma di quando “l’amico esperto” disse che Jovanotti aveva una pessima voce a detta di chiunque). Conclusa la doverosa presentazione possiamo finirla di parlare di me e passiamo per lo meno ad una prima persona plurale: Noi,
i polletti 10+ della macelleria musicale, Noi con le ali tarpate per vivere nelle gabbiette delle rotazioni musicali, Noi siamo molti, almeno metà degli anni ’80 ci hanno visti nascere, ma siamo ancora stuzzichevoli come una volta? Voi, membri del pollame come me, vi sentite ancora un piatto pieno di attenzioni pubblicitarie o siamo finiti nella merce al 50% ormai vicini alla scadenza? So che Noi siamo numerosi, lo vedo al Karaoke del giovedì sera quando qualche buon vecchio pezzo anni ’90 fa sempre capolino, e so che siamo stati fedeli quando nel post-infanzia Loro ci hanno covati -anche se non siamo stati appassionati sicuramente tolleravamo senza allergie le loro banalità cantate su ritmi noiosamente uguali- e so che siamo stati ubbidienti quando iniezioni di vitamine Britney e 883 scorrevano lungo le nostre vene, e ora? E ora, almeno da un paio d’anni, sentiamo per la prima volta musica che persino il nostro senso critico assuefatto ad ormoni pop percepisce come “brutta”, c’è qualcosa che non va… Quale strana nuova sensazione risale le nostre piumette invecchiate, siamo costretti a rigettare fuori ritornelli talmente scemi persino per polletti imboccati come Noi con ciò che era considerato “il peggio”, cosa sta succedendo?

Ci stanno forse punendo? Forse le fantomatiche major, Loro, hanno scoperto che più o meno tutti nell’età della quasi-maturità siamo stati infettati dal fratello grande o dal papà da quell’ aviaria “musica impegnata” covandone ancora oggi il virus? Ma infondo non era un così grosso tradimento da meritare tale condanna, perché producono note per Noi inascoltabili? Cosa veramente ci ha escluso da una bella fetta del ricco mercato commerciale?

Allora nella piccola gabbietta d’allevamento cerco di risalire nei ricordi del mio imbarazzante passato musicale per capire cosa è successo, che male ho fatto, e sovviene l’illuminazione…

Forse Loro ci vogliono castigare perchè l’unico disco che possediamo è il nostro disco rigido con Gb di musica più o meno legalmente scaricata? L’ultimo disco originale che ricordo, in effetti, risale ai tempi di quand’ero appena uscita dall’ovetto, e ora che sono un pollo grande e grasso cosa posso offrire a Loro? Facendomi due conti in tasca, oltre a qualche concerto, non credo di aver dato grosse soddisfazioni finanziarie ai miei educatori poppettari, mi giungono voci statistiche di come lo stipendio medio di un laureato si aggiri sui mille euro, insomma una cifra del genere non se la fila nessuno, Loro non cercano neanche più di attaccarla, di persuadermi a comprare, sono una pietanza ormai fredda, povera me!

Noi, brandelli di pollo rimasti orfani non possiamo competere con i nuovi arrivati: i tredicenni, carne fresca e redditizia che stuzzica molto di più l’appetito e i portafogli. La nostra bistecchina ammollita dal tempo sarà forse buona per quelle collane di Mediashopping (in 96 dischi tutta la musica anni 60-70-80-90) niente a che vedere con dischi originali, cartelle, diari, spille, borsette, e gadget-vari-che-paga-papà che fanno tanto rizzare le piume ai novellini polli…

Allora sconsolata cerco qualche conferma della mia teoria nel web: Marco Carta vincitore di Amici ha vinto un disco d’oro e un disco di platino, un suo singolo ha venduto più di 70.000 copie; i Sonohra hanno vinto un disco d’oro e un disco di platino e l’album d’esordio ha contato 75.000 copie vendute; i Finley hanno ricevuto ben tre dischi di platino, e poi i Dari, i Lost, per non toccare poi il capitolo TokioHotel – una chilometrica pagina di Wikipedia è dedicata esclusivamente ai loro dischi vinti di varie leghe metalliche- così provo un senso di stordimento e mi ritrovo a tirarmi il collo da sola in un vano tentativo di poll-omicidio, “tanto chi mi si compra più…”.

Quindi è ufficiale, se la tv ancora ci stordisce di mangime a basso prezzo la musica ci sta trascurando, siamo in fase di disintossicazione pollame over 20 escluso dalla fetta di torta che guadagna, non resta che goderci gli effetti benefici sul nostro organismo ammuffendo sullo scaffale dei fuori target in scadenza.

Gabriella De Domenico

gabriella.dedomenico@sconfinare.net

Perché forse non è stato abbastanza e ti ritrovi alle tre del mattino per cosa, per della stupida musica, scrivi per lo stesso motivo per cui suoneresti ed in fondo è sempre il tentativo di riempire quel vuoto con un po’ di calore nel silenzio che poi tornerà; e ti piace la musica, la musica è tutta la tua vita e per questo scrivi di lei, come quando da bambino non avevo un lettore di dischi ed in casa lei era straniera; l’unica melodia veniva da cartoni animati, non Mozart non De André non i Beatles o chissà che altro messaggero, ma i Puffi e Lady Oscar, ecco cos’era per me la musica, e le ninnananne di mia madre, non sapevo ancora fosse De Gregori; ed è per questo, è per quel momento giusto appena prima dell’assolo di Stairway to Heaven in cui sfiori Dio perché Dio è un re maggiore, come hai fatto a non accorgertene prima?, e tutto per un istante è perfetto;

è perché lei la musica ti ha toccato ed una stessa canzone può riempire la tua stanza per giorni; è perché sono anni che piangi ma lei per molto è stata l’amore; è perché la musica è una scienza meravigliosamente inesatta e forse non avrà molti pregi ma almeno non ha mai fatto male a nessuno;

è per tutte quelle serate finite male, per gli amplificatori da smontare alle due, tre del mattino, col freddo e morti di sonno ma felici, e tutto per cosa, solo per la musica, senza il becco d’un quattrino; e magari non c’era molta gente ma tante volte anche se non c’è nessuno si suona solo per un paio di tacchi rossi appena intravisti; per il sorso di Jäger che ti aspetta a casa prima di dormire e già è tanto;

è perché la musica è d’assenza o per essere un po’ più vicini, solo un po’ più vicini; la musica è stata quella notte d’estate in una spiaggia del sud della Francia, io e un olandese di trent’anni più vecchio almeno, con due chitarre e non riuscivamo a parlarci per nulla, ma suonavamo le stesse canzoni di Hendrix; ecco cos’è la musica ed è per questo che se ne scrive; è per chi è disposto a fare una nottata di macchina per otto minuti d’un brano soltanto e chi ti finisce a suon di gin tonic; è per tutto ciò che ricorda e promette; per ciò che riporta;

e l’amicizia; è stata una canzone che ti ha fatto prendere la decisione giusta, che ti ha fatto dimenticare quelle sbagliate; era sempre una canzone quella che qualcuno ti ha insegnato e che tu hai cantato sapendo di doverglielo perché era il tuo posto, il posto che a te dalla nascita spettava tra tutti, ed allora la musica è stata la giustizia ed il vero saluto, l’ultimo; perché la musica è tutta una strada un popolo una storia e tu con essi; ed in fondo ogni musica esiste già, da qualche parte è già scritta ed il musicista non fa che coglierla;

è per questo che scrivi di musica, per dare la tua buonanotte a qualcuno o qualcosa, per mantenerlo in vita, per dare un senso al tempo costringendolo in battute e così, alla fine, essere libero – e lei non ha nient’altro da offrire;

perché cosa ti piace di più nella musica? Tanto per cominciare, tutto.

Rodolfo Toè
rodolfo.toe@sconfinare.net

Per presentarvi Ramin Bahrami vi direi che è un pianista iraniano. Ma lui dice che non gli piace il pianoforte e che non è iraniano. Preferisce piuttosto definirsi un musicista cosmopolita. Suo padre era per metà iraniano e per metà tedesco, la madre turco-russa. Ramin Bahrami fa parte di quella generazione di Iraniani raccontata da Marjane Satrapi in Persepolis, quella che nasce sotto la monarchia dello Scià Reza Pahlavi, che vive la rivoluzione islamica di Khomeini, che cresce durante la guerra contro Saddam, e che si trova poi di fronte alla difficile scelta di lasciare il proprio paese per poter vedere realizzati i propri sogni. Ho incontrato Bahrami nei camerini del Teatro Verdi di Gorizia, dove ha suonato il 23 ottobre con l’Orchestra Sinfonica del Friuli Venezia Giulia diretta da Andres Mustonen. Il programma prevedeva il pezzo Oriente Occidente del compositore contemporaneo estone Arvo Pärt, la Sinfonia n. 2 di L. van Beethoven, e il Concerto n. 20 in re min. KV 466 per pianoforte e orchestra di W.A. Mozart, con al pianoforte R. Bahrami.

Bahrami nasce a Teheran nel 1976 e all’età di 11 anni lascia l’Iran per l’Italia accompagnato dalla madre, dopo che il padre Paviz, ingegnere sotto lo Scià, viene arrestato con l’accusa di essere un oppositore del regime. Paviz morirà in carcere nel 1991 e il referto ufficiale dirà per infarto, causa di morte diffusa tra i detenuti politici. Bahrami nel frattempo può studiare al Conservatorio G.Verdi di Milano con Piero Rattalino grazie ad una borsa di studio donatagli dalla Italimpianti. Dopo tre anni la borsa di studio viene però interrotta e seguono anni di difficoltà economiche per lui e la madre. Bahrami riesce comunque a diplomarsi nel 1997 e a proseguire i suoi studi, e comincia ad imporsi all’attenzione delle maggiori istituzioni musicali italiane e tedesche grazie alle sue interpretazioni di Bach, compositore per il quale nutre una profonda venerazione. Nel 1998 ottiene la cittadinanza onoraria in seguito al debutto al Teatro Bellini di Catania, e nel 2004 corona infine il suo sogno di gioventù registrando per la casa editrice musicale Decca le Variazioni Goldberg di Bach. Ora sta lavorando ad un progetto con la Gewandhausorchester di Lipsia, patria di. Bach, per eseguire nella stagione 2008/09 tutta l’opera di Bach per pianoforte e orchestra sotto la guida del Maestro Riccardo Chailly.

Quando lo incontro, Bahrami è contento di rispondere alle mie domande. Sono curiosa di sapere come sia nata la sua passione per la musica. Inizia a raccontarmi che già a Teheran amava ascoltare il grande violinista ebreo Jascha Heifetz e che, guidato da un vinile di Beethoven, dirigeva un’orchestra immaginaria dall’alto del tavolino del salotto. Dopo la rivoluzione, la musica divenne per lui un rifugio dal dolore della realtà esterna. Negli anni della guerra contro Saddam, egli avvertiva i bombardamenti prima ancora che ne venisse dato l’allarme e, a volte, invece di correre ai rifugi sotterranei, preferiva rimanere in casa ad ascoltare musica classica o a suonare il piano mentre fuori cadevano le bombe. Ricorda in particolare di quando Teheran era bianca sotto la neve e, mentre suonava, aveva visto dalla finestra una casa colpita da una bomba incendiarsi. La musica riusciva così a lenire il dolore e la paura dei momenti più duri. Sempre a Teheran iniziò l’amore di Bahrami per la musica di Bach. Lo scoprì a casa di una amica iraniana dove sentì un disco interpretato da Glenn Gould, celebre interprete bachiano canadese. Lo stesso padre Paviz, in una delle sue ultime lettere dal carcere, lo aveva incoraggiato allo studio di Bach, perché la sua musica lo avrebbe potuto aiutare molto. E Bahrami rivolge un invito ai giovani ad ascoltare più musica classica, e soprattutto Bach, per l’universalità della sua musica, valida in ogni tempo.

Gli chiedo se fece fatica ad adattarsi in Italia. Mi dice che no, che fin da subito ha potuto immergersi nella realtà italiana studiando in scuole italiane e circondato da bambini italiani. Proprio per questa sua esperienza è contrario al progetto del governo di creare nelle scuole apposite classi per stranieri, e crede invece che sia molto importante favorire la “polifonia” culturale, che in linguaggio musicale non significa altro che l’incontro armonico di voci diverse. Ramin Bahrami non ha più rivisto il suo paese da quando lo ha lasciato. Vorrebbe ritornare in un Iran democratico pur avendo nostalgia dei tempi della monarchia e dello Scià, a sua detta spesso ingiustamente frainteso in Occidente. Prima di salutarlo voglio ancora sapere se, per la sua storia e il suo vissuto, si considera un musicista politico. Mi risponde che si sente sì un musicista politico, ma solo in quanto portatore di un messaggio universale di pace. Peccato che giovedì 23, al Teatro Verdi di Gorizia, solo in pochi sono venuti ad ascoltare il suo messaggio.

Margherita Gianessi

Margherita.gianessi@sconfinare.net

 

La vita di una supporting band dev’essere dura. Significa salire sul palco ogni sera sapendo che la gente che hai davanti non vuole altro che tu ti levi di torno per poter sentire il gruppo vero, quelli sulla locandina, quelli bravi. Molte supporting band reagiscono chiudendosi nel loro piccolo mondo, inchinandosi e ringraziando un immaginaria platea plaudente, ma gli Orange no. Pur con tutti i loro difetti questi due poveracci (batterista e chitarra cantante) paiono aver raggiunto un buon equilibrio tra la consapevolezza di non essere desiderati e la determinazione a farsi conoscere. Una delle loro canzoni è anche quasi orecchiabile, ma non importa. Noi siamo qui per gli Wombats, tre mezzi cessi di Liverpool che fanno un indie-rock brioso, ironico, a volte ripetitivo e un po’ tonto, e che hanno un dono per caricare il pubblico. Dalla prima canzone, Lost in the Post, il tizio davanti a me inizia a contorcersi come una lontra in calore, e dopo meno di un minuto mi trovo a saltare come un cretino urlando i ritornelli e pogando. Le cose si fanno violente sotto il palco, perdo di vista gli amici e mi scopro pallina in un flipper umano, mentre la frenesia raggiunge il suo apice con Kill the Director, “another song about a gender I’ll never understand”, un’altra canzone su un sesso che non capirò mai, le donne. E non fatico a crederlo: il cantante, mai stato bello, è pesantemente ingrassato dall’ultima volta che l’ho visto. Mi arriva una gomitata in faccia, e cado su una ragazza col nasone. Non mi divertivo tanto da mesi! Mi rialzo pronto a rituffarmi nella mischia, ma grazie al cielo parte Patricia the Stripper, tragicomica serenata, e pezzo più lento dell’album. Per tre minuti l’intero locale si ferma, tira il fiato e conta i lividi, prima dell’ultima carica. Alle prime note di Let’s Dance to Joy Division l’adrenalina esplode vengo lanciato di peso al centro del pogo. Spingo, salto, urlo canto e sgomito, mentre il cantante sembra godersela da matti. Sbilanciato, mi afferro alla felpa di qualcuno e faccio perno, finendo di faccia contro un pilastro. “Everything is going wrong but we’re so happy…” tutto sta andando male ma siamo così felici… Mi rialzo, e trascino il mio amico verso il banco. Siamo ammaccati e fradici di sudore. C’è ancora una canzone, lo sappiamo per certo, dato che gli Wombats sono al primo disco (A Guide to Love, Loss and Desperation), e tutte le altre le hanno già fatte. Ma non ce la sentiamo di tornare nella bolgia. Una sigaretta fuori, qualcosa da bere e qualche pigro apprezzamento sulle ragazze intorno a noi è tutto quello che riusciamo a mettere insieme prima di tornare a casa, profondamente soddisfatti.

Luca Nicolai

Entra correndo Giovanni Allevi; corre vicino al pianoforte sul palcoscenico.

Anche noi spettatori siamo entrati un po’ correndo al Teatro “Giuseppe Verdi” di Gorizia, lunedì 31 marzo, per ascoltare Giovanni Allevi e la sua musica.

Siamo entrati tutti un po’ di fretta, ma forse, per una volta, non era perche si voleva fare qualcosa velocemente, ma perché si voleva “scappare” dalla frenesia di quel mondo che desideravamo, per una sera, chiuderci alle spalle.

Si percepisce emozione nella sala in attesa. Emozione che sfocia poi in caldi applausi.

E così entra correndo Giovanni Allevi, in felpa, jeans e All Stars. Anche lui è emozionato, forse più di noi. Sembra imbarazzato per tutti gli applausi. Si comprende che vuole iniziare a suonare; solamente quando si siede al pianoforte è a suo agio.

Con poche parole introduce i suoi brani, invitandoci a viaggiare nei momenti più importanti della sua vita e della sua carriera.

Così inizia a suonare, così iniziamo a lasciarci trasportare dalle sue note nei luoghi dei suoi brani:

e allora siamo tutti in una discoteca dove è stato catapultato Bach che immaginavamo frastornato nel tentativo di far sentire la sua musica; poi siamo nel centro di una grande città dove anche Heidegger si sente parte di “un’umanità dispersa”.

Subito dopo, con tanta serenità nel cuore, ci troviamo nel monolocale che la nostra “guida” Allevi ha affittato a Milano, nel momento in cui insieme a un raggio di sole che entra dalla finestra, si riscopre l’entusiasmo, e non solo la fatica, di inseguire i propri sogni.

Piano piano scopriamo che il musicista che abbiamo di fronte sa fermarsi ad osservare il mondo e a guardarlo con occhi pieni di stupore, con gli occhi di chi ama la vita, di chi, come Hegel vede “la realtà diventare specchio dell’infinito”; così voliamo con lui ad Harlem, mentre il cassiere di un supermercato lo incoraggia prima del suo primo concerto a New York.

Riscopriamo in una bellissima composizione il momento in cui Allevi prende coscienza del fatto che “la sua forza sta nella sua fragilità” ed anche noi ci scopriamo un po’ più forti insieme a lui.

Con un sorriso lo seguiamo nel suo esperimento di tornare nel 1500 per unire melodie moderne a quelle rinascimentali.

Con questo sorriso ci salutiamo reciprocamente grati per le emozioni trasmesse.

Giovanni Allevi è riuscito a portarci con sé viaggiando sulle sue note.

Da cosa lo capiamo? Bhé, tutti ci alziamo con calma per uscire e fuori, sui marciapiedi qualcuno si guarda attorno stupito domandandosi: dov’è la mia carrozza?

Landoni Marta

Riflessioni di una telespettatrice partecipe a consuntivo 2008

Avevo detto che quest’anno avrei seguito il Festival e così ho fatto, con sommo giovamento della mia insonnia, improvvisamente scomparsa di fronte al dinamismo della conduzione e alla brevità delle puntate…wow! Pensa che gioia per tutti i nottambuli collegati in Eurovisione!
A detta degli organizzatori la selezione per parteciparvi è stata davvero dura, ma i risultati si sono visti: l’intonazione di tutti i cantanti era perfetta, soprattutto quella di Toto Cutugno, Paolo Meneguzzi e del giovane Daniele Battaglia; i testi e le musiche assolutamente originali, almeno tanto quanto l’abbigliamento della Berté, che presa dall’entusiasmo pre-esibizione ha distrutto un cuscino dell’hotel per sistemare alla meglio il suo cappuccio da frate;  gli ospiti internazionali incredibilmente professionali, soprattutto Lenny Cravitz, che ha commosso tutti cantando dal vivo munito di occhiali da sole in onore alla moda lanciata dalla già citata Bertè. Perché noi telespettatori non lo sappiamo, ma i riflettori abbagliano!
E che dire della giuria di qualità? Chiaramente in un concorso canoro qual è il festival sanremese sarà stata  composta da noti ed esperti musicisti, no? E infatti così è stato:  il teatro dell’Ariston ha potuto beneficiare, tra gli altri, della presenza del grande maestro Nicolas Vaporidis, del sommo Federico Moccia e della divina Sarah Felberbaum. Prostriamoci dinnanzi a cotanta cultura musicale…
Indiscusso è  l’assoluto talento di tutti i  campioni in gara: certo, i poveri Sonohra, vincitori della sezione giovani che spopolano già tra le teenagers, possono davvero prenderli a modello, visto che, causa la giovane età, non sanno far altro che suonare, arrangiare, scrivere, comporre e cantare. L’inesperienza in acustico di una gavetta lunga 10 anni in giro per i pub veronesi non può reggere di fronte alla profonda varietà armonica di mostri sacri quali Grignani e Minghi. Eh, ma avranno tempo di scoprire le magie del ritocco digitale e l’arte del vendere…
La cosa sconvolgente è che poi riaccendi la tv a pranzo, capiti per caso su Raidue, ti becchi l’intervista al grande Uto Ughi e che ti trovi? Che il costo di due serate del Festival potrebbe coprire quelli di un intero anno di attività di un’orchestra sinfonica! Ma in fondo che importa se le orchestre in Italia stanno chiudendo i battenti perché non sbarcano il lunario, quando la Guaccero e la Osvart, meravigliose donne-soprammobili, possono svolazzare felici in settecento abiti diversi e Chiambretti può giocare con il palcoscenico telecomandato?Fortuna che in RAI i soldi non ci sono mai…

Isabella Ius

Non ho realizzato che sarei andato a vedere Neil Young finché non mi si è parato di fronte, sotto un riflettore bianco, con in mano la chitarra acustica – finché non si è seduto, ed ha cominciato a cantare. E so che può apparire una frase vuota, ma ho avuto brividi lungo la schiena per tutta la durata del concerto, una sola espressione sbigottita ed assente – l’espressione di chi ascolta Neil Young, la voce di un uomo che è passato attraverso tutto ciò che è la vita, d’un uomo ormai vecchio, ingobbito e calvo, con una chitarra e soprattutto un’armonica, avreste dovuto sentire l’armonica quando tiene quelle note lunghissime che strappano il tuo cuore da parte a parte – ed il teatro in silenzio, il teatro immobile, sospeso, che s’aggrappa con ogni forza ad un la minore e lì rimane, disperato, come se potesse farlo durare più a lungo. Neil canta e lo fa per il suo dolore, e quando dopo la pausa comincia la seconda parte e sul palco sale l’intero gruppo e lui scarica i suoi accordi elettrici e secchi e rabbiosi, allora diresti che niente si possa salvare, mai; perché lui è Neil Young, il solitario, the loner, e questa è la sua cavalcata, e sarebbe fantastico, oh sì, riuscire a sorridere, ma come puoi farlo con quest’uomo che da solo cerca disperatamente d’affrontare il silenzio, come puoi sorridere ascoltando Neil Young; Neil Young che suona la chitarra d’un giovane a cui molti anni addietro hanno sparato, mentre cantava in un locale, ed il primo colpo fu divertente, perché lo mancò e trapassò la cassa da parte a parte, ma al secondo non ci fu più niente da ridere, no davvero, perché lui finì a terra e non si rialzò più, e chissà cosa stava facendo Neil in quel momento e perché lo vuole raccontare stasera; Neil che aveva una nonna che suonava l’honky-tonky, lassù in Canada, il paesino era piccolo e lei era l’unica con uno strumento musicale e per questo la chiamavano a matrimoni e funerali (non come me, dice Neil divertito, ed il teatro ride) ma forse non la pagavano abbastanza o non la pagavano proprio, o semplicemente non c’erano così tanti innamorati o così tanti morti, perché il suo vero lavoro era un altro – nella miniera locale; lei consegnava una chiave ai lavoratori ed a fine giornata loro dovevano riportarla e se qualcuna per caso mancava allora evidentemente qualcosa era andato storto, quel giorno, laggiù nei pozzi. E Neil dimentica nella scaletta i suoi più grandi successi, perché è integro. E’ puro. Voi siete qui perché credete nella mia arte, non per fare di me un juke-box. Sarebbe solo ridicolo, da sessantenne, cantare “è meglio bruciare che appassire”. No, qui tu stasera non ascolti musica, tu stasera non sei qui per la musica, tornatene a casa e quella la troverai nei dischi; tu sei qui per qualcosa di più che io ti voglio dare e che con la musica non ha niente a che vedere – ed è per questo che siedi in quelle poltrone, per Neil ed i suoi ricordi d’infanzia in una piccola cittadina, un buco costruito nel nulla intorno ad una miniera.
Eccolo Neil, piegato sopra le sue corde, che salta, si contorce, e tu senti di conoscerlo bene, perché se mai hai davvero ascoltato Neil Young, allora per te lui è come un fratello. E poi, ad un tratto, mi viene in mente d’una volta, molto molto tempo fa, in cui mi rivolsi a lui, un giorno con più dolore del solito, un giorno in cui intristivo le pagine del mio diario e nemmeno Neil poteva salvarmi, però per lo meno avrebbe potuto capirmi, dannazione, quello lo poteva fare solo lui. E’ un ricordo che sopraggiunge all’improvviso, sorprendendomi. I miei occhi si fissano su questa figura bianca, e sul deserto alle sue spalle. E mi metto a piangere.

Rodolfo Toè

Sguardo alle musiche di oggi e di ieri a volo di… ippogrifo.

“Hedwig’s theme”, il tema di Edvige. O forse sarebbe meglio dire il tema di Harry Potter, visto che sono sufficienti poche note introduttive di questo pezzo per rivivere quasi magicamente tutte le avventure del maghetto, ormai cresciuto, nato dalla penna di J. K. Rowling. È questo il motivo musicale che riecheggia da tempo nella mente di chi ha atteso con una certa emozione l’uscita del quinto capitolo della saga; soprattutto di coloro che hanno seguito l’evolversi non solo dei personaggi, ma anche delle stesse colonne sonore.
John Williams, Patrick Doyle, Nicholas Hooper: questa la sequenza dei compositori che hanno contribuito a iscrivere nella storia del cinema la serie, anche se (e questo va detto), è forse Williams ad avere il merito più grande, essendo la mente delle prime tre colonne sonore, dunque il “padre musicale” di Harry Potter e compagnia bella.
Da notare il crescendo in difficoltà d’esecuzione, dissonanze e tensione che ben disegnano l’inizio dell’avventura nel mondo della magia: dal momento in cui tutto è stupore e scoperta, ben rappresentato da “Harry’s Wondrous World” (il meraviglioso mondo di Harry, altro motivo che, assieme al tema di Edvige, ritorna continuamente nelle varie colonne sonore), a “Fawkes the Phoenix” (Fanny la fenice), motivo che accompagna il volo della creatura magica verso chi rimane fedele al saggio Silente. Per arrivare ai temi più cupi della terza colonna sonora: emblematico a tal proposito “A Window to the Past” (una finestra sul passato), triste motivo che accompagna il momento in cui Harry e Lupin gettano uno sguardo al passato e ai timori del ragazzo camminando per la foresta.
Decisamente tutto un altro taglio ha la quarta colonna sonora firmata Doyle, nella quale troviamo, come prima novità, ben tre canzoni. È il sapore della sfida che pervade l’intera composizione: i suoni sono calcati e vorticosi, come ad indicare l’assenza di calma e la necessità impellente d’azione. Un brano per tutti: “The Quidditch World Cup” (la coppa del mondo di Quidditch, tema che ritorna con l’arrivo degli studenti di Durmstrang a Hogwarts), dove le percussioni e una sorta di basso continuo degli archi accompagnano le grida di sfida (e le scintille dei bastoni) di Viktor Krum e compagni.
E in ultimo c’è la quinta colonna sonora firmata Hooper, nome non noto al cinema. Interessante e nuovo l’uso di pianoforte e fisarmonica, e la rivisitazione del tema di Edvige in chiave più misteriosa attraverso i corni. La musica accompagna il moto dell’anima e l’azione con un tocco di nuovo che si preannuncia allettante.
Certo, fra primi baci annunciati (e ripetuti ventiquattro volte in sede di riprese per ben rendere la crescita dei personaggi!), stanze che spariscono e arte della penetrazione delle menti, sarà un po’ difficile prestare attenzione alla colonna sonora, ma certo non impossibile. Perciò, se vi piace il genere, fate un salto al cinema e giudicate voi se Hooper ha ben accompagnato o meno l’attesissimo “Harry Potter e l’Ordine della Fenice”…

Isabella Ius

Cominciare dal silenzio. Finita la musica, l’ombra riempie ogni cosa. Guardare il negativo di una fotografia: questo è “Tutti morimmo a stento”. Non solo una ballata concettuale, un barocco memento del nostro destino. Questo è un piccolo canzoniere della miseria e della paura umana, una sonata che nella sua brutale immediatezza assale l’ascoltatore, mutandolo in un essere tremante, fragile e nudo.
De André canta la fine, e questa non è esemplare. Né sembra, tutto sommato, tragica. E’ anzi misera e scarna. Una morte che senza eccezioni tocca a noi tutti, e che si trascina in un’agonia fatta di stenti, fatta delle lacrime di chi voltandosi cerca senza speranza una mano che lo trattenga dal gorgo.
Le parole delle composizioni sono una sola lirica decadente. Il Cantico d’apertura è negazione assoluta della vita, rovescio di quello di San Francesco. All’immagine della creatura, voluta ed amata da Dio, si contrappone violentemente già dal titolo quella del drogato, di chi ha deciso di costruirsi “il vuoto nell’anima e nel cuore”. A questa figura impaurita e spettrale s’unisce quella degli impiccati. La loro ballata è una maledizione gonfia d’odio e rancore, lasciata piovere su tutti gli occhi che li hanno guardati e derisi. Gli stessi occhi che restano e non vogliono scorgere il cappio, più grande, che va lentamente stringendosi su di loro – gli occhi di chi non sa in quale vuoto andrà scalciando un giorno.
“Tutti morimmo a stento” è una tela in cui unico colore è il buio, un affresco in cui nulla si salva. Non la purezza, tradita e violata nella Leggenda di Natale. Non l’innocenza dei bambini, che in Girotondo si rivela corrotta, anch’essa parte del segno che marchia l’uomo, fatta al sangue e alle mosche. La terra stessa sconta questa condanna: “Un altro inverno tornerà domani / cadrà altra neve a consolare i campi / cadrà altra neve sui camposanti”. Gli intermezzi intrecciano frammenti d’un lirismo più suggestivo: fiori sconosciuti profumano ruscelli d’altri mondi, fiori sconosciuti muoiono sui capelli d’altri amori. La Leggenda del re infelice conclude la sonata, con un crescendo vocale ed un recitativo che si accompagnano e si richiamano a suggello dell’opera.
Quando la musica tace sembra che ogni cosa al tatto non sia che freddo e silenzio; quando la musica tace il pensiero si ricorda di petali e di acque che non hanno nome e colore. Quando la musica tace il cuore ha imparato a leggere e cela il suo brivido, il cuore si perde a pesare gioie e sofferenze e richiama il passato; e se guarda al futuro e ai suoi incubi e sogni, se pensa al tempo e alla terra, allora sa che verrà il momento in cui smetterà di tremare e riconoscerà la morte, e la morte sarà tutto.
“Uomini, poiché all’ultimo minuto / non vi assalga il rimorso ormai tardivo / per non aver pietà giammai avuto / e non diventi rantolo il respiro: / sappiate che la morte vi sorveglia / gioir nei prati o fra i muri di calce / come crescere il gran guarda il villano / finché non sia maturo per la falce.”

Rodolfo Toè

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