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Premio Nobel tra polemiche, minacciate crisi intergovernative e opinioni assai differenti, ma pur sempre grande letteratura.

12 Ottobre: premio nobel assegnato allo scrittore turco Orhan Pamuk.

“Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull’altra riva: l’Asia. Stare vicino all’acqua, guardando la riva di fronte, l’altro continente, mi ricordava sempre il mio posto nel mondo, ed era un bene. E poi un giorno è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando ero sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancor più bello vedere le due rive insieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere.”

Con questa affermazione del neo premio nobel Orhan Pamuk si riassume la sua visione del mondo, la sua concezione di letteratura; egli ci dona una piccola goccia dei suoi pensieri riguardo alla Turchia, patria dell’autore dal 1952. Al di là delle continue dichiarazioni tra lo stato francese e quello turco; dopo l’approvazione da parte dell’Assemblea Nazionale di una legge che punisce penalmente chi nega il genocidio della comunità cristiana armena degli anni 1915-18. Al di là della disapprovazione di Pamuk stesso e della Comunità Europea della suddetta proposta di legge considerata illiberale e controcorrente rispetto alla politica di riconciliazione dell’Ue atta a permettere l’entrata della Turchia nell’Unione. Al di là di tutte le polemiche, quello che non si deve porre in secondo piano ma far emergere con determinazione è l’esistenza di una produzione letteraria di alto stile che a partire dal 1974 muove timidamente i suoi primi passi con il romanzo “Oscurità e luce”. Dopo aver studiato giornalismo alla Istanbul University, Pamuk è stato ricercatore alla Columbia University a New York e alla University of Iowa. In questo periodo inizia a scrivere i suoi primi romanzi legati alla corrente del naturalismo; tutto riconduce a descrizioni di paesaggi smarriti e sconvolti della provincia turca, allo splendore della capitale sul Bosforo. Fino alla fine degli anni ’80 la sua produzione rimane legata soprattutto ad elementi biografici, a descrizioni di luoghi in cui l’autore ha trascorso la propria infanzia (La casa del silenzio, il castello nero). Il 1990 è l’anno di svolta che segna l’inizio del periodo postmoderno (Il libro nero); un periodo che tuttavia rimane fortemente permeato dallo spirito favoloso, dall’oralità della tradizione orientale, dall’eco dei vari racconti dei saggi nei quartieri turchi. D’importanza fondamentale è, quindi, il tema dell’identità che riconducibile sia al conflitto di valori tra l’occidente europeo e la cultura islamica, sia ad una più profonda radice psicologica. I romanzi lasciano spesso in sospeso la soluzione di tale conflitto, presentano trame complesse e personaggi di grande carica emotiva. L’Istanbul contemporanea e dell’impero ottomano non è solamente lo sfondo delle vicende umane ma assume la qualità di personaggio, di organismo vivo, con una sua storia da raccontare.

Ed è questo che costituisce il valore aggiunto del premio Nobel. La descrizione di una città sempre luogo di passaggio e di incontro tra diverse culture. Il valore aggiunto risiede in quella capacità di unire la sua formazione estremamente influenzata dall’Oriente e quella sua nuova vita sempre a contatto con il mondo occidentale. L’autore si erge a punto di contatto tra queste due realtà eterogenee, le descrive, le fa leggermente sfiorare come un timido incontro e poi le fonde assieme. Stoccolma, infatti, annuncia: ” A Orhan Pamuk perché nell’anima melanconica della sua città ha scoperto nuovi simboli dello scontro e dell’interrelazione delle culture” .

Quest’anno il premio Nobel è stato assegnato, perciò, ad uno scrittore simbolo della cultura laica, ha prevalso una certa ragione politica che vede premiare un personaggio al centro di un archiviato caso politico, accusato dal governo turco di antinazionalismo per la sua presa di posizione sui massacri degli armeni e curdi. La sua patria nega, quindi, la classificazione di quest’uomo, che ha rifiutato il titolo di artista di stato, come un autore esponente di quell’engagierte Literatur, utilizzando una definizione tedesca, ossia di quella letteratura politicamente impegnata che da pochi anni ha incontrato la penna di Pamuk. Letteratura che coniuga efficacemente tradizione, avanguardia e sensibilità politica, nettamente al passo con i grandi processi di sviluppo che accompagnano i nostri giorni.

Nicoletta Favaretto

Bibliografia:

Oscurità e luce, 1974

La casa del silenzio, 1984

Il castello bianco, 1985

Il libro nero, 1990

Il volto segreto, 1992

La nuova vita, 1995

Gli altri colori, 1999

Il mio nome è rosso, 2000

Kar (neve), 2002

Istanbul, 2004

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Premio Nobel tra polemiche, minacciate crisi intergovernative e opinioni assai differenti, ma pur sempre grande letteratura.

12 Ottobre: premio nobel assegnato allo scrittore turco Orhan Pamuk.

“Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull’altra riva: l’Asia. Stare vicino all’acqua, guardando la riva di fronte, l’altro continente, mi ricordava sempre il mio posto nel mondo, ed era un bene. E poi un giorno è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando ero sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancor più bello vedere le due rive insieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere.”

Con questa affermazione del neo premio nobel Orhan Pamuk si riassume la sua visione del mondo, la sua concezione di letteratura; egli ci dona una piccola goccia dei suoi pensieri riguardo alla Turchia, patria dell’autore dal 1952. Al di là delle continue dichiarazioni tra lo stato francese e quello turco; dopo l’approvazione da parte dell’Assemblea Nazionale di una legge che punisce penalmente chi nega il genocidio della comunità cristiana armena degli anni 1915-18. Al di là della disapprovazione di Pamuk stesso e della Comunità Europea della suddetta proposta di legge considerata illiberale e controcorrente rispetto alla politica di riconciliazione dell’Ue atta a permettere l’entrata della Turchia nell’Unione. Al di là di tutte le polemiche, quello che non si deve porre in secondo piano ma far emergere con determinazione è l’esistenza di una produzione letteraria di alto stile che a partire dal 1974 muove timidamente i suoi primi passi con il romanzo “Oscurità e luce”. Dopo aver studiato giornalismo alla Istanbul University, Pamuk è stato ricercatore alla Columbia University a New York e alla University of Iowa. In questo periodo inizia a scrivere i suoi primi romanzi legati alla corrente del naturalismo; tutto riconduce a descrizioni di paesaggi smarriti e sconvolti della provincia turca, allo splendore della capitale sul Bosforo. Fino alla fine degli anni ’80 la sua produzione rimane legata soprattutto ad elementi biografici, a descrizioni di luoghi in cui l’autore ha trascorso la propria infanzia (La casa del silenzio, il castello nero). Il 1990 è l’anno di svolta che segna l’inizio del periodo postmoderno (Il libro nero); un periodo che tuttavia rimane fortemente permeato dallo spirito favoloso, dall’oralità della tradizione orientale, dall’eco dei vari racconti dei saggi nei quartieri turchi. D’importanza fondamentale è, quindi, il tema dell’identità che riconducibile sia al conflitto di valori tra l’occidente europeo e la cultura islamica, sia ad una più profonda radice psicologica. I romanzi lasciano spesso in sospeso la soluzione di tale conflitto, presentano trame complesse e personaggi di grande carica emotiva. L’Istanbul contemporanea e dell’impero ottomano non è solamente lo sfondo delle vicende umane ma assume la qualità di personaggio, di organismo vivo, con una sua storia da raccontare.

Ed è questo che costituisce il valore aggiunto del premio Nobel. La descrizione di una città sempre luogo di passaggio e di incontro tra diverse culture. Il valore aggiunto risiede in quella capacità di unire la sua formazione estremamente influenzata dall’Oriente e quella sua nuova vita sempre a contatto con il mondo occidentale. L’autore si erge a punto di contatto tra queste due realtà eterogenee, le descrive, le fa leggermente sfiorare come un timido incontro e poi le fonde assieme. Stoccolma, infatti, annuncia: ” A Orhan Pamuk perché nell’anima melanconica della sua città ha scoperto nuovi simboli dello scontro e dell’interrelazione delle culture” .

Quest’anno il premio Nobel è stato assegnato, perciò, ad uno scrittore simbolo della cultura laica, ha prevalso una certa ragione politica che vede premiare un personaggio al centro di un archiviato caso politico, accusato dal governo turco di antinazionalismo per la sua presa di posizione sui massacri degli armeni e curdi. La sua patria nega, quindi, la classificazione di quest’uomo, che ha rifiutato il titolo di artista di stato, come un autore esponente di quell’engagierte Literatur, utilizzando una definizione tedesca, ossia di quella letteratura politicamente impegnata che da pochi anni ha incontrato la penna di Pamuk. Letteratura che coniuga efficacemente tradizione, avanguardia e sensibilità politica, nettamente al passo con i grandi processi di sviluppo che accompagnano i nostri giorni.

Nicoletta Favaretto

Bibliografia:

Oscurità e luce, 1974

La casa del silenzio, 1984

Il castello bianco, 1985

Il libro nero, 1990

Il volto segreto, 1992

La nuova vita, 1995

Gli altri colori, 1999

Il mio nome è rosso, 2000

Kar (neve), 2002

Istanbul, 2004

Secondo le più rosee previsioni Francesco Peroni è stato eletto Magnifico Rettore dell’Università di Trieste. È accaduto giovedì 15 giugno quando, al quarto scrutinio, il preside della Facoltà di Giurisprudenza dell’Ateneo giuliano ha ottenuto a suo favore 549 voti, mentre il suo rivale principale, Walter Gerbino (già pro-rettore e docente alla Facoltà di Psicologia), ne ha conseguiti 166. Va ricordato che gli elettori, tra docenti e rappresentanti degli studenti e del personale amministrativo, erano 1127 ma soltanto 744 aventi diritto si sono recati alle urne.

La competizione elettorale si era già aperta ai primi di maggio, quando il professor Peroni accettò di candidarsi alla massima carica universitaria in seguito alle numerose richieste che gli erano state rivolte in tal senso da parte di colleghi docenti e di studenti di Giurisprudenza e non, e divenne man mano più intensa nei vari faccia a faccia tra Peroni ed il rettore uscente Domenico Romeo (ricandidato per il secondo mandato). Proprio in tali incontri è emersa la debolezza programmatica di Romeo e soprattutto la sua reticenza a parlare di temi significativi come l’aumento delle tasse universitarie e soprattutto la riforma dello Statuto di Ateneo, problema che da tempo suscita aspre polemiche nella sede del Senato accademico. Al contrario Peroni si è dimostrato molto deciso nell’evidenziare le carenze sul piano amministrativo e finanziario registrate durante i tre anni di mandato dell’ormai ex rettore e non ha mancato di sottolineare che, una volta eletto, egli avrebbe dato maggiore sostegno alle strutture scientifiche e didattiche (dipartimenti e facoltà) e avrebbe razionalizzato la macchina amministrativa così da renderla più efficiente e più competitiva nei confronti degli altri atenei.

La prima tornata elettorale si è dunque svolta il 31 maggio facendo registrare immediatamente un successo per Peroni, che con 451 voti contro i 258 di Romeo si mostrava il favorito. Il mancato raggiungimento della maggioranza assoluta (il quorum era di 564 voti) richiesta per i primi tre turni non ha però consentito la sua elezione. Il copione è stato pressoché lo stesso per la seconda votazione (6 giugno) dove il Preside di Giurisprudenza ha aumentato di poco il suo consenso, ma il colpo di scena si è verificato il giorno successivo con l’annuncio da parte di Romeo del suo ritiro dalla competizione. Il posto del rettore uscente è stato quindi preso dal professor Gerbino, che al terzo turno elettorale dell’8 giugno si è piazzato al secondo posto con soli 62 voti a fronte dei 494 di Peroni.

Il problema della nomina del nuovo rettore si è quindi sciolto giovedì 15 giugno con il ballottaggio tra i due candidati più votati, Peroni e Gerbino appunto, e la scontata elezione del primo che, appena conosciuti i risultati delle votazioni, non ha mancato di ringraziare in primo luogo gli studenti per averlo unanimemente appoggiato. E proprio con gli studenti il neo-rettore ha voluto festeggiare la vittoria. A suo giudizio è stato premiato il carattere istituzionale e non politico della sua candidatura come evidenziato dall’ampio consenso ricevuto da parte dei docenti, del personale tecnico-amministrativo e degli studenti.

Diamo ora un breve sguardo alla vita professionale di Francesco Peroni. Nel 1961 nasce a Brescia ma la sua vita si svolge quasi interamente a Pavia, dove nel 1985 si laurea a pieni voti e con lode in Giurisprudenza. Nel 1987 ottiene l’idoneità alla professione di avvocato e nel 1992 lascia Pavia per Trieste essendo diventato ricercatore presso la locale Università. Il 1996 lo vede designato dal Consiglio superiore della Magistratura magistrato esperto del Tribunale di sorveglianza del Distretto di Corte d’appello di Trieste. In tempi brevissimi Peroni diviene professore universitario di seconda fascia (1998), professore associato (sempre 1998), professore di prima fascia con cattedra di Procedura penale (2000) e quindi, nel 2004, professore ordinario. Dal 2003 è preside della Facoltà di Giurisprudenza, incarico che continuerà a ricoprire anche da rettore. È autore di un’ottantina di pubblicazioni, tra monografie, articoli, voci enciclopediche e contributi a convegni. Con i suoi 45 anni è il più giovane rettore d’Italia, ma ricordiamo che inizierà il suo mandato soltanto a partire dal 1° novembre.

Confidando nella prestigiosa esperienza alle sue spalle, formuliamo i migliori auguri di buon lavoro a Francesco Peroni, neo-rettore dell’Università di Trieste.

Andrea Grisilla

Ci sono artisti silenziosi, che entrano nella vostra vita in punta di piedi, perché vogliono darvi la possibilità di scegliere se volete ospitarli o meno nel vostro mondo. Che preferiscono farsi trovare da chi li cerca veramente, piuttosto che da chi divora qualsiasi cosa offra il mercato. Ci sono talenti nascosti che sanno farsi apprezzare da quelli che sono disposti ad andare oltre ai soliti ritornelli, alle frasi d’effetto, alle melodie comuni. Non è sempre facile scovarli, ma una volta che li trovi, il più delle volte è amore puro. Perché racchiudono quel pizzico di fantasia e originalità ( e spesso una tale profondità), che riescono ogni volta a stupirti. Come se lavorassero sotto la superficie delle cose ( sì, per fortuna c’è ancora qualcuno che lo fa).
Voglio proporvi quelli che ho avuto la fortuna di incontrare lungo la strada ( grazie a riviste musicali, passaparola, o consigli di amici- decisamente i più utili ) in questo piccolo angolo del nostro giornale. La scelta degli artisti sarà sicuramente soggettiva e parziale, saranno solo piccoli pezzi di un puzzle molto più vasto di quanto possiamo immaginare, ma mi auguro che insieme ( io e chiunque altro voglia farlo) potremo far conoscere qualche voce fuori dal coro che vale davvero la pena di ascoltare.

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