Il Cammino di Santiago è un pellegrinaggio vecchio secoli, riscoperto solo qualche decina d’anni fa dalle masse grazie all’opera di un frate galiziano. Da allora, e soprattutto a partire dai primi anni ’90, decine di migliaia di persone lo percorrono. Chi alla ricerca di sé stesso, chi alla ricerca della Compostela (un certificato col quale la Chiesa cattolica garantisce indulgenza ai peccatori), chi alla ricerca di un’esperienza diversa. L’ultimo caso è quello che mi riguarda. Non ho un grande rapporto con la fede, ma quando i miei amici, a loro volta miscredenti, mi hanno proposto di fare il Cammino in bici non ci ho pensato due volte. Siamo partiti da Orio al Serio, arrivati a Saragozza e da lì in pullman fino a Pamplona; qui, alle 23.30, scesi dalla corriera, abbiamo montato le bici (smontate a Milano per non farcele distruggere durante il viaggio..) alla luce di un lampione. Ovvero, se volete fare lo stesso, arrivate prima del tramonto perchè altrimenti vi verrà da “sbaggettare” o “sbacchettare”, verbi da noi utilizzati lungo il Cammino per descrivere il comportamento anomalo del parafango di uno dei compagni di viaggio (“minchia Fede, ma quanto ti sbaggetta il parafango? Fermati va…”).

Il Cammino è una macchina turistica. Intendiamoci, non è la riviera romagnola ma è un turismo tutto sommato positivo. I sentieri sono generalmente puliti visto che i pellegrini sono in genere rispettosi dell’ambiente. È una macchina turistica perchè le strutture adibite all’ospitalità sono molto efficienti, anche se variano a seconda del luogo. Per la notte si può scegliere tra alberghi normali, ostelli e cosiddetti “albergues” dei pellegrini. La nostra scelta è caduta per motivi economici proprio su questi ultimi. Spesso questi albergues erano pieni e quindi venivamo dirottati nei “polideportivos”: si dormiva sul pavimento o su qualche materasso buttato a terra per l’occasione. In generale a prezzi davvero contenuti: al massimo 7 euro per una stanza con letti comodi e altri piccoli comfort come le prese elettriche per ricaricare i vari apparecchi, per le sistemazioni più spartane abbiamo pagato 3 euro. Anche per il cibo si può definire il Cammino economico. Certo, non si mangia come allo Zodiaco, ma si può scegliere uno tra tre differenti primi, lo stesso vale per il secondo e per il dolce, mentre vino e acqua sono inclusi nel prezzo. La qualità non è eccelsa ma la quantità soddisfa anche gli stomaci più capienti. Il menu del pellegrino costa tra gli 8 e i 9 euro. Talvolta, come a Sarria, abbiamo preferito mangiare in un ristorante, per godere dello squisito “pulpo a la gallega”, piatto tipico galiziano che, oltre a essere straordinariamente buono, è anche piuttosto economico (6 euro/porzione, pane incluso).

Se intendete affrontare il Cammino preparate bene i bagagli. In genere si consiglia di viaggiare con non più di 7/8 kg in spalla (o sul portapacchi). Ciabatte o sandali, scarpe da trekking più tre mutande, tre magliette, due pantaloni corti, un paio di pantaloni lunghi, due maglioni, un k-way e quattro o cinque paia di calzini dovrebbero essere sufficienti. Evitate come la peste ogni cosa superflua, portatevi solo ciò di cui siete sicuri farete utilizzo. Se avete lo stesso caricabatterie del compagno di viaggio, portatene solo uno. Maledirete ogni grammo in più nel vostro zaino, ve lo garantisco.

Se dovessi suggerire a un pellegrino a corto di tempo quali tappe fare evitando le altre, gli direi sicuramente di fare i chilometri che separano Najera da Burgos (circa 90), durante i quali si affrontano quasi tutti i paesaggi del Cammino: usciti da Najera si è in mezzo alle splendide vigne della Navarra, poi si affrontano i primi campi di grano, in seguito si scala l’ ”alto de la pedraja”, in cima al quale si trova una splendida foresta, e discesi da quest’ultimo si può far trionfale ingresso (20 km dopo…) nella bellissima Burgos. Però a essere sincero, la parte più bella del Cammino è quella che segue Léon, gli ultimi 200 km circa per intenderci. Dopo la monotonia gialla/azzurra delle mesetas (il cielo enorme che contrasta col giallo dei campi), il verde galiziano fa migliorare anche l’umore. Le tappe sono le più impegnative ma, proprio per questo, quelle che ricordo meglio. La salita per la Cruz de Hierro e per l’alto do Cebreiro (e soprattutto, le relative discese, che durano anche mezz’ora (in bici!)) regalano davvero degli scorci fantastici che valgono tale fatica. Il paesaggio galiziano a me ha ricordato moltissimo quello scozzese, in particolare nei giorni di pioggia durante i quali la nebbia ricopre i colli intorno ai pellegrini. Cercate di godervi ogni momento e ogni passaggio del Cammino, pensate alla fatica e guardate come cambia il vostro corpo giorno dopo giorno. Se sono i pellegrini a fare il Cammino, in fondo è vero anche che è il Cammino a (dis)fare i pellegrini.

Edoardo Da Ros

Annunci

Se una domenica andate a Venezia, lasciatevi alle spalle la folla di Piazza San Marco, e dirigetevi a sinistra, oltre Palazzo Ducale e il Ponte dei Sospiri, che collega il Palazzo alla Prigione dei Piombi. Passate, una volta tanto, oltre questi centri del potere della Serenissima Repubblica; non considerateli, come la maggior parte dei turisti, la meta del vostro cammino, ma l’inizio di esso. Percorrete Riva degli Schiavoni, dove arrivavano le navi dalla Dalmazia (la Schiavonia appunto, perché nell’antichità da lì venivano gli Schiavi) verso il secondo vertice dell’Impero del Leone, quello produttivo-bellico, l’Arsenale.

Ma questa volta il nostro non è un viaggio nel cuore del potere; sulla Riva ad un certo punto troverete una bella Chiesa, Santa Maria della Pietà. Essa è l’estremità meridionale di un complesso di edifici che nel passato è stato una delle istituzioni più importanti della città: l’Ospitale della Pietà. Il Palazzo Ducale mostra al mondo la grandezza della Serenissima; i Piombi ne simboleggiano la severità; l’Arsenale la potenza bellica delle navi che per secoli dominarono il Mediterraneo; il Canal Grande l’opulenza sfarzosa; per finire con il Ponte di Rialto, il quale dimostra come Venezia sia stata una delle città più cosmopolite e ricche che il mondo abbia mai visto.

Di fronte a tutto ciò, l’Ospitale si presenta molto più umile e dimesso; ma se i Palazzi citati sopra ci ricordano i privilegiati e i potenti, le mura dell’Ospitale ci raccontano le storie dei più sfortunati. Anzi, per essere più precisi, delle più sfortunate. Perché la Pietà era un orfanotrofio femminile, in cui le neonate rifiutate dai genitori, o perché frutto di errore, o più spesso per necessità, come spesso accadeva fino a non troppo tempo fa. Ma l’Ospitale della Pietà di Venezia aveva una particolarità che lo faceva brillare di fronte agli altri enti assistenziali dell’epoca: in esso le ragazze erano educate alla musica, e formavano il  “Choro de la Pietà”, famoso in tutta Europa. La Chiesa era il loro palcoscenico; le ragazze suonavano nascoste dietro delle balaustre ad alcuni metri da terra, in modo da nascondere il loro volto agli uditori: ma in questa spersonalizzazione, in questa umiliazione massima delle loro personalità, diventavano puro suono, pura arte. Erano uno strumento finissimo, leggendario, pronto a realizzare le visioni dei maestri del coro, e di uno in particolare, che qui lavorò agli inizi del ‘700: Don Antonio Vivaldi.

E’ in tale contesto che si svolge la storia di Cecilia, orfana sedicenne della Pietà nei primi anni del ‘700, che sa suonare meravigliosamente il violino. Essa è raccontata dal libro di Tiziano Scarpa sotto forma di una lunga sequenza di lettere e pensieri che la ragazza scrive ad una madre immaginaria per vincere l’angoscia che la colpisce ogni notte. Non c’è una vera e propria trama; il libro è un’insieme di immagini slegate tra loro, di temi che si rincorrono e si ripresentano, in continui tentativi di Cecilia di capire sé stessa, di vincere la solitudine, il sentimento di non essere nessuno, di essere senza passato e senza futuro. I giorni si susseguono sempre uguali nell’Ospitale isolato dal mondo, in cui le ragazze sono educate a cancellare la loro personalità per farsi “strumento del divino”, voce attraverso cui far passare la musica. La Venezia gioiosa ma decadente del ‘700, in cui dietro le maschere e i profumi si intravedono già i segnali marcescenti della fine,  è negata a Cecilia e alle sue compagne, alle quali la vita è stata negata fin dalla nascita: sono state salvate, ma il loro compito è quello di fare meno rumore possibile con le loro persone. Nessun rumore, solo musica. Cecilia scrive proprio per dare un senso alla sua vita, per fare rumore, per trovare una luce che la identifichi come individuo; gli stessi motivi che la spingono a stonare apposta durante le esecuzioni, per dire: sono qui.

La luce tanto cercata si presenta quando il vecchio maestro del coro va in pensione e se ne presenta uno nuovo: Don Antonio, Vivaldi appunto. Il nuovo maestro porta una nuova forza nella vita delle ragazze, e dei sentimenti che non hanno mai conosciuto; le spinge ad imitare i rumori della natura, ad esprimere loro stesse attraverso la musica; Cecilia riconosce sé stessa nel maestro, e Vivaldi riconosce sé stesso in lei. La ragazza, finalmente, riesce a capire quale grande potere riesce a sprigionare con la musica, e acquisisce la sua maturità, che la porterà a fare a meno della madre. Quello di Scarpa, quindi, è in un certo senso un romanzo di formazione, ma dimesso e disperato, raccontato da chi ha avuto troppo poco dalla vita per lasciarci un segno, ma nonostante ciò cerca di opporsi a questo destino. Ma è soprattutto un romanzo sulla potenza della musica, e sulla possibilità di ottenere una musica pura, slegata dall’interprete, proprio perché l’interprete si annulla in essa: “Sono stata attraversata dal tempo e dallo spazio, e da tutto quello che essi portano dentro. Alla fine ero stravolta, in un’ora io sono stata musicalmente grandine, musicalmente afa, musicalmente gelo, musicalmente tepore, musicalmente piedi intirizziti, musicalmente pioggia leggera, musicalmente suolo ghiacciato che fa male caderci sopra, musicalmente prato tenero, sono musicalmente stata dentro il sogno di un guardiano di capre, dentro un cane che abbaia, dentro gli occhi di una mosca, sono musicalmente stata nuvola nere, passo ubriaco, bestia terrorizzata e pallottola che la uccide”.

Stabat Mater, Tiziano Scarpa

Einaudi, 2008

Pagine: 144

Giovanni Collot

L’anno è ricominciato, portando con sé la consueta scia di terrore e distruzione della sessione d’esami di settembre. Il disfacimento psico-fisico da libri, libretti, tesi e treni (soprattutto treni) vi provoca un profondo desiderio di lubianska? (Da non confondere con la Lubjanka).La notizia che Gianni è al completo, sicuro non vi farebbe piacere! Cosa fare? Come sostituire quel ricostituente proteico che vi darebbe la forza di campare fino al semestre successivo? Col classico fai da te! Sconvolti dall’annuncio “siamo pieni, mi dispiace”, fatevi consegnare a viva forza la maglietta che spetta a chi riesce nell’impresa di sbafarsi un’intera lubianska e cercate di meritarvela precipitandovi al vostro supermercato di fiducia. Col sacro furore dell’affamato procuratevi 2bistecche2 di dimensioni inaudite e preferibilmente di maiale (può andare anche la carne di bovino, ma quello che troverete saranno Bigazzi vostri…), un paio di uova, un pacco di sottilette (va bene un qualsiasi formaggio che fonde, ma il tempo è denaro e il formaggio anche) e la farina che avete finito all’ultima festa di laurea. Vi servirà poi acquistare, se non la possedete o l’avete usata come anti rumore tra testiera del letto e parete, una bella fetta di prosciutto cotto (costa meno del crudo e lo fa pure Gianni, anche se qui qualcuno potrebbe dire che la vera lubianska è stata uccisa da fuoco amico). Il pane grattato non vi serve, scommetto che avete dimenticato a casa in luglio un bel pezzo di pane che sarà secco al punto giusto!

Fffatto? Okay, ora pestate la carne fino ad assottigliarla il più possibile, rendendola così ampia quando il tavolo stesso di Gianni. In questa fase non dobbiamo essere molto precisi. Se non avete un pesta carne usate pure il volume più voluminoso che avete studiato per l’esame che vi è andato peggio, dovrebbe comunque bastare. Se siete secchioni prendete la carne a padellate oppure a capocciate. Dopodiché mettetegli sopra uno strato di sottilette ed il prosciutto, quindi sigillatela con la seconda bisteccazza, anch’essa opportunamente istruita a librate.

Nella terrina, quella in cui tenevate il ghiaccio per raffreddare il cervello nei giorni di caldo torrido e studio, mettete un uovo, un pizzico di sale ed un cucchiaio di latte. Mescolate, non agitate e immergeteci dentro la carne formaggiata e prosciuttizzata. Per bene eh! Se no poi viene un patatrac! A fianco grattugiate il pane. Prendete la fettina bella bagnata e passatela sul pane in modo che venga ricoperta abbastanza uniformemente e interamente.

Trovate la padella in grado di contenere quel mostro calorico e scaldateci una noce (di cocco) di burro o un “adeguato” goccio d’olio. Metteteci dentro la lubianska e lasciatela friggere per bene da ambo i lati, finché  sarà dorata e croccante.

Fffatto? Beh, abbiamo finito! Ora potete abbuffarvi alle spalle di Gianni! Se volete potete metterci sopra un po’ di limone. Se siete feticisti delle salsine vi lascio lo spazio di sperimentare, a vostro rischio e pericolo, quelle che più preferite! Se siete coraggiosi e golosi e trovate un buon abbinamento scrivetecelo su:

www.sconfinate.net/non_ho_idea_di_cosa_sia_l_anoressia/salsine/sì_sì_l_ho_provata_e_sono_ancora_qui_per_raccontarlo.html

Dalle parti di Praga prima di affrontare moli simili di carne bevono un grappino. Tranquilli, non è una cosa che ubriaca, serve semplicemente a dilatare lo stomaco per stiparlo meglio! A posto? Ora potete munirvi di coca cola che, essendo dannatamente acida, dà una mano, di una bella birra o di un buon nero. Il nero, ci tengo a precisarlo, non è il caffè ma è il VINO NERO. Lo so, il vino non è nero è rosso, ma anche il caffè non è nero, ma marrone! Ai posteri, o ai postumi? l’ardua sentenza.

PS: se non trovate il link provate a disabilitare il ‘filtro buffonate’ del vostro browser o capite che è solo una battuta mal riuscita.

Daniele Cozzi

SCONFINARE A FERRARA. Laura Boldrini è una donna forte. Mette un’inesauribile energia al servizio della sua sensibilità femminile. È la portavoce in Italia dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), l’agenzia dell’ONU che si occupa della particolare categoria di migranti che lascia il proprio Paese non per scelta, ma perché vede nella fuga l’unica chance di salvare la pelle. Laura ha presentato il suo libro “Tutti indietro” al festival di Internazionale a Ferrara. Ha parlato delle ragioni che l’hanno spinta a scrivere un libro sui rifugiati e sulla politica dei respingimenti in mare attuata dall’Italia dal 2009.

È piuttosto insolito che un operatore internazionale scriva un libro-denuncia su temi che sono oggetto del suo lavoro e dell’organizzazione che serve: da portavoce di UNHCR si è già espressa con pronunce ufficiali sulle politiche italiane. Lo scopo del libro è dunque un altro: quello di umanizzare la figura del rifugiato tramite il racconto di storie capaci di dare un volto e una dignità a persone trattate, ben che vada, come numeri. Spesso non sono nemmeno chiamate con il loro nome di “rifugiati”, ma finiscono nel tritacarne mediatico e politicante, che li serve a spettatori ed elettori con la semplice ed ingiusta etichetta di “clandestino”.

SAYED, L’AFGHANO. Laura racconta la storia di Sayed, ragazzo afghano fuggito dalla guerra. Ha cominciato il suo viaggio nel 1998 a Kabul, quando sua madre lo ha caricato su un camion diretto in Pakistan, ed è finito nel 2007 a Benevento, quando, dopo molte ore passate aggrappato sotto un tir, ha strappato il condotto dell’olio nel disperato tentativo di fare arrestare in mezzo. Esausto ed ustionato dall’olio bollente è entrato in una pizzeria. “Se non sei un talebano ti aiuto volentieri”, sono le prime parole gentili che riceve in molti anni, e decide che l’Italia (chissà se sapeva dove si trovava!) sarà la sua casa. Sayed ha viaggiato per nove anni attraverso Pakistan, Iran, Turchia e Grecia prima di trovare “rifugio” da una condanna altrimenti certa: se fosse rimasto in Afghanistan sarebbe stato arruolato, come tutti i suoi fratelli e suo padre, nelle milizie talebane.

 Sarebbe stato giusto respingerlo”? Sayed era un clandestino! È entrato in Italia senza documenti! (sua madre deve essersi dimenticata di consegnarglieli, quando ha pagato il trafficante che lo ha portato via per sempre da lei; o forse devono averglieli rubati a Istanbul, quando è rimasto un mese rinchiuso in un sotterraneo con altre centinaia di persone, fra cui adulti incattiviti che abusavano dei bambini). Sarebbe stato giusto respingerlo perché “clandestino”? Probabilmente no, per la morale. Sicuramente no per il diritto internazionale!

SAYED E IL DIRITTO INTERNAZIONALE. Il rifugiato non è un migrante qualunque. L’immigrato sceglie di partire e di rinunciare al paese in cui è cresciuto alla ricerca di condizioni di vita migliori. Il rifugiato invece non ha scelta. Parte perché nel proprio Paese rischia la vita. “Teme a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità , appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche”, secondo il testo della Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati del 1951. Merita asilo, lo merita per una questione giuridica prima che morale. Il diritto internazionale obbliga gli Stati a prendersene cura. La procedura è semplice: il migrante che si presenta alle porte di un paese ha diritto – se lo vuole – di chiedere che gli venga riconosciuto lo status di rifugiato. Gli basta “alzare un dito” per avanzare la sua domanda: l’accettazione della stessa è però tutt’altro che automatica. In Italia, la legge Bossi-Fini sull’immigrazione affida a dieci Commissioni territoriali (una di esse ha sede proprio a Gorizia) il compito di interrogare i richiedenti asilo, di analizzare le loro storie e di concedere lo status di rifugiato soltanto a chi lo merita. Tutti i migranti che entrano in Italia hanno il diritto di sottoporsi a questa verifica. Lo scandalo – anzi, l’illecito internazionale – consiste nel fatto che non a tutti questo è consentito. Dall’estate 2009, invece, il governo italiano ha messo in atto il sistema, il-le-ga-le, dei respingimenti in alto mare. Tutti indietro, tutti, senza distinzione. E pensare che a Lampedusa UNHCR aveva sperimentato, fra il 2006 e il 2009, un modello di accoglienza che ha fatto scuola nel mondo perché riusciva a garantire a tutti i Sayed il diritto di chiedere asilo. Ora il “modello Lampedusa” è un altro, e speriamo che non venga imitato da molti altri Paesi.

IL DOSSIERAGGIO MANCATO. Laura Boldrini è stata anche una delle prime vittime dell’ormai collaudato sistema del “dossieraggio”. Quando, in veste di rappresentante delle Nazioni Unite, aveva criticato l’operato del governo italiano, le ire del ministro La Russa si erano scagliate su di lei. È stato probabilmente per scarsa cultura politica e giuridica che il Ministro non ha risposto al merito delle accuse espresse dall’UNHCR, ma ha attaccato personalmente la sua portavoce, “nipote di un partigiano comunista”. I “giornali” vicini al governo avevano poi immediatamente mandato alcuni inviati a scavare nel passato della signora Boldrini per trovarvi un qualche scandalo: ma i suoi ex compagni di scuola, intervistati, non hanno trovato nulla di cui accusarla.

 Quel che è chiaro, a un anno dalla messa in campo della politica dei respingimenti, è che in nulla essa ha contribuito a placare l’arrivo di migranti irregolari. È come cercare di fermare il vento soffiandoci contro. Una barriera ferma oggi il vento a Lampedusa. Ma gli ingressi irregolari continuano: si tratta di persone entrate in modo regolare ma trattenutesi in Italia oltre la scadenza del loro visto di ingresso (60%), di persone entrate illegalmente da altri paesi europei, profittando dell’abolizione dei controlli alle frontiere (25%) o di sbarchi via mare (15%). La sciagurata politica dei respingimenti influisce solo su quest’ultima fetta, piuttosto marginale. Secondo il Viminale gli sbarchi si sarebbero ridotti del 90% rispetto al 2008, ma l’approdo a 70 chilometri da Roma di 50 persone a inizio ottobre ha mostrato che gli scafisti sperimentano ormai nuove mirabolanti rotte, dirette anche in Puglia e Calabria. Presidiare tutti i 7.375 chilometri di costa italiana può forse essere la soluzione?

 L’unica speranza di un’Italia diversa viene dai molti cittadini che fanno quel che possono per migliorare la situazione. Laura dà un volto anche a loro, gente perbene esclusa dal circolo mediatico che lascia spazio solo a chi invoca i cannoni contro i barconi, solo a chi associa immigrazione e minacce alla sicurezza. Sono i marinai che ricevono ogni anno il premio “Per mare” per l’eroismo con cui soccorrono i disperati o i signori di Palermo che accolgono in casa loro una ragazza sconvolta da 21 giorni in mare in cui ha visto morire 70 persone attorno a lei. Oggi in Italia il diritto internazionale è custodito da questi cittadini, dal loro alto senso morale di giustizia. Come sempre, ci arrangiamo.

Francesco Marchesano

 

Adoro gli stereotipi. È vero, sono ingiusti, demistificatori e semplificano la realtà. Erano una forma popolare e sono diventati una forma borghese di pensiero ed espressione, sono un luogo comune in cui è facile cadere se non si ha una personale esperienza concreta e se non si possiede un buon bagaglio culturale. È finita l’epoca del saper scrivere e far di conto.

 

 Per sfatare questo mito, o più semplicemente per vedere qualche proiezione cinematografica più leggera e poco impegnata, per “fuggire” in piacevole compagnia da una cena diventata troppo ricca di pietanze e d’invitati, ho deciso di concedermi una proiezione di “Benvenuti al Sud”. Non vi avrei investito più di cinque euro, non come giudizio di valore, ma, di fatto, perché si sa, e lo ripeterò spesso, il patrimonio dello studente universitario fuori sede fa gola solo alla Guinea di Dadis Camara. Piuttosto vi invito ad assaporare l’opera cinematografica in streaming, tranquillamente e, soprattutto, nella comodità di casa vostra. Abbandonando i preamboli, passo alle considerazioni sullo stesso e invito anche voi, lettori di Sconfinare, ad abbandonarvi al mondo dello stereotipato, di cui il film, come lascia intendere già il titolo, è assai ricco. Dopo la visione, anche voi come me, lascerete la sala con un leggero sorriso in volto.

 È magistrale la rappresentazione, prima, della lugubre Valle Padana, luogo d’inizio e di avvio della trama, costantemente avvolta da una fitta e densa nebbia che mi ricorda più un infernale Stige che il nostrano Po: gli unici sprazzi di luce, in questo buio totale, compaiono nelle ore centrali e più calde della giornata. Giudico senza esperienza vissuta, non essendo nato ne vissuto nel territorio compreso tra Cuneo e Rovigo, se non per brevi periodi, ma vi assicuro che l’immagine offerta era più da paese scandinavo che non da suolo italico, nonostante qualcuno continui a considerarlo come altra entità…(vi assicuro: non mi riferisco a Metternich).

 Le prime impressioni sul Sud e l’immagine di questo mondo mitico ed ancestrale agli occhi dei “polentoni”, è ancora più esilarante, neanche si trattasse della Persia o di qualche lontana repubblica d’Africa: sole, caldo (tutte le stagioni), mare e, per ciò che concerne i suoi abitanti, quasi da romanzo verghiano, lassismo, incuria ed una vita sociale da Far West come neppure Sergio Leone ha mai saputo proporre. Il tutto ovviamente condito con un’onnipresente cadenza linguistica più vicina all’arabo e al sanscrito che non ad una parlata indoeuropea.

 È evidente, che con questi presupposti, cadere nello stereotipo è facile, è ciò che desidera il regista, è ciò che ambisce fare il film senza, però, mai riuscirci del tutto. Sono sicuro che neppure i miei cari anziani veneto-friulani conservino più, se non rare eccezioni, un tale punto di vista ed una tale prospettiva. Come, mi pare evidente sia assodato per tutti, la fine della tristemente nota epoca del brigantaggio risale a fine ottocento. Se non altro perché, ormai, viaggiare non è più un lusso e, si sa, l’esperienza personale illumina molto più dei quotidiani, dei servizi e delle riviste.

 “Benvenuti al Sud” è la versione italiana di “Giù al Nord”, la commedia francese di Dany Boon. Questo groviglio di punti cardinali, presenta la vicenda di un direttore di un’agenzia postale costretto a trasferirsi dalla profonda Pianura Padana in Campania, con l’evidente e grottesca avventura che ne consegue. Il lieto fine, si capisce, è scontato.

 La pellicola è piacevole, anche se nello sfatare i molti cliché e per dimostrare come il Mezzogiorno non sia la caricatura dipinta e tinteggiata da molti settentrionali, finisce per apparire piatta e poco spontanea. Il Meridione appare quasi irreale, da cartolina, senza contraddizioni. Le sue ferite che sono innegabili e che, da sempre, sono il canovaccio perfetto per la commedia sociale, soprattutto italiana, sono spazzate via non si capisce bene come e quando, quasi che, per cambiare l’Italia, sia sufficiente portare in vacanza i lombardi in Sicilia e i campani in Veneto.

Sicuramente una lode è per Bisio, bravo ed esilarante nel caricaturare l’homo nordicus, anche se, è evidente, rende molto di più su di un palcoscenico che non al cinema in pellicola. Un film divertente, che fa sorridere, ma niente di più.

Francesco Plazzotta

Per il trailer del film: watch?v=KAxmBFba4l8

 Ci sono parole che una persona elegante non pronuncia mai. Non mi riferisco al tradizionale turpiloquio, perché ritengo che certe affermazioni restino circoscritte a colui che le pronuncia, diminuendone soltanto la sua persona che, di solito, viene additata come volgare e maleducata. Il turpiloquio a cui faccio riferimento è una parola strana, non antica ma, neppure così moderna, un termine molto in voga soprattutto negli ultimi due secoli appena trascorsi e che, ad oggi, sta tornando ferocemente, seppur in forma diversa, di moda.

 Chiaramente mi sto riferendo alla parola di dodici lettere che comincia per N e finisce per O. Se ne dovrà occupare chi, in redazione, vorrà titolare l’articolo, io non voglio pronunciarla di certo. Mi fa ancora troppa paura.

 Ero a casa e, piacevolmente, osservavo la vivace vita goriziana sulla via sottostante, quando il mio sguardo è stato catturato dal massiccio e ricercato, almeno come doveva essere nei sui anni migliori, edificio del tribunale e, in lontananza, la sagoma scura, ma onnipresente del castello. Con una tazza di the in mano ho iniziato a divagare dolcemente coi miei pensieri. Non sono riuscito, come prescrive Schopenhauer a squarciare il Velo di Maya e, per forza di cose, ho ripiegato sulla realtà fenomenica. Cosa che, comunque, ha portato i suoi frutti: ho immaginato una triste Gorizia italianizzata e di epoca fascista e una, invece, più allegra, multiculturale e spensierata Görz austriaca o, lo dico con sofferenza, austro-ungarica, la Cacania di Musil, per intenderci (capitolo ottavo de “L’uomo senza qualità”). Ed è stato allora che, quella parola lì, che non voglio pronunciare, ha iniziato a martellarmi il cervello in modo ossessivo. Un vocabolo che è due volte insoffribile. Primo perché è un’invenzione, secondo perché, e sono certo che molti vorranno contraddirmi, è stata ed è tutt’ora fonte e causa di enormi problemi.

 La prima colpa può sembrare revisionista ed approssimativa, ma vi assicuro che non è affatto così. Esiste qualcosa che fino all’Ottocento, cioè fino alla sua invenzione, abbia accomunato un bavarese ed un cittadino di Amburgo? Oppure, per restare nell’indigeno, un triestino ed un siciliano? La risposta è sicuramente negativa. Per chi ambisce citare lingue, tradizioni e cultura, posso prontamente rispondere che la parlata è sempre stata locale, mai comune per una più vasta compagine territoriale e molto spesso se ne è inventata una ad hoc, come in Boemia, l’odierna Repubblica Ceca, nei Paesi Scandinavi e via dicendo. A sostegno di questa tesi, voglio ricordare come tutte le alte sfere governative e sociali in Europa, fino al famigerato XIX secolo, abbiano sempre utilizzato una lingua franca come il latino o, successivamente, il francese. Quanto imponente e massiccio è stato lo sforzo e la pretesa dello Stato-nazione nell’imporre una comune parlata, Dio solo lo sa. Istruzione e, più tardi propaganda, hanno guidato i popoli verso un’identità socio-culturale creata a tavolino per loro stessi, e chi più tardi vi ci arriva, più difficile e più tortuoso gli si presenta il cammino alla meta. Questo processo è stato talmente irruento ed invadente da superare anche il catalizzatore religioso quale fonte di identificazione popolare, decretando la vittoria del verbo orale su credo e tradizioni.

 La seconda colpa è altrettanto manifesta ed è, per necessità, collegata alla prima, il lemma, che non voglio pronunciare, ha ideato, creato e fomentato idee ed ideologie fautrici di conflitti e confini che mai prima nessuno aveva ipotizzato prendessero piede. Senza immergermi troppo nell’attuale e nel recente, di cui sono certo ogni lettore ha piena conoscenza e memoria, citerò solamente l’emblematico caso del tramonto imperiale e regio. Non un desiderio sentito e condiviso dalle popolazioni, quello della frammentazione asburgica, ma semmai una presa di posizione violenta, un diktat, posto da forze minoritarie capeggiate da miopi potenze straniere. Credo che i predicatori della sedizione in Boemia, in Galizia e in Croazia, i cechi Kramar e Klofac, il ruteno Markov, i croati Supilo e Trumbic, fossero solo delle figure isolate, con un ridottissimo appoggio popolare. Dopo il 1918, agli occhi del mondo, i popoli presero il potere, ma non ne erano pronti e la scena era già preparata per i dittatori.

Per questo rido, anzi sorrido quando leggo Langone e le sue poetiche dichiarazioni su immigrazione, cultura e nazionalità. Non mi piace quello che dice, ma adoro il come riesca sempre a proporlo al grande pubblico. Ho, invece, solo lacrime e indifferenza per altre voci e penne barbare, prive di contenuti e di stile.

Francesco Plazzotta

Spesso ci sono luoghi che appartengono di più al sogno che alla realtà. Appartengono alla mente umana, hanno formato nei secoli l’immagine che abbiamo di noi e degli altri. Senza ombra di dubbio, un posto speciale in questa categoria appartiene a Samarcanda. Tutti noi l’abbiamo sentita nominare almeno una volta, nelle canzoni, nei libri, nelle leggende; ma ben pochi di noi si sono posti il problema se esistesse,  dove fosse. Ci bastava sapere che c’era stata, e questo bastava per darci il profumo dell’esotico, per entrare nella dimensione del sogno. Samarcanda è rimasta per noi occidentali quello che era per Alessandro Magno sulla sua strada verso l’India: il fascino dello sconosciuto, la prospettiva di enormi ricchezze e di enormi orrori; è qualcosa posto al limitare del quotidiano, in grado di cambiare la nostra percezione. E’ Tamerlano, che nel 1500 governò su tutta l’Asia e su un pezzo abbondante di Europa, mettendo in crisi l’Impero Ottomano, sfrenato nel lusso come nella violenza; è la Via della Seta, con le sue carovane di cammelli e le ricchezze enormi scambiate da un capo all’altro del mondo; è un crocevia di culture unico nel mondo.

Ma Samarcanda, come tutti i luoghi del sogno,  esiste realmente, ancora oggi: è in Uzbekistan, in Asia Centrale. Uno Stato nato dal tentativo di Stalin di dividere l’indivisibile, le sterminate pianure tra Russia e Afghanistan. Un luogo che, dopo i fasti del passato, in cui era un’oasi di civiltà nel mezzo del mondo dei nomadi Mongoli, si è visto infilare in un cono d’ombra che l’ha tenuto al riparo dagli occhi del mondo, fino ad oggi. Provate a dire in giro “Vado in Uzbekistan”; la maggior parte della gente vi guarderà strano, penserà che la prendete in giro. Ma non ascoltateli: un viaggio in Uzbekistan vale veramente la pena. Quest’angolo di deserto, brullo e piatto, è capace di meravigliare anche il viaggiatore più cinico; prima di tutto perché non te lo aspetti, e poi perché effettivamente la magia è tanta. Samarcanda oggi è una tipica città sovietica, bruttina e senza personalità; ma al suo interno sono incastonati dei gioielli che provengono dal passato: il Mausoleo del grande Tamerlano, la Moschea di Bibi Khanum, la sua moglie prediletta, e soprattutto il Registan, il centro della città nel medioevo. Tutto è conservato benissimo, e la magia è accentuata dal fatto che probabilmente sarete gli unici turisti occidentali nella zona. Il cono d’ombra che ha coperto l’Uzbekistan non si è ancora alzato del tutto, e questo permette ai pochi giunti fin qui di percepire l’atmosfera vera del luogo: parlare in italiano sembra quasi un modo di disturbare la quiete del posto.

Questo si ripete anche nelle altre città, che anzi sono ancora più splendide. Se Samarcanda è una città moderna, da cui spuntano improvvisamente meraviglie del passato, Bukhara è ancora tutta intera. Camminare nelle viuzze, sulle mura o nel bazar della città ci riporta indietro di 600 anni; tutto è rimasto fermo, splendido, intonso; i mercanti che vendono spezie e tappeti sono gli stessi di allora, e i vecchi fuori dalle moschee in legno sembrano essere lì da sempre. Ma la città che più ci porta nel sogno è Khiva; per arrivarci da Bukhara bisogna fare un lungo viaggio nel Deserto Rosso, tra pozzi di petrolio e pecore, e non molto altro. E’ la strada che ha fatto secoli fa Alessandro Magno, che costeggia l’AmuDarja, l’antico Oxus.  Khiva si erge circondata da mura nel mezzo del deserto, intatta; all’interno, sembra che il tempo si sia fermato. Sembra di vivere nelle Mille ed Una Notte. Le case in fango e pietra, le moschee in legno, tutto brilla di una luce irreale, la luce del sogno. E a simboleggiare la lontananza dalla realtà, l’irragionevolezza della città, nel mezzo della piazza principale c’è un’enorme base di minareto, decorato in ceramica blu. Nel 1500 avrebbe dovuto essere il minareto più alto del mondo, una costruzione folle e ambiziosa per questa città di mercanti perduta nel deserto; ma la costruzione non fu portata a termine, perché i soldi finirono. Babele esiste veramente.

Ma l’Uzbekistan moderno non ha ereditato solo lo splendore mozzafiato da Tamerlano; ne ha ereditato anche la follia cieca. Come in molti Paesi ex Unione Sovietica, oggi anche qui il potere è concentrato in modo sultanistico nelle mani del Presidente Islam Karimov e della sua famiglia: la figlia Gulnara Karimova in particolare è contemporaneamente ambasciatrice in Spagna, all’ONU, businesswoman  e ha persino trovato il tempo per incidere un disco di musica pop. Come se la concentrazione di potere e ricchezza, molta, derivante dall’abbondante petrolio, nelle mani del clan del Presidente non bastasse, l’Uzbekistan è uno tra gli Stati con il peggiore record nei diritti umani. Ogni estate centinaia di migliaia di giovani sono portati a lavorare in condizione di semischiavitù negli sterminati campi di cotone del Paese, che ne è il secondo esportatore al mondo dopo gli USA, con la scusa dell’educazione al lavoro. Inoltre, la tortura è sistematica e indiscriminata,  usata anche contro i delitti più comuni. Craig Murray, ex ambasciatore britannico in Uzbekistan, ha persino testimoniato al suo governo di aver visto cadaveri di dissidenti bolliti vivi. Queste atrocità barbare possono fare parte di quella stessa follia di fondo che portò i cittadini di Khiva alla costruzione disperata del minareto più alto del mondo; ma non devono farci dimenticare che anche al di là del sogno più luminoso, spesso si nasconde una realtà peggiore di qualunque incubo.

Giovanni  Collot

[galobj viewid=2]

Cronache e pensieri di uno sconfinato a Parigi

Joan si è appena buttato, stanco e un po’ arruffato, sul sedile del treno. Stiamo tornando a casa, dopo l’ennesima manifestazione. Io per un attimo lo osservo, per riuscire a descriverlo, e lui ricambia la mia indiscreta occhiata, sorridendomi con quel suo viso creolo. E io guardandolo, parto. Immagino persone e terre lontane che mai ho visitato e in cui non potrei mai aver vissuto, eppure le riesco a creare dentro di me: Gujarat, Tamil Nadu, Guangzhou, Madagascar, l’europa coloniale.. e finisco a mirare, con quel spasmo di piacere che solo il bello ti può dare, la sua stupenda pelle mulatta, una carnagione che trovi in quei territori d’oltre mare francesi; come il suo: la Réunion – un’isola la cui popolazione è la conclusione di decadi di meticciato. Il mio coinquilino, di tutta risposta a un mio sguardo che non cade, mi dice fidente: “vedrai Lucas, sarà enorme la prossima manifestazione”.

E’ martedì 27 ottobre 2010, giornata di proteste indette dal l’UNEF (Union nationale des étudiants de France) davanti al Sénat contro la legge sulle pensioni: non si può non notare il drastico calo di partecipanti rispetto la scorsa settimana. Ma dopo 3 settimane di grève, oltre alla stanchezza si comincia a percepire anche un po’ di disillusione. Lo scorso sabato, il giorno dopo l’approvazione della legge alla Assemblée Nationale, siamo andati alla riunione del circolo anarcosindacalista che ha organizzato i blocchi stradali in centro Parigi, e che ha tentato l’occupazione dell’Opera Bastille. L’incontro che avrebbe dovuto stabilire le nuove azioni per questa settimana, oltre al rinnovato (e scontato) appoggio alle raffinerie occupate, è finito in un nulla di fatto. Troppa confusione, troppa animosità politica o semplicemente, sono quello che sono. Certo, questo non sarà l’esempio emblematico dell’ attuale dissipazione del movimento, ma sicuramente rappresenta un frammento della spaventosa mobilitazione che è stata attuata.

Per comprendere meglio la situazione, si possono dividere i manifestanti in tre gruppi di attori con tre differenti scopi. I primi sono i sindacati francesi, in prima linea la riformista CFDT e la trotkista e corporativa CGT, che corrispondono, a grandi linee, alla nostra CISL e CGIL. Questi perseguono l’obiettivo di modificare la legge sulle pensioni. E’ da ricordare che attualmente l’unica possibilità rimasta per modificare il testo di legge – dopo l’approvazione delle due camere e la revisione della Commission Mixte Paritaire – è l’appello alla Commission Constitutionnel. Il secondo attore sono i partiti di sinistra che, attraverso una presenza mediatica, ostentano prove di forza in vista delle prossime elezioni francesi (2012). Il terzo attore sono gli studenti che, considerando anche i soliti fermenti nostalgici sessantottini, mostrano il loro risentimento in piazza per i tagli governativi ai licei e alla università pubblica francese. Un quarto attore, che non considero, sono gli autonomi, come gli anarcosindacalisti.

In ogni caso, la cosa più sorprendente per me, italiano, è stata la portata nazionale della chiamata politica, che denota spassionatamente quello che il filosofo Alexis de Tocqueville considera un mero elemento dell’animo francese: la passione dell’uguaglianza. Questa straordinaria chiamata popolare ha in realtà l’idea base – in tutti e tre gli attori – che l’attuale riforma delle pensioni, per quanto lapalissiana, rappresenti l’ultima tappa dello smantellamento di quel capitalismo più umano e sociale nato in Francia dopo la Seconda Guerra Mondiale e consolidatosi durante i Trent’anni gloriosi. Una forma di capitalismo egualitario e assistenziale che è diventata la quintessenza delle conquiste sociali della République.

Racconto un piccolo aneddoto della storia, per spiegare come noi, italiani, possiamo imparare molto dai francesi (e viceversa), non perché indubbiamente superiori a noi, ma in quanto più simili a noi, tra tutti i latini. Nelle scuole elementari sovietiche, ai bambini veniva affidato il compito di colorare il mondo con tre colori: il rosso per l’Unione Sovietica e i paesi appartenenti al Patto di Varsavia, e il nero per gli Stati Uniti e tutti i paesi filo americani. Il terzo colore era il rosa ed era dedicato esclusivamente all’Italia e alla Francia. Un colore tenue, forse anche efebico, per designare la forte presenza comunista in questi due paesi, ma anche per sottolineare il mancato o il possibile passaggio dall’altra parte della cortina. Tra l’Italia e la Francia si può trovare un filo comune, quasi parentale, per retaggio politico, storico e religioso. Sono innegabili certe differenze, però penso, come cittadino e come studente dell’università pubblica in Italia, che stia mancando qualcosa, e pertanto possiamo ricavare una lezione francese. E’ importante; perché sembrerebbe che in Italia si sia avverata la profezia pasoliniana sull’annichilamento della partecipazione politica a causa di “niente di più feroce della banalissima televisione”. E si può avere solo saliva amara.

Luca Magonara

—————————————————————————————————————————————————

“Niente di più feroce della banalissima televisione”, frammento del film-documentario “La voce di Pasolini”. Purtroppo offerto dai grillini su YouTube.

Cronache e pensieri di uno sconfinato a Parigi

Joan si è appena buttato, stanco e un po’ arruffato, sul sedile del treno. Stiamo tornando a casa, dopo l’ennesima manifestazione. Io per un attimo lo osservo, per riuscire a descriverlo, e lui ricambia la mia indiscreta occhiata, sorridendomi con quel suo viso creolo. E io guardandolo, parto. Immagino persone e terre lontane che mai ho visitato e in cui non potrei mai aver vissuto, eppure le riesco a creare dentro di me: Gujarat, Tamil Nadu, Guangzhou, Madagascar, l’europa coloniale.. e finisco a mirare, con quel spasmo di piacere che solo il bello ti può dare, la sua stupenda pelle mulatta, una carnagione che trovi in quei territori d’oltre mare francesi; come il suo: la Réunion – un’isola la cui popolazione è la conclusione di decadi di meticciato. Il mio coinquilino, di tutta risposta a un mio sguardo che non cade, mi dice fidente: “vedrai Lucas, sarà enorme la prossima manifestazione”.

E’ martedì 27 ottobre 2010, giornata di proteste indette dal l’UNEF (Union nationale des étudiants de France) davanti al Sénat contro la legge sulle pensioni: non si può non notare del drastico calo di partecipanti rispetto la scorsa settimana. Ma dopo 3 settimane di grève, oltre alla stanchezza si comincia a percepire anche un po’ di disillusione. Lo scorso sabato, il giorno dopo l’approvazione della legge alla Assemblée National, siamo andati alla riunione del circolo anarcosindacalista che ha organizzato i blocchi stradali in centro Parigi, e che ha tentato l’occupazione dell’Opera Bastille. L’incontro che avrebbe dovuto stabilire le nuove azioni per questa settimana, oltre al rinnovato (e scontato) appoggio alle raffinerie occupate, è finita in un nulla di fatto. Troppa confusione, troppa animosità politica o semplicemente, sono quello che sono. Certo, questo non sarà l’esempio emblematico dell’ attuale dissipazione del movimento, ma sicuramente rappresentano un frammento della spaventosa mobilitazione che è stata attuata.

Per comprendere meglio la situazione si possono dividere i manifestanti a tre gruppi di attori con tre differenti scopi. I primi sono i sindacati francesi, in prima linea la riformista CFDT e la trotkista e corporativa CGT, che corrispondono, a grandi linee, alla nostra CISL e CGIL. Questi perseguono l’obiettivo di modificare la legge sulle pensioni. E’ da ricordare che attualmente l’unica possibilità rimasta per modificare il testo di legge – dopo l’approvazione delle due camere e la revisione della Commission Mixte Paritaire – è l’appello alla Commission Constitutionnel. Il secondo attore sono i partiti di sinistra che, attraverso una presenza mediatica, ostentano prove di forza in vista delle prossime elezioni francesi (2012). Il terzo attore sono i studenti che, considerando anche i soliti fermenti nostalgici sessantottini, mostrano il loro risentimento in piazza per i tagli governativi ai licei e alla università pubblica francese. Un quarto attore, che non considero, sono gli autonomi, come gli anarcosindacalisti.

Tuttavia, la cosa più sorprendente per me, italiano, è stata la portata nazionale della chiamata politica, che denota spassionatamente quello che il filosofo Alexis de Tocqueville considera un mero elemento dell’animo francese: la passione all’uguaglianza. In questa straordinaria chiamata popolare ha in realtà l’idea base – in tutti e tre gli attori – che l’attuale riforma delle pensioni, per quanto lapassiana, rappresenti l’ultima tappa dello smantellamento di quel capitalismo più umano e sociale nato in Francia dopo la Seconda Guerra Mondiale e consolidatosi durante i Trent’anni gloriosi. Una forma di capitalismo egualitario e assistenziale che è diventata la quintessenza delle conquiste sociali della République.

Racconto un piccolo aneddoto della storia, per spiegare come noi, italiani, possiamo imparare molto dai francesi (e viceversa), non perché indubbiamente superiori a noi, ma in quanto più simili a noi, tra tutti i latini. Nelle scuole elementari sovietiche, ai bambini veniva affidato il compito di colorare il mondo con tre colori: il rosso per l’Unione Sovietica e i paesi appartenenti al Patto di Varsavia, e il nero per gli Stati Uniti e tutti i paesi filo americani. Il terzo colore era il rosa ed era dedicato esclusivamente all’Italia e alla Francia. Un colore tenue, forse anche efebico, per designare la forte presenza comunista in questi due paesi, ma anche per sottolineare il mancato o il possibile passaggio dall’altra parte della cortina. Tra l’Italia e la Francia si può trovare un filo comune, quasi parentale, per retaggio politico, storico e religioso. Sono innegabili certe differenze, però penso, come cittadino e come studente dell’università pubblica in Italia, che stia mancando qualcosa, e pertanto possiamo ricavare una lezione francese. E’ importante; perché sembrerebbe che in Italia si sia avverata la profezia pasoliniana sull’annichilamento della partecipazione politica a causa di “niente di più feroce della banalissima televisione”. E si può avere solo saliva amara.

 

Com’è possibile che in 10 anni di Grande Fratello, gli autori non siano stati in grado di inserire nella casa un omosessuale dichiarato? Qual è il contesto di questa scelta e quali sono le sue possibili degenerazioni?

Maicol Berti è il primo omosessuale dichiarato nella storia del Grande Fratello, o, perlomeno, così è stato presentato al pubblico. Questa definizione – destinata allo spettatore medio del GF – ha suscitato non poche polemiche nella comunità LGBT(Lesbiche Gay Bisessuali Transessuali) in primis, per ironia della sorte, quella omosessuale. La polemica nasce da un recente editoriale di Alessio De Giorgi, direttore di gay.it, che evidenzia le proprie perplessità nella scelta del concorrente ferrarese. La lettera, che non stigmatizza il personaggio di Maicol, anzi lo descrive come “una persona di straordinaria umanità, vivacissimo, esuberante e divertente” e lo sostiene “noi facciamo il tifo per lui”, critica un aspetto poco considerato dai detrattori del reality: la cronica assenza – in 10 anni di edizioni – di una figura gay “qualunque” e dichiarata. Come evidenziato da De Giorgi, Maicol dichiara di “sentirsi donna in un corpo da uomo”, un aspetto della sua personalità – definito nella psicologia come disforia di genere – che è legata alla sfera transessuale, piuttosto che quella omosessuale. Infatti, la disforia di genere è una condizione in cui una persona si sente appartenente al sesso opposto a quello di nascita; perciò, sarebbe aspettabile un suo futuro cambiamento di sesso, proprio per colmare l’ antinomia tra il suo corpo e la sua identità di genere (nel suo caso, femminile). D’altro canto, un gay dichiarato viene considerato come una persona che accetta il proprio corpo, id est c’è corrispondenza tra quest’ultimo e l‘identità di genere. Quindi, una persona può contrarre rapporti omosessuali, ma non esserlo: per questo motivo, Maicol non è gay. Di conseguenza, la decisione di far entrare questo ragazzo nella casa e di pubblicizzarlo come “il primo gay nella storia del GF italiano” assume un valore fortemente diseducativo: si porta il pubblico di uno dei più seguiti programmi italiani a confondere la condizione transessuale con quella omosessuale, aumentando ancora di più la confusione su temi già difficili e delicati; temi sui cui in Italia si deve crescere ancora molto. Dunque, se da un lato abbiamo una pubblicizzazione mediatica di un concorrente presentato come omosessuale quando non lo è, dall’altro abbiamo la cronica assenza di una figura gay “qualunque”, cioè manca una figura omofila  che riesca a rappresentare l’ omosessualità al Grande Pubblico senza cadere obbligatoriamente in stereotipi di effeminatezza e di leziosità, che purtroppo Maicol rappresenta. Questa incapacità degli autori d’ inserire una figura “qualunque”, porta un pubblico ignorante – nel senso che non ha dimestichezza con queste problematiche sessuali – al più becero sillogismo: una persona è gay, essere gay è essere effeminati e ridicoli, quindi il gay è effeminato e ridicolo; o meglio se sei gay, allora devi essere per forza effeminato, ridicolo e magari anche frocio. Quindi, l’ostracismo degli autori per rappresentare una omosessualità “quotidiana”, senza stereotipi di “checche e froci”, fa riflettere su quanto sia difficile vivere una omosessualità dichiarata in Italia: nel momento in cui si categorizza l’ omosessualità nei termini della realtà televisiva odierna, la si aliena dalla società, la si fa completamente sparire nelle sue dimensioni normali.  D’altronde, una omosessualità differente porterebbe a dubbi che la maggioranza degli italiani vorrebbe evitare; immaginate: e se mio figlio fosse gay? o un mio parente o un mio amico? oppure se lo fossi io? La necessità di porre l’omosessualità in termini quotidiani non nasce da un estremismo progressista che, in una sottospecie di panpsichismo, vuole dare voce a qualsiasi cosa che sia diverso, ma è necessario per capire dei fenomeni sociali, purtroppo diffusi e generali, che l’ opinione pubblica non capisce e non vuole capire. Non sarà un caso che, come dimostrato dalla Rivista di Sessuologia in una ricerca del 2004, la maggioranza degli uomini che usufruiscono di prostitute transessuali MtF – Male to Female, uomini che stanno diventando donne – si dichiara eterosessuale? In altre parole, l’ impedimento di dare voce a una omosessualità normale, può essere connessa alla prostituzione transessuale? Mutatis mutandis, si. Il motivo per cui un uomo dichiaratamente etero decida di andare con una prostituta transessuale – più diffuse le MtF, piuttosto che i FtM, ossia Female to Male – sono numerose e complesse. Prendiamo solo un caso. Freud, nel suo celebre saggio sul “Perturbante” (das Unheimliche, 1919), definisce il feticismo come un nesso ambiguo – seduttivo e terrorizzante – tra il familiare e lo straniero. Infatti, la cosa, su cui si pone l’attenzione del feticista, è “il sostituto per l’oggetto sessuale” ossia “una parte del corpo assai poco appropriata per gli scopi sessuali (il piede, i capelli) o un oggetto sessuale che sia in evidente relazione con la persona sessuale, ancor meglio con la sua sessualità (capi di vestiario, bianchieria). Questo sostituto viene non a torto paragonato con il feticcio, nel quale il selvaggio vede il suo Dio”. In altre parole, il familiare e lo straniero si rimescolano continuamente, generando nuovi ibridi visuali. Nel nostro caso, l’eterosessualità – il familiare, ciò che è considerato naturale e giusto dalla società – si rimescola con l’omosessualità – lo straniero, ciò che è alieno alla società – generando un ibrido: il transessuale. Per capire meglio uno dei tanti motivi della diffusione della prostituzione transessuale, è necessario considerare che per Freud, per esempio, il piede della donna, su cui cade l’attenzione del feticista, non è altro che un surrogato del pene femminile. Nelle teoria dello sviluppo psicosessuale, il bambino nella fase edipica, per superare l’angoscia di castrazione derivante dalla paura del padre e soprattutto dalla vista dei genitali femminili privi del pene, si crea un feticcio, ovvero un oggetto volto a sostituire il pene mancante nelle bambine. Se queste ultime sono prive di fallo, infatti, significa che sono state punite e quindi evirate per qualcosa che hanno commesso, quindi anche il bambino rischia l’evirazione a causa dei suoi desideri incestuosi verso la madre. Il piede, la scarpa e qualsiasi oggetto feticistico permettono così al bambino, fungendo da “fallo femminile”, di attenuare la sua angoscia derivante dalla constatazione che le bambine non hanno il pene. Quindi, in un procedimento analogo – mutatis mutandis – l’omosessuale represso, cioè una persona che si dichiara etero per pressioni – come abbiamo visto – sociali, ma ha un orientamento sessuale omofilo, può arrivare a una totale degenerazione ibrida tra eterosessualità e omosessualità. Per questi soggetti, la figura erotica diventa la donna con un pene, per l’appunto: il transessuale MtF.

Viene il dubbio che, oggi, sempre più, forse a causa di una società che ci spinge di continuo a ricercare una originalità che nei fatti non si dimostra mai tale, il desiderio sessuale degli uomini (soprattutto italiani?) s’indirizza verso la donna con il pene. O forse, non è solo questo. Forse, questo bisogno è legato a qualcosa di originario. Una mancanza la cui presenza si fa sempre più rumorosa. La mancanza di quella dimensione di completezza che ci è stata negata ab origine. Il bisogno di risolvere queste parzialità ci spinge,dunque,alla ricerca di un surrogato. La moderna scienza medica consente a taluni di vedere in queste nuove figure d’androgini, ciò che si va disperatamente cercando: un “sé” definitivamente completato. Ma, forse, questa ricerca non è altro che l’ultima istanza inconscia di un Occidente maschile che vive la profondo contraddizione tra due femminili completamente differenti. Uno reale, che in quanto tale viene vissuto drammaticamente nascondendolo dietro ritocchi di Photoshop e operazioni chirurgiche, e uno mediatico tanto onnipresente quanto inesistente. Un femminile irreale che diventa molto più sottile di un semplice velo o di un burqa; è uno mascheramento psicologico, che l’Occidente deve affrontare  e risolvere insieme ad altre tematiche come l’omosessualità. Se non altro, per pretendere che il proprio modello di sessualità sia il migliore in assoluto e quindi esportabile o imposto in altre culture e in altri paesi.

Luca Magonara

I dischi sofferti e difficili da capire sono i migliori. Un’opera d’arte che si rivela immediatamente è noiosa. Non resta. Come ogni cosa, un disco può essere amato sul serio solo se ci si sente a poco poco avvinti ad esso, quasi morbosamente. E diventa come una droga. All’inizio non lo si riesce ad ascoltare, però avvertiamo un certo suo chiamarci irresistibilmente. Continuiamo, con nostra meraviglia, a tendere l’orecchio. Quando riusciamo finalmente a sentire, allora la ricompensa è enorme.

Al mondo ci sono montagne di dischi buoni, palate di dischi ottimi. Pochissimi hanno però il coraggio di essere veramente ambiziosi. E l’ambizione, in arte, è tutto: perché la creazione è l’atto con cui l’uomo si fa divino, ricommette il peccato originale, mescola bene e male a suo piacimento, spesso confondendoli. 17 RE è il migliore disco nella storia del rock italiano, senza discussioni. Perché è il più ambizioso. 17 RE è degno della febbre d’un dio – è un disco folle, tremendo, capace nell’arco di pochissimi accordi d’innalzare un inno religioso dal fango. Cosa che nella storia è riuscita a pochi, forse soltanto a un Dostoevskji. 17 RE è un disperato, accorato atto d’amore per l’uomo, per l’umanità – un amore puro e senza compromessi, dolce quanto crudele.

Ogni brano del disco meriterebbe, qui, di essere raccontato. “Café, Mexcal e Rosita”
è una canzone d’amore volutamente ossessiva, perversa. Solo nella distruzione e nell’umiliazione dell’oggetto del proprio desiderio si ama, si possiede davvero. Ognuno uccide il suo amore: solo i più sensuali usano il coltello. Pelù è una bestia, la sua voce è un pulsare di versi gutturali, istintivi, sta prima della ragione. E’ per questo che i testi, seppur a tratti geniali, significano poco o nulla. Si limitano ad essere evocativi, comunicano per via empatica, non razionale: è un ottimo esempio di questo il mantra sciamanico di “Gira nel mio Cerchio”, la rabbia di “Cane” o di “Ferito”.

Sospeso tra febbre e rinascita, il capolavoro del disco è “Pierrot e la Luna”, un crescendo che sembra spaziare verso l’infinito, per un istante di più completo fondersi con il tutto, per esserci / non mancar più. Ogni cosa è finalmente riconciliata nell’oblio di sé, si riscatta in un’armonia superiore, indifferente ed eterna. La notte si fonde in un crescendo finale di luce, si commuove chi per un attimo riesce a guardarsi innocente e perfetto, di nuovo bambino nonostante tutto sia così rovinato in questo nostro mondo così carnale e volgare, ma qui non siamo più sulla terra, siamo sulla luna e da qui tutto appare sereno ed immacolato. Prestami la tua penna, Pierrot, fammi scrivere la quiete alla luce della tua luna. Come un frammento che cade lontano, raggiungere quell’ultimo annullamento cantato anche in “Resta” e “Re del Silenzio”. “Pierrot e la Luna” è una canzone per l’innocenza, il folle volo di voler conoscere, di tentare, pura gioia, nirvana. Non c’è nulla che non si possa prendere con le mani e fare nostro. Non c’è nulla che sia davvero distante da noi, se sapremo esserne all’altezza. E’ una sensazione che riempie, estatica, molte canzoni del disco: “Come un Dio”, “Febbre”, “Apapaia”, “Univers”, “Ballata”. E’ questa la chiave di lettura più completa di 17 RE, un disco sempre alla prima persona singolare, l’Unico Io: in 17 RE l’Io si afferma in tutta la sua straordinaria, meravigliosa purezza e non c’è spazio per nulla che sia diverso da me, perché in me ed in me soltanto si deve riflettere ogni cosa creata.

I Litfiba, in queste sedici canzoni, sono Classici: sono Latini, sono Greci. Illuminano millenni di cultura mediterranea in un solo disco. Non esistono, tra quelli che mi sia mai capitato di ascoltare, dischi che rifulgano di altrettanta ambizione. Gli stessi Litfiba la tradiranno, diventeranno qualcosa di ridicolo e di patetico rispetto alla bellezza della loro promessa iniziale. Ma in questo preciso momento, un attimo prima della loro decadenza, confusi dalle droghe, ridotti in pezzi, riescono a creare l’immagine di un uomo perfettamente in equilibrio col creato – microcosmo e macrocosmo si uniscono ed il risultato è l’Arte e con essa, in una parola sola, la libertà. L’Io è una cosa sola con ciò che gli sta attorno, lo possiede tanto nel bene che nel male. E’ forte, affilato, leggero. E danza.

Dopo gli esordi sul Bosforo, Ferzan Ozpetek si allontana per la prima volta dalla location Romana per l’ennesima commedia a tema omosessuale (il set salentino mi spinge a immaginare una sorta di omaggio preelettorale al presidente Nichi Vendola, ma forse è una malignità priva di fondamento).

Ambientato in una Lecce raggiante, Mine Vaganti racconta la storia di Tommaso (Riccardo Scamarcio), aspirante scrittore che torna in famiglia per dichiarare la propria omosessualità ma anticipato in questo dal fratello maggiore (Alessandro Preziosi) si ritrova costretto dagli eventi a seguire l’azienda di famiglia.

Rispetto al precedente Saturno Contro, Ozpetek ci presenta un racconto privo di connotazione politica. Non sono più all’ordine del giorno le battaglie per i diritti delle coppie di fatto alle quali si accennava nel film del 2008 e che per qualche tempo hanno infiammato di polemiche giornali e talk show. Se i temi principali in Saturno Contro o Le Fate Ignoranti erano l’amicizia, la convivenza e le relazioni, con Mine Vaganti si passa alla famiglia, “l’unica cosa più difficile dell’amore”, come recita il motto del film.

Sono proprio i membri di una famiglia fin troppo retrograda le mine vaganti del titolo, che si muovono ansiose e smarrite non riuscendo ad accettare l’improvviso coming out del primogenito:

Una variegata parentela tra cui si distinguono, un po’ tipizzati, il padre padrone (Ennio Fantastichini), la madre ingenua (Lunetta Savino), una zia alcolica (Elena Sofia Ricci), un cognato logorroico e, avvolta dai ricordi, una nonna bellissima e profonda ( la straordinaria Ilaria Occhini).

Il ritorno a casa porta Tommaso, che ha sempre mentito ai suoi sugli studi e sulle sue aspirazioni, a trasformarsi per un momento nel ragazzo che gli altri si aspettano sia. Nel pastificio che si trova a gestire in compagnia della bellissima Alba (Nicole Grimaudo), riaffiorano i legami e gli affetti sopiti dalla lontananza, portando Tommaso a confrontarsi con il passato, la sua terra, le sue tradizioni, e con i legami dai quali non può prescindere.

Tanta incomprensione per la natura dei figli appare senza dubbio un po’ irreale nel contesto alto borghese che viene proposto, ma l’incomunicabilità di cui sono vittime le mine vaganti è giustificata dal quadro di una famiglia ancora allargata e patriarcale.

Tra elementi ormai caratteristici (le bellissime riprese a tavola) e una colonna sonora – al solito – malinconica e retrò, Ozpetek riesce ancora una volta nel realizzare esattamente quello che il suo pubblico ormai si aspetta: tanti sentimenti alleggeriti e costretti tra situazioni equivoche e ironia per due ore (scarse) in cui non ci si annoia, ma che anzi ci lasciano fuori dalla sala un po’ pensosi e intristiti.

Bellissima l’ambientazione: tra gli uliveti, le ville barocche, i torrioni sulla costa ionia e le stradine del centro, la fotografia fa senza dubbio un’opera gradita all’ente per il turismo locale presentandoci un Salento incantevole con immagini luminose e vivaci anche negli interni… ma perdonate il campanilismo.

Giacomo Manca

 

https://sconfinare.files.wordpress.com/2010/04/fornello-smaltato-73246811.jpg?attachment_id=2266È un’altra volta primavera e gli ormoni sono animalescamente alle stelle. La vostra stoica coinquilina si è trovata una nuova fiamma che bivacca sistematicamente
a casa vostra. Ormai il drudo che s’intrude si è impadronito anche del bagno: non si cambia mai il maglioncino radical chic a collo alto, ma si fa sempre la doccia da voi. Cosa fate? “Domani sera viene a cena… puoi cucinare qualcosa di buono tu che sei tanto bravo?” vi chiede lei con gli occhioni dolci. Come agire? Questa volta vi attrezzate a puntino e gli preparate un bello scherzo!

ATTO I: Ars bibendi

Ore 19.00: il vostro parassita plautino si è installato sul divano. Mentre lei è ancora in bagno ad imbellettarsi con la sua puntualità da Trenitalia, preparate un drink all’ospite. Martini bianco, vodka, gin, schweppes, anche grappa se n’avete e tanto, tanto tabasco. Finché il tutto non diventa rosso. Lo servite all’ospite che strabuzzerà gli occhi al primo sorso. “Certo con questo non ho vinto lo shaker d’oro! Ma è buono no?”. “Oh, sì…” accondiscenderà lui “Ma come si chiama?”. “Attila. Perché dove passa lui, non cresce più l’erba”.

ATTO II: Rimedi casalinghi

“Ma lo sai che più ti guardo più mi convinco che la mia coinquilina abbia buon gusto? Sei proprio bello…”. Nell’imbarazzo creato potrete versargliene un altro. “Ma che c’è dentro oltre la dinamite?”. “Un po’ di tutto! Bevi, bevi!”. Ubriacarlo sarà la vostra prima mossa vincente. Quando con la coda dell’occhio vedrete la ragazza sgattaiolare dal bagno in camera per agghindarsi (20 minuti), preparate l’affondo. Mettetegli nella tasca dei pantaloni una scatola di pastiglie per la gola per bambini spiegandogli che è metanodina, per il sistema nervoso. “Sai, è contraria a certe delusioni…” “Di che tipo?” “Oh, d’ogni tipo! Ora è normale, ma se succede, due o tre pillole di quelle e smette subito di piangere! Devi solo essere un razzo a dargliele, prima che allaghi la casa”. Mossa cattiva sì, ma la vostra pazienza l’avete già cucinata da tempo.

ATTO III: Suggestioni

Lasciato solo l’ospite con la sua morosa, finalmente preparate la cena: il vero e proprio colpo di grazia. Non c’è tempo per forni e grandi cose. Petto di pollo. Infarinatelo e mettetelo in padella con un po’ di burro e qualche spicchio d’arancia. Sale, pepe e un po’ di curry. Semplicissimo. Una volta cotto mettetelo sul piatto con altre due o tre fettine d’arancia di guarnizione e servitelo a tavola con del vino rosso. “Et voilà! Anatra, all’arancia!”. Lui è cotto e non coglie la differenza, lei non è certo un’intenditrice. “Un piatto speciale, per una coppietta speciale! Vi avverto che ci ho messo un po’ di piticarmo. Una spezia afrodisiaca potentissima, originaria della Polinesia. Ho dovuto girare mezza Gorizia per trovarla! Assaggiate, assaggiate!”. Dopo qualche boccone i vostri piccioncini saranno travolti dall’effetto placebo, perché il piticarmo non l’avete mica messo. Lei inizierà ad accusare vampate di calore e lui la seguirà a ruota. In un turbine di passione inizieranno a baciarsi fino a cadere dalle loro sedie. Dicendo “Si sente, eh sì che si sente!”. Li avviserete che ne avete messo pochissimo. Continueranno dicendo “Eh ma si sente lo stesso!” ancora convinti. “Guardate che di piticarmo non ne ho messo neanche un po’!” li avvisate dopo qualche minuto. “Ma te guarda la suggestione!” dice lei e si rialza mettendosi nuovamente a tavola con la nonchalance degna di una diplomatica, ma vergognandosi come una ladra per la figura da anatra, seppur all’arancia. Lui, però, sarà fuori combattimento, steso a terra sonnecchiante per la sbronza e in preda all’imbarazzo dell’orgoglio ferito, nei suoi sogni.

Ultima mossa: a fine cena lasciate sparecchiare a lei, così le darete l’opportunità di scaricare il fidanzatino e vi risparmierete una fatica. Poi anche dalla vostra camera sentirete lo stesso la scenata ad alto volume che vi aiuterà a digerire con un sorriso il ricordo del dis-drudo.

Su! cosa aspettate? Correte ai fornelli!

Daniele Cozzi

Caro Iggy Pop:

muoia Sansone, e tutti i Filistei. Cos’è, in questo paese tutti fanno i pagliacci ed io dovrei essere l’unico pirla che scrive un editoriale serio? Ci ho provato. Impossibile. Iniziavo e poi mi piantavo, e allora chissene, mandiamo tutto in vacca anche noi, parlatemi di tutto ma per favore: lasciate stare la politica.

Senti Iggy, ti dò io l’idea. L’età giusta per fare il Presidente ce l’hai. Dai, scendi in campo. Tre anni possono bastare per realizzare uno straccio di programma e convincere l’elettorato. Potresti essere perplesso, ma li hai visti gli altri? Se domani si candidasse una treccia d’aglio, la voterei. Arriverebbe come minimo al sette per cento (guardate Grillo, cos’è riuscito a fare). Qui ho già pronti spillette e striscioni. Ho già in testa i ministeri, mettiamo Bob Dylan alla Cultura, Guccini alle Pari Opportunità, alla Sanità Tom Waits, Bennato alle Infrastrutture. Agli Interni proporrei qualcuno di fidate simpatie repubblicane, credo che Emanuele Filiberto possa andar bene. Agli Esteri Bono, così finalmente l’Italia si preoccuperebbe dell’Africa! Ci sarebbe veramente da ridere. Lou Reed presidente della Repubblica. Ovviamente. In Lazio candidiamo Madonna, così i Vescovi non si lamentano. Devi pur fare qualche concessione, Iggy. E’ normale che siano antiabortisti: li vogliono tutti per loro.

Dovrai trovare qualche occupazione per la vecchiaia. Le giornate a Los Angeles possono essere così noiose. Mettiamo anche noi in cantiere le grandi riforme, sostituiamo il crocefisso con una foto dei Led Zeppelin e costruiamo un ponte da Terracina a Nuova York e due passanti per regolare il traffico tra Cormons e Gorizia, e poi lo facciamo anche noi il giuramento, ho qui una copia di “Sergent Pepper” ancora nel cellophan. Ci metto pure tutte le Escort che riesco a trovarti: dai Iggy, il rock è morto da un pezzo. E’ la politica il vero circo dei dementi ormai.

Rodolfo Toè

rodolfo.toè@sconfinare.net

Un nuovo rimedio contro la crisi

(in caso di controindicazioni, consultare un medico)

C’è chi ingrassa con la disoccupazione, e a farne le spese siamo noi. E’ già abbastanza difficile così: bisogna inventarsene un sacco, per cercare di sopravvivere a questa nostra epoca. L’ottica di pieno impiego, nella teoria liberista, si fonda sul postulato fondamentale che, in ultima istanza, ogni maschio può sempre arruolarsi ed ogni donna prostituirsi. Ultimamente anche la politica va per la maggiore e non è da escludere che in futuro siano molti i senza occupazione che decideranno di tentare una carriera in qualche partito. Perché no? Non ve l’hanno mai detto, ma con un po’ di flessibilità è abbastanza comprensibile.

Bisogna sapere cosa fare e cosa non fare ed ogni buon consiglio è bene accetto, di questi tempi. Da parte mia, credo proprio che possa essere un argomento utile da affrontare il ruolo che tra Gorizia e Trieste (in un’ottica nazionale ammetto di non saperne nulla) ricoprono le agenzie di lavoro interinale.

Una polemica, recentemente portata avanti dal sito Bora.la e dal blog di una giornalista del Piccolo, Elisa Russo, verte proprio sul ruolo delle agenzie interinali (per intenderci: Metis, Menpower, Umana, etc.), ruolo che definirei quantomeno ambiguo.

La mia esperienza personale, a questo proposito, è stata abbastanza esemplare. Per un paio di mesi, a cavallo tra novembre e gennaio, mi sono messo alla ricerca di un lavoro. Qualcosa giusto per tirare avanti, mica niente di difficile o di qualificato. Mi sarei accontentato di tutto, dal netturbino all’operaio, sono di poche aspirazioni io e, come ben si sa, i soldi non hanno odore (altro grande postulato fondamentale del capitalismo).

Sprezzando il mio impegno, tutti mi dicevano che a Gorizia non c’era lavoro – e questo nonostante il fatto, che avrete notato sicuramente, che gli annunci delle agenzie rimangono appesi per mesi interi in vetrina. A me, che intendevo solamente mantenermi, anche un posto come addetto allo scodellamento in una mensa scolastica sarebbe andato benissimo. Ho ventiquattro anni, una buona istruzione, sono mediamente stupido, mediamente di bella presenza (ho dieci dita, due occhi e una bocca), godo di buona salute: le vie del mondo mi dovrebbero essere (quasi) tutte aperte.

E invece no. Strano a dirsi ma, per quanto fossi diventato un habitué di tutte le agenzie di Gorizia, non c’era apparentemente incarico che potessi ricoprire. Anche quando mi offrivo di fare il pelapatate, mi sentivo rispondere che il mio profilo non era quello giusto, che non ero adatto a quel lavoro, che avevano già assunto qualcuno proprio stamattina (che caso!). E questo non soltanto a me. Insomma, mi pareva proprio che non volessero darmelo, il lavoro, nemmeno quando insistevo per avere un periodo di prova. Mi facevano compilare i loro assurdi ed interminabili curricula, i loro formulari, e mi rispedivano a casa. Non mi hanno mai richiamato.

La piccola polemica nata ultimamente mi ha permesso di fare un po’ di luce sulla faccenda, di vederci un po’ meglio e di mettervi in guardia contro questi giocatori delle tre carte. Le agenzie interinali non vi daranno lavoro, per cui è meglio che ve ne stiate alla larga. Quello che a loro interessa è avere quante più persone possibile iscritte nelle loro liste, in modo da ricevere fondi pubblici (regionali, ma soprattutto europei) che vengono commisurati, a quanto ho avuto modo di capire, in base al numero di disoccupati che esse dovrebbero teoricamente “impiegare”. Invece, se ne fregano bellamente. Stanno lì, a mangiarsi i nostri contributi, e non fanno nulla per migliorare la situazione. Tutto quello che fanno è prendere i vostri dati, inserirli nei loro tabulati in modo da intascare ancora più soldi. Per il resto, chi ne sa nulla. Intanto, loro se ne possono stare a posto e fingere di essere utili alla causa. Mi sembra importante condividere questa esperienza perché quante più persone ne saranno a conoscenza tanto meno loro potranno continuare a fare questo gioco. Siete ancora in tempo per starne a debita distanza. E se proprio ci foste cascati, come il sottoscritto, potete sempre andare lì e togliervi la soddisfazione di chiedere che il vostro curriculum sia cancellato. Contandogliene quattro, possibilmente.

Flickr Photos

Commenti recenti

Anulik su Armenia e Nagorno Karabak…
Edoardo Buonerba su Benvenuti al Sud
Fabione su Un piccolo riepilogo sulla…
marzia su Agenzie interinali
dott. Luca Campanott… su Il Friulano non è una lin…

Blog Stats

  • 11.380 hits
Annunci