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aung san suu kyiLo scorso maggio non sono state poche le testate giornalistiche e televisive che hanno seguito con attenzione le gesta sconvolgenti del mormone americano che, attraversando un intero lago a nuoto, è riuscito ad intrufolarsi nell’abitazione di Aung San Suu Kyi e a scatenare le ire funeste del regime birmano. Lo stesso interesse non c’è stato in agosto, quando il processo intrapreso contro la leader del movimento per il rispetto dei diritti umani e civili in Birmania e contro il sopracitato John Yethaw ha portato ad una sentenza di condanna.

Il processo comincia il 18 maggio 2009 ed entrambi gli imputati si dichiarano non colpevoli. Le autorità giudiziarie muovono a Yethaw, arrestato il 6 maggio, le accuse di essere penetrato in una zona posta sotto il controllo della polizia,di aver nuotato illegalmente nel lago Inya e di aver violato le leggi nazionali sull’immigrazione. Aung San Suu Kyi viene invece incolpata di aver ospitato l’americano in casa, ignorando così la norma sulla “salvaguardia dello Stato contro i pericoli derivanti da persone in grado di causare atti sovversivi” e violando i temini degli arresti domiciliari. Nell’ingranaggio giudiziario che ha ormai fagocitato i due attori principali di questa grottesca vicenda sono finite anche le due collaboratrici domestiche della leader, Khin Khin Win e Ma Win Ma Ma, e alcuni funzionari del regime: sessantuno membri della polizia di sicurezza sono stati interrogati, un Tenente è stato retrocesso di grado e ad un numero imprecisato di persone sono stati dati dai tre ai sei mesi di carcere per inosservanza dei propri doveri.

Dalla testimonianza di imputati e testimoni traspaiono notizie fondamentali per la comprensione dell’accaduto. In primis, Yethaw si è ostinato a dichiarare la natura divina della propria impresa e ha aggiunto non solo di essere stato visto dalla polizia mentre attraversava il lago ma anche che la stessa lo avrebbe fermato durante un precedente tentativo di raggiungere l’abitazione di Aung San Suu Kyi, lo avrebbe interrogato e quindi rilasciato. L’avvocato difensore della leader ha più volte sottolineato la premeditazione o quanto meno la connivenza dell’apparato di polizia birmana ma i giudici non ne hanno tenuto conto ai fini della sentenza emanata l’11 agosto scorso. Ad aggravare la situazione si sommano la reticenza da parte della Corte ad accettare i testimoni della difesa(un testimone su quattro accettato per la difesa vs quattordici su ventitre per l’accusa) e l’impossibilità da parte dei difensori della leader di discutere e preparare con lei la sua deposizione .

La sentenza condanna Aung San Suu Kyi, detenuta durante tutto l’atto processuale nella prigione di Insein, a tre anni di lavori forzati. La pena, tuttavia,a pochi minuti dall’emissione viene commutata in diciotto mesi di arresti domiciliari dallo stesso Than Shwe, Capo del Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo (SPDC) dal 23 aprile
1992. Fondamentale potrebbe essere stata la presenza al processo di diplomatici inglesi, tedeschi, norvegesi, francesi e italiani, e le molteplici professioni di sdegno espresse da statisti del calibro del Presidente degli USA o da organismi come l’UE, l’ONU o l’ASEAN. Quest’ultima, di cui la Birmania è membro, ha espresso “grave preoccupazione” per la piega presa dalla vicenda di Aung San Suu Kyi e parteggia per il suo immediato rilascio: alla base di questa posizione c’è l’importanza politico-economica di mostrarsi sensibile alla protezione e alla promozione dei diritti umani agli occhi della comunità internazionale.

Lo stesso periodo di arresti domiciliari è stato imposto alle collaboratrici della leader. Per quanto riguarda Yethaw, invece, la pena prevista erano sette anni di reclusione nelle carceri birmane, di cui quattro da scontare ai lavori forzati. Ma già il 12 agosto il Senatore statunitense Jim Webb si trovava in Birmania per negoziarne il rilascio, la cui giustificazione risiedeva nelle precarie condizioni di salute dell’uomo. Pochi giorni dopo, il 19 agosto, Yethaw si trovava su un volo diretto in America. Una volta atterrato sul suolo natio egli ha confidato ai giornalisti: “se dovessi, lo rifarei un centinaio di volte pur di salvarle la vita…Il fatto che l’abbiano rinchiusa mi spezza il cuore..vorrei poter dire di più”. E tutto quello che Yethaw aggiunge è un rozzo tentativo di mimare una cerniera che gli sigilla le labbra. Lo stesso rozzo gesto che mima il resto del mondo.

Valeria Carlot

Valeria.Carlot@sconfinare.net

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Tbilisi inciampa sugli gli oleo-gasdotti stesi dall’Occidente

Scavando dietro la versione semplificata che ci hanno servito i media occidentali durante la crisi georgiana di quest’estate, si scoprono molte ottime ragioni per solidarizzare con la Russia. Dal progetto di scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca, alle rivoluzioni colorate georgiana e ucraina; dallo spettacolare riarmo della Georgia (che in aprile aveva incrementato del 28% il suo bilancio militare), al programma di adesione delle due repubbliche alla Nato: queste dimostrazioni di forza (?) orchestrate dagli Usa si sono trasformate in altrettanti buoni pretesti per l’offensiva russa di quest’estate. È innegabile comunque che, togliendosi questi sassolini dalle scarpe, la Russia abbia in realtà agito in difesa di interessi ben più forti.
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Positivo il Decreto varato dal Ministro Gelmini, ma attenzione al Progetto di Riforma.

News d’Ateneo: nuovi corsi, assunzioni bloccate, conti in rosso.

Dall’inizio dell’anno accademico proseguono le manifestazioni di dissenso e di preoccupazione per la manovra estiva varata dal governo in agosto e per il progetto di riforma dell’università che il Ministro Gelmini presenterà in questi giorni. Ma prima di dedicarmi alla riforma ed alle iniziative che sono state prese anche a Gorizia in questi giorni, credo sia importante dare alcune informazioni “di servizio” interne al nostro ateneo e alla nostra facoltà.

La novità di maggior rilievo è senz’altro l’elezione del nuovo preside di Facoltà, il Prof Roberto Scarciglia, docente di Diritto Pubblico Comparato, eletto a grande maggioranza nel mese di ottobre e subentrato al Preside Coccopalmerio dal 1 novembre. Facciamo al neo-preside un in bocca al lupo e ci aspettiamo che riesca a portare una ventata di novità nella nostra Facoltà, portando avanti iniziative originali e più adatte ai nostri tempi.

Sempre nel mese di ottobre (16 ottobre) una seduta congiunta di Senato Accademico, Consiglio d’Amministrazione e Consiglio degli Studenti ha analizzato i primi dati raccolti nella Valutazione didattica per l’anno accademico 2007-2008. Tralasciando i dati in sé che sono consultabili sul sito della nostra università, è interessante sottolineare come nel dibattito che è seguito si sia sottolineata l’esigenza di dare un seguito a questi questionari, la cui validità statistica è però messa in discussione dal fatto che i soli questionari presi in considerazione sono quelli in cui è indicata una frequenza di più del 75%, senza considerare il fatto che l’assenteismo a lezione è esso stesso un giudizio sulla qualità dell’insegnamento. In questo modo tutti i dati risultano in qualche misura falsati.

Da un punto di vista più prettamente amministrativo è invece emersa anche quest’anno la necessità di utilizzare parte dei fondi studenteschi di facoltà 2009 (20.000 dei 70.000 euro del fondo) per la copertura di alcuni corsi previsti per l’anno accademico 2008-2009. Nello specifico per Gorizia erano a repentaglio i corsi di Spagnolo I e II e di Arabo II, che senza questi fondi non sarebbero potuti partire. La querelle sui fondi studenteschi usati per coprire le attività didattiche si ripete in realtà ogni anno. In cambio della disponibilità a spendere questi soldi per le suddette attività già programmate il Consiglio di Facoltà del 5 novembre ha però accolto quest’anno la richiesta dei rappresentanti di attivare nel secondo semestre di questo stesso anno accademico quattro corsi da 60 ore a contratto, il cui costo sarà coperto da parte dei restanti fondi studenteschi (circa 12.000 euro). Si tratterà di Russo I, Portoghese I,
Storia ed Istituzioni dell’America Latina e Economia Pubblica (o Scienza delle Finanze). È però da segnalare la protesta avanzata da parte del corpo docente (in particolare dai ricercatori) che hanno contestato la richiesta degli studenti ricordando che il SID non è un corso di lingue, che corsi come il cinese, quando c’erano, andavano deserti e che in un momento di vacche magre non dovrebbero essere sprecati fondi per “corsi inutili come questi” affidati a contratto a personale esterno.

Nello stesso CdF del 5 novembre è stata proposta dal Preside Scarciglia la modifica del regolamento di Facoltà per rendere elettive le cariche di rappresentanti degli studenti nella Giunta di Facoltà (sino ad ora erano di nomina del Preside). La discussione di questo punto è stata rimandata al 19 novembre per mancanza di tempo, ma con ogni probabilità ci troveremo presto ad eleggere un rappresentante nella giunta per Gorizia ed uno per Trieste.

Ma passiamo dunque ai perché di questo periodo di vacche magre: il decreto 133 del 6 agosto 2008 e l’imminente riforma del sistema universitario.

La convocazione dell’assemblea il 28 ottobre era concepita dai rappresentanti soprattutto come un momento di analisi della legge e delle sue problematiche, grazie all’indispensabile e puntuale contributo di Marco Barelli (rappresentante al CdF di Lettere e Filosofia), in modo da poter arrivare in maniera più cosciente all’elaborazione di iniziative concrete per manifestare il dissenso del nostro corso di Laurea. La piattaforma condivisa dall’assemblea, ed esposta nel documento proposto dai rappresentanti ed approvato nella seduta, è stata quella di un dissenso nei confronti di un provvedimento miope che non curandosi di una riforma globale del sistema universitario puntava solo a ridurne i costi, e non gli sprechi, che invece sono tanti e sarebbero restati tali perché nulla si faceva nello specifico contro di essi. Con il taglio drastico del Fondo di Funzionamento Ordinario da 1441 miliardi per il prossimi anni non si assicurava affatto una razionalizzazione della spesa: nessuna distinzione era prevista tra le università virtuose e le altre, tra i docenti che fanno ricerca e gli altri…solo un taglio che avrebbe colpito tutti e che combinato con il turn over al 20% avrebbe messo a rischio tutto il sistema universitario.

Pur restando invariata l’entità dei tagli al FFO, da allora molte cose sono cambiate. Con il Decreto del MIUR pubblicato lunedì in gazzetta ufficiale il ministro Gelmini ha apportato alcune modifiche ai tagli precedentemente varati dal governo.

Rendendo effettive direttive della finanziaria 1998 (rimaste lettera morta fino ad oggi) vengono bloccate tutte le assunzioni (di docenza ma anche del personale tecnico amministrativo) in tutti gli atenei che spendono in stipendi più del 90% del FFO. Sette ricadranno sicuramente in questa categoria e tra essi compare anche il nostro ateneo, insieme a quello di Cassino, Firenze, Bari, L’Aquila, Pisa, L’Orientale di Napoli; ma ad essi potrebbero aggiungersi altri 19 atenei.

Riprendendo inoltre il Patto con le Università firmato dal Ministro Mussi il decreto destina il 7% del FFO 2009 (circa 500 milioni) agli atenei virtuosi, le cui performance saranno valutate dal Cnvsu (Comitato nazionale di valutazione del sistema universitario) e dal Civr (Comitato per la valutazione della ricerca) in base ai parametri di ricerca, crediti acquisiti dagli studenti e numero degli iscritti. In questo modo alcuni atenei, tra cui non compare il nostro ateneo, si troveranno ad avere addirittura più fondi per l’anno 2009 (43 milioni in più per Torino, 40 per il Politecnico di Milano, 30 per Padova, 29 per Bologna – IlSole24ore 7-11-08). Tra questi non compare Trieste che anzi nel periodo 2009-2011 avrà un taglio pari a 1.700 euro circa per studente (elaborazione IlSole24ore, 10 novembre 2008).

Il turn over viene inoltre ridotto dal 20% al 50%, ma il 60% delle risorse liberate dovrà essere impiegato per assunzioni di ricercatori, in modo tale che per ogni docente in pensione si assumano tra i 2 ed i 3 ricercatori (si punta a 3.000 ricercatori in più nel 2009).

Sono stanziati inoltre 65 milioni di euro in più per le residenze universitarie e 135 milioni per le borse di studio, in modo da accorciare il gap che ci distanzia dagli altri paesi europei (siamo ultimi in Europa per numero di studenti riceventi borse di studio: 11% contro l’86% della Gran Bretagna).

Vengono confermati i concorsi già banditi anche se le regole cambieranno. Per i ricercatori la commissione sarà formata da 2 ordinari (uno nominato ed uno sorteggiato) ed un associato, nessuno comunque appartente all’ateneo che bandisce il concorso. Mentre dal 2010 la selezione “è effettuata sulla base dei titoli e delle pubblicazioni dei candidati, ivi compresa la tesi di dottorato, utilizzando parametri riconosciuti anche in ambito internazionale”.

A questo decreto seguirà comunque in questi giorni il Progetto di Riforma vero e proprio, le cui linee guida sono comunque stilate già da ora. Si punta sulla razionalizzazione dei corsi di laurea (arrivati a 5.000) e delle sedi distaccate ed al cambiamento radicale del cursus honorum dei docenti, i cui scatti di stipendio non dovranno più essere legati all’anzianità ma alla produttività didattica e di ricerca degli stessi. Ma questo sarà di certo il punto su cui ci sarà lo scontro più duro con la casta dei baroni accademici.

Altro punto controverso su cui la riforma dovrà fare luce è quello della governance degli Atenei e della possibilità di trasformarsi in fondazioni di diritto privato. A riguardo è necessario fornire precise e più stringenti garanzie circa l’influenza che gli eventuali enti privati potrebbero esercitare sulla didattica e sulla determinazione delle tasse universitarie. Nessuno inoltre sembra aver pensato al fatto che le condizioni economiche e la cultura amministrativa delle diverse regioni d’Italia avrà un peso determinante sulla vita delle fondazioni, creando università di serie A e di serie B.

Ancora da dissipare sono poi i dubbi sullo stato di salute delle finanze del nostro ateneo. Nella splendida assemblea svoltasi il 29 ottobre in Piazzale Europa a Trieste in un clima di grande libertà di cui il Magnifico Rettore è stato imparziale custode, lo stesso Peroni ha assicurato di fronte a 3000 tra studenti, docenti, personale ATA e semplici cittadini, che le finanze del nostro ateneo godono di ottima salute, che si è sempre raggiunto il pareggio di bilancio e che la nostra amministrazione non ha mutui di alcun tipo. È però del 10 novembre l’articolo del Sole24ore che include Trieste tra gli atenei “in profondo rosso”, salvo poi astenersi dal quantificare suddetto debito e limitarsi a scrivere che “un piano di rientro è in cantiere anche a Trieste”. Chiedo dunque ufficialmente che il Rettore, dati alla mano, faccia chiarezza su questo punto e che seguano eventuali smentite pubbliche sullo stesso giornale.

L’assemblea triestina ha inoltre approvato il documento elaborato il giorno precedente dall’assemblea di Gorizia, che è stato letto in Piazzale Europa da Nastasi.

Tutto dunque è ancora in movimento per l’università. Di certo molto è cambiato dagli inizi di ottobre ed il Decreto di lunedì va senz’altro nella direzione giusta. Restano però alcuni punti i cui sviluppi sarà importante seguire nella Riforma vera e propria: dalle Fondazioni Private all’abbattimento dei privilegi del ceto accademico. Come ci insegnano le Scienze Politiche, è importante ora non spegnere i riflettori sull’università e continuare a vegliare sull’operato di governo ed opposizione in maniera consapevole ed informata, esercitando al meglio la nostra Facoltà di Dissentire. È stato questo anche il senso profondo della giornata di leizoni all’aperto, lunedì 10 novembre. Circa 60 studenti hanno ascoltato interessati le lezioni tenutesi in Piazza Sant’Antonio e nella Galleria in Corso Verdi, attirando anche l’attenzione un po’ curiosa dei passanti goriziani. Alle splendide lezioni dei professori Tonchia, Goio, La Mantia, Schulze, Scarciglia, Abenante, Scaini e Palmisano è seguito l’intervento del Preside Gabassi che ha focalizzato l’importanza della qualità della didattica e dell’amministrazione, con un occhio anche ai rischi per Gorizia nell’ambito della razionalizzazione delle sedi distaccate.

Auspichiamo che altre iniziative continuino non per un dissenso fine a se stesso, ma per tenere viva l’attenzione e creare la consapevolezza alla base di un eventuale dissenso, affinchè, qualunque giudizio esprimeremo sulla riforma che verrà, esso sia argomentato sulla realtà dei fatti.

Da leggere: L’università corrotta, di Roberto Perotti ed. Einaudi; La crisi del potere accademico italiano, di Gilberto Capano e Giuseppe Tognon ed. Arel-Il Mulino; Come cambia la scuola, instant book del Sole24ore.

Attilio Di Battista

Rappresentante degli Studenti in CdF.


 

Sono passati 30 giorni dall’installazione del nuovo Sconfinare.net, molte cose sono state sistemate e aggiornate e ancora molto rimane da fare, come sempre del resto, ma Sconfinare.net funziona e i risultati si vedono. In un mese di attività, senza nuovi numeri cartacei prodotti, ha contato 815 visitatori e la popolarità del sito è in salita, inoltre il numero di commenti spam è arrivato a oltre 1000 unità (fate voi se è da considerare un elemento positivo o negativo, mah..).

Continuate a seguirci, continuate a leggerci, a visitarci.
Noi continueremo a scrivere e a interessarvi.

Al Lido di Venezia vince a sorpresa la Cina

È giunta quest’anno alla sessantatreesima edizione la Mostra del Cinema di Venezia, che si inquadra nel più vasto scenario della Biennale di Venezia. Per la prima volta dal dopoguerra, l’edizione 2006, che si è svolta dal 30 agosto al 9 settembre, ha portato in concorso tutti film in prima mondiale, tra cui in particolare “The Queen” e “Il diavolo veste Prada” (fuori concorso) hanno portato una ventata d’aria fresca in una manifestazione a volte un po’ troppo uguale a se stessa. Madrina della rassegna è stata l’attrice italiana Isabella Ferrari, mentre la giuria è stata presieduta da Catherine Deneuve e composta da José Juan Bigas Luna, Paulo Branco, Cameron Crowe, Chulpan Khamatova, Park Chan-Wook e Michele Placido.

Molte le star di calibro mondiale presenti: sul tappeto rosso, inaugurato da una Scarlett Johansson in ritardo di 40 minuti (da vera diva), hanno sfilato, tra gli altri, Sandra Bullock, Helen Mirren, Adrien Brody, Jeremy Irons, Ben Affleck, Anne Hathaway, Meryl Streep, Rachel Weisz e Lindsay Lohan

Di seguito, una veloce carrellata dei premi assegnati in questa edizione.

A sorpresa, e non senza disappunto di molti, il
Leone d’Oro della 63ma Mostra del Cinema di Venezia è andato al cinese Jia Zhang-Ke, regista del film “Still Life”.

Leone d’Argento per la migliore regia
a Alain Resnais per “Coeurs”.
Leone d’Argento Rivelazione a
Emanuele Crialese
perNuovomondo”.
Premio speciale della Giuria a “Daratt“, di Mahamat-Saleh Haroun.
Leone d’Oro alla carriera per il regista statunitense David Lynch.
Leone speciale d’insieme alla carriera per
Jean-Marie Straub e Danièle Huillet.
Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Ben Affleck per “Hollywoodland”.
Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile a
Helen Mirren per il film “The Queen”.
Premio Osella per migliore contributo tecnico alla fotografia a “Children of Mendi
Alfonso Cuaron.
Premio Osella per la miglior sceneggiatura a “The Queen” di Stephen Frears.
Premio Marcello Mastroianni per la miglior attrice emergente a Isild Le Besco in “L’intouchable” di Benoît Jacquot.
Il Premio Orizzonti DOC è stato conferito al lungo documentario di Spike Lee, “When the Levees Broke”, mentre il Premio Orizzonti è andato al film cinese “Mabei shang de fating” di Liu Jie.
Premio Venezia Opera Prima “Luigi de Laurentiis” a Peter Brosens e Jessica Woodworth per il loro “Khadak”.

Per la categoria Cortometraggi, Menzione Speciale al film “Adults Only” di Yeo Joon Han;
Prix UIP per il miglior cortometraggio europeo a “The Making of Parts” di Daniel Elliott.
Leone Corto Cortissimo per il miglior cortometraggio a “Comment on freine dans une descente?” di Alix Delaporte.

Federico Permutti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E A ROMA CI SI PREPARA PER LA FESTA

 

E’ ancora presto per poter dare un giudizio complessivo su una manifestazione tanto attesa come la prima edizione della
Festa internazionale del Cinema di Roma, voluta fortemente dal sindaco Walter Veltroni e dal presidente della Fondazione Musica per Roma, Goffredo Bettini. La manifestazione, in programma dal 13 al 21 ottobre, si propone come un evento veramente pensato per il pubblico: già a cominciare dalla denominazione (“festa” e non “festival”) si intuisce l’originalità dell’evento. Come ogni festa che si rispetti, la manifestazione toccherà il cuore della città, snodandosi in un percorso che va dall’Auditorium Parco della Musica fino alla Casa del Cinema, passando ovviamente per piazza del Popolo e via Veneto, fino a sfiorare luoghi meno centrali come la Casa del Jazz e la Casa delle Letterature.

Ma vediamo l’ossatura della programmazione: articolata in cinque sezioni principali, la Festa internazionale del cinema vedrà in programmazione 95 film da tutto il mondo, di cui 16, inediti, in concorso: tra questi, vale la pena menzionare “La Sconosciuta” di Giuseppe Tornatore ed “N – Io e Napoleone” di Paolo Virzì. Altro elemento innovativo è la composizione della giuria: non ci saranno infatti addetti ai lavori, ma il miglior film (al quale andrà un premio di 200mila euro), il miglior attore e la migliore attrice saranno giudicati da una giuria popolare, selezionata  da “Cin Cin Cinema” già nella primavera scorsa.

Chi spera di avere un “red carpet” all’altezza del Lido veneziano non dovrebbe restare deluso: è già stata confermata la presenza di star come Monica Bellucci, Sean Connery, Richard Gere, Harrison Ford, Viggo Mortensen, e soprattutto Nicole Kidman, che aprirà la prima edizione di questa rassegna del cinema con il suo ultimo film “Fur”, storia immaginaria della vita di Diane Arbus, la più importante fotografa del XX secolo.

Una prima edizione, dunque, che si profila molto più corposa di un numero zero, e, nonostante Veltroni si sia affrettato a ringraziare il presidente della Biennale Croff per aver compreso che “Roma non intende far concorrenza alla Mostra di Venezia”, sarà interessante tirare le somme di questo primo confronto tra le due rassegne cinematografiche.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

 

THE QUEEN

 

Voto: 9

Nazione: Regno Unito

Cast: Helen Mirren

Michael Sheen

James Cromwell

Alex Jennings

Durata: 97′

 

La notte tra il 31 agosto e il 1° settembre 1997, tutto il mondo fu profondamente colpito dalla morte della principessa Diana. Della tragedia furono incolpati i media, l’autista di Diana, e tante altre persone, non ultima la Famiglia Reale britannica. In questa pellicola ci viene offerto uno sguardo all’interno di Buckingham Palace e nella vita della regina Elisabetta II.

 

Il regista Stephen Frears è riuscito a ricreare la settimana seguente la morte di Diana in modo intelligente e acuto: è particolarmente efficace la presentazione della figura della “Principessa di cuori”, con immagini e filmati d’archivio che ci ricordano il suo impatto sul popolo britannico (e non).

 

Il film, però, è dominato dalla magnifica interpretazione di Helen Mirren (giustamente premiata come miglior attrice a Venezia), che riesce a mostrare come sotto l’apparenza austera della Regina ci sia una persona con sentimenti umani. Elisabetta II, dopo la morte di Diana, scelse di non manifestare pubblicamente il proprio dolore, attirandosi così l’odio della nazione: il film, però, ci racconta che la scelta della sovrana non dipese dalla sua indifferenza nei confronti di Diana, ma piuttosto dal fatto che lei stessa era convinta di dover fare così in quanto Regina.

 

Molto bravo anche Michael Sheen nel ruolo di un ambizioso e sorridente Tony Blair alle prime armi: fanno in effetti da filo conduttore del film il suo ruolo di mediatore tra la nazione inglese e la Regina, e i suoi tentativi di convincere la sovrana stessa a limitare i danni da lei causati all’immagine della Famiglia Reale.

Condito di battute e interpretazioni davvero degne di nota, “The Queen” è un film spiritoso e molto intelligente, sicuramente una delle migliori produzioni inglesi degli ultimi tempi.

 

 

IL DIAVOLO VESTE PRADA

 

Voto: 8

Nazione: USA

Cast: Meryl Streep

Anne Hathaway

Emily Blunt

Stanley Tucci

Durata: 109′

 

 

Tratta dal bestseller di Lauren Weisberger, da lei scritto dopo aver lavorato come assistente del direttore di “Vogue America” Anna Wintour, questa commedia pungente (diretta da David Franklin, già regista di molti episodi di “Sex and the City”) offre uno spassoso affresco del mondo dell’alta moda e del jetset internazionale che gravita attorno a New York.

A farla da padrona è la divina Meryl Streep (già in odore di un ennesimo Oscar), nei panni impeccabili e molto fashion della dispotica Miranda Priestly, direttrice della rivista “Runway”, vera autorità della moda a livello mondiale. L’interpretazione della Streep è davvero uno spettacolo: se da una parte è capace di cacciare via chiunque con un glaciale “That’s all” accompagnato da un gesto disgustato della mano, dall’altra riesce comunque a dare un certo spessore, e quasi un po’ di umanità alla diabolica Miranda.

Al suo fianco c’è la giovane Anne Hathaway (già vista in Brokeback Mountain), nel ruolo di Andy Sachs, la nuova “seconda assistente” della direttrice, al rimpiazzo dell’ennesima segretaria licenziata in malo modo. Fresca di laurea in giornalismo e piena di buoni ideali, Andy si trova così in quel posto che milioni di ragazze “ucciderebbero pur di avere”, mentre lei lo vuole usare solo come passaggio verso altre redazioni: è infatti fieramente ignara di come si scriva “Dolce e Gabbana” e indossa golfini infeltriti e gonne della nonna, suscitando l’ilarità delle (anoressiche) colleghe e il disgusto di Miranda.

 

Ma non avrà vita facile: dovrà infatti districarsi tra una serie di umiliazioni e di missioni impossibili (come recuperare il manoscritto dell’ultimo libro di Harry Potter per le figlie del capo), e alla fine cederà anche al suo look dimesso per indossare i capi da fashion victim scelti per lei da Nigel (uno Stanley Tucci in gran forma), braccio destro di Miranda. Si guadagnerà così persino la fiducia della “capa”, ma la sua vita personale ne risentirà, e per rimediare a ciò l’unica soluzione sarà ritornare la vecchia Andy di una volta.

 



 

Ad oltre sessant’anni dalla Seconda guerra mondiale, l’opinione pubblica locale si trova ancora spesso a dibattere degli avvenimenti che coinvolsero le popolazioni sul “Confine orientale”.
Ma quella del Goriziano non è stata solo una storia di contrapposizioni. Anzi, fin dagli anni sessanta, quando questa zona rappresentava il contatto fra due mondi divisi dalla “cortina di ferro”, la frontiera a Gorizia era chiamata “il confine più aperto d’Europa”. Merito della lungimiranza degli attori politici locali di quarant’anni fa che, coraggiosamente, osarono sfidare le diffidenze reciproche (ma soprattutto di Roma e Belgrado), per lavorare ad un percorso di convivenza. Il lavoro dei sindaci di allora, Martina e Strukelj, incita ancor oggi a proseguire il lavoro di quei protagonisti del “dialogo”.
Oltre al ruolo delle istituzioni locali, non va dimenticato che il terreno delle coscienze andava e va coltivato soprattutto con le iniziative della società civile, che a partire da un patrimonio socio-culturale comune (l’attuale confine non era mai esistito nella storia prima del 1947), si occupano di far incontrare italiani e sloveni per ritrovare, attraverso una condivisa memoria storica, una vera pace e riconciliazione. In prima linea si trova l’associazione “Concordia et Pax”, attiva da oltre un ventennio ed impegnata ad animare convegni e iniziative di alto valore simbolico, fra le quali si segnala l’incontro annuale dei “Sentieri di memoria e riconciliazione”.
Diventati ormai una tradizione dal vasto impatto, questi momenti di “memoria condivisa” sono organizzati da studiosi e volontari sia italiani che sloveni per riscoprire e riflettere assieme sugli avvenimenti che portarono distruzione ed odio nella regione. L’ultimo appuntamento del genere si è tenuto il 15 ottobre dell’anno scorso a Borovnica, a pochi chilometri da Lubiana, un tempo sede di un importante snodo ferroviario dell’Impero asburgico. Lì si svolse una vicenda emblematica per tutti, quella del campo d’internamento diretto dall’esercito italiano per le popolazioni slovene occupate (1941-43) e quella del campo di prigionia diretto dalle formazioni titine per i militari italiani (1945-46).
Nell’agosto 1942 l’alto commissario della cosiddetta “provincia autonoma di Lubiana” (ovvero le zone della Slovenia annesse al regno d’Italia nel 1941) emanò una circolare che suddivideva la popolazione slovena in tre categorie: la stragrande maggioranza dei residenti da assimilare; coloro che avevano preso parte ad azioni contro le autorità militari italiani da eliminare; i fiancheggiatori del movimento partigiano e i semplici sospetti da deportare. I flussi di sloveni raggiunsero nel corso dell’estate 1942 i campi di concentramento disseminati in Italia e nelle isole dalmate. Dei 20.000 internati morirono nei campi oltre 2400 persone, di cui 1400 solo nell’isola di Arbe.
Quando le sorti della guerra si ribaltarono, il governo iugoslavo stabilì il campo di concentramento per i militari italiani proprio a Borovnica. Dal maggio 1945 alla primavera 1946 vessazioni e violenze si abbatterono sui prigionieri, costretti a permanere in condizioni igieniche precarie, con scarso vitto, all’interno di baracche fatiscenti, in una zona dove gli inverni sono particolarmente rigidi.
Borovnica fu quindi un luogo significativo di dolore e sofferenza per le popolazioni locali deportate e per i militari prigionieri. La visita e l’approfondimento dei fatti rappresentano, per quanti desiderano un mondo nuovo fondato sulla civiltà del rispetto e della reciproca comprensione, un’utile provocazione. Spetta alle generazioni del Duemila fare tesoro delle esperienze passate per costruire un futuro di apertura e di collaborazione, e rispondere alle sfide poste dalla nuova Europa.

Federico Vidic

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