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Lo sciopero con cui negli Usa i gay hanno risposto al referendum californiano
Il 10 dicembre si ricorda la morte del chimico svedese Alfred Nobel, il Papa San Milziade, la Madonna di Loreto, la morte di Pirandello ma la nascita dell’ambigua showgirl Eva Robin’s e l’uscita del xbox 360 in Giappone. Dovere di cronaca mi costringe a rimandare tutto ciò ad ulteriori successivi articoli e approfondire oggi ciò di più celebre e di maggiore importanza: l’anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che nel 2008 ha compiuto i suoi 40 anni. Se l’articolo 2 ricorda che ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà di razza, di colore, di sesso, etc allora il quadro è più chiaro e capisco perché proprio questo ghiotto 10 dicembre la comunità, col nome tecnico, LGBT (Lesbiche Gay Bisessuali e Transgender) statunitense ha indetto uno sciopero di cui Wikipedia ancora non ha preso nota negli eventi del giorno ma che è da segnare del calendario della lotta per i diritti civili dei gay.

Il Day without a Gay è stato pensato in reazione al referendum californiano del 4 novembre che impedisce di fatto nello stato i matrimoni tra persone dello stesso sesso. E questo è il principio. Le motivazioni che comunque hanno spinto gli omosessuali d’America a scioperare e quindi a darsi non malati, “call in sick”, ma “gay” appunto,sono molteplici, slogan che canzona una legge in realtà in disuso ma tuttora vigente in alcuni stati degli Usa per cui un datore di lavoro è legittimato a licenziare un dipendente perché gay.

Così lo sciopero dal lavoro e anche, cosa non meno importante, dai consumi è iniziato all’alba di questo freddo mercoledì arcobaleno che ha visto moltissimi gay disertare il proprio posto di lavoro per seguire il consiglio, immagino, del pensionato per strada che alla vista di paillettes dei gaypride gridò “andate a lavurà”, i gai amici ci sono andati sul serio donando le propria giornata off ad associazioni di volontariato di ogni genere che facilmente potevano inserirsi nella lista del sito www.daywithoutagay.org .

Sì, il movimento era ben organizzato con un sito web dalla grafica semplice ed accattivante: sfondo nero con una mano arcobaleno, colore e marchio del movimento, che impugna la cornetta del telefono e dice “call in gay”; una mail per le associazioni di volontariato che rispondevano all’offerta di aiuto, e poche ed efficaci righe incentrate su cosa succedeva e perché, nessuna retorica e vittimismo, poco spazio alla polemica o all’esagerazione, insomma uno perfetto stile Armani, per nulla eccessi alla Dolce&Gabbana.

Quando presi coscienza di questa data da un programma radiofonico la mia mente cominciò a immaginare cosa significasse economicamente una cosa del genere: se tutti i gay degli Stati Uniti di ogni fascia lavorativa, di ogni sesso, di ogni età scioperassero e non comprassero nemmeno uno Starbucks per un giorno, quanto si bloccherebbe il paese?

Il Day Without Immigants nel 2006 non bloccò il motore statunitense ma sicuramente creò dei forti rallentamenti… ma per i LGBT è diverso, continuavo a pensare, in fondo essere gay non significa appartenere ad una nazione o una categoria: il capo d’azienda, il rettore, il tassista, il metalmeccanico e il medico, sono tutte posizioni chiave diverse con ruoli diversi che possono essere uniti da qualcosa di trasversale, allora se si mettessero tutti d’accordo insieme e compattamente, quale shock subirebbe la vita quotidiana di ogni cittadino?

Ho immaginato risultati apocalittici. Poi in realtà la trasversalità, la diversità di interessi, di ambienti e di bisogni, ha portato ad un risultato diametralmente opposto. La partecipazione è stata definita “spotty”. Un flop?

No, gli organizzatori commentano dicendo “Thank you for not punishing 100% of America with an economic meltdown because of what just 52% of California did not understand on November 4th” e sottolineano i due risultati che volevano ottenere: sensibilizzazione e visibilità da una parte, e rispondere a referendum antigay con un’iniziativa invece di amore e volontariato dall’altra.

Forse è l’arte di vedere il bicchiere mezzo pieno, o forse è semplicemente poco realistico pensare che siano una categoria compatta che possa realmente essere rappresentata da una sola richiesta, da una sola opinione e una sola croce nella scheda elettorale (i diritti civili spesso è emerso non sono ciò che spinge un gay a votare chi li promette in campagna elettorale). Ci sono evidentemente interessi più forti, o solo esigenze più importanti – infatti molti sono i blog a parlare di un’iniziativa elitaria, lanciata solo da e per chi si può permettere di rischiare un licenziamento per una giornata d’assenza giustificata da un call in gay.

E in Italia? Solo una manifestazione di fronte all’ambasciata americana, macché scioperi. In fondo ricordiamoci che “c’è la crisi”.

Gabriella De Domenico

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