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E se vai all’Hotel Supramonte e guardi il cielo,
tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo.
(Li immagini lividi, al buio, abbracciati.).
La notte non ha risposte: è nera e muta, e basta. Lui non sa se il sole sorgerà ancora. E si ritrova nudo, impotente. Con quel corpo fragile accanto, da proteggere.
Le accuse, le lettere, le scuse perfino, fanno parte del gioco. Ma lui non è lì per giudicare. Ciò che lo tormenta di più è capire cosa ci sia oltre il volto coperto dei suoi rapitori. Dove sia nascosto il loro cuore.
ma dove, dov’è il tuo amore?
ma dove è finito il tuo amore?
E’ difficile bere, pur avendo una bocca. E’ difficile trovare un senso. Ma le ossa assorbono tutto di quei giorni indelebili. La neve che cadeva su di loro, il tempo che restava fermo, quasi fosse un signore distratto, ma soprattutto lei, e il suo piccolo corpo, così dolce di fame, così dolce di sete.
E’ grazie a lei, compagna silenziosa, se riesce a sopportare quei giorni d’abisso. E’ lei che soffre per lui e assieme a lui. E’ lei che guarda con amore in quelle ore vacue, è lei che può ancora stringere con le forze che gli restano. E’ lei la bellezza di quella prigionia.
Passerà anche questa stazione senza far male,
passerà questa pioggia sottile come passa il dolore.
E’ l’essere lì con lei e per lei, che restituisce un senso a quegli attimi sospesi.
Ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano
cosa importa se sono caduto, se sono lontano.

Ora che tutto è finito, resta il bruciore del ricordo di quel pezzo di vita all’Hotel Supramonte. Rimangono le domande che non hanno trovato risposta. Non si cancellano le ferite interiori.
Eppur bisogna ricominciare a sentirsi vivi, e lottare per non diventare schiavi del dolore che è ancora in corpo.
E ora viaggia ridi vivi o sei perduta,
col tuo ordine discreto dentro il cuore.
Perché non sappiamo cosa ci riservi il domani,
perché domani sarà un giorno lungo e senza parole
perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole.

La sera del 27 agosto 1979, quando ormai viveva quasi stabilmente in Sardegna nella sua tenuta dell’Agnata, a due passi da Tempio Pausania, Fabrizio De Andrè fu rapito dall'”Anonima sequestri sarda” insieme alla sua compagna Dori Ghezzi, poi sposata nel 1989. I due vennero liberati dopo quattro mesi, dietro il versamento del riscatto di circa 550 milioni di lire, in buona parte sborsati dal padre Giuseppe.
De André tracciò un racconto pacato dell’esperienza («…ci consentivano, a volte, di rimanere a lungo slegati e senza bende.») ed ebbe parole di pietà per i banditi («Noi ne siamo venuti fuori, mentre loro non potranno farlo mai»).
Al processo, confermò il perdono per i suoi carcerieri, ma non per i mandanti che, secondo le cronache dell’epoca, erano agiati esponenti del PCI sardo.

Agnese Ortolani

Fabrizio De Andrè.

Fabrizio De André, prima di essere cantautore e poeta, era un uomo innamorato. Si innamorava di tutto ciò che avesse un cuore, e in particolare di quegli uomini che normalmente si pensava ne fossero privi. Forse perché aveva scoperto che i cuori più veri e interessanti, a volte si nascondono negli involucri più impensabili. E lui si riservava il compito di dimostrarcelo.
E’ così che iniziò la sua passione per gli emarginati, le prostitute, i ribelli, i diseredati, e per tutte le sfumature del genere umano.
E’ nel ghetto di Via del Campo, in quel carruggio genovese umido e sconnesso, proibito di giorno e mal frequentato la notte, che De André trovò quell’umanità respinta e per lui così affascinante, da cui trasse ispirazione. Così si mise a raccontare le loro storie, che nessuno avrebbe mai raccontato proprio perché così scandalosamente vere, così vergognosamente umane. La sua poesia si espresse al meglio attraverso queste figure, proprio per l’affetto profondo che egli nutriva verso di loro, e verso quelle vite così distanti dal mondo borghese per la loro autenticità nella precarietà. Nella sua antologia di vinti, è l’essenza delle persone a contare più delle azioni e del loro passato.
C’è Pilar del mare, che si addormentava il cuore con due gocce di eroina e che Sally trovò morta, bocca sporca di mirtilli, un coltello in mezzo ai seni, c’è il blasfemo a cui cercarono l’anima a forza di botte, c’è il bombarolo, trentenne disperato, e l’altro con la bomba sempre in testa, che preferirebbe sanguinare perché non può più sopportare. C’è la passione di Bocca di Rosa, che per un poco portò l’amore nel paesino di Sant’Ilario, c’è chi è stato impiccato per un peccato di gioventù, e, prima che fosse finita, ricordò che, per il male in un’ora, il prezzo fu la vita. Ci sono i drogati che invocano pietà per essere al mondo, pur vivendo già la morte con un anticipo tremendo, c’è perfino un assassino,  due occhi grandi da bambino, e ci sono gli straccioni che senza vergogna portarono il cilicio o la gogna: andarsene per loro non fu fatica, perché la morte gli fu da sempre amica. In via del Campo c’è anche una puttana, gli occhi grandi color di foglia, se di amarla ti vien la voglia, basta prenderla per mano. E ti sembra di andar lontano: non credevi che il Paradiso fosse solo lì al primo piano.
Vite fallite, traviate, di cui nessuno si vuole occupare: queste sono le esistenze più interessanti per De André, che ci lasciano un messaggio che vale la pena ascoltare. E dal momento che nessuno dà voce alla loro richiesta di pietà, è lui che se ne vuole occupare. Perché non ha mai visto così tanta umanità e sofferenza come in questi volti consumati. E perché, in fondo, le loro pene ci riguardano un po’ tutti.
De André preferisce questi uomini, fragili e dimenticati, a banchieri e notai coi cuori a forma di salvadanai, che non conosceranno mai la felicità; li preferisce a uomini di legge senza pietà, che affidano innocenti all’orrenda agonia, decidendone la sorte, e che pensano sia giusta una sentenza che decreta morte.
Chiama in causa chiunque sia pronto a puntare il dito verso questi esseri sciagurati, considerati senza cuore o morale, ma in fondo più veri di tanti altri, e gli chiede: cos’altro ti serve da queste vite, ora che il cielo al centro le ha colpite?
Chi li starà ad ascoltare, invece, chi cercherà di capirli fino in fondo, e di amarli così come sono, oltre i loro sbagli mortali, si accorgerà che anche se non son gigli, son pur sempre figli, vittime di questo mondo.

Agnese Ortolani

(Spunti liberamente tratti da alcuni brani di Fabrizio De André, come: Bocca di Rosa, Il bombarolo, Sally, La leggenda del re infelice, Il cantico dei drogati, La città vecchia, Via del campo, Una storia sbagliata, La morte, Ballata degli impiccati, La bomba in testa, Il pescatore).

Con Ludovico Einaudi alla scoperta dell’emozionante musica minimalista.

Un respiro, un tocco lieve e i tasti bianchi e neri de “Il Tigre” prendono vita. Non ci sono virtuosismi, né dissonanze, né ritocchi al computer: tutto nasce e muore un istante dopo, disperdendosi nell’eco lasciato dai suoni, specchio perfetto di quello che la musica è: l’arte più inafferrabile che esista.
Questo è Ludovico Einaudi: un musicista introspettivo e un po’ pittore che compone per teatro e cinema (sue, tra le altre, le colonne sonore di “Fuori dal mondo” – regia di C. Comencini, 1999 –  e di “Luce dei miei occhi” – G. Piccioni, 2002 -), si dedica alla musica da camera e orchestrale, ma ama anche ritornare alle origini, al suo pianoforte.
L’uomo e il suo piano: questo è l’Einaudi che preferisco, l’Einaudi che con la sua musica colta e minimalista riesce a fermare per un attimo le tensioni della frenetica vita d’oggi e ricorda che bella musica non significa necessariamente complessità.
Molti sono i pezzi che amo, ma ce n’è uno, “I Giorni”, tratto dall’album omonimo del 2002, che credo rappresenti bene lo stile di questo musicista torinese che vanta natali così importanti (il padre è l’editore Giulio Einaudi, il nonno il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi).
Fa parte di una raccolta di undici ballate per piano solo che ruotano tutte attorno ad un brano a struttura circolare, “Melodia Africana” e traggono origine dal viaggio che il musicista ha compiuto in Africa, in particolare nel Mali, spinto da interessi musicali.
Guardando la partitura si rimane colpiti dalla semplicità della composizione e viene spontaneo chiedersi se davvero siano quelle poche e semplici note a regalare così tante emozioni. Eppure è così e questo invoglia a suonare, a farsi mezzo d’espressione, non soltanto uditore assorto.
“I Giorni” è un andante che inizia delicatamente, con note che affiorano come ricordi e si intensificano mano a mano che la mente prende coscienza di ciò che esse evocano. Il ritmo dato a questa melodia malinconica, che somiglia ad una danza, è discreto ma presente e si intensifica fino a raggiungere l’accordo che chiude la prima parte del brano. Segue un secondo momento, più riflessivo: il nostro viaggio non si compie più danzando ma meditando, accompagnati da note più prolungate e pause che permettono al viaggiatore che è in noi di “riprender fiato” in questa esperienza così bella, ma anche difficile, che è la vita.
Poi riprende nuovamente la melodia iniziale: il viaggiatore non ha ancora trovato il suo giusto passo e così danza e corre con le note, anche se questo lo porta inevitabilmente ad una nuova sosta. Ecco che si apre quindi la terza parte del pezzo: note che corrono come pensieri, leggere e sconnesse, finché non trovano il filo, finché il giusto incedere non si presenta alla mente del viaggiatore che ora, passo sicuro e pensieri in movimento con esso, può giungere alla sua meta.
Se la noia vi dovesse assalire e non riusciste più a trovar piacere nemmeno nella vostra musica preferita, prendetevi un attimo per voi stessi, ascoltate un pezzo di Einaudi e rilassatevi: vedrete che se ne andrà via prima di quanto crediate.

Isabella Ius

I giorni, le onde sono cose che arrivano da lontano e vanno lontano”, Einaudi

La “Musica Nuda” di Petra Magoni e Ferruccio Spinetti al Gorizia Jazz 2007.

Quando lei è salita sul palco dell’auditorium gremito, così piccina e magrolina, credo che la maggior parte degli spettatori, a parte chi già aveva avuto occasione di ascoltarla, si siano chiesti se ce l’avrebbe fatta a cantare, o perlomeno da dove le sarebbe uscito fiato. E vedendo lui, di sicuro molti non si aspettavano che un contrabbassista potesse avere un’aria così stravagante.
Invece, la coppia Petra Magoni e Ferruccio Spinetti è un concentrato di vero talento, con un pizzico di follia. Lo si è visto subito, dai primi incredibili acuti di Petra e dai suoni graffianti di Ferruccio, che il duo ha delle doti fuori dal comune.
“Musica Nuda”, il nome del loro tour, ma anche del loro album, è un progetto che vuole mostrare come si può riprodurre musica partendo da una voce e da un contrabbasso soltanto, immaginando il resto degli arrangiamenti e servendo il tutto con una buona dose di fantasia e divertimento.
Lei, Petra, bravissima cantante, eclettica per natura, passata dal conservatorio e dalla musica antica al pop e all’Arezzo Wave, per poi approdare al jazz, incontra Ferruccio, il raffinato contrabbassista degli Avion Travel e insieme danno vita ad uno spettacolo ironico e sperimentale, da vedere e da ascoltare.
Si tratta di semplici canzoni, dal pop internazionale alle melodie del ‘600, dal rock alle canzoni popolari italiane: così passiamo da Roxanne dei Police a Prendila così di Battisti, da Blackbird dei Beatles a Monteverdi. Ma gli scettici si possono rassicurare: non si tratta di semplici cover. Petra e Ferruccio prendono un qualsiasi pezzo e lo smontano, lo rielaborano, ci scherzano sopra e lo ricostruiscono a modo loro, aggiungendo un po’ di punk e di effetti elettronici qua e là.
Coinvolgendo abilmente il timido pubblico di Gorizia, il duo ha saputo offrire due piacevoli ore di buona musica, ma anche di suoni ed effetti insoliti, momenti ironici e autoironici, sorrisi ed emozioni.
Ciò che colpisce di più di questa coppia fuori dal comune, al di là delle sorprendenti doti canore di lei e dalla innata bravura di lui, è la capacita di giocare con le note e con le parole, di creare, inventare e sperimentare nuovi linguaggi, per farci sentire quanto di nuovo può ancora darci la musica.

Agnese Ortolani

Al Deposito Giordani le Finali dell’Arezzo Wave per il FVG.

La Fondazione Arezzo Wave Italia ha organizzato per il ventesimo anno consecutivo l’ormai famoso concorso nazionale per band composte da giovani artisti, che si sfidano prima a livello regionale per poi approdare, se selezionati, alla finale che si svolge a Firenze nel mese di luglio. La corrente edizione differisce dalle numerose che l’hanno preceduta non solamente per il nome, che è stato modificato da “Arezzo Wave” in “Italia Wave Love Festival”, ma anche per la location conclusiva della competizione, che appunto sarà il capoluogo toscano, non la città di Arezzo. Il regolamento, invece, non cambia: i gruppi locali hanno come referente la sede fAWI della loro regione di residenza, alla quale devono inviare un cd con loro brani originali. Sulla base di questo supporto audio, la Giuria sceglie 12 band, provenienti dalle diverse province, e le ascolta dal vivo in tre serate. Per quanto riguarda il Friuli Venezia Giulia, le performance hanno avuto luogo, durante il mese di febbraio, al Deposito Giordani di Pordenone, locale che da parecchi anni è divenuto uno dei centri aggregativi più frequentato dai giovani del territorio e che ha ospitato anche molti artisti di calibro nazionale e internazionale. La Giuria regionale del fAWI era composta quest’anno da Max Lewis (responsabile regionale Italia Wave FVG), Michele Putignano (responsabile regionale Italia Wave FVG), Ricky Marzola (Rototom), Stefano Luperti (September 11), Manuel Baldassarre (componente degli “Helkann Henudo”, vincitori della passata edizione del Festival), Lisa Rizzo (“Il Gazzettino”). Terminata la fase preliminare, la Finale regionale, svoltasi sabato 10 marzo 2007, ha visto confrontarsi quattro band, che hanno suonato ognuna per 20 minuti circa, cercando di conquistare il biglietto per un sogno nella prossima estate. Per ogni regione viene ammessa alla gara conclusiva una sola band, con l’unica eccezione di Lombardia, Toscana e Campania, le quali hanno la possibilità di inviare a livello nazionale ben due rappresentanti.
I primi a salire sul palco del Deposito Giordani sono stati gli “Enrico Berto”, gruppo che presentava brani in italiano, molto orecchiabili, con degli sprazzi simili al punk più melanconico dei Verdena.
La performance successiva è stata quella della band reggae “Mellow Mood”, composta da giovani del luogo, che hanno saputo animare l’intero pubblico grazie a canzoni ballabili, e allo stesso tempo hanno stupito per le loro capacità musicali, essendo una formazione giovanissima. L’impressionante voce del cantante-chitarrista, dal timbro fortemente somigliante a quello di Bob Marley, ha condotto le danze con piglio esperto e senza esitazioni, mantenendo alta la partecipazione della gente a tutti i brani, cantati interamente in inglese.
Il terzo gruppo era invece un trio spilimberghese dal nome molto provocatorio di “Pussy for President”, che si è presentata come “amante del Rock and Roll” e nel segno di questo genere musicale ha proposto le sue canzoni tutte in lingua inglese, dal ritmo veloce e sfrenato.
Come ultima, si è esibita la band triestina dei “Trabant”, un quartetto dai suoni elettro-rock, con spunti vagamente somiglianti agli scozzesi Franz Ferdinand. La loro performance è stata quella che ha movimentato maggiormente la folla sotto il palco, composta anche da parecchi fan del gruppo, che si è agitata al ritmo dei brani. Le canzoni hanno fatto presa sul pubblico ed evidentemente hanno convinto anche la Giuria, che infatti, dopo un consulto durato circa mezzora, ha decretato la classifica ufficiale delle Finali, che vedeva al quarto posto gli “Enrico Berto”, al terzo i “Pussy for President”, al secondo i “Mellow Mood” e in cima al podio proprio i “Trabant”.
Ora la registrazione della loro esibizione al Deposito Giordani verrà inviata alla sede nazionale del fAWI e lì ascoltata assieme ai demo delle altre regioni; solo tra qualche mese si saprà se il gruppo si presenterà al pubblico toscano nelle prime serate del Festival, che inizia il 17 luglio, oppure nel weekend del 21-22 luglio. In questo secondo caso, la band suonerà tra le migliori cinque e si esibirà nel main stage, palco riservato ai grandi ospiti internazionali e nazionali della manifestazione, facendo loro da spalla; mentre, qualora l’esibizione sia programmata negli altri giorni della settimana, il gruppo dovrà sfruttare l’occasione per farsi conoscere, non potendo mirare al primo premio, consistente in una borsa di studio di 1.000€ e nella possibilità di far parte del cast di “Arezzo Wave on the rocks 2007”, la tournée delle band di Arezzo Wave. Le migliori 10 formazioni comunque parteciperanno con un proprio brano alla Compilation Ufficiale del Festival e il miglior gruppo di ciascuna regione avrà a disposizione gratuitamente due giorni negli studi di registrazione convenzionati con la fAWI. In ogni caso, un palcoscenico come quello toscano permette senza dubbio una chance a livello nazionale per essere notati e apprezzati e magari uno spiraglio per una maggiore popolarità futura.

Michela Francescutto

Con Phil Collins l’unione di tribale e melodia per creare l’emozione

Rumori lontani, echi. Improvvisamente partono congas, timbales e bonghi. Ritmo e volume salgono e con essi la tensione. Poi, tutt’un tratto, lo scoppio delle altre percussioni. Gli archi iniziano il loro trillo lontano, ma teso e piuttosto acuto; i corni e gli strumenti gravi caricano l’aria di ansia e paura. C’è un cattivo che si aggira per la jungla: ha già colpito. Forse ancora colpirà…

Sembra la descrizione di un triller, vero? E invece è una traccia della colonna sonora di “Tarzan”, il cartone animato firmato Walt Disney uscito nelle sale di tutto il mondo nel 1999. Anzi, ad esser precisi è “Two worlds“, la canzone scritta da Phil Collins e da lui non solo cantata in più di venti lingue diverse, ma addirittura suonata: sue sono la batteria e molte percussioni che si sentono nella versione originale. Un omaggio alla sua passione e allo strumento che, ai tempi dei “Genesis”, l’ha reso famoso in tutto il mondo.

“Two worlds” (in italiano titola “Se vuoi“), è una canzone speciale, dal messaggio profondo e forse per questo più adatto a questo periodo dell’anno, in cui ognuno esce dalla propria routine per guardare là dove la vita è spesso violata. Rappresenta bene l’esordio del film, il momento tragico in cui il cucciolo d’uomo Tarzan perde mamma e papà e un dolce gorilla femmina perde il proprio piccolo a causa dello stesso nemico. Da questo tragico evento, infatti, proprio come recita la canzone, due mondi si toccheranno e scopriranno che, a dispetto di quanto progresso e pregiudizi dicano o facciano, le diversità possono ancora convivere pacificamente.

E che dire di “You’ll be in my heart” (in italiano “Sei dentro me“)? Altra canzone del film, forse più celebre, uscita dalla penna di Phil Collins e Mark Mancina (quest’ultimo ha creato gran parte della colonna musicale), momento in cui una mamma scopre che può essere tale anche nei confronti di un figlio che non ha il suo stesso aspetto…

Meno note sono invece “Son of man” (“In tuo figlio“), in cui un cucciolo cercherà di conquistare l’affetto di un padre che non si sente più tale e “Strangers like me” (“Al di fuori di me“), che accompagna l’avvicinamento fra due anime tanto simili quanto in apparenza lontane.

Forse vi sarà già capitato di ascoltare una colonna sonora prima di aver visto il film a cui essa fa da cornice. A me capita spesso ed è andata così anche con questa colonna sonora, che credo sia speciale non solo per le tematiche che toccano canzoni e film in sé, ma anche per il collegamento con l’esotico che scatta appena si sentono le prime battute.

Se non avete visto il cartone animato, beh, vi consiglio di guardarlo, soprattutto ora che è quasi Natale e tutti hanno voglia di sentirsi più buoni. Se già l’avete visto guardatelo di nuovo e ascoltate bene le canzoni. Scoprirete che, in fondo, parlano di tutti noi.

Ius Isabella

“E’ il tuo cuore che ti sta parlando. Se vuoi, lo sentirai. Lascialo decidere, non ti deluderà.”

Se vuoi, P. Collins

Guardo la mia copia di Mellon Collie. È completamente consumata. I due dischi che compongono l’album sono rovinati e saltano, se provi ad inserirli nel lettore. Il libretto è sgualcito, ne mancano alcune pagine. E non so quante volte ho dovuto sostituire la custodia, che si era rotta. La mia copia di Mellon Collie è stata la compagna della mia adolescenza e adesso la serbo con la massima cura, come una reliquia. Per anni, è stata la mia unica musica, in qualsiasi momento della giornata. Per anni, ha rappresentato il metro con cui valutavo ogni altro disco. Per anni, è stata la parte migliore di me.

Mellon Collie and the Infinite Sadness è un’opera che in effetti nasce con questa ambizione: divenire universale. Il modo stesso in cui è strutturata ne dichiara l’intento. La scelta di dividere le canzoni in due dischi (rispettivamente “Dawn to Dusk” – dall’alba all’imbrunire – e “Twilight to Starlight” – dal crepuscolo alla luce stellare) è una precisa e cosciente scelta stilistica, non mera sovrabbondanza di tracce. Il giorno e la notte, come gioia e tristezza, gioventù e vecchiaia.

Parallelamente, questo lavoro spazia in tutti i generi della musica moderna. Le sue canzoni sono una summa maestosa di tutto ciò che è stato fatto dagli anni sessanta ad oggi: dal rock alla psichedelia, dagli arrangiamenti orchestrali all’heavy metal, dal grunge al progressive, in un caleidoscopio di sentimenti.

Il pianoforte introduce “Dawn to Dusk”, che prosegue con “Tonight, Tonight”. Le atmosfere eteree e sognanti di questi due brani però lasciano subito il posto a quattro pezzi molto più duri, che vanno a formare un vero e proprio climax fino alla rabbiosa “Bullet with butterfly wings”. Le canzoni continuano ad oscillare tra quiete acustica e distorsioni, fino alle atmosfere psichedeliche di “Cupid de locke”, che conducono a quattro capolavori: la ballata di “Galapogos”; la cavalcata elettrica di “Muzzle”; “Porcelina of the vast oceans”, l’apice di questo disco, che ne racchiude in nove minuti tutta la poesia e le tinte; e infine”Take me down”, troppo spesso sottovalutata.

La seconda parte, “Twilight to Starlight”, si tinge di sfumature più cupe. Ad un primo ascolto, questo disco sembra più debole rispetto al primo, complice la (relativa) scarsezza di singoli di successo (a parte “Thirty-three” e “1979”). Ma, passaggio dopo passaggio, la bellezza della sua disperazione aumenta. Si arricchisce di episodi che all’inizio erano passati in sordina: “In the arms of sleep”, “Thru the eyes of ruby”, “Stumbleine”, “x.y.u.”, “By starlight”. La musica lentamente volge alla conclusione, affidata al pianoforte in coda a “Farewell and goodnight”, che sembra ricondurre l’ascoltatore sulle note di inizio.

Mellon Collie è un lavoro monumentale. Più di due ore di musica, frutto dell’apoteosi di un genio (quello del leader Billy Corgan) al culmine della sua creatività. La copertina, i disegni, e – soprattutto – i video dei singoli estratti (a mio parere il vertice ineguagliato in questo campo) comunicano immediatamente l’ambizione ed il reale significato, romantico e tragico, di questo album. Una reale antologia di generi, che – pur essendo spesso agli antipodi – riescono a coesistere, a sposarsi in un’unica, gigantesca creatura, che appare sempre come un insieme coeso ed armonico. Un continuo gioco di specchi, dove ogni accordo si stende in uno sfondo di vuoto esistenziale, di malinconia e infinita tristezza.

Rodolfo Toè

Piccolo tour nell’affascinante musica del Paese del sol levante

Un uomo solo, in piedi, guarda dall’ampia finestra la città di Tokyo che imbrunisce con il cielo. La pioggia riga il vetro, e confonde così le sue lacrime. Pensa chissà a cosa…

È stata questa l’immagine che per tanto tempo mi si è presentata alla mente ogni volta che ho ascoltato il pezzo che compare sotto il titolo di “Merry Chistmas Mr. Lawrence” nell’album “1996” di Ryuichi Sakamoto. Forse perché in quei suoni, così acuti e di difficile esecuzione (soprattutto per un duo di violino e pianoforte), mi appariva una melodia che sembrava mettere a nudo l’animo e invitare alla riflessione.

Non sapevo che, in realtà, questa musica era parte della colonna sonora di un film omonimo del 1983 ambientato in un campo di concentramento nipponico durante la seconda guerra mondiale. Non immaginavo neppure lontanamente che quelle note, a cui da sempre ho associato il Giappone, nascevano dalle ultime parole del film, che si ponevano non solo fra due uomini, ma anche fra due differenti culture.

Sakamoto, musicista giapponese nato a Nakano nel 1952, ha avuto il suo momento d’oro negli anni ’80, soprattutto grazie a “Merry Christmas Mr. Lawrence”, ma la sua musica è ben più varia e scorrendo i suoi album si possono trovare gli stili più disparati: dal techno-rock dei primi anni, in cui era tastierista della Yellow Magic Orchestra, al pop elettronico; dal jazz orchestrale e le suites minimaliste dell’album “Illustrated Musical Enciclopedia” (1984), in cui si fa chiaro il suo obiettivo di fondere musica occidentale e sensibilità orientale, fino all’esplorazione dell’elettronica contemporanea degli ultimi anni.

Mi piace però ricordarlo soprattutto per le sue bellissime colonne sonore: oltre alla già citata “Merry Christmas Mr. Lawrence”, ci sono anche i film di Bertolucci, come “Il Piccolo Buddha” o “L’ultimo Imperatore” che, tra l’altro, gli valse l’Oscar. E infine le collaborazioni con importanti artisti come David Sylvian, Iggy Pop, David Bowie e David Byrne, solo per citare quelli a noi più noti.

Non so se si possa definire multiculturale o sperimentalista; quello che so di per certo è che la musica di Sakamoto riesce a tracciare, nella mente di chi la ascolta, delle immagini che cambiano e si susseguono come i fotogrammi di una pellicola cinematografica. Se non amate rinchiudervi in un unico stile ma vi piace spaziare, forse troverete nelle sue composizioni ciò che fa per voi.

Isabella Ius

“In testa ho una specie di mappa culturale, che mi permette di trovare analogie tra mondi diversi”

Da un po’ d’anni a questa parte le radio trasmettono sempre la stessa musica. È una cosa chiamata playlist, un espediente delle compagnie musicali per pubblicizzare i loro protetti. Sfortunatamente le grandi compagnie puntano a massimizzare le vendite, e a questo scopo operano una selezione di musiche e testi, scegliendo quelli che possano piacere ad un pubblico vasto. Questo porta inevitabilmente ad una desolante banalità, ma fortunatamente il mondo informatizzato in cui viviamo ci fornisce un buon numero di alternative all’ottusità dell’industria discografica mainstream. Jonathan Coulton è la mia ultima scoperta, un ragazzo americano dalla voce dolce e dalla mente bizzarra, esponente di punta della cosiddetta geek music, musica per sfigati. Nelle sue canzoni la ballata melodica e il soft-rock accompagnano testi surreali ed esilaranti: in I Crush Everything dà voce ad un calamaro gigante solo e depresso, mentre Mandelbrot Set è l’elogio dell’inventore della teoria dei frattali. De-evolving affronta il dramma di un uomo che assiste impotente alla propria trasformazione in scimmia, e The Future Soon ci immerge nei sogni di un ragazzino alienato che aspira a costruire un esercito di robot guerrieri. Coulton ha anche un lato più apertamente sarcastico, e con I Feel Fantastic disegna un impietoso ritratto della moderna cultura degli psicofarmaci, mentre I’m a Mason Now prende come bersaglio l’arrivismo sul lavoro. Ma il suo capolavoro è probabilmente Skullcrusher Mountain, la strana e goffa serenata di un genio malvagio da film di serie B. “Ho fatto per te questo mostro mezzo scimmia e mezzo pony” canta il villain innamorato, “ma ho la sensazione che non ti piaccia. Perché gridi tanto? Ti piacciono i pony, ti piacciono le scimmie, forse non ti piacciono i mostri? Oppure ho usato troppe scimmie? Non ti basta sapere che ho rovinato un pony per farti un regalo?” Straordinarie sono anche Ikea (probabilmente la prima canzone dedicata alla catena di mobilifici svedese e al rapporto di odio-amore che ci lega ad essa) e Re: your brains, un surreale dialogo tra un due impiegati durante un invasione di zombie.

Finora Jonathan Coulton ha inciso tre dischi (Our Bodies, Ourselves, Our Cybernetic Arms, Smoking Monkey e il meraviglioso Where Tradition Meets Tomorrow), ma temo che sia piuttosto difficile trovarli nei negozi. Fortunatamente è possibile ascoltarli gratuitamente su www.jonathancoulton.com. Gratuitamente perché il Nostro crede fermamente nel “dare via roba come strumento di autopromozione”. Chiunque dovesse apprezzare le sue canzoni potrà poi scaricarle permanentemente al prezzo simbolico di un dollaro.

Luca Nicolai

 

 

 

 

 

 

Lo sentite nell’aria, non appena cominciate a scendere i gradini. Prima ancora del buio, del fumo denso, dell’odore di tabacco. E’ lui, non potete sbagliarvi. Inconfondibile, magnifico, inimitabile. Quelle note calde, avvolgenti, a tratti così malinconiche, a tratti così sensuali. La sua voce è come un bacio, vi accarezza dolcemente la pelle. La sua tromba è un amplesso, suona dentro di voi. Avete forse sentito qualcun altro suonarla in questo modo?

Ecco, iniziate a scorgerlo tra le teste che riempiono il locale. Bellissimo, come sempre. Suona verso di voi, il pianoforte nero alla sua destra. Dalla sua tromba esce una melodia divina. Come se il jazz non fosse mai stato suonato prima. Non in quel modo. My Funny Valentine. Semplicemente stupenda. Lui ha il dono di sussurrarvi l’amore all’orecchio come non può farlo nessun altro. Non potete non innamorarvi, è ovvio.

C’è Chet, e poi vengono tutti gli altri.

 

Chet Baker, nato nel 1929 in Oklahoma, è stato uno dei migliori musicisti jazz del secolo scorso. Ha conquistato l’Europa negli anni ’60, dopo aver vinto un’audizione con Charlie Parker nel ’52 e aver ottenuto un successo notevole con il suo quartetto. Così inquieto, così sregolato, così geniale. La fatidica caduta dalla camera del suo hotel, ad Amsterdam, nel 1988, mentre era sotto l’effetto di quell’eroina di cui non poteva fare a meno, ha messo fine alla sua vita turbolenta. E con quella caduta se n’è andato un talento irripetibile nella storia del jazz. Non c’è molto da dire, bisogna ascoltarlo: è un’esperienza che va provata. Let’s get lost, I fall in love too easily,
Isn’t it romantic?,
Time after time, sono solo alcune briciole delle sue migliori interpretazioni.
Chet sapeva suonare splendidamente, ma soprattutto sapeva emozionare. E lo fa ancora. Come nessun altro al mondo.

 

Agnese Ortolani

Dalla Bosnia tutto il fascino della musica balcanica

Un piccolo villaggio ebraico fugge la follia hitleriana e affida le sue speranze a un treno che corre verso il fronte russo, un train de vie, accompagnandosi con danze dal sapore antico e accogliendo un popolo, i Rom, rimasto senza terra. Una artista fugge la follia di una guerra fratricida e affida la propria vita a una musica che, come un treno dei ricordi, profuma di Balcani e di speranza che fatica a sopravvivere. È sempre la stessa mente melodica dietro a queste immagini: Goran Bregović.

Nato nel 1950 da madre serba e padre croato, cresciuto nella Sarajevo multietnica prebellica, Goran si è avvicinato alla musica attraverso il violino a cui però ha preferito la chitarra, la quale lo ha portato, appena quattordicenne, ad inserirsi in rock
bands e a fondare poi, nel 1974, il gruppo che l’ha reso uno dei più famosi artisti slavi, i Bijelo Dugme (Bottone Bianco), scioltosi nel 1989. Forse può stupire questo suo passato, ma, come lui stesso dice, il rock “…era un modo per esprimere il malcontento senza finire in galera…”.

Poi è venuto il turno dei films, fra cui quelli firmati Kusturica, suo concittadino, come Il tempo dei gitani (1989), Arizona Dream (1993), Underground (Palma d’Oro al Festival di Cannes 1995), di cui ha composto le colonne sonore, un mix di temi zigani e slavi mescolati ai suoni caldi degli ottoni. Musiche particolari, lontane, che fanno venir voglia di ballare.

Infine la svolta: la creazione, nel 1995, della Orchestra per i matrimoni e funerali, con la quale ha ripreso a suonare musica dal vivo. A causa dei problemi logistici derivati dalle dimensioni (120 musicisti sul palcoscenico!), l’orchestra è stata ridotta a 50 elementi, ma non ha certo perso il suo carattere: Goran, infatti, ha continuato a infiammare le folle durante i suoi concerti e ha persino organizzato, all’inizio del tour italiano del 2000, un “Grande matrimonio a Palermo”, per la festa di S. Rosalia del 14 luglio, in cui ha riunito musicisti provenienti da Belgrado, Sofia, Budapest e Istanbul. Perché l’essenziale sta nell’originalità!

E proprio all’insegna dell’originalità, Goran ha deciso di occuparsi anche di teatro e lirica, scrivendo, ad esempio, una nuova versione della Carmen presentata nell’aprile 2004 a Trieste: La Karmen di Goran Bregović con lieto fine, in cui, finalmente, scompare il tragico epilogo. Una speranza che torna a fortificarsi, come quella che accompagna l’ex Jugoslavia verso il futuro.

 

Ius Isabella

elan_isa@hotmail.it

 

 

“E’ molto romantico pensare che noi artisti possiamo cambiare le cose. Purtroppo, però, la storia della Jugoslavia la fanno i soldati, non i musicisti”.

E’ stato quasi per caso che mi sono ritrovata a lavare il pavimento di una cucina sporca, con la mia migliore amica, in una mattina di sole di un paio d’anni fa, ascoltando i Belle and Sebastian. Mi aveva detto che erano forti e così me li ha fatti ascoltare, tra una chiacchiera e l’altra. E’ stato quasi un colpo di fulmine, credo. Una melodia così fresca, un po’ retrò ( ho pensato subito ai Beatles, a Simon & Garfunkel ma nello stesso tempo era tutta un’altra cosa), una voce timida dalla grazia disarmante. La sensazione che ho avuto allora, ascoltandoli per la prima volta, è in parte diversa da quella che provo ora, conoscendo i testi, essendomi affezionata ai loro brani, ma ciò che mi capita sempre, appena sento diffondersi le note delle loro canzoni, è di sentirmi catapultata in un mondo parallelo in cui i suoni e i colori rimbalzano mettendomi di buon umore, facendomi sentire in pace con me stessa.
Ma è meglio parlare di loro…
I Belle and Sebastian sono un gruppo scozzese nato a Glasgow nel 1996 grazie ad un progetto di Stuart Murdoch che, dopo aver frequentato un corso di musica professionale all’università, pensò di mettere insieme una band composta da studenti del college per registrare un album. In realtà la cosa andò oltre l’idea di un semplice progetto, e divennero una band vera e propria.
un folk-pop dolce e delicato per altri un indie pop

Ci sono artisti silenziosi, che entrano nella vostra vita in punta di piedi, perché vogliono darvi la possibilità di scegliere se volete ospitarli o meno nel vostro mondo. Che preferiscono farsi trovare da chi li cerca veramente, piuttosto che da chi divora qualsiasi cosa offra il mercato. Ci sono talenti nascosti che sanno farsi apprezzare da quelli che sono disposti ad andare oltre ai soliti ritornelli, alle frasi d’effetto, alle melodie comuni. Non è sempre facile scovarli, ma una volta che li trovi, il più delle volte è amore puro. Perché racchiudono quel pizzico di fantasia e originalità ( e spesso una tale profondità), che riescono ogni volta a stupirti. Come se lavorassero sotto la superficie delle cose ( sì, per fortuna c’è ancora qualcuno che lo fa).
Voglio proporvi quelli che ho avuto la fortuna di incontrare lungo la strada ( grazie a riviste musicali, passaparola, o consigli di amici- decisamente i più utili ) in questo piccolo angolo del nostro giornale. La scelta degli artisti sarà sicuramente soggettiva e parziale, saranno solo piccoli pezzi di un puzzle molto più vasto di quanto possiamo immaginare, ma mi auguro che insieme ( io e chiunque altro voglia farlo) potremo far conoscere qualche voce fuori dal coro che vale davvero la pena di ascoltare.

Opera concettuale, basata sull’assenza, Wish You Were Here è dedicato al primo leader e fondatore del gruppo, Syd Barret, allontanato (o meglio abbandonato) per problemi psichici legati all’abuso di lsd. Una scorsa al libretto interno chiarisce il senso delle canzoni, per l’immediatezza delle immagini: un uomo che brucia, un velo sospinto dal vento, un nuotatore nel deserto, un tuffatore che penetra le acque senz’alcuna increspatura. Il vuoto, l’immobilità divengono visivi.

Pink Floyd - Wish You Were Here CD (album) cover

Questo disco chiede tempo. I brani hanno una struttura complessa, non si esauriscono in pochi attimi. L’inizio, Shine On You Crazy Diamond, è un lento adagio di tastiere. Musica che muta in paesaggi: prati in nitide giornate d’autunno, spiagge deserte. I Pink Floyd non sono mai stati musicisti. Piuttosto, dei pittori. Il brano si carica dei toni dell’elegia, canta giovinezza e vitalità perdute. Il suo finale è in dissolvenza, sfuma e si trasforma nella cupa atmosfera claustrofobica di Welcome To The Machine. Sorge un senso d’amarezza. Disillusione. La tensione di chitarre e tastiere, fisse su pochi accordi minori, sembra comunicare il nulla che abbiamo in mano. Poi s’odono risate. Rumori e suoni di festa, gente che sta bene, ride, si diverte. E’ Have A Cigar. Siamo maschere sorridenti. La vacuità e l’inutilità di ciò che otteniamo ogni giorno, “consumandoci fino alle ossa”, sono messe a nudo. Il brano successivo, Wish You Were Here, è forse il più conosciuto del gruppo. La solitudine è tutta qui, un giro di chitarra acustica senza nient’altro, incredibilmente intimo. Il senso della mancanza sopprime ogni altra emozione, la annega. Vecchie foto, memorie, il passato che ritorna. Frasi cancellate con noncuranza ma che si riescono ancora a leggere. Il ricordo di chi non si può raggiungere. La distanza, che non è solo temporale e materiale, ma anche emozionale, la consapevolezza che non torneremo mai come eravamo. Il dolore di avere rinunciato a tutto per inseguire fantasmi, sogni irrealizzabili e fantasie, bisogni indotti. ‘We are just two souls swimming in a fish bowl/running over the same old ground/what have we found?/The same old fears/wish you were here’. Gli ultimi accordi scemano e su di essi si posa il rumore del vento. Tutto passa, svanisce, si consuma. Dal nulla riemerge la seconda parte di Shine On You Crazy Diamond, lunga coda all’intera opera. E improvvisamente, negli ultimi minuti di questo disco s’intravede uno spiraglio di sole. La tastiera torna ad occupare l’intera scena, conferendo circolarità alla musica. Il motivo conclusivo, da lugubre, si carica di una singolare solennità, di nuovo s’aprono spazi di luce ed aria, trapela un accenno di ottimismo. Non rimango con l’amaro in bocca, il finale consola e tranquillizza, placa la tristezza dei minuti precedenti, mi appaga. Come sempre, quando finisce, non sento il bisogno di ascoltare altre canzoni. La mia mente è pulita, quasi come se fosse parte integrante della canzone stessa il silenzio che la segue. E’ come il risveglio dopo un lungo sonno profondo. La capacità visionaria di questa musica sorprende. E’ sognante, avvolgente, a tratti impalpabile come il velo raffigurato nel libretto interno, a tratti ossessiva, pesante. La bellezza non è nella singola canzone, ma nella totalità del disco. Da ascoltare in solitudine, dall’inizio alla fine, possibilmente seduti alla finestra, gli occhi fissi al cielo

Rodolfo Toè

“Primo maggio sì, ma con noia
Rumori di guerriglia per le strade
E, sotto i colpi, vuota”
G. L. Ferretti

Il concerto del primo maggio a Roma: un evento che prima di tutto vorrebbe essere politico, cioè della gente. E lo è per davvero. Arrivo in serata (sul palco stanno finendo di suonare i Baustelle) e sembra di assistere ad una dimostrazione di piazza. La risonanza mediatica dell’evento è notevole e la sua gratuità fa il resto: si parla di ottocentomila giovani. Il colpo d’occhio è stupefacente. Ammutolisce. Disorienta chi, come me, ritrae anche idealmente questa folla provando a sperare che sia tenuta insieme da qualcosa di più di una bandiera o di una maglietta con slogan triti, sbiaditi, concepiti alla scrivania di esperti di marketing – non sulla strada. Perché anche questo è chiaro: non si sta condividendo un sogno. La mia generazione mai avrà una sua Woodstock. E’ rimasta senza un progetto. Senza un’Utopia da fare propria. Rimane solo l’opposizione, in qualche caso quasi fine a se stessa, nei suoi eccessi.
Alle otto – dopo una pausa di circa un’ora – ricomincia la musica. Appare chiaro che non basteranno i pasticci di un’organizzazione approssimativa nell’amplificazione e nei maxischermi; la piattezza di un presentatore di mediocre talento come può essere Bisio; non basterà l’imbarazzo generale di sentire i segretari dei tre maggiori sindacati italiani arrabattarsi sulle note di ‘Viva l’Italia’ di De Gregori; non basterà tutto questo a narcotizzare la voglia di divertirsi del pubblico.
L’apertura, affidata a Skin, lascia fredda la folla che probabilmente avrebbe preferito uno sposalizio più duraturo tra la cantante e gli Skunk Anansie, e questo nonostante le sue indubbie qualità canore. Cominciamo a scaldarci con Caparezza e la sua satira contro l’uomo medio. Qualcuno inizia a saltare (finalmente) e a cantare. Più incisivo ancora è Piero Pelù, che conclude la sua performance con una ‘Il mio nome è mai più’ che in bocca a piazza San Giovanni pare innalzarsi come un inno. E lo spettacolo raggiunge il suo apice: Ligabue porta il suo rock da stadio nell’ambiente a lui più congeniale, si diverte – si vede – come il pubblico; Roy Paci ci rinfresca con il suo ska mediterraneo (abbozzando anche una ‘Bella Ciao’ con la sua tromba) e i Negramaro sembrano essere qui per ricordarci – complici le urla isteriche delle ragazzine presenti – che questo sottoprodotto popolare, un ibrido tra boyband e chitarre elettriche, ha sempre un successo comunque troppo grande entro le mura di casa nostra. Un momento di disorientamento generale accoglie Alex Britti, completamente estraneo al clima dell’avvenimento (come un pesce fuor de la vasca…), e che sicuramente avrà provocato qualche risata più dell’intermezzo caricaturale su Carmen Consoli. Si tira un sospiro di sollievo quando finalmente è la volta di Vinicio Capossela. Barbarico, viscerale, sembra uno sciamano che si agiti con le sue maschere. E’ ossessivo per ritmi ed immagine, geniale. Roma lo accoglie come un grande artista e gli tributa applausi che a ciò sanno di rendere merito.
Non rimarrò per il resto dello spettacolo. Mi allontano veloce, supero comitive di giovani stanchi e assonnati, attraverso i viali lasciandomi alle spalle bancarelle di magliette, souvenir e panini, lasciandomi alle spalle il primo maggio. In metropolitana sembra già lontano. Rimane impressa negli occhi e nella mente la sensazione di festa. Della gioia collettiva di chi gode come se per una volta potesse farsi ascoltare grazie al volume degli amplificatori. Come se davvero un semplice microfono potesse bastare.

Rodolfo Toè

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