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Prendete un pugno di canzoni new-wave o punk piene di energia, ma accertatevi che siano veramente belle. Provate a riprodurne solo l’armonia con una semplice chitarra e la voce di una ragazza. Con una gran bella voce, s’intende. Vi accorgerete ben presto che il risultato sarà pura bellezza. Come se le vostre canzoni fossero state registrate nel Brasile negli anni ’60, in pieno stile bossa nova.

Questo è il risultato dell’esperimento discografico “Nouvelle Vague“, con il quale Marc Collin e Olivier Libaux ci propongono un’inedita rilettura di canzoni scritte da artisti famosi come i Joy Division, i The Clash o i The Cure, o un po’ dimenticati come gli XTC, i Tuxedomoon, i Modern Engllish o gli Special, ma tutti riconducibili al filone new-wave. Non hanno fatto altro che chiamare 8 giovani cantanti dalle voci sensuali, che hanno reinterpretato questi testi degli anni ’80 rendendoli atemporali, pronti per essere ascoltati come se non fossero mai stati cantati prima. Così sentiamo i famosi versi dei Joy Division “and we’re changing our ways, taking different roads, then love, love will tear us apart again” prendere forma soffice attraverso la voce dolce di Eloisa. Possiamo anche ascoltare la splendida Guns of Brixton riproposta dall’intrigante di Camille, o una freschissima versione di Just can’t get enough dei Depeche Mode, perfetta per trovare la forza di scendere dal letto la mattina. Per non dimenticare una sensuelle Melanie Pain che ripete This is not a love song, l’irriverente Too drunk to fuck dei Dead Kennedys cantata da una Camille che sembra ubriaca per davvero, o la malinconica In a manner of speaking. La particolarità del risultato di questa registrazione è che le tonalità delle voci delle cantanti sono così naturalmente omogenee, da sembrare, ad un primo ascolto, di un’unica ragazza. Colorata, spiritosa, simpatica, divertente: Nouvelle Vague si dimostra una collaborazione davvero ben riuscita, nonché una rivisitazione sorprendente e molto originale nel suo genere. Non si erano mai visti dei remake così radicali e ben fatti da diventare nuovi piccoli capolavori. Un disco che vale la pena ascoltare. In una parola: adorabile.

Agnese Ortolani

1.    JOY DIVISION : Love will tear us apart (feat. Eloisia)

2.    DEPECHE MODE : Just can’t get enough (feat. Eloisia)

3.    TUXEDOMOON : In a manner of speaking (feat. Camille)

4.    THE CLASH : Guns of Brixton (feat. Camille)

5.    P.I.L. : (This is not a) love song (feat. Melanie Pain)

6.    DEAD KENNEDYS : Too drunk to fuck (feat. Camille)

7.    THE SISTERS OF MERCY : Marian (feat. Alex)

8.    XTC : Making plans for Nigel (feat. Camille)

9.    THE CURE : A forest (feat. Marina)

10.    MODERN ENGLISH : I melt with you (feat. Silja)

11.    THE UNDERTONES : Teenage Kicks (feat. Melanie Pain)

12.    KILLING JOKE : Psyche (feat. Sir Alice)

13.    THE SPECIALS : Friday night, saturday morning (feat. Daniella D’Ambrosio)

Lo sentite nell’aria, non appena cominciate a scendere i gradini. Prima ancora del buio, del fumo denso, dell’odore di tabacco. E’ lui, non potete sbagliarvi. Inconfondibile, magnifico, inimitabile. Quelle note calde, avvolgenti, a tratti così malinconiche, a tratti così sensuali. La sua voce è come un bacio, vi accarezza dolcemente la pelle. La sua tromba è un amplesso, suona dentro di voi. Avete forse sentito qualcun altro suonarla in questo modo?

Ecco, iniziate a scorgerlo tra le teste che riempiono il locale. Bellissimo, come sempre. Suona verso di voi, il pianoforte nero alla sua destra. Dalla sua tromba esce una melodia divina. Come se il jazz non fosse mai stato suonato prima. Non in quel modo. My Funny Valentine. Semplicemente stupenda. Lui ha il dono di sussurrarvi l’amore all’orecchio come non può farlo nessun altro. Non potete non innamorarvi, è ovvio.

C’è Chet, e poi vengono tutti gli altri.

 

Chet Baker, nato nel 1929 in Oklahoma, è stato uno dei migliori musicisti jazz del secolo scorso. Ha conquistato l’Europa negli anni ’60, dopo aver vinto un’audizione con Charlie Parker nel ’52 e aver ottenuto un successo notevole con il suo quartetto. Così inquieto, così sregolato, così geniale. La fatidica caduta dalla camera del suo hotel, ad Amsterdam, nel 1988, mentre era sotto l’effetto di quell’eroina di cui non poteva fare a meno, ha messo fine alla sua vita turbolenta. E con quella caduta se n’è andato un talento irripetibile nella storia del jazz. Non c’è molto da dire, bisogna ascoltarlo: è un’esperienza che va provata. Let’s get lost, I fall in love too easily,
Isn’t it romantic?,
Time after time, sono solo alcune briciole delle sue migliori interpretazioni.
Chet sapeva suonare splendidamente, ma soprattutto sapeva emozionare. E lo fa ancora. Come nessun altro al mondo.

 

Agnese Ortolani

Parigi, un caldo luglio di due anni fa. Ero appena approdata sulla rive Gauche, lasciandomi Notre Dame alle spalle, quando l’ho visto apparire al numero 37 di rue de la Bucherie: forse sono state le pile accatastate di libri fuori dall’ingresso o il gruppetto di ragazzi seduti per terra intenti ad ascoltare una lettura di poesie, ma appena è comparsa l’insegna di legno di Shakespeare & Co. davanti ai miei occhi ho capito che si trattava di un posto speciale. Non potevo non entrare, e così ho varcato la soglia, impaziente di vedere cosa si nascondeva all’interno. Ed è stato subito come essere catapultati in un mondo lontano, tanti anni fa: infiniti scaffali fino al soffitto colmi di libri polverosi, scalette di legno appoggiate qua e là e un ragazzo decisamente eccentrico dietro ad un vecchi tavolo. Mi aggiravo con aria sognante tra le montagne di volumi, per gli angoli della libreria, quando ho notato una misteriosa frase di Yeats vicino ad una scala di legno: “I must go down where all the ledders start, in the full rag and bone shop of the heart”. Piena di curiosità sono salita per la scala scricchiolante e mi sono trovata in una vecchia biblioteca cosparsa di libri e letti ovunque e sotto i letti zaini, vestiti e fogli scritti. In cima alle scale poche lettere incise sul muro: “Be not inhospitable to strangers, lets they be angels in disguise”. Così, rinfrancata dalle parole di accoglienza, ho iniziato a curiosare per le stanze indisturbata. C’erano ragazzi che leggevano attorno ad un tavolo, qualcuno che faceva il caffè in una piccola cucina installata in corridoio e una macchina da scrivere in una nicchia di legno. Decisamente sbalordita, stavo iniziando a fantasticare su che razza di posto avessi trovato, quando un ragazzo, giunto al mio fianco, ha iniziato a raccontarmi la storia di Shakespeare & Co. Prima libreria americana di Parigi, aperta negli anni ’20 da una ragazza americana di nome Sylvia Beach, era diventata poi anche un rifugio per poeti e ragazzi disposti a lavorare tra i libri in cambio di un letto in cui dormire. Così ho scoperto che era qui che James Joyce aveva pubblicato l’Ulisse per la prima volta, che Hemingway era uno di casa e che tutti i migliori scrittori del XX secolo si erano fermati qui almeno una volta. Ho ascoltato i racconti delle vite dei ragazzi che alloggiavano al Tumbleweed hotel -questo è il nome dato alla parte della libreria trasformata in ostello negli anni ’50-, di chi era scappato di casa, di chi veniva da molto lontano, di chi era rimasto una notte soltanto. Come potete immaginare è stato facile innamorarsi di un posto come questo. Sono tornata a Shakespeare & Co. tutti i pomeriggi per una settimana, ho conosciuto personaggi folli dalle storie più assurde, ho frugato ovunque, letto intensamente, scoperto qualche segreto degli abitanti di questo piccolo mondo perduto. E’ stato qui che ho sognato, che ho visto la Parigi d’altri tempi, che mi sono sentita un po’ a casa. E’ incredibile cosa possa succedere da Shakespeare & Co., e comunque sia è un luogo da cui si esce cambiati. Io mi auguro di tornarci presto, e spero possiate farlo anche voi.

Agnese Ortolani

Parigi, un caldo luglio di due anni fa. Ero appena approdata sulla rive Gauche, lasciandomi Notre Dame alle spalle, quando l’ho visto apparire al numero 37 di rue de la Bucherie: forse sono state le pile accatastate di libri fuori dall’ingresso o il gruppetto di ragazzi seduti per terra intenti ad ascoltare una lettura di poesie, ma appena è comparsa l’insegna di legno di Shakespeare & Co. davanti ai miei occhi ho capito che si trattava di un posto speciale. Non potevo non entrare, e così ho varcato la soglia, impaziente di vedere cosa si nascondeva all’interno. Ed è stato subito come essere catapultati in un mondo lontano, tanti anni fa: infiniti scaffali fino al soffitto colmi di libri polverosi, scalette di legno appoggiate qua e là e un ragazzo decisamente eccentrico dietro ad un vecchi tavolo. Mi aggiravo con aria sognante tra le montagne di volumi, per gli angoli della libreria, quando ho notato una misteriosa frase di Yeats vicino ad una scala di legno: “I must go down where all the ledders start, in the full rag and bone shop of the heart”. Piena di curiosità sono salita per la scala scricchiolante e mi sono trovata in una vecchia biblioteca cosparsa di libri e letti ovunque e sotto i letti zaini, vestiti e fogli scritti. In cima alle scale poche lettere incise sul muro: “Be not inhospitable to strangers, lets they be angels in disguise”. Così, rinfrancata dalle parole di accoglienza, ho iniziato a curiosare per le stanze indisturbata. C’erano ragazzi che leggevano attorno ad un tavolo, qualcuno che faceva il caffè in una piccola cucina installata in corridoio e una macchina da scrivere in una nicchia di legno. Decisamente sbalordita, stavo iniziando a fantasticare su che razza di posto avessi trovato, quando un ragazzo, giunto al mio fianco, ha iniziato a raccontarmi la storia di Shakespeare & Co. Prima libreria americana di Parigi, aperta negli anni ’20 da una ragazza americana di nome Sylvia Beach, era diventata poi anche un rifugio per poeti e ragazzi disposti a lavorare tra i libri in cambio di un letto in cui dormire. Così ho scoperto che era qui che James Joyce aveva pubblicato l’Ulisse per la prima volta, che Hemingway era uno di casa e che tutti i migliori scrittori del XX secolo si erano fermati qui almeno una volta. Ho ascoltato i racconti delle vite dei ragazzi che alloggiavano al Tumbleweed hotel -questo è il nome dato alla parte della libreria trasformata in ostello negli anni ’50-, di chi era scappato di casa, di chi veniva da molto lontano, di chi era rimasto una notte soltanto. Come potete immaginare è stato facile innamorarsi di un posto come questo. Sono tornata a Shakespeare & Co. tutti i pomeriggi per una settimana, ho conosciuto personaggi folli dalle storie più assurde, ho frugato ovunque, letto intensamente, scoperto qualche segreto degli abitanti di questo piccolo mondo perduto. E’ stato qui che ho sognato, che ho visto la Parigi d’altri tempi, che mi sono sentita un po’ a casa. E’ incredibile cosa possa succedere da Shakespeare & Co., e comunque sia è un luogo da cui si esce cambiati. Io mi auguro di tornarci presto, e spero possiate farlo anche voi.

Agnese Ortolani

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