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Piove eppure i ragazzi sono tanti, il Venerdì arrivano i primi, ci sono le testimonianze di alcuni tra i tanti parenti delle vittime di mafia, il giorno dopo, 150.000 persone in corteo sfilano la mattina, e riempiono le aule che accolgono i seminari il pomeriggio.

E’ questo il programma della “XV Giornata nazionale dell’impegno e della memoria in ricordo delle vittime di tutte le mafie” organizzata da Libera eccezionalmente per il 20 Marzo e tenutasi quest’anno a Milano.

L’associazione combatte quotidianamente perché si abbracci la cultura della legalità, del rispetto e della pratica delle leggi. Il 21 Marzo, inizio della primavera, è una data simbolica. Ogni anno rinasce l’idea che si possa rimanere in piedi di fronte alla mafia, intesa non solo come associazione ma come atteggiamento, come allontanamento dalla corresponsabilità.

Grazie alla raccolta di un milione di firme nel 1996, Libera vede approvare la legge 109/96 sul riutilizzo sociale dei beni in virtù della quale viene prevista l’assegnazione dei patrimoni e delle ricchezze di provenienza illecita a quei soggetti – associazioni, cooperative, Comuni, Province e Regioni – in grado di restituirli alla cittadinanza, tramite servizi, attività di promozione sociale e lavoro.

La Lombardia segue Sicilia, Campania, Calabria, Puglia ed occupa il quinto posto della classifica delle regioni con il maggior numero di beni confiscati. In tutto il Nord 1000 sono i beni sottratti alle mani della criminalità organizzata. Di questi, 650 sono quelli individuati in Lombardia. A questo dato (come a quelli relativi al sequestro di cocaina ed alle operazioni antidroga per cui la regione è al primo posto nel Paese) va ad aggiungersi quello relativo all’illegalità ambientale che vede la Lombardia configurarsi come terra di grandi opportunità per i trafficanti di rifiuti tossici e gli organizzatori dello smaltimento di immondizia; caso emblematico è quello documentato nel reportage “Mammasantissima a Milano” realizzato da Mario Sanna per Rai News 24 riguardo ai 65mila metri quadrati di terreni agricoli situati tra Desio, Seregno e Briosco (comuni alle porte della città) ed adibiti a discarica abusiva.

Il perché la scelta di Libera sia ricaduta su Milano per la ricorrenza del 21 Marzo si ricollega ad ognuna di queste problematiche, all’avvicinarsi dell’Expo 2015 con i suoi appetitosi appalti e, soprattutto, all’intenzione di parlare di Milano come esempio della presenza della ‘ndrangheta nel Nord Italia, dove appunto, anche la torta dell’Expo potrebbe finire per essere spartita tra quelle famiglie che dagli anni settanta si sono inserite nel tessuto politico ed economico di Milano.

Sono stati anni di paura quelli tra il 1969 ed il 1998 per la Lombardia. La regione si è trovata al primo posto in Italia per il numero di sequestri di persona: 158 contro i 128 della seconda classificata Calabria. A farne le spese sono i bei nomi dell’imprenditoria milanese ed il jet set locale. Oggi, secondo la Relazione annuale della Commissione Parlamentare Antimafia «Milano e la Lombardia, rappresentano la metafora della ramificazione molecolare della ‘ndrangheta in tutto il Nord Italia». A ribadirlo é lo stesso Vincenzo Macrì, sostituto procuratore nazionale antimafia, autore della relazione, che definisce Milano come «la vera capitale italiana della ‘ndrangheta».

Della mafia a Milano, il 20 Marzo, ne ha parlato Giulio Cavalli, coraggioso attore di teatro che ha scelto di testimoniare contro questa presenza invisibile. Cavalli ha scelto di impegnarsi nel teatro civile, nel dare spazio alla denuncia del peso che le mafie hanno in un Nord dalla realtà economica dinamica, fluida ed adattabile. Dal 2008, anno dello spettacolo Do ut des su riti e conviti mafiosi,
vive sotto scorta. In replica anche nel prossimo Aprile, Cavalli continuerà a portare in scena un secondo spettacolo, A cento passi dal Duomo, centrato sul radicamento di cellule dei clan al Nord e sull’assordante silenzio di una regione che ancora fatica a riconoscere i nuovi mafiosi in giacca e cravatta.

Durante i seminari pomeridiani trovano spazio anche testimonianze d’oltreoceano, racconti legati alla corruzione, ad un’assenza di legalità che va oltre quella delle associazioni a delinquere di casa nostra.

Partecipo ad un seminario sul narcotraffico che si rivela una carrellata di testimonianze. Non si parla del narcotraffico in sé ma di idee per fronteggiarlo; si parla di America Latina e ne parla chi lotta contro una realtà corrotta che Libera insieme a Terra del Fuoco decide di denunciare. L’idea è quella di informare e stimolare la partecipazione ad idee e progetti, perché la solitudine legata al sentirsi portatori di un dolore che gli altri non conoscono possa venire lenita.

Tra le diverse testimonianze vi è quella di un avvocato colombiano impegnato nella difesa dei diritti umani. Racconta la storia dei “falsi positivi”, vittime del narcoparamilitarismo, di esecuzioni extragiudiziali sulle cui vicende uomini come lui si impegnano a fare luce. L’avvocato chiede che dall’Italia, scuole e singoli decidano di “adottare” un falso positivo e di sostenere le spese per le indagini su queste trame rimaste insabbiate. Non è questo l’unico progetto per cui si spera in un aiuto ed un appoggio in una giornata di cui Libera chiede l’istituzionalizzazione.

Il cammino sociale di cui Don Ciotti (fondatore dell’associazione) parla, trovi nel 21 Marzo una giornata in cui venga suggellata la promessa di impegno e grazie alle quale l’attenzione si mantenga viva, affinché davvero le loro idee camminino sulle nostre gambe.

Elena Mazza

 

 

 

 

 

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aung san suu kyiLo scorso maggio non sono state poche le testate giornalistiche e televisive che hanno seguito con attenzione le gesta sconvolgenti del mormone americano che, attraversando un intero lago a nuoto, è riuscito ad intrufolarsi nell’abitazione di Aung San Suu Kyi e a scatenare le ire funeste del regime birmano. Lo stesso interesse non c’è stato in agosto, quando il processo intrapreso contro la leader del movimento per il rispetto dei diritti umani e civili in Birmania e contro il sopracitato John Yethaw ha portato ad una sentenza di condanna.

Il processo comincia il 18 maggio 2009 ed entrambi gli imputati si dichiarano non colpevoli. Le autorità giudiziarie muovono a Yethaw, arrestato il 6 maggio, le accuse di essere penetrato in una zona posta sotto il controllo della polizia,di aver nuotato illegalmente nel lago Inya e di aver violato le leggi nazionali sull’immigrazione. Aung San Suu Kyi viene invece incolpata di aver ospitato l’americano in casa, ignorando così la norma sulla “salvaguardia dello Stato contro i pericoli derivanti da persone in grado di causare atti sovversivi” e violando i temini degli arresti domiciliari. Nell’ingranaggio giudiziario che ha ormai fagocitato i due attori principali di questa grottesca vicenda sono finite anche le due collaboratrici domestiche della leader, Khin Khin Win e Ma Win Ma Ma, e alcuni funzionari del regime: sessantuno membri della polizia di sicurezza sono stati interrogati, un Tenente è stato retrocesso di grado e ad un numero imprecisato di persone sono stati dati dai tre ai sei mesi di carcere per inosservanza dei propri doveri.

Dalla testimonianza di imputati e testimoni traspaiono notizie fondamentali per la comprensione dell’accaduto. In primis, Yethaw si è ostinato a dichiarare la natura divina della propria impresa e ha aggiunto non solo di essere stato visto dalla polizia mentre attraversava il lago ma anche che la stessa lo avrebbe fermato durante un precedente tentativo di raggiungere l’abitazione di Aung San Suu Kyi, lo avrebbe interrogato e quindi rilasciato. L’avvocato difensore della leader ha più volte sottolineato la premeditazione o quanto meno la connivenza dell’apparato di polizia birmana ma i giudici non ne hanno tenuto conto ai fini della sentenza emanata l’11 agosto scorso. Ad aggravare la situazione si sommano la reticenza da parte della Corte ad accettare i testimoni della difesa(un testimone su quattro accettato per la difesa vs quattordici su ventitre per l’accusa) e l’impossibilità da parte dei difensori della leader di discutere e preparare con lei la sua deposizione .

La sentenza condanna Aung San Suu Kyi, detenuta durante tutto l’atto processuale nella prigione di Insein, a tre anni di lavori forzati. La pena, tuttavia,a pochi minuti dall’emissione viene commutata in diciotto mesi di arresti domiciliari dallo stesso Than Shwe, Capo del Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo (SPDC) dal 23 aprile
1992. Fondamentale potrebbe essere stata la presenza al processo di diplomatici inglesi, tedeschi, norvegesi, francesi e italiani, e le molteplici professioni di sdegno espresse da statisti del calibro del Presidente degli USA o da organismi come l’UE, l’ONU o l’ASEAN. Quest’ultima, di cui la Birmania è membro, ha espresso “grave preoccupazione” per la piega presa dalla vicenda di Aung San Suu Kyi e parteggia per il suo immediato rilascio: alla base di questa posizione c’è l’importanza politico-economica di mostrarsi sensibile alla protezione e alla promozione dei diritti umani agli occhi della comunità internazionale.

Lo stesso periodo di arresti domiciliari è stato imposto alle collaboratrici della leader. Per quanto riguarda Yethaw, invece, la pena prevista erano sette anni di reclusione nelle carceri birmane, di cui quattro da scontare ai lavori forzati. Ma già il 12 agosto il Senatore statunitense Jim Webb si trovava in Birmania per negoziarne il rilascio, la cui giustificazione risiedeva nelle precarie condizioni di salute dell’uomo. Pochi giorni dopo, il 19 agosto, Yethaw si trovava su un volo diretto in America. Una volta atterrato sul suolo natio egli ha confidato ai giornalisti: “se dovessi, lo rifarei un centinaio di volte pur di salvarle la vita…Il fatto che l’abbiano rinchiusa mi spezza il cuore..vorrei poter dire di più”. E tutto quello che Yethaw aggiunge è un rozzo tentativo di mimare una cerniera che gli sigilla le labbra. Lo stesso rozzo gesto che mima il resto del mondo.

Valeria Carlot

Valeria.Carlot@sconfinare.net

E’ Febbraio, piena estate nell’altro emisfero quando arrivo a San Paolo. Passare dalla sciarpa di lana alle infradito in meno di 24 ore non è l’unica cosa a lasciarmi basito. Il profumo di San Paolo mi investe dall’arrivo in aeroporto: è intenso, caldo, avvolgente è… di America Latina. Un misto dolciastro, ma allo stesso tempo acidulo, di banana, ananas, muschio, sudore, smog e urina. E’ ovunque, è penetrante, è totalizzante eppure sembro essere l’unico ad accorgemene. Credo che sia come l’odore della propria pelle: solo il naso altrui lo può percepire e anche io mi sarei assuefatto all’olezzo di SP in meno di una settimana. Diciotto milioni di persone abitano questa metropoli senza limiti né proporzioni. Ed è proprio questa mancanza di misura a lasciare spaesato chi si confronta con la città. SP è la prova vivente della teoria della relatività in cui lo spazio e il tempo si dilatano. Per arrivare in facoltà devo combattere con metro e bus per il centro, quasi tre ore di lotta contro il rush hour delle sette del mattino.

Il quartiere in cui vivo e studio è Higienópolis e solo dal nome – città dell’igiene – si può capire quale sia il livello medio del vicinato. A Higienópolis ci sono più parrucchieri per cani che per persone, ci sono più piscine che fermate dell’autobus, ogni palazzo residenziale ha la sorveglianza 24/7, la FAAP – università privata dove studio – è vigilata da security ad ogni entrata e vi si accede solo con una tessera magnetica personalizzata

Decido di uscire da questa bolla protetta per addentrarmi nel cuore della città, in quello che viene chiamato il centro – ammesso che se ne possa veramente identificare uno. La Paulista, avenida di tre chilometri e cuore finanziario della capitale, è una serpentone di traffico, che si divincola tra due interminabili pareti di grattacieli in cristallo. Una competizione di megalomania architettonica in un crescendo continuo, di dimensioni, forme e sfida alla statica. Poco distante il centrão dove svetta l’edificio Italia con i suoi trentasei piani di cemento. Deludendo il mio patriottismo non si tratta del grattacielo più alto della città ma la vista dalla terrazza panoramica del 36° è mozzafiato (vedi foto). Dall’alto SP è una selva illimitata di grattacieli che arriva fino all’orizzonte in ogni direzione, letteralmente non ha fine. Ma basta fare una fermata di metro per vedere la città denudata, nelle sue contraddizioni: nella 25 de Março una folla di ambulanti vende dvd masterizzati, computer e materiale informatico di dubbia provenienza, vestiti di carnevale, cocco fresco ed ogni tipo di ciarpame e droga che alimenta il mercato parallelo. Qui il clochard
dorme all’ingresso dei grattacieli, il venditore fugge dai poliziotti, i prezzi si contrattano fino all’ultimo centesimo e nessuno ci si avventura a cuor leggero di notte.

E poi c’è il lato B della città, quello che non appare nelle cartoline, quello che l’opulento business man evita, quelle che il turista preferisce non fotografare: la favela di SP. Mi addentro nell’avenida M’boi Mirim, in cui giungo dopo due ore e mezza di autobus da casa mia. Qui mi permetto di entrare solo perché sono accompagnato da un residente, uno dei tanti che lotta per sopravvivere in una società che vorrebbe scartarlo. Il suo appartamento intero costa un terzo della stanza che divido con un francese, la pizza più cara della favela costa meno della margherita di Higienópolis. E’ un altro mondo, mai così vicino e mai così lontano dalla città. E’ un universo parallelo tanto evidente quanto ignorato: Paraisópolis, la maggior favela della città è esattamente in mezzo all’Ipiranga, uno dei quartieri più ricchi di SP (secondo solo al Morumbi). Ed un muro alto tre metri recinta e separa fisicamente e socialmente questi due mondi.

A Jardim das Flores (Giardini dei Fiori) la maggior parte dei residenti è di colore e lo schema della città è totalmente diverso. Non ci sono grattacieli rutilanti, ma piccole casine ammonticchiate senza alcuna logica urbanistica che si inerpicano sulle colline attorno al lago del Guarapiranga. La favela di distingue perché gli edifici non sono intonacati ma i portanti in cemento armato e i mattoni da costruzione sono a vista, le finestre sono prive di imposte e le porte sono scrostate. Le stradine che salgono tra le case sono costellate di vecchi garage riadattati a chiese evangeliche in cui i pastori gridano al megafono e le folle in trance, accompagnano con gran “Alleluia” e “Sia lodato l’Altissimo” in una gara a chi si sgola di più. Non si ha nemmeno l’impressione di stare in una delle maggiori metropoli della Terra, in questi quartieri in cui tutti, dal panettiere al meccanico, si conoscono e si salutano per nome, in cui i bambini giocano scalzi per strada con palloni improvvisati, in cui i cani si azzuffano e le fogne scorrono a cielo aperto.

Ma la cosa più agghiacciante non è lo squallore o il sudiciume, ma sono i racconti dei volti che animano questo mondo derelitto. Dopo aver pernottato una notte in una stanza con la muffa alle pareti, mi alzo ed incontro una cugina della mia guida che mi chiede se sono stato disturbato dalla sparatoria della notte precedente. Fortunatamente il mio sonno è pesante ma sul marciapiede di fronte casa non posso fare a meno di notare la pozza di sangue che la prossima pioggia avrebbe lavato. Uno dei tanti morti viventi della città, che aveva peccato di tracotanza contro i trafficanti, ed aveva pagato il suo conto con i Signori della favela. Aspettavano solo di beccarlo alla sprovvista; poi nove colpi di pistola, tutti e nove in testa. E la cosa che più mi lascia turbato è che me lo raccontino come io potrei parlare della ultima serata al cinema; alla fine per loro si tratta solo di storie di vita quotidiana.

Ogni dettaglio, ogni racconto si fa sempre più raccapricciante quando il narratore non sembra sconvolto dall’atrocità di quello che dice. Una ragazza mi confessa di essere rimasta incinta. Ha venti anni, è disoccupata e studia teatro, non ha le condizioni e non desidera avere questo bambino. In Brasile tuttavia l’aborto è illegale ed è anche reato. Lei mi parla dell’esistenza di alcune pillole che si comprano al mercato nero per 400 réis al paio (circa 150 euro). Bisogna prenderne per via vaginale solo una – raddoppiare la dose sarebbe letale – ed attendere a gambe all’aria fino alle prime perdite di sangue. Io resto allibito dalla descrizione di questa pratica a metà tra medicina e macumba ma non esistono alternative. La ragazza scompare per due giorni per andare da una mammana, nessuno sa dove e nessuno sa come stia. Per tre volte tenterà questa ed altre operazioni fino a procurarsi un’infezione vaginale. Ma di andare in ospedale non se parla, se il medico si accorge che si è tentato un aborto illegale la polizia la deve arrestare. E nessuno vuole avere a che fare con la Polizia Federale in Brasile.

SP è fatta così, è l’apoteosi della contraddizione, l’iperbole della sperequazione sociale, nulla in città può avere misura: il ricco è ricchissimo e il povero poverissimo, gli appartamenti o sono attici o sono porcili, il supermercato o carissimo o a buonissimo mercato, i bar o pienissimi o vuotissimi… perfino il discreto a SP deve essere ‘discretissimo’. Che parte della città vogliamo vedere, il lato A – delle banche e dei grattacieli con l’eliporto – o il lato B – delle favelas e degli emarginati – è una scelta tutta nostra.

Francesco Gallio

francesco.gallio@sconfinare.net

Un quadro politico – economico 

Negli ultimi quattro mesi l’Ecuador è stato segnato da una forte campagna elettorale che ha portato alle elezioni generali del 26 aprile scorso dalle quali il Presidente in forza Rafael Correa è risultato vincitore già al primo turno, con una maggioranza del 52 % circa. Il risultato era aspettato e rappresenta la conferma da parte dell’Ecuador di voler aspirare a un progresso nazionale e a un nuovo peso internazionale.

La vittoria di Correa è il simbolo di una nuova speranza per la popolazione ecuadoriana che ha visto effettuato negli ultimi dieci anni un cambiamento drastico della società ed ha vissuto in un clima di instabilità politica, segnato dalla fuga del presidente Lucio Gutierrez (2003-2005) e dalla Presidenza di transazione di Palacios, dal quale gabinetto è spiccata la figura dell’allora ministro dell’economia, Rafael Correa.

Il personalismo con cui Correa ha portato avanti la sua politica è molto forte ma rappresenta bene la volontà del paese di un cambiamento, che al momento nessun altro dei sette aspiranti al Palazzo di Carondelet poteva impersonare. Il presidente deve infatti racchiudere in sé tutti gli elementi costitutivi di un piccolo Paese, ricco però di differenze abissali e di tradizioni contrastanti. Deve ovvero racchiudere l’anima delle tre grandi aree geografiche del paese: la Costa, la Sierra (la parte andina) e l’Amazzonia, quindi i movimenti indigeni e le loro tradizioni.

Il Paese ha dovuto far fronte negli ultimi dieci anni a problemi sempre più crescenti, dovuti anche ad una nuova esposizione in ambito internazionale. Oltre alla perdita di una politica monetaria propria, attraverso l’abbandono della moneta nazionale in favore del dollaro americano, il Paese ha dovuto far fronte a problemi sempre più frequenti di narcotraffico provenienti dalla Colombia, tutt’oggi esistenti; a una spinta emigratoria molto forte verso le tre principali destinazioni: Stati Uniti, Spagna ed Italia; a uno sfruttamento ineguale delle ricchezze del Paese, quali petrolio, oro ed argento, ma soprattutto acqua (essendo l’Ecuador il Paese con più alto numero di falde acquifere); ad una crescente violenza, soprattutto urbana, aumentata fin al punto da rendere Quito una delle capitali più a rischio dell’America Latina; a livelli di analfabetismo ancora molto alti, dovuti soprattutto a un sistema educativo che fino a poco tempo fa non prevedeva la gratuità delle scuole elementari; all’assenza, infine, di un’educazione basica sui temi di sessualità, fecondazione e contraccezione, che implicano ancora un forte tasso di natalità, ma anche problemi di incesti, disabilità, malattie veneree e altro.

Non tutto è oro ciò che luccica, innegabile, ma non bisogna neanche dimenticare che alcuni passi fondamentali sono stati fatti. Negli ultimi dieci anni si è progressivamente andata estinguendo la proprietà latifondiaria in favore di piccoli contadini che nel sistema delle grandi proprietà erano ridotti a schiavismo. Inoltre, la conversione di massa all’evangelismo operata da missionari statunitensi, soprattutto nella parte andina del Paese, ha risolto indirettamente non pochi problemi di alcoolismo e di tabagismo. Infine, l’affacciarsi sui mercati internazionali da parte dei prodotti ecuadoriani e la stabilità derivante dal dollaro hanno dato una marcia in più all’economia nazionale, basata su prodotti primari quali banane, gamberi, fiori e caffè (senza dimenticare il petrolio!).

La speranza che Correa ha dato al Paese dal 2007 fino ad oggi si è concretizzata nella nuova Costituzione, approvata per referendum nel settembre dello scorso anno, che istituzionalizza alcuni valori e concetti veramente progressisti ed innovativi. Dalla sua approvazione, il Parlamento è stato sciolto ed è stato creato un “Congresillo”, organo legislativo di transizione, che ha in questi mesi approvato leggi di carattere fondamentale per la società e per l’economia nazionale. Forte del plusvalore generato nel 2008 dai prezzi del petrolio, Correa si è lanciato però in una politica sociale abbastanza ambiziosa per i livelli preesistenti di spesa pubblica nazionale, aumentando tale spesa del 67 % rispetto all’anno precedente. Il cancro del sistema risiede tuttavia nel non aver istituito una forma di redistribuzione delle ricchezze tra i cittadini, meccanismo tuttora inesistente e che rende ancora più evidente la divisione tra ricchi e poveri, ma appoggiandosi sui prezzi volatili del petrolio nella speranza di un perdurare del buon momento. Purtroppo, lo shock economico ha trascinato anche l’Ecuador verso il basso, non potendo competere più di tanto sui mercati internazionali con i deboli prodotti primari (deboli per la loro sostituibilità). Questo elemento, l’abbassamento delle esportazioni, la riduzione delle rimesse estere, l’annullamento di prestiti internazionali, eccezion fatta per il Governo cinese che si comincia ad affacciare nel “feudo USA”, hanno messo in crisi negli ultimi mesi il “sistema Correa”, senza però per questo impedirgli la rielezione.

Ad ogni modo rimangono i problemi economico e diplomatico, quest’ultimo in relazione alla Colombia. Ma il voto è stato in definitiva una dimostrazione di fiducia nell’operato di un governo personalistico, irascibile, alla volta pro e contro Stati Uniti, alla volta amico dell’Iran, alla volta portatore dei valori del Socialismo del XXI secolo. Un Paese sulla scia di altri del suo continente, quali Venezuela e Bolivia. Ma che soffre tuttora di molti tarli: nella propria struttura istituzionale e nella propria società.

Edoardo Buonerba

edoardo.buonerba@sconfinare.net         

ex-stagista SID presso l’Ambasciata d’Italia a Quito

No, non doveva dirle niente… non poteva!

Come avrebbe potuto sopportare di dirle che, dall’oggi al domani, la loro vita era completamente distrutta?

Bianca era sì una donna forte, ma ne aveva passate veramente troppe perché potesse sopportare anche questa.

All’età di 12 anni, si era ritrovata orfana di padre e costretta a vivere da sola con sua madre che, malgrado l’avesse messa al mondo, era la persona che la comprendeva meno di chiunque altro.

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Ambiente, Sanità, Diritti: con Obama gli Stati Uniti (e il mondo) tornano a respirare.

 

“Le aspettative sono alte. Primo provvedimento: abbassare le aspettative”. Così recitava, riferendosi alle promesse dopo l’insediamento di Barack Obama, una vignetta apparsa qualche tempo fa su “Internazionale”. Analizzando le politiche messe in atto dall’amministrazione fino a questo momento, le aspettative sono state piuttosto rispettate: sono state annunciate alcune misure che, se non altro dal punto di vista simbolico, suonano come una netta rottura con il passato di Bush.

La prima, e la più importante, di queste riforme è anche quella più discussa, e va a toccare un campo fondamentale: la sanità. Essa prevede la creazione di un fondo speciale di 650 milioni di dollari in 10 anni, finanziato attraverso  l’aumento delle tasse ai cittadini con il reddito superiore a 250.000 dollari. Il piano punta all’estensione della copertura sanitaria a 45 milioni di persone, oggi troppo povere  per accedere alle costosissime assicurazioni private. Questa riforma si annuncia come una rivoluzione storica negli Usa, caratterizzati da forti disparità sociali. Non c’è però nessuna certezza che questo piano passerà al Congresso; infatti, le critiche sono molto forti, in particolare tra i rappresentanti delle lobby delle assicurazioni, ma non solo. Alcuni addirittura temono che questo assistenzialismo statale causerà le code “tipiche dell’Europa”. Ovviamente, noi da questa parte dell’oceano guardiamo con un po’ di distacco queste critiche, ma un punto è da considerare: per la politica Usa, anche solo un accenno di miglioramento della copertura sanitaria suona come un cambiamento enorme. Per questo, potrebbe mancare la volontà politica di cambiare.

Il secondo grande campo in cui si muove l’amministrazione Obama è l’ambiente. Fin dalla campagna elettorale il nuovo Presidente ha mostrato un’attenzione nuova per i problemi ambientali, poi riconfermata in questi primi mesi di governo. Principalmente, egli ha capito una cosa che da noi ancora molti devono afferrare: la tutela dell’ambiente non è un fardello pericoloso per la crescita dell’economia. Obama infatti  ritiene che la ricerca nel ramo delle energie rinnovabili possa essere un volano per l’economia fiaccata dalla recessione, e in questo senso ha cominciato a muoversi. Il budget di inizio presidenza prevede, tra le altre cose, la creazione di 5 milioni di posti di lavoro legati allo sviluppo di energia pulita, attraverso un finanziamento di 150 miliardi di dollari in dieci anni. In più, i finanziamenti per “salvare” l’industria dell’auto sono legati al fatto che le case automobilistiche riconvertano la loro produzione, facendola diventare più “verde”. Questo si lega al progetto di ridurre la dipendenza dal petrolio che, essendo esso importato da paesi “difficili” come Iran e Venezuela, ha anche, ovviamente, una forte valenza politica. Ma gli obiettivi dell’amministrazione Usa sono ben chiari: il 25% dell’energia dovrà provenire da energie rinnovabili entro il 2025, puntando ad una riduzione dell’80% delle emissioni di CO2 entro il 2050. Tutto ciò suona forse utopico; ma è comunque notevole che anche la più grande potenza del mondo abbia cominciato ad agire concretamente in questo senso. Non bisogna però per questo farsi abbacinare: si tratta pur sempre di politica. Quella di Obama è una scelta che viene incontro alle richieste globali, e che vuole dare un’immagine dell’America di nuovo guida del mondo civilizzato. Dopo il piano Marshall, il piano New Energy For America! La sua non è semplice beneficenza, ma un’operazione consapevole di marketing. Detto ciò, giusto per essere cinici, è ovviamente una politica necessaria, che promette di cambiare il mondo in profondità (che poi ci riesca, è tutto da vedere); e comunque, sono proprio i simboli che, spesso, riescono a mettere in moto le cose.
Parlando di simboli, approdiamo alle politiche sociali di Obama. Esse non agiranno in profondità sul mondo come si spera facciano quelle ambientali, ma la loro importanza storica e simbolica è grandissima: in esse si manifesta il senso più compiutamente “liberal” del nuovo corso obamiano. Se il primo esempio del nuovo rispetto per i diritti della persona è stata la chiusura di Guantanamo, molto più importanti e degne di nota sono altre iniziative. La prima da ricordare è sicuramente l’apertura alla ricerca sulle cellule staminali embrionali, la quale potrà d’ora in avanti beneficiare anche di fondi pubblici, oltre che privati. Un’altra apertura importante è quella al mondo gay, con la firma della dichiarazione Onu sulla parità dei diritti e il programma a favore delle coppie di fatto.  Senza contare le molte prese di posizione a favore di scuola pubblica, aborto  e minoranze. Ovviamente, per queste politiche vale, in parte, il discorso già fatto per l’ambiente; ma c’era in ogni caso estremo bisogno di una boccata d’aria nel mondo intero. Senza contare il fatto che si tratta di una vera e propria rivoluzione negli Usa, che spesso hanno usato i diritti più come slogan che come programma politico. Quindi, senza lasciarci travolgere dall’entusiasmo, c’è comunque motivo per sperare in un mondo migliore. Almeno in America.

Giovanni Collot

Giovanni.collot@sconfinare.net  – giovacollot.wordpress.com

Lo sciopero con cui negli Usa i gay hanno risposto al referendum californiano
Il 10 dicembre si ricorda la morte del chimico svedese Alfred Nobel, il Papa San Milziade, la Madonna di Loreto, la morte di Pirandello ma la nascita dell’ambigua showgirl Eva Robin’s e l’uscita del xbox 360 in Giappone. Dovere di cronaca mi costringe a rimandare tutto ciò ad ulteriori successivi articoli e approfondire oggi ciò di più celebre e di maggiore importanza: l’anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che nel 2008 ha compiuto i suoi 40 anni. Se l’articolo 2 ricorda che ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà di razza, di colore, di sesso, etc allora il quadro è più chiaro e capisco perché proprio questo ghiotto 10 dicembre la comunità, col nome tecnico, LGBT (Lesbiche Gay Bisessuali e Transgender) statunitense ha indetto uno sciopero di cui Wikipedia ancora non ha preso nota negli eventi del giorno ma che è da segnare del calendario della lotta per i diritti civili dei gay.

Il Day without a Gay è stato pensato in reazione al referendum californiano del 4 novembre che impedisce di fatto nello stato i matrimoni tra persone dello stesso sesso. E questo è il principio. Le motivazioni che comunque hanno spinto gli omosessuali d’America a scioperare e quindi a darsi non malati, “call in sick”, ma “gay” appunto,sono molteplici, slogan che canzona una legge in realtà in disuso ma tuttora vigente in alcuni stati degli Usa per cui un datore di lavoro è legittimato a licenziare un dipendente perché gay.

Così lo sciopero dal lavoro e anche, cosa non meno importante, dai consumi è iniziato all’alba di questo freddo mercoledì arcobaleno che ha visto moltissimi gay disertare il proprio posto di lavoro per seguire il consiglio, immagino, del pensionato per strada che alla vista di paillettes dei gaypride gridò “andate a lavurà”, i gai amici ci sono andati sul serio donando le propria giornata off ad associazioni di volontariato di ogni genere che facilmente potevano inserirsi nella lista del sito www.daywithoutagay.org .

Sì, il movimento era ben organizzato con un sito web dalla grafica semplice ed accattivante: sfondo nero con una mano arcobaleno, colore e marchio del movimento, che impugna la cornetta del telefono e dice “call in gay”; una mail per le associazioni di volontariato che rispondevano all’offerta di aiuto, e poche ed efficaci righe incentrate su cosa succedeva e perché, nessuna retorica e vittimismo, poco spazio alla polemica o all’esagerazione, insomma uno perfetto stile Armani, per nulla eccessi alla Dolce&Gabbana.

Quando presi coscienza di questa data da un programma radiofonico la mia mente cominciò a immaginare cosa significasse economicamente una cosa del genere: se tutti i gay degli Stati Uniti di ogni fascia lavorativa, di ogni sesso, di ogni età scioperassero e non comprassero nemmeno uno Starbucks per un giorno, quanto si bloccherebbe il paese?

Il Day Without Immigants nel 2006 non bloccò il motore statunitense ma sicuramente creò dei forti rallentamenti… ma per i LGBT è diverso, continuavo a pensare, in fondo essere gay non significa appartenere ad una nazione o una categoria: il capo d’azienda, il rettore, il tassista, il metalmeccanico e il medico, sono tutte posizioni chiave diverse con ruoli diversi che possono essere uniti da qualcosa di trasversale, allora se si mettessero tutti d’accordo insieme e compattamente, quale shock subirebbe la vita quotidiana di ogni cittadino?

Ho immaginato risultati apocalittici. Poi in realtà la trasversalità, la diversità di interessi, di ambienti e di bisogni, ha portato ad un risultato diametralmente opposto. La partecipazione è stata definita “spotty”. Un flop?

No, gli organizzatori commentano dicendo “Thank you for not punishing 100% of America with an economic meltdown because of what just 52% of California did not understand on November 4th” e sottolineano i due risultati che volevano ottenere: sensibilizzazione e visibilità da una parte, e rispondere a referendum antigay con un’iniziativa invece di amore e volontariato dall’altra.

Forse è l’arte di vedere il bicchiere mezzo pieno, o forse è semplicemente poco realistico pensare che siano una categoria compatta che possa realmente essere rappresentata da una sola richiesta, da una sola opinione e una sola croce nella scheda elettorale (i diritti civili spesso è emerso non sono ciò che spinge un gay a votare chi li promette in campagna elettorale). Ci sono evidentemente interessi più forti, o solo esigenze più importanti – infatti molti sono i blog a parlare di un’iniziativa elitaria, lanciata solo da e per chi si può permettere di rischiare un licenziamento per una giornata d’assenza giustificata da un call in gay.

E in Italia? Solo una manifestazione di fronte all’ambasciata americana, macché scioperi. In fondo ricordiamoci che “c’è la crisi”.

Gabriella De Domenico

QUANDO IL VERMONT NON TI LASCIA DORMIRE

Non c’è un’unica realtà, caporale. Ce ne sono molte. Non c’è un unico mondo. Ci sono molti mondi, e tutti continuano in parallelo l’uno all’altro, mondi e antimondi e mondi-ombra, e ciascun mondo è sognato o immaginato o scritto da qualcuno in un altro mondo. Ciascun mondo è la creazione di una mente.




Uomo nel buio

Man in the dark
Paul Auster

Romanzo, Stati Uniti, 2008
152 pp.
Einaudi, 2008

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August Brill, noto critico letterario, è costretto a letto a seguito di un incidente stradale. Non riesce ad addormentarsi e allora lui, che per tutta la sua vita ha letto storie di altri, decide di passare il tempo creandosele.
Dal 21/03 al 04/04 Auster sarà il protagonista della XV edizione di Dedica festival, a Pordenone.
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Il nuovo romanzo di Paul Auster, Uomo nel buio, è così convincente nell’ evocare lo stato di insonnia che, almeno che non siate asausti, partecipereste molto volentieri alla colazione della penultima pagina: “uova strapazzate, bacon, pane fritto, frittelle, non ci si fa mancare niente”!
Arrivato a questo punto, il lettore è sopravvissuto non solo ad una normale notte di insonnia, ma anche ad una notte dell’ anima, nera come la pece.
Nel 2007, il settantaduenne August Brill giace sul suo letto nel Vermont, a casa di sua figlia.
La loro è una casa di anime profondamente ferite: Brill ha perso la moglie e si è frantumato una gamba in un incidente stradale; sua figlia Miriam è sui 50 ed è divorziata; sua nipote Katya ha 23 anni ed ha da poco subito una perdita. Tutti loro cercano di dormire da soli.
Per non pensare al suo dolore personale o a quello della sua famiglia, Brill si racconta la storia di un mondo parallelo nel quale l’ America non è in guerra contro il terrorismo, ma contro se stessa.
In questa America parallela, in cui le Twin Towers sono ancora al loro posto e non esiste alcuna guerra in Iraq, c’è stata una secessione dalla federazione da parte di 16 stati democratici a seguito della illegittima elezione di Bush nel 2000. New York è stata bombardata, 80 mila individui sono morti, e nel Paese infuria la guerra civile.
In questo mondo parallelo il protagonista è Owen Brick, un giovane prestigiatore che si trova per caso nella condizione di essere stato trasportato contro la sua volontà da un’ America all’ altra. Si sveglia all’ interno di una fossa nel terreno e tutto intorno a lui sente spari e urla di gente terrificata. Per la prima volta ha veramente paura di morire.
Auster utilizza tecniche post-moderne per riflettere sulla pazza logica degli incubi. A Brick viene ordinato di trovare e uccidere Brill per far finire la guerra che è cominciata e sta continuando solo perchè un vecchio, scontento della sua vita, la sta immaginando.


E come mai questo uomo merita di morire?
Perchè possiede la guerra. L’ha inventata lui, e tutto quello che succede o succederà sta dentro la sua testa. Elimina quella testa e la guerra finisce. Semplice.
Semplice?Da come ne hai parlato, sembra Dio.
Non Dio..solo un uomo. Sta tutto il giorno seduto in una stanza a scrivere, e quello che scrive si avvera. Secondo i rapporti dell’ intelligence è tormentato dal senso di colpa, ma non può fermarsi. Se quel bastardo avesse il fegato di farsi saltare le cervella, ora non saremmo qui a fare questi discorsi.

Ma è Auster, ora sessantunenne, non Brill, il bastardo che fa esistere gli orrori della guerra.
I tentativi di Brill di distrarsi hanno poco successo. Continua a pensare a sua moglie deceduta, ai dolori della figlia e della nipote. Guarda film con Katya che, prima della morte del suo ragazzo, studiava cinematografia.
Poco prima dell’ alba Katya, che non riesce a prendere sonno, entra nella stanza del nonno. Comunemente insonni, parlano francamente delle rispettive vite. Possono parlare di tutto, aprirsi completamente a vicenda. Ma ciò di cui non parlano – non possono parlarne!- è il video della decapitazione di Titus, il ragazzo di Katya, assassinato in Iraq per mano di un manipolo di “terroristi”. I tre inquilini l’ hanno guardato quel video e lo continueranno a vedere, perchè lo devono alla vittima di quell’ insensata violenza, per accompagnarlo in quel buio spietato che l’ha inghiottita.
Sarebbe un romanzo molto più irritante se, leggendolo, non si continuasse a sentire il dolore che male si nasconde dietro alla scherzosità dei toni.
I personaggi di Auster sanno che la solidarietà e la compagnia sono ciò che più desideriamo in momenti di dolore e di insonnia.
Un romanzo da leggere e meditare.

Alessandro Battiston
schlagstein@gmail.com

Tbilisi inciampa sugli gli oleo-gasdotti stesi dall’Occidente

Scavando dietro la versione semplificata che ci hanno servito i media occidentali durante la crisi georgiana di quest’estate, si scoprono molte ottime ragioni per solidarizzare con la Russia. Dal progetto di scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca, alle rivoluzioni colorate georgiana e ucraina; dallo spettacolare riarmo della Georgia (che in aprile aveva incrementato del 28% il suo bilancio militare), al programma di adesione delle due repubbliche alla Nato: queste dimostrazioni di forza (?) orchestrate dagli Usa si sono trasformate in altrettanti buoni pretesti per l’offensiva russa di quest’estate. È innegabile comunque che, togliendosi questi sassolini dalle scarpe, la Russia abbia in realtà agito in difesa di interessi ben più forti.
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“Noi siamo qui, oggi, per affermare il fatto che l’università è il luogo dove si impara il pensiero critico, dove si cerca di capire quello che ci circonda”. Con queste parole il Magnifico Rettore Peroni ha motivato l’assemblea di Ateneo del 30 ottobre, in Piazzale Europa, convocata per discutere della legge 133 e dei tagli all’università. Il mese che ci siamo lasciati alle spalle, in effetti, è stato carico di eventi importanti, dalla crisi economica alla riforma scolastica, fino alle imminenti elezioni americane. Un mese impegnativo per chiunque. In questa situazione, Sconfinare ritorna dopo la pausa estiva, per dare ancora una volta voce a tutti gli studenti del Sid. In questo contesto, possiamo fare nostre le parole del Magnifico Rettore: Sconfinare non è, non deve essere, un “giornalino”; esso è piuttosto un tentativo che noi studenti facciamo per capire e interpretare il mondo in cui viviamo. Può essere un punto di vista imperfetto, può essere soggettivo; ma è pur sempre un mezzo per dare voce ai nostri pensieri, per creare dibattiti, confronti, anche all’esterno, per esercitare quel “pensiero critico” che l’università deve dare come prima cosa, e che ultimamente è seriamente messo in pericolo. E’ quindi importante, ancora più di prima, che tutti partecipino, che tutti coloro i quali hanno qualcosa da dire la dicano, senza timore; la forza di Sconfinare sono proprio i suoi lettori, perché è da essi che prende linfa e idee ogni numero. E’ un giornale fatto DA studenti PER gli studenti. Certamente poi cerca di diffondersi nel territorio di Gorizia e Nova Gorica, e anche oltre, e in questo aspetto sta avendo un sempre maggiore successo; ma la base su cui poggia è il corpo studentesco. Senza la partecipazione massiccia del Sid nel suo insieme, perde il suo significato. E’ un compito impegnativo, ma ricco di soddisfazioni; ed è sempre più necessario oggi, se non altro come atto di “Resistenza”. Non potremo fare molto contro chi ci vuole togliere la possibilità di studiare, capire e ragionare liberamente, ma è comunque un segno, la cui forza dipende dalla partecipazione di tutti. Per dimostrare al mondo fuori dall’Università che siamo altro rispetto a facinorosi svogliati, come i media hanno descritto gli studenti universitari manifestanti in questi ultimi giorni. Buona lettura!

Giovanni Collot

giovanni.collot@sconfinare.net

In questi giorni, mentre i forti Alisei delle elezioni americane e gli intricati turbini della protesta universitaria soffiano poderosi e portano con sé aria di speranza e voglia di cambiare, è difficile riuscire a sentire la bava di vento che viene da sud, dalla lontana Africa. Laggiù, e più precisamente in Congo, essa è un vento dall’odore greve, che porta con sé aria colma di sangue, morte e paura: si sta compiendo l’ennesimo intricatissimo dramma del continente nero. I ribelli del CNDP (Congrès national pour la défense du peuple), hanno messo in scacco le forze dell’esercito regolare congolese. A guidarli c’è Laurent Nkunda che, fermando i propri uomini non lontano da Goma, capoluogo della regione del Kivu nord, ha decretato un “cessate il fuoco” unilaterale, e chiesto l’apertura di trattative con il governo congolese. Obiettivi delle trattative con il governo congolese dei ribelli del CNDP sarebbero l’annullamento di accordi commerciali con la Cina del valore di 5 miliardi di dollari – che secondo il loro capo avrebbero svenduto le ricchezze naturali del Paesi – e il disarmo dei ribelli Hutu delle Forces Democratiques de Liberation du Rwanda(FDLR), rifugiatisi in Congo al termine del genocidio ruandese del 1994 e fautori di rappresaglie e discriminazioni nei confronti della etnia Tutsi in Kivu, di cui Nkunda si dice difensore. Ulteriori richieste del CNDP sono la creazione di un esercito nazionale repubblicano, un più forte impegno nelle strutture sanitarie, una maggiore trasparenza nei contratti minerari ed un federalismo a livello nazionale. Ma nel frattempo,nonostante la tregua stabilitasi, i soldati dell’esercito regolare congolese in ritirata, sono entrati nei villaggi, saccheggiando, ferendo, violentando ed uccidendo. Anche i due ospedali cittadini di Goma sono stati saccheggiati dai soldati, peggiorando ulteriormente la già grave crisi umanitaria. La gente ha cercato di fuggire come ha potuto verso le frontiere dell’Uganda e del Ruanda, portando con sé a mala pena quello che è riuscita ad afferrare, ma il fronte della guerra va dal massiccio del Masisi fino al confine con Ruanda e Uganda ed è in continuo mutamento. Così, molti dei profughi (1 milione e 600 mila) si ritrovano chiusi “tra due fuochi”. Le ONG e l’ONU hanno sfruttato il “cessate il fuoco” e cercato di portare aiuto ai profughi, ma molti dei campi sono stati trovati deserti: le persone erano rifuggite, perché di nuovo perseguitate, ora dai soldati congolesi, ora dai ribelli del FDLR, comunque operante in zona. L’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ha stimato in 2,5 milioni il numero delle persone minacciate da epidemie di colera e di morbillo nella provincia del Nord-Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, mentre Medici senza Frontiere (Msf) denuncia l’assoluta mancanza di organizzazioni umanitarie nelle zone più colpite dal conflitto. Intanto, ci sono stati degli scontri tra le forze di Nkunda e miliziani Mai-Mai di Rutshuru, una località situata ad appena una sessantina di chilometri a nord di Goma. Questi miliziani, sebbene attivissimi in tutte le guerre susseguitesi nella zona dei grandi laghi, non sono altro che gruppi armati senza legami né etnici né politici: fanno capo ad anziani della tribù, a signori della guerra o capi villaggio e, in teoria, si batterebbero per la difesa del proprio territorio ma, in realtà si mettono al servizio del miglior offerente, cambiando continuamente le alleanze.

Al fine di trovare una soluzione diplomatica all’ultimo di una lunghissima serie di conflitti a catena che coinvolgono la zona, l’Unione Europea ha inviato in Congo il ministro degli esteri francese – Bernard Kouchner – ed il ministro degli esteri britannico – David Miliband. Dopo aver visitato Goma per tentare una mediazione impossibile si sono mossi ad aprire trattative diplomatiche con i due paesi coinvolti (Repubblica Democratica del Congo e Ruanda). Il presidente del Congo accusa il Ruanda di essere il principale sostenitore dei ribelli di Nkunda, mentre il governo di Kigali sostiene che le FDLR abbiano il pieno appoggio dell’esercito regolare congolese, mettendo così in pericolo l’integrità territoriale del Ruanda.

Il tentativo di Kouchner di porre fine ai massacri della popolazione tramite il dispiegamento di un contingente europeo a sostegno dei pochi caschi blu dell’Onu – finora incapaci di proteggere a pieno la popolazione – si è risolto in nulla a causa dell’opposizione del governo Ruandese, che ben ricorda delle operazioni francesi di peacekeeping del 1994, durante il genocidio ruandese , accusate da una recente inchiesta di aver lasciato la possibilità ai genocidiari di fuggire in Congo. In più, all’opposizione del Ruanda, si sono aggiunte le perplessità degli europei stessi: David Miliband, infatti, ha sostenuto di essere lì non per discutere di una forza europea, ma della situazione umanitaria. Dello stesso parere è l’Alto rappresentante degli Affari esteri UE, Javier Solana, secondo cui la priorità numero uno dell’Unione Europea è l’ambito umanitario. In pratica: l’Europa non ha intenzione di invischiarsi più di un certo limite in certi affari. Londra, però, si è resa disponibile a convincere il Ruanda a spingere i ribelli di Nkunda a rispettare gli accordi di pace del gennaio del 2008 (Trattato di Amani). Ciò mette a nudo la situazione del Ruanda nella regione dato che il regime di Kagame è sospettato di usare gli estremisti hutu per mettere le mani su un territorio ricco di risorse come il Kivu.

Ora, sebbene la comunità internazionale ben sappia che la crisi è un problema interno allo stato congolese, si spera che qualcosa possa essere risolto con il summit di Nairobi in cui parteciperanno i 2 stati contendenti più gli stati confinanti di Uganda, Burundi e Tanzania , l’Unione Europea e gli Stati Uniti.

Così, mentre la lunga e complessissima epopea delle guerre centroafricane prosegue con un nuovo sanguinoso capitolo, l’unico ruolo svolto dalle potenze occidentali in tutta questa storia è sempre stato quello di osservare da lontano una situazione che avevano creato e che, incapaci di comprendere veramente , hanno lasciato e lasciano continuamente scivolare in secondo piano.

Tommaso Ripani

Tommaso.ripani@sconfinare.net

Barack Hussein Obama II (Honolulu, 04/08/1961) è, dunque, il quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti d’America. O, meglio, lo sarà dal 20 gennaio 2009, quando ci sarà la cerimonia di insediamento e riceverà i pieni poteri. Della sua storia, a tratti addirittura messianizzata e che non pochi imbarazzi ha creato allo stesso candidato durante la campagna elettorale (‘A differenza di quanto si dice in giro’, esclamò tra l’altro, ‘non sono nato in una mangiatoia.’), hanno parlato e parleranno in tanti. Così pure della lunghissima campagna elettorale, dello sconfitto McCain, di Biden e della Palin. E se ne parlerà così a lungo che si rischierà di perdere di vista –e forse già si è perso- il dato politico. Che non è il colore della pelle di Obama, o non solo e non principalmente: un afroamericano (tale, in effetti, solo a metà) alla Casa Bianca è certo un fatto di per sé positivo, un segnale di apertura al mondo, magari anche di un certo coraggio. Un fatto non previsto né prevedibile anche solo pochi anni fa, e sarebbe stato un fulmine a ciel sereno anche se fosse arrivato dall’elefantino repubblicano, piuttosto che dall’asinello democratico. Un presidente nero, va aggiunto, non è necessariamente un ottimo presidente. Dato che dalla sua posizione condizionerà pesantemente le nostre vite negli anni a venire, possiamo sperare in bene, ma certo non possiamo esserne sicuri. Potrebbe rivelarsi un completo incompetente, a dispetto di tutto ciò che abbiamo visto in quresti anni. Quindi, forse sorprendentemente, suggerisco che, a ben vedere, il dato più importante –il dato politico intendo, non certo sociologico o storico o culturale, in quei campi il colore della pelle conta, eccome-, è la novità di questa elezione, e della campagna elettorale che l’ha preceduta. Ma andiamo con ordine.

Innanzitutto, la relativa originalità dei due sfidanti principali, Obama e McCain. Uno molto giovane, l’altro molto vecchio, entrambi piuttosto slegati dall’establishment dei loro partiti: Obama per l’età e perché, nonostante amicizie importanti (a cominciare dal ex candidato del 2004, Kerry), ha osato sfidare e battere l’imponente organizzazione Clinton, evitando abilmente di perdere l’appoggio del partito, seducendolo giorno dopo giorno. McCain per il suo carattere spigoloso, per la sua consolidata abitudine a criticare il suo stesso partito e per le sue tendenze quasi liberal, al confronto con gli altri politici della sua area.

In secondo luogo, il programma del presidente in pectore, per il quale è stato addirittura additato come ‘socialista’, uno degli insulti più gravi nel Nordamerica. Rimane pur sempre un programma moderato, se visto con ottica europea; ma negli Stati Uniti il suo è un programma interno indubbiamente avanzato, progressista, che propone un timido abbozzo di riforma dello stato sociale, che si dice fuori dalla logica delle lobby, che avanza proposte sorprendenti sulla politica energetica e sulle alternative al petrolio.

In terzo luogo, il modo in cui Obama ha vinto. Non solo nei luoghi in cui tradizionalmente un democratico vince, come il Maine, l’Oregon, Washington, New York e gli Stati delle coste in generale, o come in Illinois. Non solo in alcuni degli Stati che solitamente avevano votato un repubblicano, come la Virginia o l’Ohio. Ad un’analisi più precisa emerge un particolare piuttosto interessante: Obama non è stato votato solo dagli elettori democratici; ha sottratto tantissimi voti non tanto (o non soltanto) ai repubblicani, ma in gran parte ai partiti che vanno sotto la voce ‘altri’. Ha ricevuto voti, insomma, da coloro che solitamente non si riconoscono nella bipolarismo americano. Ma, e questo è significativo, ha ricevuto la fiducia della maggioranza dei giovani, nuovi elettori.

Basti un esempio, che poi è il più eclatante: il Texas dei Bush ha, com’era prevedibile, votato in maggioranza l’elefantino, ma McCain è passato dal 61%(4.495.797 voti) di Bush 2004 ad un ‘normale’ 55%(4.450.403), mentre Obama ha incrementato il 38%(2.816.501) di Kerry, arrivando al 44%(3.514.788). Un guadagno di ben 698 mila voti e spiccioli, su un totale di circa otto milioni di votanti. Moltissimo, e sorprendente.

Sarà capace di meritarli, il primo presidente afroamericano del paese che per decenni ha discriminato quelli come lui? O questo sogno non si rivelerà piuttosto un incubo, e si scoprirà che in realtà Barack Obama è davvero troppo inesperto per governare gli Stati Uniti d’America?

Il bello della vita è che per avere certe risposte bisogna prima vivere.

Francesco Scatigna

francesco.scatigna@sconfinare.net

 

Positivo il Decreto varato dal Ministro Gelmini, ma attenzione al Progetto di Riforma.

News d’Ateneo: nuovi corsi, assunzioni bloccate, conti in rosso.

Dall’inizio dell’anno accademico proseguono le manifestazioni di dissenso e di preoccupazione per la manovra estiva varata dal governo in agosto e per il progetto di riforma dell’università che il Ministro Gelmini presenterà in questi giorni. Ma prima di dedicarmi alla riforma ed alle iniziative che sono state prese anche a Gorizia in questi giorni, credo sia importante dare alcune informazioni “di servizio” interne al nostro ateneo e alla nostra facoltà.

La novità di maggior rilievo è senz’altro l’elezione del nuovo preside di Facoltà, il Prof Roberto Scarciglia, docente di Diritto Pubblico Comparato, eletto a grande maggioranza nel mese di ottobre e subentrato al Preside Coccopalmerio dal 1 novembre. Facciamo al neo-preside un in bocca al lupo e ci aspettiamo che riesca a portare una ventata di novità nella nostra Facoltà, portando avanti iniziative originali e più adatte ai nostri tempi.

Sempre nel mese di ottobre (16 ottobre) una seduta congiunta di Senato Accademico, Consiglio d’Amministrazione e Consiglio degli Studenti ha analizzato i primi dati raccolti nella Valutazione didattica per l’anno accademico 2007-2008. Tralasciando i dati in sé che sono consultabili sul sito della nostra università, è interessante sottolineare come nel dibattito che è seguito si sia sottolineata l’esigenza di dare un seguito a questi questionari, la cui validità statistica è però messa in discussione dal fatto che i soli questionari presi in considerazione sono quelli in cui è indicata una frequenza di più del 75%, senza considerare il fatto che l’assenteismo a lezione è esso stesso un giudizio sulla qualità dell’insegnamento. In questo modo tutti i dati risultano in qualche misura falsati.

Da un punto di vista più prettamente amministrativo è invece emersa anche quest’anno la necessità di utilizzare parte dei fondi studenteschi di facoltà 2009 (20.000 dei 70.000 euro del fondo) per la copertura di alcuni corsi previsti per l’anno accademico 2008-2009. Nello specifico per Gorizia erano a repentaglio i corsi di Spagnolo I e II e di Arabo II, che senza questi fondi non sarebbero potuti partire. La querelle sui fondi studenteschi usati per coprire le attività didattiche si ripete in realtà ogni anno. In cambio della disponibilità a spendere questi soldi per le suddette attività già programmate il Consiglio di Facoltà del 5 novembre ha però accolto quest’anno la richiesta dei rappresentanti di attivare nel secondo semestre di questo stesso anno accademico quattro corsi da 60 ore a contratto, il cui costo sarà coperto da parte dei restanti fondi studenteschi (circa 12.000 euro). Si tratterà di Russo I, Portoghese I,
Storia ed Istituzioni dell’America Latina e Economia Pubblica (o Scienza delle Finanze). È però da segnalare la protesta avanzata da parte del corpo docente (in particolare dai ricercatori) che hanno contestato la richiesta degli studenti ricordando che il SID non è un corso di lingue, che corsi come il cinese, quando c’erano, andavano deserti e che in un momento di vacche magre non dovrebbero essere sprecati fondi per “corsi inutili come questi” affidati a contratto a personale esterno.

Nello stesso CdF del 5 novembre è stata proposta dal Preside Scarciglia la modifica del regolamento di Facoltà per rendere elettive le cariche di rappresentanti degli studenti nella Giunta di Facoltà (sino ad ora erano di nomina del Preside). La discussione di questo punto è stata rimandata al 19 novembre per mancanza di tempo, ma con ogni probabilità ci troveremo presto ad eleggere un rappresentante nella giunta per Gorizia ed uno per Trieste.

Ma passiamo dunque ai perché di questo periodo di vacche magre: il decreto 133 del 6 agosto 2008 e l’imminente riforma del sistema universitario.

La convocazione dell’assemblea il 28 ottobre era concepita dai rappresentanti soprattutto come un momento di analisi della legge e delle sue problematiche, grazie all’indispensabile e puntuale contributo di Marco Barelli (rappresentante al CdF di Lettere e Filosofia), in modo da poter arrivare in maniera più cosciente all’elaborazione di iniziative concrete per manifestare il dissenso del nostro corso di Laurea. La piattaforma condivisa dall’assemblea, ed esposta nel documento proposto dai rappresentanti ed approvato nella seduta, è stata quella di un dissenso nei confronti di un provvedimento miope che non curandosi di una riforma globale del sistema universitario puntava solo a ridurne i costi, e non gli sprechi, che invece sono tanti e sarebbero restati tali perché nulla si faceva nello specifico contro di essi. Con il taglio drastico del Fondo di Funzionamento Ordinario da 1441 miliardi per il prossimi anni non si assicurava affatto una razionalizzazione della spesa: nessuna distinzione era prevista tra le università virtuose e le altre, tra i docenti che fanno ricerca e gli altri…solo un taglio che avrebbe colpito tutti e che combinato con il turn over al 20% avrebbe messo a rischio tutto il sistema universitario.

Pur restando invariata l’entità dei tagli al FFO, da allora molte cose sono cambiate. Con il Decreto del MIUR pubblicato lunedì in gazzetta ufficiale il ministro Gelmini ha apportato alcune modifiche ai tagli precedentemente varati dal governo.

Rendendo effettive direttive della finanziaria 1998 (rimaste lettera morta fino ad oggi) vengono bloccate tutte le assunzioni (di docenza ma anche del personale tecnico amministrativo) in tutti gli atenei che spendono in stipendi più del 90% del FFO. Sette ricadranno sicuramente in questa categoria e tra essi compare anche il nostro ateneo, insieme a quello di Cassino, Firenze, Bari, L’Aquila, Pisa, L’Orientale di Napoli; ma ad essi potrebbero aggiungersi altri 19 atenei.

Riprendendo inoltre il Patto con le Università firmato dal Ministro Mussi il decreto destina il 7% del FFO 2009 (circa 500 milioni) agli atenei virtuosi, le cui performance saranno valutate dal Cnvsu (Comitato nazionale di valutazione del sistema universitario) e dal Civr (Comitato per la valutazione della ricerca) in base ai parametri di ricerca, crediti acquisiti dagli studenti e numero degli iscritti. In questo modo alcuni atenei, tra cui non compare il nostro ateneo, si troveranno ad avere addirittura più fondi per l’anno 2009 (43 milioni in più per Torino, 40 per il Politecnico di Milano, 30 per Padova, 29 per Bologna – IlSole24ore 7-11-08). Tra questi non compare Trieste che anzi nel periodo 2009-2011 avrà un taglio pari a 1.700 euro circa per studente (elaborazione IlSole24ore, 10 novembre 2008).

Il turn over viene inoltre ridotto dal 20% al 50%, ma il 60% delle risorse liberate dovrà essere impiegato per assunzioni di ricercatori, in modo tale che per ogni docente in pensione si assumano tra i 2 ed i 3 ricercatori (si punta a 3.000 ricercatori in più nel 2009).

Sono stanziati inoltre 65 milioni di euro in più per le residenze universitarie e 135 milioni per le borse di studio, in modo da accorciare il gap che ci distanzia dagli altri paesi europei (siamo ultimi in Europa per numero di studenti riceventi borse di studio: 11% contro l’86% della Gran Bretagna).

Vengono confermati i concorsi già banditi anche se le regole cambieranno. Per i ricercatori la commissione sarà formata da 2 ordinari (uno nominato ed uno sorteggiato) ed un associato, nessuno comunque appartente all’ateneo che bandisce il concorso. Mentre dal 2010 la selezione “è effettuata sulla base dei titoli e delle pubblicazioni dei candidati, ivi compresa la tesi di dottorato, utilizzando parametri riconosciuti anche in ambito internazionale”.

A questo decreto seguirà comunque in questi giorni il Progetto di Riforma vero e proprio, le cui linee guida sono comunque stilate già da ora. Si punta sulla razionalizzazione dei corsi di laurea (arrivati a 5.000) e delle sedi distaccate ed al cambiamento radicale del cursus honorum dei docenti, i cui scatti di stipendio non dovranno più essere legati all’anzianità ma alla produttività didattica e di ricerca degli stessi. Ma questo sarà di certo il punto su cui ci sarà lo scontro più duro con la casta dei baroni accademici.

Altro punto controverso su cui la riforma dovrà fare luce è quello della governance degli Atenei e della possibilità di trasformarsi in fondazioni di diritto privato. A riguardo è necessario fornire precise e più stringenti garanzie circa l’influenza che gli eventuali enti privati potrebbero esercitare sulla didattica e sulla determinazione delle tasse universitarie. Nessuno inoltre sembra aver pensato al fatto che le condizioni economiche e la cultura amministrativa delle diverse regioni d’Italia avrà un peso determinante sulla vita delle fondazioni, creando università di serie A e di serie B.

Ancora da dissipare sono poi i dubbi sullo stato di salute delle finanze del nostro ateneo. Nella splendida assemblea svoltasi il 29 ottobre in Piazzale Europa a Trieste in un clima di grande libertà di cui il Magnifico Rettore è stato imparziale custode, lo stesso Peroni ha assicurato di fronte a 3000 tra studenti, docenti, personale ATA e semplici cittadini, che le finanze del nostro ateneo godono di ottima salute, che si è sempre raggiunto il pareggio di bilancio e che la nostra amministrazione non ha mutui di alcun tipo. È però del 10 novembre l’articolo del Sole24ore che include Trieste tra gli atenei “in profondo rosso”, salvo poi astenersi dal quantificare suddetto debito e limitarsi a scrivere che “un piano di rientro è in cantiere anche a Trieste”. Chiedo dunque ufficialmente che il Rettore, dati alla mano, faccia chiarezza su questo punto e che seguano eventuali smentite pubbliche sullo stesso giornale.

L’assemblea triestina ha inoltre approvato il documento elaborato il giorno precedente dall’assemblea di Gorizia, che è stato letto in Piazzale Europa da Nastasi.

Tutto dunque è ancora in movimento per l’università. Di certo molto è cambiato dagli inizi di ottobre ed il Decreto di lunedì va senz’altro nella direzione giusta. Restano però alcuni punti i cui sviluppi sarà importante seguire nella Riforma vera e propria: dalle Fondazioni Private all’abbattimento dei privilegi del ceto accademico. Come ci insegnano le Scienze Politiche, è importante ora non spegnere i riflettori sull’università e continuare a vegliare sull’operato di governo ed opposizione in maniera consapevole ed informata, esercitando al meglio la nostra Facoltà di Dissentire. È stato questo anche il senso profondo della giornata di leizoni all’aperto, lunedì 10 novembre. Circa 60 studenti hanno ascoltato interessati le lezioni tenutesi in Piazza Sant’Antonio e nella Galleria in Corso Verdi, attirando anche l’attenzione un po’ curiosa dei passanti goriziani. Alle splendide lezioni dei professori Tonchia, Goio, La Mantia, Schulze, Scarciglia, Abenante, Scaini e Palmisano è seguito l’intervento del Preside Gabassi che ha focalizzato l’importanza della qualità della didattica e dell’amministrazione, con un occhio anche ai rischi per Gorizia nell’ambito della razionalizzazione delle sedi distaccate.

Auspichiamo che altre iniziative continuino non per un dissenso fine a se stesso, ma per tenere viva l’attenzione e creare la consapevolezza alla base di un eventuale dissenso, affinchè, qualunque giudizio esprimeremo sulla riforma che verrà, esso sia argomentato sulla realtà dei fatti.

Da leggere: L’università corrotta, di Roberto Perotti ed. Einaudi; La crisi del potere accademico italiano, di Gilberto Capano e Giuseppe Tognon ed. Arel-Il Mulino; Come cambia la scuola, instant book del Sole24ore.

Attilio Di Battista

Rappresentante degli Studenti in CdF.


 

1954: la televisione arriva in Italia.

2006: la televisione muore in Italia.

Mi chiedo a volte se tutte quelle parole di libertà, di partecipazione, di conoscenza, di sviluppo siano state svuotate del loro significato intrinseco o se per caso siano solamente i nomi con cui vengono identificati i fili attraverso cui qualcuno ci muove dall’alto.

Mi chiedo se dal lontanissimo alto ci considerino degli emeriti cretini, se il grande popolo italiano, terra dei grandi artisti (novità di Bramante, di Stilnovo e Dante come recita un passo di Notre Dame de Paris) della cultura, della civiltà abbia ancora una volta la volontà di farsi trasportare da quell’alta onda di una marea chiamata sistema, invisibile, silenziosa ma che nel suo lento scorrere travolge tutto e porta la gente ignara, stanca a fare affidamento ad un salvagente, l’unico disponibile chiamato televisione italiana. E i sopravvissuti vedono il mondo da questo piccolo salvagente, l’unica loro ancora quella che gli permette di galleggiare in uno stadio di apatia senza mai andare a fondo nelle cose, sospesi in una dimensione tra cielo e terra senza mai conoscere né l’uno né l’altro.

Quant’è bello galleggiare! Quant’è bello non faticare per raggiungere la riva, ma farsi trasportare da quest’onda, in verità nemica ma tuttavia quella che ci offre il nostro mondo…

Questa è la nostra televisione, quell’unico salvagente offerto, disponibile per tutti che esteriormente si abbellisce sempre più…la qualità di trasmissione dell’immagine è sempre più alta, la qualità del contenuto è ridicolamente scarsa. L’alta marea ci culla tranquillamente tra reality proiettati ogni giorno a ritmo pesante cha appiattiscono il pensiero, che azzerano la volontà di iniziativa e che offrono un’immagine ormai distorta di quello che ci circonda. Così avvinghiati, stretti stretti alla nostra ciambella non impariamo a nuotare, a conoscere il mare in cui viviamo, ad esplorare nuove spiagge ma vaghiamo incerti chiedendoci forse se tutto quello che ci viene offerto dal piccolo schermo sia la vera realtà o un mondo fittizio di cui purtroppo non riusciamo a fare a meno.

È triste, deprimente sapere che uno dei mezzi che ha favorito la conoscenza rapida, accessibile a tutti, mattone solido del villaggio globale, in Italia si stia disgregando a poco a poco portando non solo vergogna al bel Paese ma facendolo crollare anche dal punto di vista intellettuale, culturale scosso continuamente “dai personaggi cicaleggianti dei talk-show che squittiscono ad ogni ora un nuovo vero. Io dico addio”. Io dico addio come recita la famosa canzone di Guccini. Addio ai continui litigi televisivi, a quella gente considerata ormai come modelli di vita (tu chiamala vita!) che dietro una mal celata ipocrisia continua ad urlare, ad offendere, a mostrare la propria incapacità di discutere, la propria mancanza di umiltà, ergendosi a difensori della ormai abusata parola “valori”. Dico addio a quella falsa alternativa di programmi televisivi offerti dalla tv a pagamento che favoriscono la divisione della conoscenza in una conoscenza di serie A e serie B (uccidendo l’uguaglianza guadagnata a fatica a partire dalla rivoluzione francese e americana) . Dico addio allo stesso pubblico statico e legittimante che viaggia nel salvagente della servitù volontaria. Addio alla mia imposta posizione di spettatrice, sentendomi raggirata, non sentendomi parte di quel mondo così tetro, così freddamente triste e lontano. Dico addio alla classe politica attuale che continua a proporre leggi agendo con la logica del “domani è un altro giorno”.

Pur vedendo nella scienza politica la possibilità di risolvere tale problema; mi alzo, spengo il televisore e inizio a nuotare.

Nicoletta Favaretto

Da un po’ d’anni a questa parte le radio trasmettono sempre la stessa musica. È una cosa chiamata playlist, un espediente delle compagnie musicali per pubblicizzare i loro protetti. Sfortunatamente le grandi compagnie puntano a massimizzare le vendite, e a questo scopo operano una selezione di musiche e testi, scegliendo quelli che possano piacere ad un pubblico vasto. Questo porta inevitabilmente ad una desolante banalità, ma fortunatamente il mondo informatizzato in cui viviamo ci fornisce un buon numero di alternative all’ottusità dell’industria discografica mainstream. Jonathan Coulton è la mia ultima scoperta, un ragazzo americano dalla voce dolce e dalla mente bizzarra, esponente di punta della cosiddetta geek music, musica per sfigati. Nelle sue canzoni la ballata melodica e il soft-rock accompagnano testi surreali ed esilaranti: in I Crush Everything dà voce ad un calamaro gigante solo e depresso, mentre Mandelbrot Set è l’elogio dell’inventore della teoria dei frattali. De-evolving affronta il dramma di un uomo che assiste impotente alla propria trasformazione in scimmia, e The Future Soon ci immerge nei sogni di un ragazzino alienato che aspira a costruire un esercito di robot guerrieri. Coulton ha anche un lato più apertamente sarcastico, e con I Feel Fantastic disegna un impietoso ritratto della moderna cultura degli psicofarmaci, mentre I’m a Mason Now prende come bersaglio l’arrivismo sul lavoro. Ma il suo capolavoro è probabilmente Skullcrusher Mountain, la strana e goffa serenata di un genio malvagio da film di serie B. “Ho fatto per te questo mostro mezzo scimmia e mezzo pony” canta il villain innamorato, “ma ho la sensazione che non ti piaccia. Perché gridi tanto? Ti piacciono i pony, ti piacciono le scimmie, forse non ti piacciono i mostri? Oppure ho usato troppe scimmie? Non ti basta sapere che ho rovinato un pony per farti un regalo?” Straordinarie sono anche Ikea (probabilmente la prima canzone dedicata alla catena di mobilifici svedese e al rapporto di odio-amore che ci lega ad essa) e Re: your brains, un surreale dialogo tra un due impiegati durante un invasione di zombie.

Finora Jonathan Coulton ha inciso tre dischi (Our Bodies, Ourselves, Our Cybernetic Arms, Smoking Monkey e il meraviglioso Where Tradition Meets Tomorrow), ma temo che sia piuttosto difficile trovarli nei negozi. Fortunatamente è possibile ascoltarli gratuitamente su www.jonathancoulton.com. Gratuitamente perché il Nostro crede fermamente nel “dare via roba come strumento di autopromozione”. Chiunque dovesse apprezzare le sue canzoni potrà poi scaricarle permanentemente al prezzo simbolico di un dollaro.

Luca Nicolai

 

 

 

 

 

 

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