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http://www.bora.la: è on-line il nuovo quotidiano euroregionale

Questo articolo è una marchetta. Lo dico subito, così ci togliamo il pensiero: andate a leggere http://www.bora.la. E però, se avrete la pazienza di arrivare fino in fondo, forse concorderete che questa marchetta un minimo di senso ce l’ha, perlomeno qui e ora.

Bora.la era un blog, che il genialmente paranoico Enrico Maria Milic e la sempre adorabile Annalisa Turel- tuttora direttrice di Sconfinare- hanno pensato bene di trasformare in quotidiano. Non prima, però, di aver unito le forze con Gorizia Oggi.

L’obiettivo, ambizioso quanto si vuole, è quello di creare il primo giornale on-line dedicato a queste terre. Ecco, quali terre? Non è una differenza da poco, visto che se qua da noi qualcuno dice doberdan anziché buongiorno, immediatamente si attribuisce alla scelta un valore politico. Allora Gorizia sì e Nova Gorica no? Invece ci sono sia Gorizia che Nova Gorica. E poi Lubiana (Lublijana! taljani fassisti!), Udine, Koper (iiihhh! Capodistria!), Monfalcone, Rijeka, Klagenfurt, Trieste e tutto quello che ci sta in mezzo. E, quando ci gira, facciamo pure un salto in Macedonia o in Baviera. Saremo mica comunisti? Saremo mica titini? E le foibe, eh, cosa ne pensiamo delle foibe? Perché si sa che, qui, i Quaranta Giorni sono il metro di tutto. S’ciavi contro taljani, fassisti e comunisti, pasta vs cevapcici. I campioni del mondo siamo noi, poporopopo.

Ecco, cordialmente, vaffanculo. Potremmo dire che la nostra linea editoriale si riassume in questa meravigliosa parola: vaf-fan-cu-lo. Le quattro sillabe della felicità. Il nostro direttore si chiama Enrico, come l’eroico Toti. E però di cognome fa Milic, che non rimanda proprio al dolce stil novo. Cos’è, italiano o sloveno? Chissenefrega. Sono astrusità, elucubrazioni, insicurezze esistenziali.

L’idea di fondo del sito è quella di concepire tutte queste terre come un insieme in relazione, giusto per non essere retorici. Il confine è solo una linea tracciata su una cartina, e grazie a dio adesso li stanno tirando giù. Restano, eccome se restano, delle frontiere mentali ben incancrenite. E’ essenzialmente contro di loro che si rivolge il nostro lavoro.

Poi, detto questo, devo pure aggiungere che il secondo assioma, tanto importante quanto il primo, è la massima libertà: sia per gli autori degli articoli che pubblichiamo, sia per i lettori che scelgono di commentarli. Non c’è nessuna forma di censura, se non per i messaggi apertamente violenti. Ecco, è capitato che qualcuno proponesse di bombardare Lubiana per convincere il governo sloveno della bontà del rigassificatore. Il Gandhi in questione non è stato pubblicato, ma rappresenta un’eccezione.

Cosmopolitismo e massima libertà, insomma. E anche, con un po’ di presunzione, la voglia di approfondire temi su cui, spesso, i media locali passano un po’ troppo in fretta. Ci piacerebbe svolgere delle inchieste, andare in giro, fare domande, rompere le balle. E poi pigliare per i fondelli chi si prende troppo sul serio. Parlare delle attività culturali. Dare spazio agli scrittori, ai musicisti, agli attori, a chiunque senta di avere qualcosa da dire. Creare un contenitore dinamico e caotico.

Ci piacerebbe, non è detto che ci riusciremo. Siamo all’inizio, bisogna avere un po’tutti pazienza. I problemi non mancano, a cominciare dalla cassa che piange come un bimbo di due mesi, o dall’organico necessariamente limitato. Noi ci proviamo. Que sera sera e speriamo che, alla fine, ne sarà valsa la pena.

Come nota a margine, e per dare un po’ di senso a tutta la marchetta, lasciatemi ricordare il legame strettissimo che esiste fra Bora.la (il “la” sta per Laos, giuro che non è uno scherzo) e Sconfinare. Le due realtà editoriali sono nate praticamente in contemporanea, su impulso di persone che nemmeno si conoscevano, pur condividendo molti degli obiettivi di partenza. Era naturale che la collaborazione si intensificasse. Di Annalisa s’è detto. Davide Lessi, uno dei tre fancazzisti che hanno concepito questo giornale, oggi è una delle anime della redazione triestina di Bora.la. Rodolfo Toè, satrapo della musica e recordman per numero di articoli pubblicati su Sconfinare, non fa mai mancare il suo pezzo on-line settimanale. E poi contribuiscono a vario titolo Emmanuel Dalle Mulle, Michela Francescutto, Davide Goruppi, Luca Gambardella, Francesco La Pia. Tutti sconfinati della prima redazione ora sparsi per l’Europa. Piccoli rompiballe crescono.

Un’ultima cosa: non cerchiamo solo lettori, ma anche autori, fotografi, disegnatori e idee: chiunque fosse interessato, batta un colpo a redazione.trieste@bora.la o redazione.gorizia@bora.la. Grazie. Mandi mandi.

Andrea Luchetta

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In questo periodo siamo andate più volte a visitare i ragazzi che soggiornano alla Caritas di Gorizia, ragazzi in attesa dei permessi, dello status di rifugiato politico o di protezione sussidiaria. Da mesi ormai a Gorizia si vedono girare sempre più ragazzi stranieri, la maggior parte africana, e molti di noi non sanno chi siano: alcuni li vedono come una minaccia per il proprio posto di lavoro, altri come dei malintenzionati venuti qui per delinquere ( e su questo i mezzi d’informazione danno un forte aiuto).  Loro sono qui invece per motivi molto diversi: c’è chi fugge da un paese in guerra, chi fa parte di una minoranza maltrattata nel proprio paese, chi cerca una via d’uscita da una vita piena di povertà, ma priva di prospettive. E’ per questo che abbiamo trovato giusto far descivere a loro stessi la loro storia, i loro sentimenti, perché crediamo sia il modo migliore per far capire che cosa c’è dietro l’”emergenza immigrati”.

Per motivi di riservatezza i nomi verranno cambiati, anche perché per molti di loro il procedimento inerente il loro caso è ancora in corso, e preferiscono non esplicitare e proprie generalità.

Mi chiamo Giovanni, ho 26 anni e vengo da un villaggio del Mali. Sono figlio unico, mia madre ha 56 anni, fa la casalinga e è sola. Nel villaggio facevo l’agricoltore e coltivavo il mango. Il lavoro era pesante ma lo facevo volentieri anche se non mi permetteva di guadagnare molto. Nel villaggio ci si conosce tutti ma la miseria è grande. Io non sono sposato, ma avevo una fidanzata che si chiama Chiara che ho dovuto lasciare in Mali per cercare una sistemazione migliore in Italia. Qui spero di trovare lavoro, ad esempio come operaio in fabbrica e con il tempo desidero ritornare a casa.

Qui a Gorizia sono ospite della Caritas con molti altri stranieri provenienti dal Mali come me, dal Niger, dall’Afghanistan. Sono arrivato in Italia otto mesi fa: sono partito dal Mali nel mese di settembre del 2008 con una macchina verso l’Algeria, da cui ho proseguito il mio viaggio con un’altra macchina fino in Libia. Dalle coste libiche sono partito su una barca insieme ad altre 74 persone e una volta arrivato a Lampedusa, dopo soli due giorni sono stato trasferito in aereo a Ronchi dei Legionarie successivamente a Gradisca d’Isonzo. Nel CARA di Gradisca sono rimasto sette mesi,e da un mese sono uscito e vivo grazie all’aiuto della Caritas. Nel frattempo sto aspettando il giudizio della Corte di Trieste in riguardo al mio caso; se il risultato dovesse essere negativo e io volessi ricorrere in appello, dovrei pagare più di 300 euro e io non li ho, anche perché il permesso di soggiorno che ho in questo momento non mi permette di lavorare.

Mi chiamo Ahmad e vengo dalla Turchia. Ho 26 anni e dopo un lungo e faticoso viaggio in camion sono arrivato in Italia. Il mio lavoro era di decorazione interna ed esterna delle case. Sarei rimasto volentieri in Turchia, lì avevo una fidanzata che si chiama Aynur ed è studentessa universitaria. La mia venuta in Italia è dovuta a seri motivi politici . Nella mia città natale  ho lasciato la mia famiglia composta dai miei due genitori e dalle mie tre sorelle . Spero di ottenere presto il permesso di soggiorno e di trovare un lavoro in Italia.

Mi chiamo Amadou, sono del Niger e sono in Italia da un anno. Sono arrivato dalla Libia con una barca fino a Lampedusa, poi sono stato trasferito al CARA di Gradisca e dopo qualche mese mi hanno fatto uscire e, in attesa della valutazione del mio caso da parte del Tribunale di Gorizia e poi di Trieste, sono stato accolto dalla Caritas di Gorizia. Sono ormai mesi che vivo qui a Gorizia, passando il mio tempo tra la Caritas, l’ufficio del mio avvocato e la Questura, e non ho mai perso la speranza di ottenere il mio permesso di soggiorno. Ora però ho ricevuto il secondo rifiuto della mia domanda, e per provare un’ultima volta ho bisogno di pagare l’avvocato, ma di soldi non ne ho.

Io vorrei avere un documento solo per poi spostarmi in un altro paese in Europa, magari in Inghilterra, oppure andarmene negli Stati Uniti a studiare, dato che ho capito che l’Italia non ci vuole e che non c’è lavoro per noi. Ma senza quel documento non posso spostarmi, se vado a chiedere il permesso di soggiorno in un altro paese europeo mi rimanderanno qui, dove mi hanno preso le impronte, e la storia ricomincerà da capo.

Il prete del mio paese mi ha sempre detto che le cose accadono sempre per un motivo, sia quelle belle che quelle che ci fanno soffrire: io accetto gli eventi brutti della vita, ma questa volta è difficile, ho lasciato tutto per venire in Europa, è da un anno che sto qui in Italia, bloccato da dei documenti che non mi vengono dati, e non ho alcun genere di prospettive. A questo punto preferirei che mi rimandassero a casa, ci metterei del tempo, ma me ne farei una ragione. Restare in questa situazione di incertezza mi snerva, non dormo più di notte, e anche di giorno il pensiero è sempre fermo ai documenti, a che si può fare per ottenerli. La mia mente non si ferma mai.

Voi ragazzi siete fortunati, potete studiare, muovervi in Europa, potete farvi un’istruzione che vi darà una vita migliore. Sarebbe bello se lo potessi fare anche io.

Leonetta Pajer

I ragazzi Ospiti della Caritas di Gorizia

Dal 6 al 12 maggio si è svolto a Gorizia il primo Festival Jazz “Ermi Bombi”, erede della tradizione del Gorizia Festival organizzato negli anni scorsi. Dedicato al jazzista goriziano Erminio Bomb, musicista molto noto nella zona e molto apprezzato anche a livello internazionale, il festival organizzato dal Comune di Gorizia è stato aperto da una serie di eventi musicali collaterali che hanno visto esibirsi ensemble jazz della zona. L’inaugurazione, avvenuta il 7 aprile presso il Teatro Verdi, ha avuto come protagonista un ospite d’eccezione, Lelio Luttazzi, musicista triestino di grandissima fama, accompagnato dal cantante e trombettista Guido Pistocchi, e seguito da Glauco Venier, jazzista udinese, accompagnato dal sassofonista Klaus Gesing.

Nelle serate successive si sono susseguite altre personalità di spicco del mondo jazz contemporaneo, come le Puppini Sisters, gruppo italo-londinese che ha ripreso lo stile swing del celebre gruppo degli anni ’40 Andrew’s Sisters, e il fisarmonicista di fama mondiale Richard Galliano, conosciuto per aver portato avanti sia la “musette”,la tradizione della fisarmonica francese, sia quella del tango di Astor Piazzolla.

Domenica è stata la volta del chitarrista enfant prodige Bireli Lagrene, che ha presentato il suo Gipsy Trio, la sua ultima fatica. Nato in Francia, proveniente da una famiglia di musicisti zingari, Lagrene ha iniziato a suonare da bambino all’età di 4 anni, le sue straordinarie doti musicali sono state scoperte poco dopo, tanto che già all’età di 13 anni venne definito come il successore di Django Reinhart, pietra miliare della musica gipsy. Dopo essersi avvicinato per qualche anno alla musica fusion, da metà degli anni Novanta Lagrene è tornato ad accostarsi al jazz più tradizionale e dal 2001 ha intrapreso un progetto di riscoperta e ripresa della musica gispy.

Durante concerto di domenica sera Lagrene è stato accompagnato dal chitarrista Hono Winterstein e, eccezionalmente, dal contrabbassista Jean Philippe Viret che ha sostituito l’infortunato Diego Imbert.

Il repertorio presentato durante il concerto ha toccato molti dei grandi musicisti del secolo scorso, da Cole Porter a Django Reinhardt da Charlie Parker a Sonny Rollins, rivisitati in chiave ovviamente gipsy, quindi con l’assenza delle percussioni, cosa che ha reso talvolta un po’ monotono il ritmo dei diversi brani. Diversi stili sono stati toccati, con brani dalle sonorità più latino-americane e altri dall’influsso rockeggiante, tutti accomunati dagli incredibili assoli che hanno reso famoso questo musicista. Nonostante la sua indiscussa   preminenza  musicale e scenica, Lagrene ha lasciato spazio anche ai compagni che hanno così potuto destreggiarsi in diversi assoli.

Grazie anche ad un pubblico come quello goriziano, sempre molto effervescente e con voglia di interagire con gli artisti, Legrene ha sfoderato una notevole ironia, trasposta nei virtuosismi dei suoi assoli.

Unica nota dolente del concerto è paradossalmente legata agli assoli del famoso chitarrista: l’eccesso di virtuosismi infatti si è spesso tradotto in un fraseggio poco comprensibile, a causa di un movimento rapidissimo delle dita sui tasti cha smorzava le note rendendole poco udibili.

L’eccessivo virtuosismo inoltre, ripetuto in ogni brano,risultava talvolta eccessivo e ridondante, rendendo alcuni brani un po’ troppo simili tra loro mentre in altri si è sentita venir meno l’unità musicale del gruppo, per esaltare invece la sola chitarra solista.

Ciononostante il pubblico goriziano ha apprezzato molto la performance, indubbiamente di altissimo livello, tanto che lo stesso Lagrene, alla fine del suo secondo bis è rimasto colpito dall’entusiasmo mostrato dal pubblico.

La manifestazione si è conclusa il 12 maggio in bellezza, con il concerto del gruppo vocale Take6, gruppo di fama mondiale, vincitore di ben 10 Grammy Awards.

Questo prim festival Jazz “Ermi Bombi” ha portato a Gorizia molti nomi internazionali di alto profilo, rendendo la città per qualche giorno centro musicale e culturale. Aspettando già il Festival del prossimo anno, si spera che più eventi di questo livello vengano organizzati nel corso dell’anno,in modo da rendere più interessante, attrattiva e conosciuta Gorizia anche ai turisti, agli appassionati di musica, facendo cos’ entrare Gorizia nel novero delle città dove la musica di qualità è benvenuta ed apprezzata.

Leonetta Pajer
leonetta.pajer@sconfinare.net

Gli ultimi giorni di maggio hanno visto un folto manipolo di studenti del SID, iscritti e simpatizzanti, partecipare al viaggio di visita presso le istituzioni europee organizzato dalla sezione goriziana del Movimento Federalista Europeo.

Il tour di cinque giorni ci ha visto raggiungere la città tedesca di Francoforte e quella francese di Strasburgo, dove hanno sede importanti organi comunitari.

Trascorsa una entusiasmante notte in autobus, la fredda e piovosa accoglienza della città sul Meno è stata mitigata dal benvenuto riservatoci presso la Banca Centrale Europea, nella quale dopo la visita guidata abbiamo assistito alla conferenza dei dott. Mazzaferro e Zisola sul ruolo e le funzioni della BCE, spaziando attraverso argomenti di più stretta attualità quali i rischi continente di fronte alla crisi economica e le risposte europee.

Dopo un lauto pasto e una breve visita della città sul Meno, ci siamo diretti oltreconfine verso la città di Strasburgo e il luogo di pernottamento per le successive tre notti: Munster, un piccolo comune alsaziano di 4000 abitanti con una pensione a conduzione familiare la cui capacità ospitante ha sorpreso tutti noi.

Il giorno successivo è stato dedicato alla visita libera della città, che per la sua identità biculturale è conosciuta come una delle capitali dell’Unione: dalla cattedrale gotica al centro storico della Grand Ile, patrimonio Unesco; oltre che, ovviamente, alla ricerca di qualche specialità alsaziana per i pasti e qualche svago serale.

Il viaggio è proseguito l’indomani, con la visita al Consiglio d’Europa, il tour guidato alla Debating Chamber dell’Assemblea e la conferenza sul ruolo di questa organizzazione internazionale, ancora troppo spesso sconosciuta, o peggio, confusa, con le strutture istituzionali dell’Unione Europea (il Consiglio Europeo). Questa organizzazione (di cui fanno parte, per intenderci, anche paesi come Russia e Turchia) ha lo scopo di promuovere l’identità culturale europea vegliando sul rispetto per i diritti e la democrazia, predisponendo e favorendo la stipulazione di accordi e convenzioni internazionali tra gli stati membri. Tra le istituzioni che dipendono dal Consiglio d’Europa, la Corte Europea dei diritti dell’uomo (CEDU).

L’ultima sera a Strasburgo abbiamo avuto modo di trascorrerla in compagnia dei giovani della sezione JEF (Jeunes Européens Fédéralistes), occasione di svago e di confronto sulle tematiche e le battaglie comuni che portiamo avanti nei rispettivi paesi.

Come ultima tappa del viaggio, la visita al Parlamento Europeo ci ha portato ad assistere dalle tribune a parte della seduta parlamentare dalla tribuna e all’entusiasmante e piacevolmente informale dibattito con la parlamentare europea uscente P. Napoletano, vice presidente del PSE e della Commissione esteri. Oltre al coinvolgente entusiasmo della nostra connazionale nel raccontare il funzionamento di una sessione plenaria e la sua personale esperienza politica, l’onorevole ci ha intrattenuto con il resoconto del recente viaggio a Gaza con la delegazione europea nei territori palestinesi colpiti dal recente conflitto.

Un viaggio che ora, a meno di un mese dalle elezioni per il rinnovo del parlamento, non poteva che risvegliare le coscienze europeiste di ciascuno di noi.

Matteo B. Lucatello
www.matteolucatello.it

Centinaia di richiedenti asilo passano per la città e diventano gli “invisibili della Caritas”. Reportage

A Gorizia è facile per uno studente sentirsi un po’ fuori luogo, le giornate sono appesantite da un ambiente un po’ spento e burbero. Le ferite di un confine opprimente sono riuscite a chiudere in sé stessa una città che la geografia e la storia hanno voluto ponte fra realtà diverse.

Per scoprire un angolo di mondo accogliente, sorridente e multiculturale, basta però fare un salto alla Caritas diocesana. Entrando non te l’aspetti, sei accolto da un ingresso in penombra e da odori che il naso non vorrebbe respirare. Presto però voci, volti indaffarati e accoglienti compaiono a ogni porta, e svanisce dal visitatore spaesato ogni senso di imbarazzo.

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Lo so, non è un discorso facile cui approcciarsi. Intanto, sgombriamo il campo dagli equivoci: non intendo fare un discorso tecnico, che è, per la gran parte degli studiosi, ormai chiuso. Difatti, già dal ’99 è in vigore una legge per il riconoscimento del Friulano come lingua (sottolineiamo, lingua) minoritaria, in applicazione del principio dell’art. 6 della Costituzione (‘La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche’). Non mi dilungherò di più sulle questioni giuridiche: fatto sta che il Friulano è stato riconosciuto come lingua dallo Stato italiano, e non voglio discuterne il merito.

Voglio, piuttosto, discutere l’uso che di questo riconoscimento se ne fa, e che ben possono intendere tutti coloro che hanno del Friuli un’idea da ‘esterno’, scevro da condizionamenti familiari e/o scolastici. Intendo dire che in Friuli esiste una sorta di ‘condizionamento ambientale’ per via del quale il Friulano è percepito come La lingua.

Ma partiamo da un po’ più lontano, e facciamoci una domanda. Quant’è importante la tradizione, oggi? E’ una questione cui ho già accennato, tra le righe, su questo giornale, e alla quale sono molto interessato. La risposta è sì, ovviamente; è, però, un sì molto condizionato.

E’ importante se non diventa prevaricazione nei confronti del vicino (vicinissimo) ‘compatriota’ –usiamolo pure, ma è un termine per me obsoleto-, quale potrebbe essere il triestino o il veneto.

E’ importante se non diventa arroccamento; un arrotolarsi su se stessi; una fuga dalla modernità; un rifiuto di ciò che rappresenta il ‘diverso’.

A differenza di quanto possa sembrare, io non sono nazionalista. Tutto l’opposto. Non è bello parlare di sé in un articolo, ma preciso soltanto che il mio orientamento è per un’unione federale europea, con poteri politici centralizzati e poteri amministrativi devoluti alle mille ‘piccole patrie’ europee (e quindi i Paesi Baschi, certo la Sardegna, e così via, sino a, se lo vorrà, il Friuli). Non mi si può quindi tacciare di conservatorismo e nazionalismo glotto-culturale. D’altro canto, stando così la situazione, con una pessima percentuale di italiani parlanti una seconda lingua (come Inglese o Francese), mi sembra una questione ridicola quella dell’insegnamento, per fare un esempio concreto, del Friulano nelle scuole. Si tratta, a mio avviso, non di una questione di merito: infatti ho già detto che in quella non voglio entrarci e che, anzi, la questione si sia più o meno risolta; bensì di una questione di principi, direi quasi filosofica se non fosse per la mia profonda insipienza in questo campo. L’idea che mi disturba è infatti l’arroccamento culturale. Finché si parla di protezione e rivitalizzazione del Friulano (come di tutti gli altri dialetti/lingue italiane; su questo punto ritornerò più avanti), sono del tutto d’accordo; come del resto sono contro l’abolizione del Greco persino nei licei classici, idea birichina che è sempre in agguato. Cosa può salvaguardare una cultura (quella greca come quella friulana), se non la sua propria lingua? Lo stesso valore di un termine, il numero dei suoi sinonimi, la sua presenza/assenza nel vocabolario, ogni sua lettera, vocali e consonanti, tutto può parlarci di un popolo, dei suoi costumi, delle sue tradizioni, dei suoi valori. E questo era il pensiero di un grande cultore della lingua friulana, Pierpaolo Pasolini, che da ottimo scrittore qual era amava perfino il suo suono, il suo ritmo.

Questi sono i motivi per cui una lingua, ma anche (forse soprattutto) un dialetto, andrebbero salvaguardati. Ma di questo si devono occupare i linguisti, gli studiosi di etnoantropologia, anche i sociologi. Comunque, gli studiosi. Non i politici.

E il guaio del Friulano è che i politici se ne sono occupati fin troppo, lo hanno strumentalizzato e lo hanno distorto; o, meglio, ne hanno distorto il significato. Così, torniamo al principio del nostro discorso. Quello che ho definito ‘condizionamento ambientale’, che porta chiunque sia stato educato in provincia di Udine a pensare al Friulano come La lingua, finalmente riconosciuta. La lingua, alla pari dell’italiano, del ladino e del sardo.

Ma qui si sbagliano. Sono lingue riconosciute anche l’Emiliano-Romagnolo, il Ligure, il Lombardo (che risulta parlato anche in Sicilia!), il Napoletano (detto anche Volgare pugliese), il Piemontese (riconosciuto lingua già dal 1981, ben prima del Friulano), il Siciliano…E così via.

Nulla di speciale, quindi.

La sua particolarità nasce da questo grande equivoco, di questa ritenuta unicità causata dalla politica locale, che ha spinto su questo aspetto (buono in partenza) così importante per la comunità, per operare una disgregazione campanilistica esasperata, e in buona sostanza anche assurda.

Prendiamo l’insegnamento delle scuole: perché il Friulano di Udine sì, e quello di qualunque altra comunità no? Che si fa, si insegna una lingua diversa in ogni paese? E ci sono abbastanza insegnanti per farlo? Si capisce che così si finisce nel caos.

Si ritorna al solito discorso dei cartelli in dialetto, sparsi per il Nord leghista: fuori da ogni ironia, il significato di quei cartelli mi fa tristezza. Il Friulano sbandierato come ‘Totem anti-altro’ mi fa tristezza. Non è un caso che questa del Friulano sia una questione tanto particolare, perché è stata indotta dall’esterno, da una politica furba e disgregatrice (il contrario della buona Politica, quindi). Un fattore così importante, cioè la lingua/dialetto (la differenza, sul piano politico, per me non esiste: abbiamo visto come anche parlate considerate ‘dialetti’ siano in realtà ‘lingue’), diventa semplice, ottuso e controproducente particolarismo. Ed è contro quest’ultimo che mi batto; ed ecco perché, provocatoriamente e al di fuori da qualunque discorso tecnico-glottologico, dico: ‘Il Friulano non è una lingua, ma un dialetto!’

Permettetemi una piccola postilla. Ho tralasciato volontariamente di parlare della ragione più comune (ma anche, scusatemi, la più stupida) che viene addotta per giustificare la definizione di ‘lingua’ per il Friulano: ‘Se mi metto a parlarla, tu non mi capiresti!’ Cosa, questa, che avviene in realtà per qualunque altro dialetto (ma questa obiezione solitamente viene zittita dalla faccia profondamente offesa dell’interlocutore friulano). Per rispondere a questa argomentazione, vorrei chiudere con una citazione in ligure, che molti ritengono dialetto, ma che in realtà è una lingua allo stesso modo del friulano. E allo stesso modo di quasi tutte le parlate d’Italia, che però non hanno subito la stessa strumentalizzazione del Friulano, e sono tutelate senza rumorosi e prepotenti strepiti di tromba.

 

E ‘nt’a barca du vin ghe naveghiemu ‘nsc’i scheuggi

emigranti du rìe cu’i cioi ‘nt’i euggi

finché u matin crescià da puéilu rechéugge

frè di ganeuffeni e dè figge

bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä

che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na creuza de mä.’

(Fabrizio De Andrè, Creuza de mä)

 

Francesco Scatigna (francesco.scatigna@sconfinare.net)

Finalmente è il turno della danza. Di quella danza che piace a me. Mi ricordo di quando ero piccola, di quando mi arrabbiavo con la televisione italiana per il poco spazio che riservava alla danza. Aspettavo con ansia il primo dell’anno per vedere, assieme con il concerto in diretta dal Musikverein di Vienna, qualche stralcio di balletto classico. E di stralci proprio si trattava, perché il cameraman della Rai amava indugiare prima sul lampadario in cristallo, sugli scaloni in marmo, sulle decorazioni floreali con fiori provenienti da San Remo … poi, finalmente, dopo tanta suspense, una scarpetta! Un braccio in aria! Un tulle svolazzante! Ma mai che si vedesse una ballerina tutta intera. Perché per una bambina appassionata di danza in una città senza teatro, quando ancora internet non esisteva, e con una tv totalmente impermeabile a questo tipo di intrattenimento, le occasioni per veder ballare erano davvero più uniche che rare.

Totalmente arresa alla dura realtà dei fatti, negli ultimi anni ho cominciato invece ad assistere fiduciosa al nascere di molti programmi televisivi, con protagonista la danza nelle più svariate versioni. Per poi rimanere nuovamente delusa, perché quella danza da competizione spiccia, da show business, tutta salti e prese, non era, a parte qualche rara eccezione, la danza che avevo imparato con un po’ di snobismo ad apprezzare io. La danza che piace a me è quella che si vede in teatro, con coreografia, scenografia, costumi di scena, con la tensione della “diretta”, ma, soprattutto, con ballerini veri. Ballerini cioè che svolgono la loro professione con professionalità. Cosa non del tutto scontata.

E per fortuna, gli ultimi due spettacoli di danza presentati al Teatro Verdi di Gorizia non mi hanno delusa. Due spettacoli completamenti diversi, ma accomunati dalla tematica dell’amore infelice. Il primo era Otango, The Ultimate Tango Show (ideazione e direzione di Oliver Tilkin & Sabrina Gentile Patti), presentato il 21 dicembre 2008 dalla compagnia belga Artemis Production. Il secondo era invece Romeo & Juliet (da un’idea di Mauro Bigonzetti e Fabrizio Plessi), andato in scena il 10 gennaio 2009 con la Fondazione Nazionale della Danza – Reggio Emilia Aterballetto.

Otango proponeva una storia d’amore perduto in un excursus storico e spaziale che da Buenos Aires portava a Parigi, dal primo Novecento al secondo dopoguerra. Sul palco si esibivano non solo i ballerini, ma anche l’Orquesta Otango, con pianoforte, due violini, contrabbasso e bandoneón, e due cantanti argentini: Claudia Pannone e Sebastian Holz. Classici del tango, come La Cumparsita, Milonga de mis amores o Libertango, venivano riproposti in una partitura originaria e accompagnati o inframmezzati dalle voci dei cantanti. Bellissima quella di Claudia Pannone che, con grande padronanza scenica, spesso dominava il palco da sola.

Romeo & Juliet utilizzava invece le musiche del balletto classico omonimo di S. Prokofiev per riproporre la storia di Romeo e Giulietta in una versione moderna e astratta. Molte coppie di Romeo e Giulietta ballavano la tragedia imminente del loro amore: vestiti di corsetti in pelle nera o costumi color carne, con un piede infilato in un casco da moto affrontavano impegnativi esercizi di equilibrio, a rappresentare il loro destino perennemente in bilico.

Entrambi i balletti a tratti provocatori, il primo con un tango lesbo, il secondo con la sensualità molto esplicita dei due amanti, mettevano in scena non tanto una trama vera e propria, quanto i sentimenti che accompagnano l’amore di ogni tempo: la passione, la gelosia, la rivalità, la tragedia incombente.

I due spettacoli hanno avuto una riposta diversa dal pubblico. Mentre il primo è stato accolto con grande entusiasmo, il secondo ha incontrato una buone dose d’incomprensione, probabilmente per il modo inatteso con cui un tema molto noto era stato trattato. Ma entrambi sono riusciti a coniugare assieme tutti quegli elementi che fanno della danza uno spettacolo: le coreografie interpretavano la musica; scenografie, luci e costumi andavano d’accordo; i ballerini ballavano. E con un’altissima preparazione. Ma cosa più importante, sono anche riusciti a comunicare qualcosa: sono riusciti a interpretare sul palco la complessità dei sentimenti.

Scordatevelo che riesca a farlo anche la televisione.

Margherita Gianessi

margherita.gianessi@sconfinare.net

Il casinò mi ripugna

(ma non ci sono mai entrato)*

PREMESSA – Non sono mai entrato in un casinò. Leggete dunque questo articolo come il delirio di un moralista supponente e pieno di pregiudizi.

ANTEFATTO – non sono mai entrato, dicevo, ma qualche piccolo episodio mi ha fatto vivere un poco quell’atmosfera.

Per esempio, del sabato sera passato nel noiosissimo Bingo di Ferrara, ricordo la puzza di fumo, i volti sudaticci, il silenzio opprimente, la voce metallica che sciorina i numeri estratti, le mani nere di denaro degli addetti alla riscossione delle giocate.

Un mesetto fa, invece, in macchina lungo la statale tra Rovigo e Ferrara ho trovato un cartello pubblicitario dei casinò di Nova Gorica; prima ho pensato di essere allucinato&perseguitato dalla cara Gorizia anche se mi trovavo duecento chilometri più a sud; poi ho sorriso, pensando a un ferrarese che attraversa Po, Piave, e Tagliamento per fare una puntata sull’Isonzo.

Dopo un anno al confine ne ho sentite molte di descrizioni (tavoli pieni di cibo, carte verdi rosse blu, buoni omaggio, tecniche di gioco); le immagini prese da qualche film qua e là penso che completino bene il quadro. Nel Paese dei Balocchi, insomma, ci sono entrato anch’io. E non mi è piaciuto molto.

DOSTOEVSKIJ E PIRANDELLO – Non è comunque facile criticare chi lo frequenta, dopo aver letto le parole pensate dal giocatore di Dostoevskij in un momento di crisi: «È proprio inutile farsi la morale. Niente ci può essere di più assurdo della morale! Oh, gli uomini soddisfatti di se stessi, con quale orgoglioso compiacimento sono pronti, quei chiacchieroni, a pronunciare la loro sentenza! Se sapessero fino a che punto io stesso capisco tutto quanto c’è di ripugnante nella mia attuale situazione, non muoverebbero certo la lingua per darmi insegnamenti. E poi, che cosa possono dirmi di nuovo, che io già non sappia?». Sia chiaro, quindi: non voglio biasimare nessuno.

Del resto anche il Mattia Pascal pirandelliano, poco prima di rimanere ipnotizzato dalla roulette, commiserava i «disgraziati che stanno lì a studiare il cosiddetto equilibrio delle probabilità per estrarre la logica dal caso». E anche io resterei forse vittima del fascino di un albero di monete così attraente. Prima, rimarrei colpito dal rito dei fedeli che seminano mucchietti di talenti sul tappeto verde; ascoltano in silenzio le invocazioni melodiche dei croupier fino al “rien ne va plus”; sospirano e pregano la ruota che gira di fare giustizia; bestemmiano con un filo di voce o salgono al cielo con la loro accresciuta ricchezza.

Poi, dopo le mie prime due o tre puntate vincenti, mi sentirei baciato dalla fortuna e sicuramente capace di architettare la strategia vincente, capace di «estrarre la logica dal caso» per battere il banco.

Qualunque sia il numerino scelto dal caso, insomma, quel moltiplicatore di banconote è capace di sorprendere e di emozionare: e proprio quel che voglio evitare è emozionarmi per delle palline che girano e macinano denaro, o rimanere colpito dagli occhi sbarrati che roteano con loro.

QUELLO CHE MI DISTURBA – è che il casinò gioca con un desiderio assolutamente legittimo e naturale: migliorare la propria posizione. E come se non bastasse si propone come un mezzo di guadagno riservato a gente-con-le-palle. I codardi se ne stiano alla larga. Ancora “Il giocatore”: «E’ possibile che io non capisca che sono un uomo perduto? Ma perché non potrei risorgere? Sì! Basta essere almeno una volta nella vita cauto e paziente! Basta, almeno una volta nella vita, dimostrare carattere e, in un’ora, posso cambiare il mio destino! L’essenziale è il carattere.»

Carattere o delega al fato? All’ambizione si sostituisce il più disarmante fatalismo.

Anche se sicuramente voi non ci siete entrati con questo spirito, ma solo per passarci una sera, alla sua idea di fondo, il Dominio del Caso, avete creduto appieno almeno per un attimo. E personalmente credo che in tempo di crisi il “lasciar fare” sia la peggior soluzione. Questo discorso è puro moralismo. Ma il parcheggio sempre pieno delle case da gioco e la febbre con cui l’Italia intera ha aspettato l’uscita del 6 al lotto mi fanno pensare che la misura sia stata un pochino superata. (Sul fatto che l’industria del gioco sia la terza in Italia per fatturato, dopo Eni e Fiat, parleremo magari più avanti. Intanto lasciamoci martellare dalla pubblicità di Lottomatica sugli schermi di Trenitalia).

LA MIA UTOPIA – Nella mia Città di Utopia i casinò dovrebbero comunque restare. È un piacere sentirmi raccontare da chi c’è stato di pseudo milionari che puntano pezzi da mille e li vedono sparire sotto il loro naso: la roulette diventa in questo caso un ottimo mezzo di redistribuzione della ricchezza. Trasferisce i soldi dalle tasche di Briatore a quelle del Capo Casinò, che a sua volta premia con uno stipendio i fedelissimi croupiers e le loro famiglie. Crea indotto per il territorio.

Chi invece fa fatica ad arrivare a fine mese, potrebbe giocare la sua Social Card solo in un antichissimo giuoco che toglie il rischio e assicura il divertimento. È un sistema che non consente grandi vincite, dove i sorrisi non sono d’avorio, dove birra omaggio e abbuffate a nove euro potete scordarvele. La povera semplicità dei premi non vi farà sognare d’essere geni della statistica. Il banco non è vellutato di verde, è la tavola della vostra cucina o della sagra di paese.

Il Tombolone non ha mai rovinato nessuno, la vigilia di Natale e l’ultimo dell’anno saranno ottime occasioni per provarlo. Non scordate i fagioli per coprire i numeri, rideteci su; ma non lasciatevi prendere la mano.

Francesco Marchesano

francesco.marchesano@sconfinare.net

*Dieci buoni da 4€ spendibili in tutti i casinò della zona valgono un articolo riparatore.

Un dialogo col Presidente del Consorzio per lo Sviluppo del Polo Universitario

Con l’uscita del nuovo numero di Sconfinare ci è parso giusto cercare di fare un po’ di luce sulla situazione universitaria a Gorizia. Per fare questo abbiamo scelto di intraprendere una strada, per certi versi rischiosa, quella cioè di andare a porre delle domande a quelle istituzione che in prima persona scelgono e sviluppano le politiche locali e regionali per migliorare la situazione universitaria di noi studenti.

La prima tappa di questo viaggio ci ha posto a confronto con l’Ing. Fornasir Presidente del Consorzio per lo sviluppo del Polo Universitario di Gorizia. Per chi ancora non lo sapesse tale istituzione, di concerto con le altre realtà regionali, si occupa di sviluppare e predisporre tutte quelle scelte che servono al mantenimento e alla crescita della realtà universitaria nel capoluogo isontino.

Si evince dunque, come una Regione a statuto speciale quale è il Friuli Venezia Giulia mantenga delle forti connotazioni di autonomia anche nel campo dell’istruzione, ma anche purtroppo anche in questa realtà la “riforma” universitaria proposta dall’attuale governo sembrerebbe avere delle ripercussioni. Infatti se la voluta razionalizzazione non verrà sviluppata in termini di qualità, ma al contrario verrà effettuata solo in chiave di risparmio sarà possibile che per la realtà universitaria goriziana arrivino tempi duri e si sviluppino problematiche reali. Altresì se si scegliesse la via dello sviluppo delle “specialità” sia a livello locale sia a livello accademico Gorizia troverebbe un ruolo forte non solo in ambito regionale ma anche in ambito internazionale.

A questo proposito il Presidente ci ha ricordato come si stanno sviluppando con particolare forza due nuovi progetti: da un lato lo sviluppo del conference center, e dall’altro il trasferimento del corso di Architettura dell’Università di Trieste qui a Gorizia.

Tali ipotesi per avere successo devono, sempre citando il Presidente, riuscire a far sistema con le realtà preesistenti nella zona ed in Regione. Ci si riferisce in particolare al corso di Laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche e per quanto riguarda Architettura alla volontà di sviluppo del “Polo Tecnologico” ed alla collaborazione con Area Science Park. Per quanto riguarda il progetto “Architettura” la scelta è ricaduta su Gorizia in primo luogo perché qui ci sono già a disposizione circa 12000 mq di aule e strutture libere e sono incorso di ultimazione o finanziamento investimenti atti a predisporre circa altri 18000 mq di spazi utili a contenere aule e laboratori universitari; dove per contro le strutture e gli spazi oggi utilizzati a Trieste dalla Facoltà di Architettura sono almeno definibili come impropri. Inoltre mancando ad Udine un corso in Architettura, gli studenti friulani potrebbero beneficiare della maggior centralità del centro isontino rispetto la città giuliana.

Parlando di centralità e marginalità l’attenzione si è posta sul ruolo di Gorizia quale punto di cooperazione e collaborazione tra Italia e Slovenia. In quest’ottica la collaborazione tra il Consorzio di parte italiane ed il parigrado di parte slovena (VIRS), già attiva da molti anni, sta ora dando i suoi frutti attraverso il prossimo sviluppo del progetto EuroKampus www.eurokampus.si dove, dopo una prima bocciatura del progetto di un università internazionale andato a Pirano (SLO) si stanno proponendo nuove collaborazioni quali lo sviluppo di un polo tecnologico transfrontaliero e di una casa dello studente internazionale.

Forti sono però ancora le lacune che a più livelli pesano su noi studenti, la principale riguarda indubbiamente la mancanza di un servizio mensa nelle sedi di Via Alviano e di Via Diaz. Stando alle parole del Presidente più volte il Consorzio si è fatto carico di tale problema proponendo una soluzione che unificasse le necessità dei poli di Trieste ed Udine. Essendo in questo senso responsabili i due ERDiSU nelle prossime settimane si instaurerà un nuovo tavolo di confronto tra il Consorzio e tali enti con la speranza di trovare un soluzione in tempi brevi. Purtroppo anche ad altri livelli si stanno creando piccoli nuovi problemi, in quanto il territorio e le sue istituzione locali non sembrano appoggiare delle concrete misure di integrazione e sviluppo tra società locale e studenti; basti pensare aglii ormai famosi comitati anti schiamazzi, causa anche della chiusura del noto Fly e alla completa mancanza delle istituzioni e del mondo imprenditoriale locale all’interno dell’Università, soprattutto in Via Alviano.

Ci è parso dunque di capire che al di là delle solite polemiche si stanno sviluppando dei progetti concreti ma che essi per diversi motivi non riescano a venir completati in quell’ottica di collaborazione in primo luogo tra città ed università, poi tra i due atenei ed ancora tra Italia e Slovenia. Una situazione non proprio favorevole in questo momento di difficoltà per il mondo universitario e non solo.

Oggi più che mai, sembra necessario riuscire a superare queste barriere poste su più livelli; per creare politiche di comune intento atte a sviluppare la presenza universitaria a Gorizia. Per questo motivo nel prossimo numero cercheremo di porre queste domande all’attuale Assessore Regionale all’Istruzione.

Marco Brandolin

Marco.brandolin@sconfinare.net

I DIRITTI DEI MINORI NELLA RASSEGNA DEL GRUPPO UNICEF DI GORIZIA

Attraverso lo spunto del film “Trainspotting” si è parlato, la sera di giovedì 1 dicembre, di droga, minori e droga e della realtà locale di Gorizia. La serata, ospitata dal “Punto Giovani”, è stata organizzata dal nascente gruppo giovani che si sta formando in seno alla sezione provinciale dell’Unicef, ed è la seconda di una serie di tre, dal titolo “Children’s Rights”, che si concluderà giovedì 12 dicembre con la proiezione del film “American History X” di Tony Kaye, sul tema del razzismo.

Presente all’incontro(come quello di dicembre, aperto a tutti gli interessati) in qualità di esperto, Massimiliano Ortolan, capo della Squadra Mobile della Polizia di Gorizia, ha presentato il rapporto delle forze dell’ordine col problema del consumo e del traffico di stupefacenti, nello specifico del contesto Goriziano. Il dibattito è stato di informazione, grazie all’apporto di Ortolan, ma anche di confronto e di condivisione di conoscenze ed esperienze.

La coordinatrice della serata è stata Anna Maria Verbi, segretaria del Comitato Provinciale per l’Unicef di Gorizia.

Questi incontri vogliono essere un modo per far conoscere ai giovani presenti nella zona le attività del gruppo, che sono incentrate appunto sull’informazione, sulla sensibilizzazione e su opere di beneficenza a favore degli obiettivi Unicef; già un buon numero di volontarie tra gli studenti in Gorizia partecipa con entusiasmo a queste iniziative.

Davide Caregari

Estoni, Bulgari, Austriaci, Sloveni, Ungheresi e Italiani: un gruppo di 30 giovani uniti dal desiderio di buttare giù i muri tra gli stati, dalla voglia di stupire chi è convinto che l’Unione Europea sia solo un utile (o dannoso) sistema economico, dall’entusiasmo di chi ama le proprie origini ma che non ha paura di guardare oltre il giardino di casa. Sarà proprio Gorizia, dal 3 al 10 Gennaio, ad accoglierli per una settimana di attività in comune, nelle strutture della Caritas di via Vittorio Veneto. Sono i ragazzi dell’associazione Diagonalpeadria (studenti al secondo anno SID) i diretti organizzatori di questo scambio dalla tematica intensamente legata al valore di queste terre: il confine come realtà quotidiana per i giovani. Dietro un titolo fresco e accattivante, JUMPING IN EUROPE, si chiederanno insieme cosa cambia per le nazioni che ora stanno accedendo in Europa, comparando strumenti e modelli di vicinato per giovani di aree di confine. Sarà una settimana di giochi, dibattiti, conferenze, visite di piacere e incontri con i responsabili ISIG, volta a creare un intreccio di intense relazioni nel gruppo: è proprio con questo intento che la Commissione Europea, tramite la DG Istruzione e Cultura, promuove i progetti ideati da associazioni giovanili europee. Si tratta del Programma Gioventù attivo già dal 1996, e per la prima volta in Gorizia potrà svolgersi un’attività del genere grazie al finanziamento che il sottoprogramma per la cooperazione transfrontaliera (presente solo in Friuli Venezia Giulia e in Veneto) di solito destina ad obiettivi di mercato: questa la migliore dimostrazione di come l’Unione Europea comincia a non fare più paura, di come il processo d’integrazione sociale e culturale stia diventando un bisogno sentito da ogni generazione.

 

Arianna Oliviero

Dal primo ottobre, con l’inizio dei corsi, il terzo polo universitario di Gorizia ha preso realmente vita: si tratta dello «Šolski dom», la rinnovata struttura di via Croce destinata a ospitare aule e uffici del corso di laurea e di specializzazione in Scienze Ambientali del Politecnico di Nova Gorica, che decide quest’anno di affacciarsi in una realtà universitaria di oltreconfine, con l’installazione di una sede staccata in Italia. Il rettore Danilo Zavrtanik, a cui sono state consegnate le chiavi dell’edificio già a fine maggio, ha precisato che i corsi saranno aperti anche a studenti non sloveni, benché per il momento, tra gli 80 laureandi di via Croce, non vi sia nessun italiano: sono tutti ragazzi fuori sede, provenienti da Nova Gorica, Aidussina o dalla provincia di Lubjana. In vista però di una partecipazione multinazionale ai corsi, alcune delle lezioni, in particolare quelle degli anni della specializzazione, si tengono già in inglese. Per il Politecnico, quella di via Croce è la sede operativa, dove effettivamente hanno luogo le lezioni, mentre in Slovenia, a poche centinaia di metri dal valico della Casa Rossa, continua l’attività di ricerca nei laboratori. Il corso di laurea in Scienze Ambientali prevede quattro anni per ottenere la laurea di primo grado, più gli anni di specializzazione. Sono anni a frequenza obbligatoria, che prevedono un test d’ingresso iniziale e una trentina di ammessi per anno: il piano didattico è organizzato diversamente da quello italiano. Per il momento, comunque, non si profilano all’orizzonte problemi di concorrenza tra le diverse strutture dei poli accademici di Gorizia, dal momento che l’istituto di formazione sloveno opera in campi fino ad ora inesplorati dalle altre sedi universitarie: il progetto del master interuniversitario in Gestione del rischio ambientale infatti, non è ancora decollato.

La tensione attorno al confine tra Nova Gorica e Gorizia comincia dunque a distendersi, sciogliendosi nello scambio intellettuale dei giovani sloveni ed italiani, che si ritrovano a vivere in una realtà universitaria che sempre più unisce e cerca la collaborazione, una realtà di confine che fortunatamente sempre meno divide o cerca competizione.

Arianna Olivero

Era già nell’aria in aprile, storicamente il mese delle ‘tesi’ sovversive. Avrebbe dovuto iniziare in giugno, solitamente il mese dell’ultima sessione d’esami. E’ scoppiata il 10 luglio, quando, bandiere italiane in una mano e pesanti valigie nell’altra, gli studenti si salutavano, augurandosi un’estate il più possibile lontana da Gorizia. Per tutto questo tempo, ha continuato ad agitare gli animi dei cittadini goriziani, alimentando proteste e proposte. E solo ad ottobre, all’inizio del nuovo anno accademico, ha smosso la classe studentesca. E’ la rivoluzione rifiuti.

Il nuovo sistema di raccolta di rifiuti non poteva lasciare indifferenti gli studenti che, terminata la pausa estiva, hanno ripopolato la città. Anche loro, come tutti i goriziani, si sono mobilitati per far fronte al radicale cambiamento nella gestione dei rifiuti; anche loro, varcata la soglia degli appartamenti universitari, hanno dovuto far i conti con il nuovo calendario di raccolta recapitato dal Comune di Gorizia; e anche loro, dopo averlo provato di persona, si sono schierati a favore o contro il progetto “Più porta a porta a Gorizia”.

L’opinione della classe studentesca tende, in gergo politico al riforismo. Pochissimi sono i controrivoluzionari, che vorrebbero un ritorno all’anarchia del “come era prima”. Non sono di più i sostenitori a spada tratta della rivoluzione immondizie. Prevale dunque una via di mezzo che, pur condividendo l’ideale pro-ambiente della differenziata, pone critiche di inefficienza e di scomodità.

In questo correntone confluiscono la gran parte degli studenti del polo in via Alviano. Luca, iscritto al terzo anno del corso in scienze internazionali e diplomatiche (SID), fa proprio l’ideale ambientale: “E’ un segno di civiltà e di rispetto per la natura, nonché per noi stessi”. Ma subito critica la mancanza di un’adeguata campagna informativa: “Quando sono tornato a Gorizia ho visto il nuovo calendario di asporto e ho capito che qualcosa era cambiato”. Perplessa sul materiale informativo anche Sara (23 anni), secondo anno specialistico del SID: “La campagna informativa è mancata soprattutto per noi studenti che, non vivendo a Gorizia nel periodo estivo, siamo venuti a conoscenza solo adesso del cambiamento”. Dello stesso partito del “Si, ma…”, anche Paolo (24 anni) e Selly (23), entrambi iscritti al SID. Si, favorevoli e sensibili alle tematiche ambientali, ma più critici di fronte all’efficienza del nuovo sistema, soprattutto se messo di fronte alle esigenze degli appartamenti universitari. “Passano troppo poco spesso a raccogliere le immondizie, in particolare l’umido” afferma Selly e Paolo, sulla stessa linea, spiega: “Il tipico problema degli studenti è dimenticare di depositare alle’esterno l’umido nel giorno programmato prima del ritorno a casa nel fine settimana.” Lasciando intendere quali siano gli effetti maleodoranti di una tale dimenticanza, i due si dichiarano a favore di un reinserimento delle campane, accanto al nuovo sistema di raccolta domiciliare e convengono: “I due sistemi, vecchio e nuovo, dovrebbero essere integrati”.

Votano “Si ma…” anche Andrea (24 anni) e Luca (21 anni). Il primo, iscritto all’Università di Udine ma residente a Lucinico, è convinto della necessità della tutela ambientale ma allo stesso tempo “della maggior comodità del precedente sistema in cui ognuno decideva di scaricare i propri riciclabili quando preferiva e non a date fisse”. Punta il dito sull’inefficienza Luca, iscritto ad economia e gestione dei servizi turisitici: “Il maggior problema è quando si producono grandi quantità di rifiuti organici in appartamenti dagli spazi limitati come quelli di noi universitari”. E sembra così riecheggiare anche nei corridoi universitari la protesta del comitato di via Rastello che, attraverso la portavoce Stefania Atti, ha denunciato (al Piccolo): “Così le nostre case si sono trasformate in piccole discariche”.

Contro questa corrente che va per la maggiore il pensiero di Marco (26 anni), assistente alla docenza universitaria: “Pur essendo favorevole alla differenziata e all’eliminazione delle maleodoranti campane, mi sento insensibile alle tematiche ambientali per il modo in cui sono proposte” e, schierandosi contro il finto buonismo di facciata, argomenta: “Ti fanno sentire in colpa se non getti i fondi del caffé nell’umido, mentre trascurano di sensibilizzare a problemi più importanti in materia d’inquinamento”.

Dal 10 luglio si è dato il via al progetto “Più porta a porta a Gorizia”. Ecco i punti salienti del nuovo sistema di raccolta:

– prelievo a domicilio di carta e cartone (ogni 15 giorni)

– prelievo a domicilio di plastica e lattine da sistemare in apposito sacco bianco dell’IRIS.

– prelivievo a domicilio di secco (una volta a settimana nei sacchi gialli) e umido (due volte nel periodo invernale)

– possibilità di portare il vetro nelle apposite campane o, come per il resto dei riciclabili, in apposite isolette ecologinche CONAI o comunali.

Davide Lessi

Pubblichiamo una lettera inviataci da un lettore in seguito all’uscita dell’articolo “Foibe: tra verità e polemica” sul numero del maggio scorso. Eventuali repliche verranno pubblicate nel prossimo numero. Scrivete a sconfinare@gmail.com

Care amiche ed amici di “Sconfinare”, innanzi tutto mi presento; sono Alessandro Perrone, consigliere provinciale eletto nelle liste del PdCI, partito del quale sono anche responsabile provinciale, in quella sede ho avuto modo di conoscere il vostro giornale universitario (il numero 1 del maggio scorso), pur in ritardo voglio complimentarmi con voi per l’eccellente lavoro e l’innovativo “taglio” della rivista, vi auguro di poter continuare con la bravura e l’entusiasmo di questo numero.

Come avrete letto dall’oggetto, intendo portare il mio contributo riguardo all’ottimo articolo “Foibe: tra verità e polemica” di Athena Tomasini e Antonio Ferrara, poiché anche loro, malgrado l’impostazione corretta e distaccata sull’argomento, sono caduti sull’errore di proporre la lista di nomi pubblicata dalla stampa locale alla fine dello scorso inverno sotto la cornice del tema delle foibe in quando così non è, ciò fatto salvo naturalmente il rispetto per ogni vita umana e nei confronti dei morti sotto ogni bandiera.

Gli stessi redattori in prima pagina accennano al fatto che è impossibile calcolare il numero esatto dei deportati e come questi morirono in seguito (infatti, come si evince anche dalla lista molti deportati nei luoghi di prigionia morirono in seguito per malattie soprattutto dovute al contagio da tifo).
Nell’elenco pubblicato dalla stampa locale su circa 1100 persone 110 sono i nominativi di persone rientrate dalla prigionia, fatto che nessuno ha segnalato all’opinione pubblica, poiché è difficile spiegare come mai dei “martiri dell’italianità” eliminati, appunto, in quanto italiani, possano poi ritornare a casa dalla prigionia nelle mani dei slavo-comunisti.

Inoltre ben 149 persone morte prima del 1/5/45, quindi in periodo bellico, in queste zone, dove vigeva l’amministrazione tedesca, sostituitasi a quella italiana con il bene placido dei repubblichini di Salò, sotto il nome di : Zona d’operazione “Litorale Adriatico” o meglio “Adriatisches Küstenland”, la guerra fini solo il 1° maggio del 1945.

Altri 500 sono nominativi non di “deportati” goriziani, ma di militari (provenienti da tutta Italia) appartenenti a formazioni italiane collaborazioniste che erano di stanza nell’ex provincia di Gorizia (i bersaglieri del battaglione “Mussolini”, ad esempio sono stati fatti prigionieri nella zona di Tolmino, mentre il battaglione costiero nella zona di Cal di Canale), compaiono anche 33 “domobranzi”, che non erano una formazione italiana, ma di sloveni inquadrati come “freiwillige” (cioè volontari) nell’esercito del Reich .

Troviamo anche 38 nominativi d’arrestati nella zona di Monfalcone, ed alla fine, dei “deportati civili” da Gorizia ci rimane un elenco di circa 200 nomi, dei quali, se leggiamo le qualifiche indicate, scopriamo che molti erano squadristi, funzionari del Fascio e gerarchi, alcune donne erano
ausiliarie della contraerea (quindi militari da ogni punto di vista), altri ancora collaborazionisti con la polizia nazista e via di seguito tutti soggetti alle leggi di guerra e per questo imprigionati ed in quanto nemici passibili di morte.

Un discorso a parte va fatto per i carabinieri indicati nell’elenco: ricordiamo che l’Arma dei Carabinieri fu sciolta, nell’Adriatisches Küstenland, per ordine dei comandi germanici, con decorrenza 25 luglio 1944.

I carabinieri furono quindi inquadrati in altre formazioni collaborazioniste: generalmente nella Milizia Difesa Territoriale, cioè il corrispettivo della Guardia Nazionale Repubblicana della Repubblica di Salò.

Altri carabinieri furono inquadrati negli organismi di polizia (sempre soggetta al comando germanico), tuttavia mantenendo una relativa autonomia soprattutto nei piccoli centri, però i carabinieri che si rifiutarono di essere inquadrati nelle formazioni militari soggette al Reich, perché ritenevano ancora valido il proprio giuramento di fedeltà al Regno d’Italia, furono deportati nei lager germanici dove molti persero la vita.

Ovviamente queste precisazioni non cambiano il senso del dramma patito dalle popolazioni di queste terre, soprattutto dalle famiglie dei deportati che non hanno mai saputo quale fine abbiano fatto i loro congiunti; tuttavia una cosa è certa, almeno a mio (ma non solo) parere, la responsabilità di tutto questo è attribuibile al fascismo e della monarchia, per l’aver da prima tentato la nazionalizzazione di sloveni e croati, poi puntato al loro annientamento attraverso l’aggressione militare in alleanza con i nazisti, queste precondizioni hanno prodotto un concatenamento di fatti, di volta in volta più terribili e sanguinosi, ai quali nessuna parte s’è sottratta.

In fine riguardo le liste dei deportai, come fatto di due redattori c’è il dubbio sul come siano state pubblicate e il perchè siano state consegnate alla signora Morassi in quanto figlia di un deportato, che a sua volta le ha consegnate alla Prefettura, la quale le ha trattenute per circa tre masi e fatte pubblicare alla vigilia delle elezioni.

Monfalcone, 12 luglio 2006

Alessandro Perrone

Le due Gorizie saranno sede di una rassegna d’arte contemporanea che diviene sempre più trasfrontaliera ed europea.

 

Un semplice muretto con una rete. Un’apparenza modesta per quello che è stato uno dei confini caldi dello scorso secolo, la divisione tra est ed ovest, tra comunismo e capitalismo, tra Gorizia e Nova Goriza. Questo confine però sta subendo un processo di cambiamento inesorabile che ha avuto inizio ben prima della fine della guerra fredda, grazie alla volontà di cooperazione fra le due parti di quella che era stata un’unica realtà isontina.

Arcipelago 06 è la seconda edizione del Festival d’arte contemporanea trasfrontaliero e si terrà dall’1 all’8 luglio principalmente lungo la linea del confine che porta dal valico di San Gabriele a quello di Salcano oltre che ovviamente in piazza transalpina, il punto nevralgico ed emblematico del nostro confine. Questa piazza infatti è un po’ la porta di Brandeburgo goriziana, uno dei punti importanti di quando la città era unita ed ora invece è una piazza divisa fra le due realtà.

Eppure, come può aver senso una piazza che è per definizione punto d’incontro di vie e genti, nel momento in cui diventa confine?

La mostra Arcipelago riconsegna alla piazza la sua valenza unificatrice e di scambio, le sue opere d’arte, sparse e diverse, sono come isole, appunto, di un arcipelago, separate dal mare di un confine di burocrazie e leggi ma unite dalla loro forma, la loro essenza artistica che supera senza difficoltà ogni confine.

Questa rassegna diventa anche occasione di numerose altre attività culturali, dalla performance alla poesia, prosa, teatro, film, animazione e concerti musicali.

Le opere d’arte che sono presentate quest’anno sono emblematiche del successo di questa iniziativa: in una anno il numero egli artisti è più che raddoppiato ed ora sono presenti nomi dalla Bosnia Erzegovina, Croazia, Germania, Italia, Olanda, Serbia, Scozia e Slovenia. Nell’arco di due edizioni la rassegna si apre immediatamente al resto d’Europa dimostrando quanto è importante e sentito il tema del confine e della ricerca del suo superamento, oltre che ricordarci che questo è un confine europeo e rappresenta quelle barriere che dai Pirenei all’Egeo stiamo lentamente cercando di togliere.

Le opere d’arte che saranno esposte saranno molto all’avanguardia, utilizzando mezzi spesso inusuali per comunicare al visitatore e giungendo ad effetti più o meno apprezzabili a dipendere dei propri gusti ( ed alla bravura dell’artista); il mio consiglio è quello di osservare queste opere, più che esclusivamente come singoli pezzi, come un tutt’uno, un “arcipelago” che unisce e poi magari prendere spunto per riflessioni sul confine, per sconfinare con la mente.

Sconfinare. Sì è proprio questa la cosa secondo noi più importante, il pensiero che deve dominare non solo l’osservatore di questa mostra ma ognuno che vive e visita questa cittadina di “confine”. Siamo giunti, noi studenti, infatti a Gorizia con il sogno di andare oltre le barriere, di andare oltreconfine per l’abbattimento del confine stesso, per sconfinare.

Appoggiamo quindi pienamente lo splendido lavoro che stanno facendo per questa mostra la PROLOGO di Gorizia e KREA e LIMB di Nova Goriza e ci auguriamo che quando ognuno di noi osserverà le varie opere d’arte ,butterà l’occhio dall’altra parte per vedere quello che vi si trova, focalizzandolo fino a far scomparire il reticolato bianco dalla sua vista.

 

Cudicio Allan-Francesco

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