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A tu per tu con il segretario triestino dei metalmeccanici UIL che dice:nel 2010 le cose peggioreranno

La crisi è passata o il peggio deve ancora arrivare? E ancora, qual’è la situazione attuale in una regione,il Friuli Venezia Giulia, che vede nell’industria una importantissima fonte di occupazione? Lo abbiamo chiesto a Vincenzo Timeo che lavora nel sindacato da quasi 15 anni e che ha militato prima nella Cisl e poi nella Uil dove oggi ricopre la carica di segretario provinciale dei metalmeccanici di Trieste.

Per quanto la sua professione le ha consentito di vedere quali sono stati i settori in cui la crisi si è più fatta sentire?

Certamente la crisi ha avuto,insieme con l’edilizia,nei metalmeccanici e nel indotto delle industrie i settori piu colpiti nel Friuli Venezia Giulia e ha prodotto effetti pesanti che però ad oggi sono stati contenuti dagli ammortizzatori sociali. Un discorso diverso va fatto per Trieste,dove io lavoro, che rispetto alle zone industrializzate (nel capoluogo giuliano gli occupati nell’industria sono solo il 14% circa nda) ha retto meglio ma che sentirà gli effetti di questa crisi più tardi in quanto godendo meno dei benefici degli ammortizzatori sociali presto si troverà a dover affrontare il problema dei lavoratori che in questo momento si trovano ufficialmente in ferie ma che difficlmente torneranno a lavorare. In questo senso a Trieste ma anche nelle zone industrializzate il 2010 non sarà l’anno della ripresa ma anzi vedrà probabilmente una crisi occupazionale in quanto finiranno i benefici degli ammortizzatori sociali.

Come è stata affrontata dai governi locale e nazionale questa crisi e che atteggiamento stanno tenendo i datori di lavoro nei confronti dei lavoratori?

Il governo regionale ha fornito un minimo di risorse aggiuntive con indennità o stanziamenti simili.

Discorso diverso va fatto per il governo nazionale che non ha fatto abbastanza e che non si è occupato dello stato sociale: invece che aiutare solo le banche le imprese,visto che a pagare sono sempre gli ultimi, avrebbe dovuto stanziare fondi per i lavoratori. Perché se è vero che se un azienda funziona bene stanno bene anche gli operai non bisogna dimenticare che per un lavoratore è più difficile reagire rispetto ad un azienda. Inoltre molto spesso i datori di lavoro hanno approfittato della cassa integrazione per risparmiare soldi non facendo lavorare operai o liberandosi di tutti quei lavoratori che avevano maturato abbastanza anzianità per andare in pensione. Sono stati pochi dunque quei datori che considerando ancora i lavoratori una risorsa hanno preferito abbassare la produzione pur di non licenziare e non ricorerre alla cassa integrazione.

Recentemente alcuni esponenti del governo hanno fatto un paragone fra le lotte,anche violente,degli anni’60 che hanno portato ad infiltrazione terroristiche nel movimento operaio e alcune occupazioni di fabbrica. Vede anche lei questa tensione e questa rabbia?

Non c’è rabbia. Certo c’è qualche testa calda che era arrabiata anche prima e che lo sarà anche dopo,ma purtroppo manca anche quella rabbia costruttiva che ha portato ad ottenere tante rivendicazioni e che faceva sentire gli operai come parte di un gruppo e come una classe sociale, è come se gli operai fossero stati modificati geneticamente e avessero perso la solidarietà fra di loro ed è come se ritenessero che  valga la pena tentare una lotta. Ed il sindacato deve lavorare per rinfondere il senso di solidarietà, ma la crisi ha protato gli operai a disgregarsi ancora di più.

La Lega ha proposto di ridurre la cassa integrazione per i lavoratori stranieri. Come sono trattati dai colleghi e dai lavoratori gli stranieri?

Nella nostra zone lavorano moltissimi stranieri e noi alla UIL abbiamo uno sportello dedicato. Per quanta riguarda la loro situazione la discriminazione non è su un piano economico,ma essendo loro più facilmente ricattabili-devono mandare soldi a casa,gestiscono le ferie in modo diverso,hanno bisogno di lavorare- vengono spesso costretti a lavorare più del dovuto. Ciò crea a volte situazioni di tensione con i colleghi italiani,ma sotto questo punto di vista Trieste è una città tranquilla. Questo tipo di sfruttamento è derivato dall’ignoranza e infatti nel nuovo contratto dei metalmeccanici si è preteso che gli articoli più significativi venissero tradotti in francese e inglese.

Una grande piaga del lavoro metalmeccanico è la mancanza di sicurezza,solo qualche giorno fa è morto un operaio della Thyssen a Terni.

Se in Italia fosse applicata la legge 81 sulla sicurezza sul lavoro gli incidenti si ridurebbero drasticamente. Ma c’è anche un problema culturale, in Italia manca una cultura della sicurezza sul lavoro presente invece in alcuni paesi come gli Usa dove capita che i lavoratori si rifiutino di lavorare in caso di scarsa sicurezza. Ma,considerando che in un azienda chi comanda è l’imprenditore,anche gli imprednitori hanno le loro importanti responsabiltà.

Infine una considerazione di carattere più ampio:la UIL con la CISL ha preferito la concertazione alla mobilitazione,l’opposto di ciò che ha fatto la CGIL. Quali sono le motivazione di questa scelta?

Uniti si sarebbe stati più forti e probabilmente si sarebbe andati più avanti. La CGIL sfrutta le masse che si sono dimenticate di come la CGIL non abbia fatto nulla contro la riduzione delle categorie di lavoratori cui applicare l’articolo 18 e contro la proliferazione delle agenzie interinali volute dal governo Prodi. Mentre nei confronti di questo governo c’è una pregiudiziale in particolare da parte della FIOM. Ma ci si dimentica che senza concertazione non si sarebbe mai arrivati alla firma del contratto nazionale che,seppur è migliorabile, ha portato a conquiste come l’introduzione dell’inflazione programmata. Noi come UIL cerchiamo di non colorire politicamente la lotta sindacale pur mantenedo il nostro orientamento politico,non ci sono governi amici o nemici,ma ci sono governi con cui bisogna interloquire. Inoltre siamo spesso accusati di non rappresentare la maggior parte dei lavoratori,ma neanche tutti e tre i sindacati la potrebbero mai rappresentare:è stato sempre così.

Ludovico Pismataro

Il peggio deve ancora venire

A tu per tu con il segretario triestino dei metalmeccanici UIL che dice:nel 2010 le cose peggioreranno

La crisi è passata o il peggio deve ancora arrivare? E ancora, qual’è la situazione attuale in una regione,il Friuli Venezia Giulia, che vede nell’industria una importantissima fonte di occupazione? Lo abbiamo chiesto a Vincenzo Timeo che lavora nel sindacato da quasi 15 anni e che ha militato prima nella Cisl e poi nella Uil dove oggi ricopre la carica di segretario provinciale dei metalmeccanici di Trieste.

Per quanto la sua professione le ha consentito di vedere quali sono stati i settori in cui la crisi si è più fatta sentire?

Certamente la crisi ha avuto,insieme con l’edilizia,nei metalmeccanici e nel indotto delle industrie i settori piu colpiti nel Friuli Venezia Giulia e ha prodotto effetti pesanti che però ad oggi sono stati contenuti dagli ammortizzatori sociali. Un discorso diverso va fatto per Trieste,dove io lavoro, che rispetto alle zone industrializzate (nel capoluogo giuliano gli occupati nell’industria sono solo il 14% circa nda) ha retto meglio ma che sentirà gli effetti di questa crisi più tardi in quanto godendo meno dei benefici degli ammortizzatori sociali presto si troverà a dover affrontare il problema dei lavoratori che in questo momento si trovano ufficialmente in ferie ma che difficlmente torneranno a lavorare. In questo senso a Trieste ma anche nelle zone industrializzate il 2010 non sarà l’anno della ripresa ma anzi vedrà probabilmente una crisi occupazionale in quanto finiranno i benefici degli ammortizzatori sociali.

Come è stata affrontata dai governi locale e nazionale questa crisi e che atteggiamento stanno tenendo i datori di lavoro nei confronti dei lavoratori?

Il governo regionale ha fornito un minimo di risorse aggiuntive con indennità o stanziamenti simili.

Discorso diverso va fatto per il governo nazionale che non ha fatto abbastanza e che non si è occupato dello stato sociale: invece che aiutare solo le banche le imprese,visto che a pagare sono sempre gli ultimi, avrebbe dovuto stanziare fondi per i lavoratori. Perché se è vero che se un azienda funziona bene stanno bene anche gli operai non bisogna dimenticare che per un lavoratore è più difficile reagire rispetto ad un azienda. Inoltre molto spesso i datori di lavoro hanno approfittato della cassa integrazione per risparmiare soldi non facendo lavorare operai o liberandosi di tutti quei lavoratori che avevano maturato abbastanza anzianità per andare in pensione. Sono stati pochi dunque quei datori che considerando ancora i lavoratori una risorsa hanno preferito abbassare la produzione pur di non licenziare e non ricorerre alla cassa integrazione.

Recentemente alcuni esponenti del governo hanno fatto un paragone fra le lotte,anche violente,degli anni’60 che hanno portato ad infiltrazione terroristiche nel movimento operaio e alcune occupazioni di fabbrica. Vede anche lei questa tensione e questa rabbia?

Non c’è rabbia. Certo c’è qualche testa calda che era arrabiata anche prima e che lo sarà anche dopo,ma purtroppo manca anche quella rabbia costruttiva che ha portato ad ottenere tante rivendicazioni e che faceva sentire gli operai come parte di un gruppo e come una classe sociale, è come se gli operai fossero stati modificati geneticamente e avessero perso la solidarietà fra di loro ed è come se ritenessero che  valga la pena tentare una lotta. Ed il sindacato deve lavorare per rinfondere il senso di solidarietà, ma la crisi ha protato gli operai a disgregarsi ancora di più.

La Lega ha proposto di ridurre la cassa integrazione per i lavoratori stranieri. Come sono trattati dai colleghi e dai lavoratori gli stranieri?

Nella nostra zone lavorano moltissimi stranieri e noi alla UIL abbiamo uno sportello dedicato. Per quanta riguarda la loro situazione la discriminazione non è su un piano economico,ma essendo loro più facilmente ricattabili-devono mandare soldi a casa,gestiscono le ferie in modo diverso,hanno bisogno di lavorare- vengono spesso costretti a lavorare più del dovuto. Ciò crea a volte situazioni di tensione con i colleghi italiani,ma sotto questo punto di vista Trieste è una città tranquilla. Questo tipo di sfruttamento è derivato dall’ignoranza e infatti nel nuovo contratto dei metalmeccanici si è preteso che gli articoli più significativi venissero tradotti in francese e inglese.

Una grande piaga del lavoro metalmeccanico è la mancanza di sicurezza,solo qualche giorno fa è morto un operaio della Thyssen a Terni.

Se in Italia fosse applicata la legge 81 sulla sicurezza sul lavoro gli incidenti si ridurebbero drasticamente. Ma c’è anche un problema culturale, in Italia manca una cultura della sicurezza sul lavoro presente invece in alcuni paesi come gli Usa dove capita che i lavoratori si rifiutino di lavorare in caso di scarsa sicurezza. Ma,considerando che in un azienda chi comanda è l’imprenditore,anche gli imprednitori hanno le loro importanti responsabiltà.

Infine una considerazione di carattere più ampio:la UIL con la CISL ha preferito la concertazione alla mobilitazione,l’opposto di ciò che ha fatto la CGIL. Quali sono le motivazione di questa scelta?

Uniti si sarebbe stati più forti e probabilmente si sarebbe andati più avanti. La CGIL sfrutta le masse che si sono dimenticate di come la CGIL non abbia fatto nulla contro la riduzione delle categorie di lavoratori cui applicare l’articolo 18 e contro la proliferazione delle agenzie interinali volute dal governo Prodi. Mentre nei confronti di questo governo c’è una pregiudiziale in particolare da parte della FIOM. Ma ci si dimentica che senza concertazione non si sarebbe mai arrivati alla firma del contratto nazionale che,seppur è migliorabile, ha portato a conquiste come l’introduzione dell’inflazione programmata. Noi come UIL cerchiamo di non colorire politicamente la lotta sindacale pur mantenedo il nostro orientamento politico,non ci sono governi amici o nemici,ma ci sono governi con cui bisogna interloquire. Inoltre siamo spesso accusati di non rappresentare la maggior parte dei lavoratori,ma neanche tutti e tre i sindacati la potrebbero mai rappresentare:è stato sempre così.

Ludovico Pismataro

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Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama che vince il premio Nobel per la pace sembra una notizia confezionata a bella posta. Sembra uno scherzo. Io stesso ho creduto fosse uno scherzo, e ho dovuto leggere due o tre lanci d’agenzia prima di convincermene.

Ora, come al solito, nel mondo ci saranno le solite discussioni prefabbricate. Io, obamiano della prima ora, difendo a spada tratta il premio; io, invece, sono a prescindere contrario: il premio è ormai un affare di politica.

E in Italia…Sarà ancora peggio, perché questa discussione prefabbricata diventerà ancora più rozza e inquietantemente rivestita di razzismo o di snobismo, a seconda della parte in causa.

Se posso permettermi, dal basso della mia autorità. Forse posso permettermi, me lo riconoscerà soprattutto chi –ma chi?- si ricorda del mio articolo su questo giornale, all’epoca delle elezioni di Mr.Obama. Cercavo, allora, di mediare tra due posizioni fanatiche, di chi rigettava Obama come se fosse il figlioletto primogenito del Satana sovietico, e di chi tentava di disegnargli attorno aureola e alette d’angioletto. E anche adesso: cerchiamo di capire, al di là delle posizioni che ognuno di noi mantiene, le motivazioni di questo premio.

Perché Obama merita il Nobel? Perché Obama è un simbolo, è la prima risposta che mi do. Il simbolo di un popolo che si è emancipato. Della labile e debole pace etnica che vige negli USA.

Mi do un altro paio di risposte, vediamo quali. Perché l’eredità di Bush Jr. conta, eccome, e qualunque nuovo Presidente che sia quanto meno in grado di articolare un discorso di senso compiuto sembra un miracolo della natura, e perché un Presidente che non considera l’Assemblea dell’Onu come un dannato sperpero di denaro, tempo e risorse, sembra l’Angelo della Pace in persona. O perché un Presidente che formula in astratto l’idea che forse con l’Iran e con il governo Palestinese si possa parlare, sembra un Gandhi redivivo.

Infine, un’ultima risposta. Quella che ha pesato di più, azzardo. Il Nobel è, non nascondiamocelo, un premio europeo. Rappresenta soprattutto le idee europee. E l’idea europea, oggi, è che Obama sia un’icona progressista, risolutrice, perfetta. Perfetta. Un moderno cavaliere senza macchia, che non considera l’Europa alla stregua di un fastidioso vicino d’oceano. Il che è, a grandi linee, anche un po’ condivisibile, sebbene in parte. Il premio, visto da quest’ottica, ha due facce: una è quella della gratitudine, la gratitudine degli europei, che da sempre vogliono amare il sogno americano ma che a cicli ben precisi ne viene respinto con profonda repulsione e disillusione. L’altra è una richiesta, anzi un vincolo: Presidente Obama, le assegnamo il Nobel perché così, anche se ancora nulla di concreto ha fatto per la pace (né ha avuto il tempo di farlo, siamo onesti), sarà costretto a farlo. Dovrà attenersi a quelle che saranno le motivazioni. E’ un Nobel per la Pace, non può ignorarlo. Del resto, questo fardello si accompagna ad un grosso vantaggio: la credibilità, la rispettabilità. L’autorità. Ora, Mr. Obama è un premio Nobel per la pace, un mediatore per definizione ed in più un mediatore nel pieno possesso dei suoi poteri.

Perché Obama non dovrebbe ricevere il premio Nobel? Ma perché non ha fatto davvero nulla di concreto, di materiale, per la pace. Ancora no. Perché è troppo presto, perché non ci è ancora riuscito. Poco importa, ma ancora non lo ha fatto. Questo è un premio a prescindere, un premio in prospettiva, un controsenso. I premi devono arrivare dopo, non prima. Le recensioni per un film non si fanno prima del lancio. I Nobel per la medicina non vincono nulla se non pubblicano studi, se non fanno ricerca. Un Nobel per la letteratura deve pur aver scritto qualcosa!

Obama non ha ancora scritto nulla. Il mio giudizio sulla sua presidenza, finora, è più che ottimo, al contrario di quelle acque fresche progressiste che l’hanno prima elevato al rango di Messia per poi gettarlo nel fango, sdegnati perché non ha trasformato gli Stati Uniti in una Svezia degli anni settanta. Ma nonostante il mio giudizio così positivo, non posso sostenere restando serio che Obama meriti il Nobel. Lui stesso lo ha detto. Ma non posso nemmeno condividere l’articolo del Times, che vi consiglio di leggere, in cui si scrive che il premio non è altro che ‘una presa in giro’.

A mio parere, per quanto immeritato, questo premio è ben lungi dall’essere una presa in giro. Anzi, può essere davvero utile. E il comitato norvegese per il Nobel non è poi così sciocco. Anzi, potrebbe tranquillamente rivelarsi il più lungimirante. C’è chi ha detto che questo premio è ‘politico’ (va di moda questa definizione, ultimamente). E’ vero, credo sia politica. E non so quanto sia positivo come trend. Però, pensateci.

Quanto può farci comodo un Presidente degli Stati Uniti che, proprio nel momento di difficoltà, proprio quando stava calando nei consensi, riceve un riconoscimento così alto? Un Presidente all’improvviso più forte, più autorevole, e con la possibilità di attuare con più facilità i suoi progetti. Ora, Mr.Obama, non ha davvero più scuse. Scorre il tempo. E la storia La giudicherà ancor più severamente, alla luce di questo premio. Sarà anche immeritato, ma potrebbe essere per tutti una benedizione, o una maledizione. A Lei la scelta, Presidente Obama.

Francesco Scatigna

Francesco.scatigna@sconfinare.net

Ti parrà strano, però questo disco non l’ho ascoltato per nulla. Ultimamente non piove poi così spesso e voglio aspettare, tante volte un’idea è più importante del lavoro in cui s’esprime. Le cose sgretolano, si rovinano, passano. Con un po’ di pazienza invece l’idea può restare. Ti parrà strano Dean, scrivere di un disco che non ho mai ascoltato. Però io già me ne sono innamorato, perché sono molto naif e senza troppe pretese lo capisco. Capisco come ci si deve sentire se il tuo migliore amico si schianta da qualche parte a metà strada tra gli anni sessanta e l’eternità, proprio un attimo prima della festa che finisce; non era il momento Dean, ma chi avrebbe detto che avremmo dovuto appendere le tavole da surf al chiodo e vendere i nostri dischi dei Beach Boys, tagliarci i capelli e finircene in Vietnam senza mai avere avuto un mercoledì da leoni? E allora Jan, che fino a quel momento ha tenuto le redini del gruppo ben salde finisce fuori strada, ok, è paralizzato su un letto d’ospedale ed è in coma, ok, e non suonerà mai più. Mai più feste, pianti, risate, ragazze e chitarre, litigi e sogni, è l’estate, un altro bicchiere di vino e poi basta, la corsa ha superato il corridore; è stato tutto così improvviso Dean, ora che altro ti resta?, e tu pensi alla pioggia perché altrimenti non riusciresti a rispondere. Ti rinchiudi nel tuo studio casalingo e registri un disco di cover, e tutte parlano della pioggia, soltanto della pioggia.

Ti dirò, Dean, io il tuo disco non l’ho mica ascoltato ancora. Ce l’ho qui, davanti a me, ancora bello chiuso e impacchettato, perché ora non piove e seguo il tuo consiglio, preferisco aspettare e tenerlo da parte. Un giorno che pioverà potrei averne bisogno. E sai perché ne parlo adesso? Soltanto per la pioggia, Dean, perché appena ho letto il titolo la prima cosa che mi è venuta in mente è stato un qualche pomeriggio da bambino alla fine di agosto, chissà quando molto tempo fa, le prime gocce piovono dal cielo e lavano via dalla pelle la polvere ed il sole, e tu sai che l’estate volge al termine e ha un buon profumo mentre svanisce. L’ho perfino ordinato il tuo disco, Dean, l’ho fatto venire apposta qui perché in giro non lo si trova, e l’ho fatto solo per quel motivo. Perché per un attimo m’è parso di vederti, non come sei veramente o com’eri a vent’anni mentre lo registravi, no; ti vedo a cinque o sei anni con una bella chioma bionda ordinata che tua madre ogni mattina con cura ti pettina, ti vedo in un giorno d’estate ma non giochi mai, non sei in riva alla spiaggia o per strada, ma disteso sul tuo letto ed osservi le finestre rigarsi di pioggia. Perché l’estate non dura per sempre e soprattutto non torna, ci saranno altri anni, però è un peccato, Dean, è un vero peccato.

Il tuo disco non l’ho ancora ascoltato e non posso dir altro, è lì ad un lato della scrivania ed aspetta che arrivi il suo giorno di pioggia. Non c’è fretta, capita prima o poi ed allora sai che in qualche modo devi rimetterti in spalla la vita e pensarci da solo; lo fanno tutti e puoi solo sperare di dimenticare in fretta l’estate e vuoi saperla una cosa? – Dean,

spero di non trovarci nessun arcobaleno.

Rodolfo Toè

 (tra rospi e intrugli di streghe senza processo)

Anche la poesia oggi viene dimenticata. Produzioni poetiche odierne pubblicate e abbandonate. Così ridondanti, così facilmente accessibili. Nulla emoziona, niente è più vividamente descritto. Una poesia immobile, rattrappita. Noiosa ed annoiata. Trascurata perchè non rispondente all’attuale principio del concreto. Un mucchietto di parole, frasi scritte tutte a sinistra ammassate dagli enormi spazi bianchi di destra. A volte però si riscopre ancora lo stupore. A volte ancora permane l’insistenza di un bagliore. Ancora qualcuno ridona alla produzione poetica bellezza, calore, lo stato di sublime necessità. Umilmente la mano di quel qualcuno risponde all’istinto. Innocente cede il passo all’irrazionale. Quell’istinto è di nuovo poesia.

     Non servono grandi città, il gusto sofisticato della metropoli per riscoprire sentimenti universali; la meraviglia non necessita di slogan o di pressanti campagne pubblicitarie. Piano piano il verso nasce ad Andreis lucido, schietto, autentico. Il verso di Federico Tavan, poeta friulano delle valli. Così si incontra la sua poesia, umilmente essa si dona e subito si fa amare. Inizialmente Tavan scrive per disperazione, dice. Nel verso emerge una vita passata tra ospedali, ambulatori e centri di igiene mentale: posti che non fanno per lui, come egli stesso afferma, per i suoi comportamenti poco comprensibili, le ansie ricorrenti, i pensieri audaci. Nel suo vissuto  Federico Tavan arranca in uno stato precario, non cerca pietà, non ricorre all’autocommiserazione. Esprime se stesso, la sua sofferenza. Poi l’incontro col gruppo culturale Menocchio, immediatamente si scopre la forza della sua scrittura, di quei versi in friulano che suonano come un urlo disperato. Sui quaderni del Menocchio di nuovo quei versi tutti a sinistra ora riempiono il silenzio del bianco che li affianca. Nascono così le prime pubblicazioni e segue la mobilitazione di alcuni scrittori (tra cui l’amico Paolini) affinchè il poeta -nostra preziosa eresia-, com’è stato definito, possa beneficiare della legge Bachelli che concede un vitalizio a cittadini indigenti distintisi nel mondo dell’arte.

     Quella di Tavan è arte pura. Scrive per piacere. Fugge con i suoi canti la modernità mentre alla ricerca di sentimenti autentici, di relazioni sincere, della realtà delle parole fagiolo, cane, zucca, Tavan scrive e segna sul foglio il destino di un uomo. Un uomo comune, pifferaio di vite comuni vissute al limite. Ed è proprio l’esperienza del finito che rende pura la sua poesia. Custode di sentimenti che non fanno storia, di vissuti che guastano il paesaggio, il poeta si fa portatore del grido delle pantegane che infangano le mani. Si ribella alla propria condizione, canta il mondo dei non vincenti, ma senza rassegnazione. La sua poesia è un grido universale io muoio su una croce diversa/ mordendo i chiodi/ e spingendo i piedi/ verso il basso a sentire/ l’erba che cresce. La produzione di Tavan nasce in questo modo, tra letture e interpretazioni dei maudit e del caro maestro Pasolini di cui egli continua l’opera in friulano. Ama gli eremiti, gli emarginati, ama le contraddizioni per restare se stesso. Tavan mette in luce l’esistenza di chi è in ombra, porge spiragli di purezza.

     Come spesso accade però dopo le prime pubblicazioni la necessità cede il passo all’abitudine. Tavan allora non scrive più, rifugge l’attuale meccanismo dell’efficienza. Mentre le sue pagine conservano valori e valore nel tempo, egli smette quando entra nei meccanismi umani.

E ‘i son passatz tre dis … ‘I àn sfurcjat la puarta, ‘i àn parat jù i armarons e al comodin. Jo ju spetave, platat sot al liet. “AH, DIU! ‘I SON RIVATZ I UMANS”. 

Nicoletta Favaretto

Mentre ancora sono seduto sul treno che mi sta velocemente trasportando verso la mia destinazione, mi perdo nel fantasticare dinanzi ad un paesaggio dalle sfumature cromatiche accese ed eccentriche, una sorta di tavolozza un po’ troppo disordinata, dove ogni colore ne abbraccia timidamente un altro. Una voce metallica, che di umano ha oramai ben poco, annuncia la prossima fermata: Ferrara. E’ la mia. Leggi il seguito di questo post »

FS. Le manifestazioni studentesche che hanno attraversato il paese alla fine dello scorso anno lasciano pensare allo spettro del ’68…Lei, questo spettro, lo vede?

VB:  L’avvenimento che ha messo in moto le proteste di massa degli anni 60’ era una crescita travolgente della popolazione studentesca che ha sconvolto le strutture universitarie elitarie ed arcaiche del passato. La crescita impetuosa delle popolazioni studentesche riguardava tutti i paesi industrializzati, annunciava infatti l’avvento della società postindustriale, ovvero di una società fondata sulla conoscenza specializzata, sulle innovazioni e sui servizi –  le classi che producevano la conoscenza aspiravano ad un ruolo egemonico nella società e le rivolte studentesche ne erano un segno premonitore.

Bisognava democratizzare l’Università, vi è un legame indissolubile tra la democrazia e l’innovazione –  le gerarchie e l’autoritarismo sono infatti i più grandi ostacoli alla produzione della conoscenza, alla scoperta e alla critica.  Democratizzare l’università senza democratizzare tutta la società è comunque impossibile. “Il dato più importante”  – si dice nel celeberrimo proclama degli studenti in rivolta alla  Columbia University – “è che questa università esiste all’interno della società  …. Il nostro attacco all’università è veramente un attacco alla società ed agli effetti che questa ha su di noi”.

La società americana contro cui questi studenti si rivoltano, era negli anni 60’ comunque molto più democratica di quella italiana, ancora sotto il rigido controllo dei valori arcaici – famiglia, risparmio, paternalismo, chiesa cattolica, la donna ridotta ad essere angelo del focolare.  Il moralismo catto-comunista, le resistenze corporative, la difesa dei diritti costituiti erano ancora troppo forti nell’Italia di quegli anni, la cultura dominante era troppo arcaica per cui le contraddizioni sono esplose in modo drammatico. Cominciò la stagione di grandi rivendicazioni libertarie ma anche di terrorismo e di irresponsabilità politica le cui ombre si proiettano ancora oggi sulla società italiana.  Pasolini chiamò quella stagione storica “Italia durante la scomparsa delle lucciole”, ovvero durante il passaggio dall’economia “italiota” al capitalismo postindustriale globale.

I provvedimenti presi per rispondere allora alla crisi dell’università sono stati rovinosi. Non si trattava di regole universalistiche per rendere l’università più aperta e competitiva ma di offerte di privilegi per pacificare le frange più visibili della protesta. Hanno contribuito al deficit di “cultura delle regole” come la chiama Gherardo Colombo, anziché essere un esempio di quell’ordine “orizzontale” antigerarchico che rende la competizione tra gli uomini utile alla società.

Il vero male dell’università italiana è la distribuzione verticale dei privilegi che prevale totalmente sull’ordine orizzontale di cooperazione e di competizione.

FS:

I partiti odierni e i mass-media possono aver approfittato del movimento studentesco?

Non credo ne siano capaci. La dissoluzione della sinistra storica, non solamente in Italia ma in tutto l’Occidente, è il sintomo più visibile di una mutazione profonda a cui dobbiamo imparare a dare un senso. La vecchia sinistra si è dissolta perché non più capace di porre alcuna domanda veramente attuale, ad esempio  la relazione tra il logos e il bios – pensiamo al caso Eluana, la difesa dei beni pubblici radicali come ad esempio il genoma umano e non umano, la “tecnoibridazione” degli esseri viventi, la conoscenza e la comunicazione. Ora l’università è coinvolta in queste questioni più direttamente di ogni altra istituzione, qui cominciano a formarsi nuovi linguaggi in grado di cogliere il senso della crisi di senso radicale, in cui ci ha fatto sprofondare “la tecnoscienza” governata dal mercato globale deregolato. La sinistra è ancora prigioniera del secolo scorso.

I partiti politici come oggi si presentano non possono sfruttare il movimento studentesco ma possono purtroppo corromperlo offrendo ai gruppi privilegiati del sistema il sostegno nella difesa dei loro privilegi.

FS: La precarietà che il sistema universitario italiano registra in molti punti è sintomo di una società anch’essa precaria. Lei cosa ne pensa in merito?

L’università italiana nella sua configurazione storica non è caratterizzata dalla “precarietà” ma da una rigidità assurda, denunciata del resto già nel secondo dopoguerra da Luigi Einaudi, il primo presidente della repubblica, nelle sue riflessioni sul sistema universitario italiano. Combina il peggio del sistema tedesco e di quello francese, diceva…

Il primo passo per riformare veramente il sistema universitario sarebbe quello di renderci tutti precari ma in un senso specifico: far dipendere la nostra posizione nel sistema, ivi incluso il nostro salario, dalle valutazioni che i docenti, gli studenti e tutti gli altri utilizzatori dell’università fanno della sua efficienza in senso generale. Le valutazioni non sono minacce o atti di ostilità; al contrario, le valutazioni sono la forma più efficace di cooperazione alla gestione razionale di un’istituzione.

Purtroppo gli studenti non mi sembrano capaci di fare delle valutazioni razionali una leva efficace della riforma dell’università. Le valutazioni della didattica che si fanno ogni anno mi sembrano  piuttosto strampalate, spesso basate su giudizi casuali, insomma poco efficienti  per poter diventare un punto di partenza per rendere l’università più efficiente.

FS: Quali sono, a suo avviso, i reali problemi dell’università italiana?

Mi ricordo che l’attore americano Burt Lancaster, il celebre Gattopardo nel film di Visconti, scherzava sul fatto che Andreotti è “ministro ora come vent’anni fa, quando facevo il Gattopardo” – in Italia niente cambia.  La lentezza del mutamento istituzionale (compreso il ricambio generazionale) ha in Italia una ragione profonda. Cambiare le istituzioni di una società presuppone  che la gente abbia fiducia nel fatto, che coloro che propongono i cambiamenti lo facciano non per “proprio interesse” ma per ristabilire i valori veri, offuscati dai privilegi degli “insiders delle istituzioni”.

Questa fiducia che si chiama “capitale sociale pubblico”, è una risorsa essenziale nelle società a crescita rapida come la nostra. In Italia vi è una scarsità fatale del capitale sociale pubblico in conseguenza della quale la gente si sente minacciata dai mutamenti e li sabota in tutti i modi.

Per questo sono pessimista sul futuro in Italia delle istituzioni così radicalmente “da cambiare” come le università. Mi ricordo che nel 1966, l’anno in cui sono arrivato per la prima volta all’Università di Genova, si discuteva appassionatamente della necessità di modernizzare radicalmente il sistema universitario.

Bene, sono alla fine della mia carriera, modesta ma leale all’idea di università, e il sistema “resiste ancora”.

Federica Salvo
federica.salvo@sconfinare.net

Dove nasce la rabbia del profondo Nord

di Paolo Rumiz

 

Il sottotitolo e l’immagine di copertina di questo capolavoro di giornalismo potrebbero far pensare a un manifesto della Lega Nord: non a caso, mentre lo leggevo in classe, ho ricevuto sguardi dal perplesso allo schifato (certo non stupiti, d’altronde sono friulano, quindi parte integrante del terribile Nord-Est leghista!).

In realtà, questo libro del triestino Paolo Rumiz, giornalista de “La Repubblica” e autore di numerosi reportage dall’area balcanica, è un rarissimo esempio di imparzialità e lucidità di analisi all’interno del campo minato che è la “Questione leghista”. Questa imparzialità è ancora più eccezionale considerando che il libro è stato scritto nel ’97, sull’onda del clamore suscitato dalle posizioni più estreme della Lega, al tempo partito dichiaratamente secessionista.

 

L’analisi di Rumiz prende spunto da un viaggio in tutto il Nord Italia, parlando con attivisti e dirigenti dei partiti, ma anche con imprenditori del Nordest e della Lombardia, con sindaci di minuscoli paesini di provincia, dal Friuli al Piemonte, con sociologi e intellettuali di ogni orientamento politico e ideologico. Un quadro completo e originale, che grazie alla maestria di Rumiz si trasforma da raccolta di opinioni a documento importantissimo delle ragioni della nascita e dell’affermazione del fenomeno leghista. Un fenomeno caratteristico dell’Italia, non di quella stereotipata di pizza, mafia e mandolino, ma di quella dell’imprenditoria diffusa e familiare, del localismo (eccessivo e non), della religiosità quieta e riservata, quasi più protestante che cattolica (un esempio su tutti: il caso Englaro e la dissidenza del clero friulano dalla posizione ufficiale del Vaticano)… insomma, del Nord, che sembra quasi fare a pugni con l’immagine “tradizionale” dell’Italia.

Quello che davvero colpisce di questo libro è come Rumiz riesca a unire spunti diversissimi, componendo un quadro vario e allo stesso tempo estremamente coerente: è, insomma, un esempio di grande giornalismo, che si cala nelle piccole e grandi realtà con straordinaria umanità e riesce comunque a mantenere una visione d’insieme di ampio respiro. Per capire il fenomeno della Lega, in particolare, un approccio che tenga conto delle particolarità dei luoghi e della gente è fondamentale, perché, come Rumiz stesso suggerisce più volte, la Lega è spesso il frutto di un localismo esasperato, ma che è diventato tale soprattutto perché la Sinistra italiana l’ha sempre disprezzato o peggio ancora ignorato, facendo finta che non esistesse. Berlusconi, in maniera più furba dal punto di vista politico/elettorale (e discutibile eticamente), ha soffiato sul fuoco e ha fatto da cassa di risonanza al messaggio della Lega.

 

La maggior parte dell’intellighenzia di sinistra continua ad attribuire l’innegabile e crescente successo della Lega solamente ad un’ignoranza di fondo, trascurando,  consapevolmente o meno, tutte le dinamiche sociali, ideologiche e politiche che sottostanno a tale successo. È un atteggiamento controproducente, che non ha fatto altro che rendere ancora più salda la “fede” dei militanti del partito e convinto molti indecisi a votarlo. Rumiz, al contrario, analizza finemente tutte queste dinamiche; in particolare, si sofferma sull’aspetto sociologico e culturale del voto leghista, registrando e mostrando quella che lui chiama appunto una “secessione leggera” (dallo Stato e dalla politica in primis). È qui il punto centrale del fenomeno della Lega: quello di essere un fenomeno popolare, nato dal basso e da un comune sentire, trasversale sia dal punto di vista sociale sia dal punto di vista politico. Gli spunti offerti da Rumiz qui sono intelligenti e numerosissimi: ad esempio, le ragioni del passaggio “in blocco” dalla DC alla Lega in Veneto e Friuli, oppure il voto “secessionista” delle provincie (e degli Alpini) che fecero la Resistenza partigiana più feroce. O ancora, perché proprio sulle sponde del “Dio Po” la Lega sia più debole che in Sicilia.

 

La Lega è stata definita un “estremismo di centro”, ancora riferendosi alla sua natura fondamentalmente culturale e apolitica. Rumiz racconta e sviscera le manifestazioni più eclatanti ed estreme dei primi anni della Lega (le adunate celtiche, tanto per dirne una), da una parte dissacrandole e dall’altra cercando di andare oltre, entrambe cose che la politica italiana di quegli anni non seppe fare, dando un’enorme forza e credibilità a Bossi e alla sua carica eversiva.

Quell’”andare oltre” è anche esaminare le profonde contraddizioni del «Nord, capace di esprimere contemporaneamente straordinari “altruismi” nel volontariato e imprevedibili “egoismi” in politica». Perché è proprio questa la cosa più difficile da comprendere per le persone “esterne” al Nord Italia: com’è possibile, ad esempio, che nelle roccaforti leghiste di Treviso e Verona i sindaci “sceriffi” tolgano le panchine per impedire agli immigrati di dormirci mentre quelle stesse provincie hanno i più alti tassi di integrazione e di imprenditorialità degli extra-comunitari? Oppure ancora, come diavolo fanno i bergamaschi a conciliare le “percentuali bulgare” della Lega (strano gioco di parole!) con una radicata ed efficientissima tradizione di volontariato (senza distinzioni di “latitudine” o etnia)? Queste e molte altre ancora le domande a cui avrete risposta, leggendo questo bellissimo libro.

 

Federico Faleschini

federico.faleschini@sconfinare.com

 

Il 20 dicembre ricevo un regalo di Natale un po’ in anticipo. Squilla il telefono e una simpatica signorina mi comunica che sono atteso per uno stage dal 1 febbraio al 29 aprile a Kuala Lumpur, in Malaysia. Avevo quasi dimenticato di aver fatto domanda per quello stage, era passato più di un mese, ma ogni tanto mi stupisco di come la burocrazia riesca a compiere il suo percorso.
Non vi racconterò delle 22 ore di viaggio (so che ci vuole di più per arrivare in Puglia…) sarebbe come raccontare frammentati ricordi tra un colpo di sonno e un altro: inutile. Piuttosto vorrei descrivervi la vita a 3 gradi Nord dall’equatore. Ovviamente il clima è quello che noti appena abbandonata l’atmosfera protettiva dell’aria condizionata dell’aeroporto: 35 gradi e almeno l’80% d’umidità tutti insieme all’apertura della porta scorrevole (un po’ come i pinguini della vecchia pubblicità della Halls, al contrario). Per intenderci sono partito un attimo prima che arrivasse in Europa quell’incredibile settimana di freddo, chiusi aeroporti (partito appena in tempo da Londra), strade e autostrade.
Mi rendo conto solo ora che sono passate circa 6 settimane. Ho appena passato la metà del mio periodo qui, e mi rendo conto di come il tempo sia volato. Intendiamoci: non illudetevi, come ho fatto per un attimo io, che troverete tutto facile e pronto. Le difficoltà sono state tante e non nascondo il fatto di aver più volte ripensato alla mia decisione di essere partito. Fortunatamente il mondo è diventato più piccolo con internet e skype e posso dire di aver ricevuto un incredibile sostegno da chi avevo lasciato in Italia. (Grazie)
L’ente ospitante è l’Istituto italiano per il Commercio Estero (ICE): una sezione staccata dell’ambasciata italiana per la promozione del commercio con l’Italia. Un ufficio piccolo (uno staff di 7 persone) ma al 18esimo piano di un palazzo in pieno centro a due passi e con panorama sulle Petronas Tower. Confesso di non essere ancora andato a visitare l’ambasciata quindi non posso ancora descrivervi la villa con giardino immersa nel verde. Sarà per il prossimo articolo, promesso!
Posso dire che Kuala Lumpur riassuma completamente la Malaysia in una ‘piccola’ città (1,5 milioni di abitanti) rispetto alle altre capitali del mondo. Qui troverete tutti i contrasti e il multiculturalismo di questo stato. La religione ufficiale è l’Islam; considerate dunque di vedere un minareto in ogni angolo della città. Perlomeno per i primi giorni considerate anche di venire svegliati dal canto dei muezzin. Lo stile dei nuovi palazzi o di qualche casa tradizionale ha ovunque dei richiami simbolici islamici (anche l’architettura delle stesse Petronas Tower, orgoglio Malaysiano nel mondo, non fa eccezione). Ma se la società musulmana rappresenta una importante percentuale (53% in calo) di tutta la Malaysia, non può rappresentare da sola questo paese. Le minoranze cinesi e indiane ad esempio contribuiscono in ogni aspetto culturale: la cucina, le usanze, le religioni e le festività, la lingua e lo stile di vita.
La cucina è stata nominata per prima e non è un caso. Ho cercato, da quando sono qui, di evitare il più possibile tutto quanto non fosse malesiano: posso dire finora di aver provato 12 tipi di cucine diverse, ma non essere ancora andato in un ristorante italiano o in un fast food. Confluiscono qui tutte le tendenze culturali di tutto il sudest asiatico: cuochi dall’India, Bangladesh, Birmania, Vietnam, Thailandia, Indonesia, Filippine saranno lieti di infuocare il vostro palato con tutti i tipi di spezie esistenti sulla terra. Preparatevi inoltre a gustare gli infiniti piatti mediorientali, dal Libano all’Iran. Ognuno trova qui in Malaysia il suo posto.
Ad oscurare tutto questo arcobaleno di culture e religioni resiste ancora un governo non completamente democratico, una censura che permea ogni aspetto della società, una corruzione largamente praticata e alcuni elementi di razzismo nei confronti delle minoranze (peraltro più ricche e più laboriose rispetto ai Malaysiani ‘doc’). Mi soffermo sulla censura perché immediatamente visibile. Ho detto una censura presente in ogni aspetto della società ed avete modo di notarlo sopratutto nei luoghi pubblici: ad esempio le coppie (sposate e non, di qualunque età) non possono compiere “dimostrazioni affettive” (per intenderci baciarsi o tenersi per mano) nei luoghi pubblici. Finché si parla di ragazzi che si imboscano nei parchi può starci, ma la vera questione è che si fanno multe (e si rischia la reclusione) se un uomo e una donna passeggiano tenendosi per mano o se si salutano con un bacio. Improvvisamente tutto perde un po’ di colore in questo arcobaleno culturale. Secondo queste disposizioni ogni cosa deve rispettare questa regola, dunque non troverete un bacio in un film, le scene vengono proprio tagliate e tutto ciò che possa rappresentare una carezza oltre l’avambraccio non verrà mai trasmesso in tv (durante una parolaccia salta semplicemente l’audio).
Il risultato di queste norme? La polizia religiosa (sì, avete letto bene) effettua di tanto in tanto raid negli alberghi in occasione di ‘festività’ potenzialmente pericolose (S. Valentino… una festività terrorista!) per beccare le coppie di giovani Malaysiani in flagrante. Chi vuole invece vedersi e gustare completamente un film non farà altro che recarsi nelle affollate vie di Chinatown e comprare per pochi centesimi di euro gli ultimi film ancora al cinema. E che messaggio credete che passi nella mente della gioventù malesiana se si censura ogni dimostrazione di affetto, mentre le scene di omicidio, guerra e violenza vengono trasmesse integralmente?

Diego Pinna
Diego.Pinna@sconfinare.net

Due anni fa (magari c’è pure chi l’ha letta) qualcuno tra noi lanciò la proposta d’una pagina commemorativa per il decennale della sua morte. Ci mettemmo tutti all’opera entusiasti. L’anniversario, in realtà, non c’entrava per nulla (tra le altre cose, era pure maggio). Ma non ci importava poi molto. Anche perché, a ben vedere, i più furbi siamo stati comunque noi, anticipando di due anni tutti gli altri. Scusate se è poco.

Perché Bob Dylan, a dieci anni dalla sua scomparsa, significa davvero tanto per ognuno di noi. Guardate quanta attenzione gli hanno dedicato tutti quanti, ultimamente. Domenica sera ho smesso di osservare le nuvole e mi sono guardato il servizio, tanto in seconda serata non c’era niente di meglio. Hanno parlato in tanti, ma nella festa generale nessuno s’è fatto male.

La sua città natale, innanzitutto. Lì in molti sono convinti di vederlo ancora passeggiare ogni tanto, è sempre vivo con quei suoi orribili capelli e l’aria triste ed emaciata, e Jim Morrison a volte gli porta un croissant da Parigi (nemmeno lui sa ancora se morire sul serio). L’illustre suo cugino De Andrade, proprietario di un cannone nel cortile di Piazza Alimonda, indica alle passanti il ritratto di Dylan Thomas appeso da anni alla parete: “entrò un mattino e lo vide, e decise così di cambiare il suo nome, senza essere troppo sbronzo del resto”. Crede proprio che la cittadinanza gli dedicherà un monumento, giusto all’entrata di Via Della Povertà. Lo ritrarranno incatenato con la sua armonica eternata in un ultimo sol di libertà. Nonostante le polemiche, pare che la scelta della frase per la lapide cadrà sull’immortale “mi cercarono l’anima a forza di botte”.

Alla TV hanno intervistato tutti coloro che più gli furono vicini. Il Ghiro Deziz e Zio Bafri Renedda ricordano con affetto e un pizzico di lacrime il piccolo Bob che, stanco dei suoi Lego troppo borghesi, apprende a suonare la chitarra perché in effetti Mr. Tambourine è già morto tra i papaveri della guerra, qualcuno deve pur scriverci una canzone ed io mi sono stancato di questa città di minatori e della loro società-bene dai capelli corti. Anche tutti i suoi amori più celebri lo hanno pianto, e tra loro lei: Joan Baez, che non lo ha mai capito, e che invece avrebbe desiderato tanto dei diamanti, almeno una volta.

I suoi amici sardi hanno intonato un coro sul motivo di Brigante se more, superbamente riarrangiato dalla “E No, Mai Carpire Fra Martino”. Che bella festa gli hanno dedicato, pensavo, ed intanto il Presidente concludeva la celebrazione dicendo che Bob Dylan tiene ancora alto il nome dell’italianità nel mondo. La Patria, voi capirete sicuramente. Se non fosse stato cittadino italiano, l’avrei naturalizzato immediatamente.

Si fa presto a farne un mito, e lui se l’è meritato, spegnendo la tele ero quasi sollevato. Anche se Bob Dylan non ascoltava Bob Dylan. Bob Dylan ha preso quello che di meglio poteva trovare in giro, poesie e canzoni e droghe varie, fino a fare qualche cover di Cohen o di Brassens, lo ha rielaborato ed è andato un poco più avanti. Un giorno qualcuno farà altrettanto con lui, perché in fondo, in-fondo-in-fondo, i maestri servono solo per essere uccisi. Però povero Bob Dylan, mi chiedo se qualcuno lo consoli in paradiso, dev’essere tutto una noia pazzesca perché i tipi più lungimiranti sono finiti tutti all’inferno, e mi sa che lassù non c’è una chitarra nemmeno a dannarsi l’anima.

Rodolfo Toè

Con Phil Collins l’unione di tribale e melodia per creare l’emozione

Rumori lontani, echi. Improvvisamente partono congas, timbales e bonghi. Ritmo e volume salgono e con essi la tensione. Poi, tutt’un tratto, lo scoppio delle altre percussioni. Gli archi iniziano il loro trillo lontano, ma teso e piuttosto acuto; i corni e gli strumenti gravi caricano l’aria di ansia e paura. C’è un cattivo che si aggira per la jungla: ha già colpito. Forse ancora colpirà…

Sembra la descrizione di un triller, vero? E invece è una traccia della colonna sonora di “Tarzan”, il cartone animato firmato Walt Disney uscito nelle sale di tutto il mondo nel 1999. Anzi, ad esser precisi è “Two worlds“, la canzone scritta da Phil Collins e da lui non solo cantata in più di venti lingue diverse, ma addirittura suonata: sue sono la batteria e molte percussioni che si sentono nella versione originale. Un omaggio alla sua passione e allo strumento che, ai tempi dei “Genesis”, l’ha reso famoso in tutto il mondo.

“Two worlds” (in italiano titola “Se vuoi“), è una canzone speciale, dal messaggio profondo e forse per questo più adatto a questo periodo dell’anno, in cui ognuno esce dalla propria routine per guardare là dove la vita è spesso violata. Rappresenta bene l’esordio del film, il momento tragico in cui il cucciolo d’uomo Tarzan perde mamma e papà e un dolce gorilla femmina perde il proprio piccolo a causa dello stesso nemico. Da questo tragico evento, infatti, proprio come recita la canzone, due mondi si toccheranno e scopriranno che, a dispetto di quanto progresso e pregiudizi dicano o facciano, le diversità possono ancora convivere pacificamente.

E che dire di “You’ll be in my heart” (in italiano “Sei dentro me“)? Altra canzone del film, forse più celebre, uscita dalla penna di Phil Collins e Mark Mancina (quest’ultimo ha creato gran parte della colonna musicale), momento in cui una mamma scopre che può essere tale anche nei confronti di un figlio che non ha il suo stesso aspetto…

Meno note sono invece “Son of man” (“In tuo figlio“), in cui un cucciolo cercherà di conquistare l’affetto di un padre che non si sente più tale e “Strangers like me” (“Al di fuori di me“), che accompagna l’avvicinamento fra due anime tanto simili quanto in apparenza lontane.

Forse vi sarà già capitato di ascoltare una colonna sonora prima di aver visto il film a cui essa fa da cornice. A me capita spesso ed è andata così anche con questa colonna sonora, che credo sia speciale non solo per le tematiche che toccano canzoni e film in sé, ma anche per il collegamento con l’esotico che scatta appena si sentono le prime battute.

Se non avete visto il cartone animato, beh, vi consiglio di guardarlo, soprattutto ora che è quasi Natale e tutti hanno voglia di sentirsi più buoni. Se già l’avete visto guardatelo di nuovo e ascoltate bene le canzoni. Scoprirete che, in fondo, parlano di tutti noi.

Ius Isabella

“E’ il tuo cuore che ti sta parlando. Se vuoi, lo sentirai. Lascialo decidere, non ti deluderà.”

Se vuoi, P. Collins

Come sarà formato il nuovo governo ucraino ancora non è dato saperlo. L’arcano verrà svelato solo tra qualche mese quando scadrà il termine massimo per la formazione della maggioranza, in base ai risultati usciti dalle urne il 26 marzo scorso. Fino ad allora, l’unico dato certo rimane l’esuberante ritorno sulla scena politica di Yulia Timoschenko, il cui partito, ottenendo quasi il 23% dei voti, si è imposto come seconda forza politica del paese, sorpassando di circa 10 punti il “Nostra Ucraina” della sua “ex-metà politica” Yushchenko. “Ex”, verosimilmente, ancora per poco. L’unico modo, infatti, per impedire un ritorno al potere del filo-russo Yanukovich, sembra un rinnovato sodalizio tra i leader di quella che fu la “Rivoluzione arancione”, sbocciata nell’inverno 2004 contro i brogli elettorali che avevano portato lo stesso Yanukovich alla presidenza. Il leader dell’opposizione Yushchenko e la sua alleata, erano riusciti a mobilitare migliaia e migliaia di persone, a gremire, nel pieno del gelido inverno ucraino, la piazza dell’Indipendenza di dimostranti giunti da ogni parte del paese, catalizzando così per quasi un mese l’attenzione europea. E proprio la Timoshenko, allora, aveva assunto il ruolo di agitatrice delle folle, forte di un carisma e di una verve che la rendevano il perfetto complemento del più pacato e modesto Yushchenko. Era diventata, per i dimostranti, una moderna Giovanna d’Arco, nella quale riporre le proprie speranze di un cambiamento, in senso più democratico, del paese. In quei giorni, la sua immagine accanto a quella di Yushchenko sul palco di Kiev, ha fatto il giro dei quotidiani di tutto il mondo, facendola diventare una figura di primo piano sulla scena internazionale. Ma da dove inizia la storia di questa donna così decisa e combattiva da essere stata recentemente battezzata dalla stampa ucraina “samurai in gonnella”? Yulia Grigyan ha un passato modesto. Nasce nel 1960 a Dnepropetrovsk, cittadina a est del paese da una madre single. È il 1979 quando, terminate le superiori, si iscrive a ingegneria cibernetica all’università locale. In quello stesso anno conosce Oleksandr Timoshenko, figlio di un burocrate, che sposa l’anno seguente e dal quale ha la sua unica figlia Yevgenia. Grazie ad un prestito, la coppia apre un negozio di noleggio di video pirata (realizzati con un paio di registratori nel salotto di casa…) che di lì a poco diventa un’importante catena. Successivamente i coniugi si danno alla compravendita di petrolio e metalli e, a metà degli anni ’90, la Timoshenko diviene presidente della UESU (United Energy Systems of Ukraine). Nell’Ucraina post-sovietica il settore energetico, grazie ad un atteggiamento, diciamo, accomodante del potere politico, ha creato grandi ricchezze illecite e alcuni titolari delle stesse sono stati recentemente colpiti da accuse di riciclaggio, appropriazione indebita, frode… Anche “la Principessa del gas”, com’è stata soprannominata la Timoshenko per la sua presidenza alla UESU, è stata accusata di frode, contrabbando ed evasione fiscale, cosa che l’ha portata a trascorrere in prigione 6 settimane prima di essere rilasciata. Ed è proprio dopo l’uscita dal carcere, che il suo ritorno alla vita politica è segnato dall’alleanza con Yushchenko nella corsa alle presidenziali del 2004, seguita dalla già citata Rivoluzione arancione. E’ noto come tale rivolta contro Mosca abbia portato  ad un cambiamento di governo in senso filo-occidentale del paese, lo abbia fatto entrare nel gioco politico europeo e modificato la sua immagine di regime corrotto post-sovietico. Ma è altrettanto noto come  questo.processo in cui si è avventurata l’Ucraina si sia dimostrato fin da principio piuttosto incerto,fatto testimoniato dal naufragio della collaborazione tra Yushchenko e Timoshenko dopo soli 7 mesi di governo. Nel commentare il licenziamento del governo di quest’ultima,avvenuto nel settembre dell’anno scorso, Yushchenko ha  emblematicamente dichiarato: “Molte facce nuove sono giunte al potere, ma la faccia del potere non è cambiata”. L’Ucraina è infatti un paese dove il nepotismo è ancora imperante e la corruzione una pratica molto diffusa,non solo a livello politico ma nella stessa vita quotidiana(si pagano i poliziotti per evitare un controllo di documenti, i medici per assicurarsi un posto letto, i professori per far passare gli esami ai figli…). Certo, segni di speranza vengono dalla sostanziale trasparenza nello svolgimento di quest’ultime elezioni, ma è forse ancora prematuro pensare che i recenti cambiamenti politici siano stati accompagnati anche da effettivi cambiamenti sociali. In nuce, questo è il paese che la Timoshenko si troverà verosimilmente a governare, un paese colpito, per di più, da una problematica recessione che ha fatto schizzare verso l’alto inflazione  e disoccupazione,e la cui produzione risentirà degli aumentati costi dell’energia provocati dal recente affair Gazprom con la Russia. Ma di fronte ad un quadro non proprio incoraggiante, la Timoshenko ,col suo disarmante ottimismo afferma.”Il mio obiettivo politico è molto semplice. Vorrei fare un miracolo e realizzare quello che avevamo promesso all’epoca della rivoluzione: che l’Ucraina cessi di essere un paese di clan,ci siano tribunali imparziali,una società normale,un governo normale.”E, in modo candido afferma: “Naturalmente, voglio esserne primo ministro.”

Elisa Calliari

Flickr Photos

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