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La Striscia di Gaza è un territorio in cui vivono circa un milione e mezzo di persone rinchiuse come animali in un recinto. Nulla può uscire e nulla può entrare se non con il benestare di Israele. Medicinali, cibo, acqua, coperte non possono entrare; feriti di guerra, bambini che si trovavano nel posto sbagliato, donne in procinto di partorire non possono andare negli ospedali egiziani, più attrezzati di quelli palestinesi, perché Israele non dà loro il permesso. Animali in gabbia, appunto. Il cessate il fuoco invocato da entrambe le parti e mediato dall’Egitto a giugno doveva servire ad allentare l’embargo di Gerusalemme sulla Striscia di Gaza in cambio della fine dei lanci di razzi palestinesi sulle città israeliane. Israele non ha rispettato i patti, anzi, l’embargo si è fatto sempre più forte. Hamas verso la fine di dicembre ha interrotto il cessate il fuoco lanciando quattro missili in territorio israeliano. Israele ha risposto con attacchi aerei, stringendo ulteriormente le fasce marittime accessibili alle imbarcazioni palestinesi e successivamente con un’invasione di terra non ancora terminata (oggi è il 19/01).L’Egitto ha mediato una tregua tra Gerusalemme e Hamas: Israele ha dichiarato la volontà unilaterale di ritirare le truppe, Hamas concederà una settimana di tempo perché il ritiro venga effettuato. Il ritiro è iniziato e non si sa quando esso finirà. Resta ancora aperta la questione dei valichi di Gaza: a parole le intenzioni di Israele sono di renderli accessibili, ma non sarebbe la prima volta che una delle due parti in causa disattenda quanto promesso. La situazione politica in Palestina è in questo momento estremamente complessa: numerose fazioni all’interno dei partiti di Fatah e Hamas si contendono potere e finanziamenti, perseguendo i loro fini ciascuno con i propri mezzi. Una riconciliazione tra Fatah e Hamas è stata ostacolata sia da Israele sia dagli Stati Uniti che hanno impedito uno scambio di prigionieri politici tra i due partiti palestinesi. Il mantenimento dell’ordine in Palestina non è evidentemente la priorità né per l’uno né per l’altro.

Partiamo da qualche mese prima, partiamo dalla prima metà di settembre: 11 europarlamentari visitano la striscia di Gaza e incontrano il “premier” di Hamas, Ismail Haniyeh. Egli afferma che il suo partito era in quei giorni intenzionato a riconoscere Israele, in cambio del riconoscimento israeliano dei diritti nazionali palestinesi e della dichiarazione di volontà di collaborare per creare uno stato palestinese entro i confini del 1967. Haniyeh sostiene anche che Israele abbia rifiutato questa proposta.

Perché? Ritengo che a Israele non interessi la creazione di uno stato palestinese: i palestinesi sono in ginocchio da sessant’anni, specie a Gaza, e in Cisgiordania la situazione non è dissimile. Israele semplicemente non ha interesse a cambiare lo status quo. Lo dimostra anche il fatto che non collabori alla pacificazione tra Hamas e Fatah. In questo momento infatti, da un lato, c’è il presidente (in esilio semi-volontario) dell’Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen, riconosciuto come tale praticamente solo da Israele e dai suoi alleati, oltre che dai pochi militanti di Fatah; dall’altro lato Haniyeh, più volte scomunicato dallo stesso Abu Mazen, eletto primo ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese nel 2006. Dopo la sanguinosa guerra civile palestinese del 2006, terminata con la vittoria di Hamas, i due partiti sono rimasti in rapporti che variano tra il pessimo e l’aperta ostilità. Una riconciliazione è necessaria per ridare credibilità al progetto di stato nazionale Palestinese: in questo senso si deve muovere la diplomazia, soprattutto quella europea. L’Egitto sta facendo grandi sforzi per portare i due partiti a remare nella stessa direzione, ma certamente un intervento della UE in tal senso avrebbe ben altro peso nei confronti di Israele. Anche perché pochi palestinesi vedono di buon occhio l’Egitto, considerato troppo servile verso Gerusalemme.

Se in Palestina è in atto una grossa crisi politica, la situazione in Israele prima delle elezioni del 10/02 sembra essere abbastanza differente: appare probabile un’intesa di governo tra Likud e Kadima. Sia Kadima, rappresentante i moderati, sia Likud, partito fortemente conservatore, sono dati nettamente in vantaggio sul centro sinistra dei laburisti alleati con le liste arabe. Un sondaggio condotto dal Maagar Mohot Survey Institute il 18/01 darebbe 65 seggi alle destre, 46 alle sinistre e 9 alle liste arabe sui 120 da spartire. Un sondaggio dello stesso istituto sostiene la tesi che la guerra abbia avvantaggiato il centro-destra e in particolare il Likud. È infatti Netanyahu, a capo del Likud, il Presidente preferito nel sondaggio con il 36% dei consensi, Tzipi Livni di Kadima al 21% e Barak dei laburisti al 14%. A mio avviso questi risultati non sono figli della guerra: erano molto simili anche prima dell’inizio dell’operazione “Piombo Fuso”. Una vittoria della destra non sarebbe tuttavia il segnale migliore da dare ai palestinesi in questo momento. È stata la destra a volere la guerra ed al governo c’era la destra quando il blocco su Gaza è stato irrigidito invece che ridotto. È stata in sostanza la destra di Likud e Kadima a fare la guerra. L’ha provocata non aderendo al cessate il fuoco mediato dall’Egitto a giugno, non dando valore all’importante proposta di Hamas di settembre e ha usato come pretesto il lancio di razzi palestinesi sul territorio israeliano, il tutto con la complicità del laburista Barak che, essendo in minoranza nel governo, ha potuto solo prendere atto e piegare anch’egli la guerra come mezzo propagandistico per se e il suo partito. Ciò emerge dal fatto che già nel mese di novembre 8 razzi erano partiti dal territorio palestinese diretti sulle città israeliane, ma come mai quell’atto non fu considerato come una rottura della tregua? Perché dicembre/gennaio? Perché si tratta di un periodo più prossimo alle elezioni? Non ci è dato saperlo con certezza. Possiamo congetturare che ci siano motivazioni di ordine strategico (tentare di indebolire Hamas) o politico verso la Palestina (rallentare il processo di pace e la costituzione dello stato palestinese) o politico verso gli israeliani (alzare i toni dello scontro per giungere, dopo le elezioni, con un governo più forte, a una definitiva offensiva contro Hamas).

Di questa guerra di cui si parla come di una grande vittoria non si capiscono i risultati. Per uccidere trecento miliziani di Hamas, sono stati uccisi più di mille civili nei modi più atroci. Il 06/01 un carro armato ha distrutto a cannonate una scuola ONU dentro cui erano rifugiate diverse decine di persone; ne sono morte 43. Se anche ci fossero stati terroristi al suo interno, la soluzione era rappresentata dal loro arresto, non dalla distruzione dell’edificio in cui stavano insieme a donne e bambini. L’episodio, citato da più fonti, ha avuto una rilevanza mediatica molto bassa per quello che rappresenta: un atto indiscriminato di sterminio. Avendo l’obiettivo (dichiarato) d’indebolire Hamas e gli estremisti, i soldati di Gerusalemme hanno distrutto scuole, ospedali, case, moschee, sedi dell’ONU ottenendo come risultato che l’odio verso Israele è solo aumentato in tutto il mondo musulmano, un rallentamento del processo di pace e l’allontanamento della costituzione di uno stato palestinese, unica vera soluzione per una questione che è lungi dall’essere risolta, oggi più di ieri.

Si ringrazia Emiliano Quercioli per reperimento di alcune fonti.

Edoardo Da Ros

edoardo.daros@sconfinare.net

Durante l’ultima settimana sono finalmente state comunicate le nuove nomine per gli organi di intelligence dello Stato italiano(SISMI, informazioni e sicurezza militare; SISDE, informazione e sicurezza democratica; CESIS, comitato di coordinamento). Il cambiamento è più legato allo scandalo del rapimento Abu Omar(l’imam sequestrato in Italia nel febbraio 2003 in connivenza con la CIA) che all’effettivo avvicendarsi del colore politico del governo italiano con le elezioni di aprile 2006.

L’intero caso è al centro dell’attenzione dei media fin dall’apertura da parte della procura di Milano di un’indagine sulla legittimità del sequestro e della raccolta di dati sul soggetto, che ne ha permesso la cattura ed il trasferimento forzato in Egitto. Le nuove cariche hanno dovuto caratterizzarsi, quindi, come “neutre”, fuori dai giochi politici, con tanto di apprezzamento delle parti politiche e delle cariche istituzionali. Per il vero, anche i predecessori dei nuovi vertici si configuravano come personalità di altissimo profilo e comprovata professionalità(il curriculum dello stesso Pollari, ex capo SISMI, ne è una prova lampante). Sono proprio l’enfasi mediatica ed il giudizio politico espresso dai giornali che, a nostro avviso, evidenziano la prospettiva errata che il dibattito su un piano più popolare ha assunto.

Il SISMI “È chiamato ad assolvere tutti i compiti informativi e di sicurezza per la difesa sul piano militare dell’indipendenza e dell’integrità dello Stato da ogni pericolo, minaccia o aggressione. Svolge compiti di controspionaggio, comunica al Ministro della Difesa e al CESIS tutte le informazioni ricevute o comunque in suo possesso, le analisi e le situazioni elaborate, le operazioni compiute e tutto ciò che attiene alla sua attività“. Difendere con efficacia sul piano militare e su quello dell’indipendenza uno Stato è faccenda quantomai delicata e complessa; la stessa inclusione nella definizione dei compiti di controspionaggio è un accenno alle attività al limite della costituzionalità che proprio per difendere quel regime costituzionale, l’organo compie. In questo senso, e con l’incalzante richiesta di una riforma dei Servizi, l’opinione pubblica esprime un giudizio operativo sulle vicende conosciute, e chiede di fatto più garanzia, esplicata con una maggiore conoscenza del lavoro del SISMI e delle sue forze.

Il nostro giudizio sul primo punto, ovvero sull’incostituzionalità delle operazioni nel caso Abu Omar, è conforme a quello della stampa in generale: come non condannare la raccolta illegale di dossier su un privato incensurato, e favorirne(se non effettuarne) poi il sequestro e l’estradizione(in località tuttora sconosciuta)? La violazione dei principi fondamentali dei diritti dell’uomo è evidente, e la brutalità dell’azione compiuta appare straordinaria anche per i servizi segreti. Tuttavia, riteniamo che alla base vi sia un fraintendimento e una generalizzazione eccessiva del recente(e sicuramente riprovevole) caso montato alla ribalta.

Il principio operativo degli organi di estrema sicurezza legittima questi(di necessità pratica) a muoversi al limite del rispetto delle libertà individuali e personali, proprio per garantire a tutta la cittadinanza di uno Stato la sicurezza che, spesso si dimentica, non è solo quella visibile tramite le pattuglie di Polizia lungo le strade. Per la stessa definizione(illegale, anticostituzionale, lesiva) del crimine, un intervento nel rispetto di tutti i diritti del cittadino non può che essere curativo,e per questo tardivo, mentre un’efficace opera di prevenzione deve, in questo ambito, informarsi alle modalità del male da prevenire(fintanto che rappresentano i canali comunicativi, d’informazione).

Alla luce di questa definizione, una riforma dei servizi segreti che incentrasse la sua opera sul maggiore controllo mediatico o istituzionale di questi tradirebbe il suo preposto scopo di garanzia sulla trasparenza delle procedure e dei metodi. I funzionari del SISMI si troverebbero, al contrario, ad avere a che fare con un’aumentata complessità del lavoro, percepibile in termini effettivi unicamente come un diminuito standard di sicurezza per il maggior numero di cittadini.

Davide Caregari, Riccardo Dalla Costa

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